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2020-03-09
Vecchio vizio di Conte. Se il suo decreto terrorizza gli italiani «è colpa della Lega»
Caos nella forma e nella sostanza, più un maldestro tentativo di scaricabarile per tentare di allontanare da Palazzo Chigi la responsabilità della fuga di notizie che ha gettato l'Italia nel panico.
Poco dopo le 20.00 di sabato, numerose testate online sono già in grado di anticipare la bozza di decreto. Ecco corriere.it: «Ultim'ora. La decisione: chiuse Lombardia e 11 province del Centro-Nord». E repubblica.it: «Coronavirus, chiusa la Lombardia e altre 11 province». La verità è che chiunque viva nel circuito politico e mediatico ha già ricevuto per vie traverse su whatsapp la bozza del Dpcm (Decreto del presidente del Consiglio dei ministri) forse più drammatico dell'intera storia repubblicana. Inevitabile l'immediato rilancio televisivo e il lavoro delle redazioni dei quotidiani, che infatti chiuderanno nella notte scegliendo come titolo principale il decreto, pur se bozza.
Com'è facile prevedere, scatta il panico. Cominciano a girare video della stazione centrale di Milano presa d'assalto da viaggiatori pronti a tutto pur di salire sugli ultimi treni verso il Centro-Sud. Sui social network, alla discussione frenetica si accompagna una lucida consapevolezza: può essere questo il veicolo che fa transitare il virus verso la mezza Italia finora meno colpita. Non solo: da subito si percepiscono incongruenze, una totale vaghezza, e la gigantesca incognita legata ai controlli sulle disposizioni in cantiere.
È facile osservare che il governo, volendo, avrebbe potuto in pochi minuti, già verso le 20.30, diramare una nota di smentita della bozza. Stroncandone del tutto l'attendibilità o diffondendone la versione esatta. Nulla di tutto questo è accaduto.
In tarda serata, fonti di Palazzo Chigi si limitano a preannunciare una conferenza di Giuseppe Conte, che continua a slittare. Ma l'attesa si protrarrà fino alle 2.20 di notte, con il premier che si presenta davanti a una sola giornalista. E purtroppo non dissipa alcun dubbio. Conia la formula incomprensibile del «divieto non assoluto»: «Non abbiamo un divieto assoluto di trasferimento dal Nord alla restante parte del territorio, ma la necessità di motivarlo. C'è una ridotta mobilità». Alla domanda sui controlli, Conte chiama in causa le forze di polizia: «Saranno legittimate a fermare i cittadini e a chiedere spiegazioni». Morale: controlli di fatto casuali, essendo impossibile presidiare militarmente mezza Italia.
Poi il consueto surreale autoelogio: «Abbiamo scelto il criterio della verità e della trasparenza, e ci stiamo muovendo con lucidità, coraggio, fermezza e determinazione».
Quanto alla fuga di notizie, Conte prova a dare la colpa ai media: «È successa una cosa inaccettabile. Un decreto che stavamo formando l'abbiamo letto sui giornali. Ne va della correttezza dell'operato del governo e della sicurezza degli italiani. Questo non lo possiamo accettare».
Per la cronaca, la Gazzetta Ufficiale pubblicherà il Dpcm soltanto alle 13.15 di ieri, domenica, ben 17 ore dopo la fuga di notizie, e 11 ore dopo la conferenza di Conte.
Tutto tempo dedicato - invece - al blame game, al gioco di provare a spostare la colpa del leak lontano da Palazzo Chigi. A sinistra, provano a citare una parte di una nota della Cnn, che chiama in causa l'ufficio stampa della Regione Lombardia. Ma quella nota va letta tutta. Prima punta su Palazzo Chigi, attribuendo la responsabilità a uno stretto consigliere di un ministro («according to a close adviser to one of the ministers attending a Cabinet meeting»), e solo poi evoca anche («also») l'ufficio stampa lombardo, che peraltro diramerà una secca smentita. Inutile girarci intorno: anche al di là di questo singolo caso, è la comunicazione di Palazzo Chigi, che fa capo a Rocco Casalino, ad aver fatto naufragio lungo tutta questa crisi.
Veniamo ai contenuti del Dpcm. Di fatto, l'Italia viene divisa in due parti. Da una parte, un'immensa zona con regole più stringenti: tutta la Regione Lombardia e numerose province di Piemonte (Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti), Veneto (Venezia, Padova, Treviso), Emilia Romagna (Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena), Marche (Pesaro e Urbino).
In questa fascia, c'è il vincolo di evitare ogni spostamento delle persone fisiche (quindi le merci possono transitare) in entrata e in uscita dai territori (e al loro interno). Ci si potrà muovere solo «per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, spostamenti per motivi di salute». È consentito tornare presso il proprio domicilio o residenza. Chi abbia più di 37.5 di febbre è fortemente raccomandato (che sia positivo o no) di rimanere presso il proprio domicilio. Sono sospese le competizioni sportive (tranne quelle degli atleti professionisti, ma a porte chiuse), e stop anche a ogni altro evento culturale, fieristico, cinema, teatri, sale bingo, discoteche, scuole, università, cerimonie civili e religiose (funerali inclusi). Quanto a bar e ristoranti, è ammessa l'apertura solo dalle 6 alle 18, ma nel rispetto della distanza di sicurezza di almeno 1 metro, con sospensione dell'attività in caso di violazione.
Per tutto il resto del territorio nazionale, le norme sono meno stringenti. Sono comunque sospesi congressi, riunioni, meeting con coinvolgimento di personale medico e sanitario. Resta la chiusura di scuole e università. Aperti (non solo tra le 6 e le 18, ma anche dopo) bar e ristoranti, ma sempre rispettando la distanza tra i clienti.
La fuga (pericolosa) dei fuori sede. E al Sud li mettono in quarantena
Lasciando trapelare, sabato sera, la bozza del decreto che sigilla la Lombardia, il governo ha prodotto un clamoroso ribaltone storico: per la prima volta, il luogo da cui fuggire è diventato il Nord, la «terra promessa» il Meridione. Non appena ha iniziato a circolare la notizia del provvedimento probabilmente più grave dal dopoguerra, la stazione di Milano Centrale è stata presa d'assalto da lavoratori e studenti del Sud, ansiosi di salire sul primo treno, prima di rimanere prigionieri dentro la zona 1. Peccato che, in assenza di una regia razionale da parte di chi, da un mese a questa parte, inanella autogol comunicativi, questi esuli lasciati in balìa del panico, in quarantena ci finiranno davvero. Nei loro paesi.
Già, perché nella giornata di ieri, la Sicilia, la Puglia, la Campania, l'Abruzzo, il Lazio, la Sardegna, la Basilicata, la Calabria e persino la Toscana hanno annunciato che chiunque arrivi dalle zone interessate dall'ultimo decreto di Palazzo Chigi dovrà comunicarlo ai medici di famiglia o alle Asl competenti e dovrà osservare un periodo di 14 giorni di isolamento fiduciario in casa. Provvedimento severo, ma comprensibile. La fuga di notizie di sabato sera - dopo che per circa 5 giorni si era vociferato di estensioni della zona rossa alla Bergamasca, il che poteva aver già indotto qualcuno a svignarsela - ha allarmato governatori e sindaci delle aree d'Italia fuori dai focolai settentrionali: il timore è che qualcuno dei pendolari possa portare con sé, inconsapevolmente, il virus. Magari in luoghi della Penisola non attrezzati a fronteggiare un'epidemia altrettanto bene della Lombardia, le cui strutture sanitarie, nondimeno, sono adesso sottoposte a una pressione insostenibile.
È proprio a questa terribile eventualità che ha fatto riferimento il rimprovero di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, intervistato ieri da Lucia Annunziata a Mezz'ora in più, su Rai 3: «La gente che è fuggita l'altra notte è un potenziale rischio per il Paese», ha protestato. Senza contare che la stazione di Milano affollata era esattamente il tipo di assembramento che si doveva evitare a tutti i costi.
Tra i presidenti di Regione, c'è stato chi ha lanciato appelli accorati ai conterranei. Sul sito della Calabria, guidata da Jole Santelli, è apparso un manifesto a caratteri cubitali: «Fermatevi. Non partite. Non tornate. Non tradite la Calabria e i vostri affetti». Michele Emiliano, governatore della Puglia, ha assunto toni drammatici: «Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti: fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l'autobus alla prossima fermata. Non portate nella vostra Puglia l'epidemia lombarda, veneta ed emiliana». Il sindaco di Salerno, Enzo Napoli, ha spedito le ambulanze a controllare la temperatura a chi era arrivato in città con il Flixbus, bloccato in piazza della Concordia e lasciato ripartire per Matera solo dopo che era stato accertato che nessuno dei passeggeri aveva la febbre superiore ai 37,5° (la soglia critica indicata dal decreto di Giuseppe Conte). Alla fine, Attilio Fontana, logicamente tra i più preoccupati per la situazione, ha dovuto provare a minimizzare: «I supermercati saranno sempre riforniti. Non stiamo andando in guerra».
Ieri, complici le denunce di esponenti della maggioranza come Vito Crimi e Alessia Morani, era stato diffuso lo screenshot di un pezzo del Cnn, che chiamava in causa l'ufficio stampa della Regione Lombardia come la fonte che aveva trasmesso la bozza del decreto. Nella versione integrale della prima stesura dell'articolo, però, era menzionato anche uno «stretto collaboratore di uno dei ministri» presenti alla riunione tra i membri dell'esecutivo. Fontana ha poi smentito di essere la «talpa», mentre Conte ha definito «inaccettabile la fuga di notizie sul decreto». La prima agenzia, verso le 19.30 di sabato, era partita da Roma e parlava di un «decreto che l'Ansa ha potuto visionare». Fatto sta che il pasticcio, scatenando il panico e innescando l'esodo, ha rischiato di provocare un'emergenza nell'emergenza.
Intanto, proseguono gli screzi tra enti locali e governo. Il Viminale, in una circolare indirizzata ai suoi rappresentanti territoriali, ha precisato che «non risultano coerenti con il quadro normativo le ordinanze delle Regioni contenti direttive ai prefetti», i quali rispondono «unicamente all'autorità nazionale». Un rimbrotto a Regioni e Comuni, entrati più volte in attrito con Conte durante la crisi del coronavirus, specialmente in merito ai provvedimenti di chiusura delle scuole. Così, da un lato va censurata l'irresponsabilità dei «profughi dell'aperitivo», che fino a sabato hanno affollato i locali di Milano e poi sono fuggiti prima della serrata definitiva, verso le città natie, dove un po' di movida resiste. Ma dall'altro, lascia di sale un governo che sta lasciando l'Italia come nave senza nocchiero.
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La chiusura del Nord è sui siti per ore senza smentite. Pd e M5s accusano la Lombardia, ma lo spiffero viene dal Palazzo Chigi.La fuga (pericolosa) dei fuori sede. E al Sud li mettono in quarantena. Lavoratori e studenti di Milano e dintorni, incuranti dei rischi sanitari, assaltano treni e autobus notturni. Nove presidenti impongono l'isolamento. Il pugliese Michele Emiliano (Pd): «Non portateci l'epidemia lombarda».Lo speciale contiene due articoli. Caos nella forma e nella sostanza, più un maldestro tentativo di scaricabarile per tentare di allontanare da Palazzo Chigi la responsabilità della fuga di notizie che ha gettato l'Italia nel panico. Poco dopo le 20.00 di sabato, numerose testate online sono già in grado di anticipare la bozza di decreto. Ecco corriere.it: «Ultim'ora. La decisione: chiuse Lombardia e 11 province del Centro-Nord». E repubblica.it: «Coronavirus, chiusa la Lombardia e altre 11 province». La verità è che chiunque viva nel circuito politico e mediatico ha già ricevuto per vie traverse su whatsapp la bozza del Dpcm (Decreto del presidente del Consiglio dei ministri) forse più drammatico dell'intera storia repubblicana. Inevitabile l'immediato rilancio televisivo e il lavoro delle redazioni dei quotidiani, che infatti chiuderanno nella notte scegliendo come titolo principale il decreto, pur se bozza. Com'è facile prevedere, scatta il panico. Cominciano a girare video della stazione centrale di Milano presa d'assalto da viaggiatori pronti a tutto pur di salire sugli ultimi treni verso il Centro-Sud. Sui social network, alla discussione frenetica si accompagna una lucida consapevolezza: può essere questo il veicolo che fa transitare il virus verso la mezza Italia finora meno colpita. Non solo: da subito si percepiscono incongruenze, una totale vaghezza, e la gigantesca incognita legata ai controlli sulle disposizioni in cantiere. È facile osservare che il governo, volendo, avrebbe potuto in pochi minuti, già verso le 20.30, diramare una nota di smentita della bozza. Stroncandone del tutto l'attendibilità o diffondendone la versione esatta. Nulla di tutto questo è accaduto. In tarda serata, fonti di Palazzo Chigi si limitano a preannunciare una conferenza di Giuseppe Conte, che continua a slittare. Ma l'attesa si protrarrà fino alle 2.20 di notte, con il premier che si presenta davanti a una sola giornalista. E purtroppo non dissipa alcun dubbio. Conia la formula incomprensibile del «divieto non assoluto»: «Non abbiamo un divieto assoluto di trasferimento dal Nord alla restante parte del territorio, ma la necessità di motivarlo. C'è una ridotta mobilità». Alla domanda sui controlli, Conte chiama in causa le forze di polizia: «Saranno legittimate a fermare i cittadini e a chiedere spiegazioni». Morale: controlli di fatto casuali, essendo impossibile presidiare militarmente mezza Italia. Poi il consueto surreale autoelogio: «Abbiamo scelto il criterio della verità e della trasparenza, e ci stiamo muovendo con lucidità, coraggio, fermezza e determinazione». Quanto alla fuga di notizie, Conte prova a dare la colpa ai media: «È successa una cosa inaccettabile. Un decreto che stavamo formando l'abbiamo letto sui giornali. Ne va della correttezza dell'operato del governo e della sicurezza degli italiani. Questo non lo possiamo accettare». Per la cronaca, la Gazzetta Ufficiale pubblicherà il Dpcm soltanto alle 13.15 di ieri, domenica, ben 17 ore dopo la fuga di notizie, e 11 ore dopo la conferenza di Conte. Tutto tempo dedicato - invece - al blame game, al gioco di provare a spostare la colpa del leak lontano da Palazzo Chigi. A sinistra, provano a citare una parte di una nota della Cnn, che chiama in causa l'ufficio stampa della Regione Lombardia. Ma quella nota va letta tutta. Prima punta su Palazzo Chigi, attribuendo la responsabilità a uno stretto consigliere di un ministro («according to a close adviser to one of the ministers attending a Cabinet meeting»), e solo poi evoca anche («also») l'ufficio stampa lombardo, che peraltro diramerà una secca smentita. Inutile girarci intorno: anche al di là di questo singolo caso, è la comunicazione di Palazzo Chigi, che fa capo a Rocco Casalino, ad aver fatto naufragio lungo tutta questa crisi. Veniamo ai contenuti del Dpcm. Di fatto, l'Italia viene divisa in due parti. Da una parte, un'immensa zona con regole più stringenti: tutta la Regione Lombardia e numerose province di Piemonte (Alessandria, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Vercelli e Asti), Veneto (Venezia, Padova, Treviso), Emilia Romagna (Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena), Marche (Pesaro e Urbino). In questa fascia, c'è il vincolo di evitare ogni spostamento delle persone fisiche (quindi le merci possono transitare) in entrata e in uscita dai territori (e al loro interno). Ci si potrà muovere solo «per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità, spostamenti per motivi di salute». È consentito tornare presso il proprio domicilio o residenza. Chi abbia più di 37.5 di febbre è fortemente raccomandato (che sia positivo o no) di rimanere presso il proprio domicilio. Sono sospese le competizioni sportive (tranne quelle degli atleti professionisti, ma a porte chiuse), e stop anche a ogni altro evento culturale, fieristico, cinema, teatri, sale bingo, discoteche, scuole, università, cerimonie civili e religiose (funerali inclusi). Quanto a bar e ristoranti, è ammessa l'apertura solo dalle 6 alle 18, ma nel rispetto della distanza di sicurezza di almeno 1 metro, con sospensione dell'attività in caso di violazione. Per tutto il resto del territorio nazionale, le norme sono meno stringenti. Sono comunque sospesi congressi, riunioni, meeting con coinvolgimento di personale medico e sanitario. Resta la chiusura di scuole e università. Aperti (non solo tra le 6 e le 18, ma anche dopo) bar e ristoranti, ma sempre rispettando la distanza tra i clienti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vecchio-vizio-di-conte-se-il-suo-decreto-terrorizza-gli-italiani-e-colpa-della-lega-2645433337.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-fuga-pericolosa-dei-fuori-sede-e-al-sud-li-mettono-in-quarantena" data-post-id="2645433337" data-published-at="1778717701" data-use-pagination="False"> La fuga (pericolosa) dei fuori sede. E al Sud li mettono in quarantena Lasciando trapelare, sabato sera, la bozza del decreto che sigilla la Lombardia, il governo ha prodotto un clamoroso ribaltone storico: per la prima volta, il luogo da cui fuggire è diventato il Nord, la «terra promessa» il Meridione. Non appena ha iniziato a circolare la notizia del provvedimento probabilmente più grave dal dopoguerra, la stazione di Milano Centrale è stata presa d'assalto da lavoratori e studenti del Sud, ansiosi di salire sul primo treno, prima di rimanere prigionieri dentro la zona 1. Peccato che, in assenza di una regia razionale da parte di chi, da un mese a questa parte, inanella autogol comunicativi, questi esuli lasciati in balìa del panico, in quarantena ci finiranno davvero. Nei loro paesi. Già, perché nella giornata di ieri, la Sicilia, la Puglia, la Campania, l'Abruzzo, il Lazio, la Sardegna, la Basilicata, la Calabria e persino la Toscana hanno annunciato che chiunque arrivi dalle zone interessate dall'ultimo decreto di Palazzo Chigi dovrà comunicarlo ai medici di famiglia o alle Asl competenti e dovrà osservare un periodo di 14 giorni di isolamento fiduciario in casa. Provvedimento severo, ma comprensibile. La fuga di notizie di sabato sera - dopo che per circa 5 giorni si era vociferato di estensioni della zona rossa alla Bergamasca, il che poteva aver già indotto qualcuno a svignarsela - ha allarmato governatori e sindaci delle aree d'Italia fuori dai focolai settentrionali: il timore è che qualcuno dei pendolari possa portare con sé, inconsapevolmente, il virus. Magari in luoghi della Penisola non attrezzati a fronteggiare un'epidemia altrettanto bene della Lombardia, le cui strutture sanitarie, nondimeno, sono adesso sottoposte a una pressione insostenibile. È proprio a questa terribile eventualità che ha fatto riferimento il rimprovero di Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dello Spallanzani di Roma, intervistato ieri da Lucia Annunziata a Mezz'ora in più, su Rai 3: «La gente che è fuggita l'altra notte è un potenziale rischio per il Paese», ha protestato. Senza contare che la stazione di Milano affollata era esattamente il tipo di assembramento che si doveva evitare a tutti i costi. Tra i presidenti di Regione, c'è stato chi ha lanciato appelli accorati ai conterranei. Sul sito della Calabria, guidata da Jole Santelli, è apparso un manifesto a caratteri cubitali: «Fermatevi. Non partite. Non tornate. Non tradite la Calabria e i vostri affetti». Michele Emiliano, governatore della Puglia, ha assunto toni drammatici: «Vi parlo come se foste i miei figli, i miei fratelli, i miei nipoti: fermatevi e tornate indietro. Scendete alla prima stazione ferroviaria, non prendete gli aerei per Bari e per Brindisi, tornate indietro con le auto, lasciate l'autobus alla prossima fermata. Non portate nella vostra Puglia l'epidemia lombarda, veneta ed emiliana». Il sindaco di Salerno, Enzo Napoli, ha spedito le ambulanze a controllare la temperatura a chi era arrivato in città con il Flixbus, bloccato in piazza della Concordia e lasciato ripartire per Matera solo dopo che era stato accertato che nessuno dei passeggeri aveva la febbre superiore ai 37,5° (la soglia critica indicata dal decreto di Giuseppe Conte). Alla fine, Attilio Fontana, logicamente tra i più preoccupati per la situazione, ha dovuto provare a minimizzare: «I supermercati saranno sempre riforniti. Non stiamo andando in guerra». Ieri, complici le denunce di esponenti della maggioranza come Vito Crimi e Alessia Morani, era stato diffuso lo screenshot di un pezzo del Cnn, che chiamava in causa l'ufficio stampa della Regione Lombardia come la fonte che aveva trasmesso la bozza del decreto. Nella versione integrale della prima stesura dell'articolo, però, era menzionato anche uno «stretto collaboratore di uno dei ministri» presenti alla riunione tra i membri dell'esecutivo. Fontana ha poi smentito di essere la «talpa», mentre Conte ha definito «inaccettabile la fuga di notizie sul decreto». La prima agenzia, verso le 19.30 di sabato, era partita da Roma e parlava di un «decreto che l'Ansa ha potuto visionare». Fatto sta che il pasticcio, scatenando il panico e innescando l'esodo, ha rischiato di provocare un'emergenza nell'emergenza. Intanto, proseguono gli screzi tra enti locali e governo. Il Viminale, in una circolare indirizzata ai suoi rappresentanti territoriali, ha precisato che «non risultano coerenti con il quadro normativo le ordinanze delle Regioni contenti direttive ai prefetti», i quali rispondono «unicamente all'autorità nazionale». Un rimbrotto a Regioni e Comuni, entrati più volte in attrito con Conte durante la crisi del coronavirus, specialmente in merito ai provvedimenti di chiusura delle scuole. Così, da un lato va censurata l'irresponsabilità dei «profughi dell'aperitivo», che fino a sabato hanno affollato i locali di Milano e poi sono fuggiti prima della serrata definitiva, verso le città natie, dove un po' di movida resiste. Ma dall'altro, lascia di sale un governo che sta lasciando l'Italia come nave senza nocchiero.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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