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2021-09-26
Valseriana, i pm indagano sul paziente zero
Roberto Speranza (Ansa)
La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.
Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown.
Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.
Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.
Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».
Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.
Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca.
A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime.
Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.
Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80»
Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente».
Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno.
Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione.
Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
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La Procura di Bergamo sente l'avvocato dei familiari delle vittime, che a luglio ricevette da ignoti la cartella clinica di un cinese ricoverato con polmonite a Seriate già tre settimane prima del focolaio di Codogno. Nessuno, però, gli aveva fatto un tampone.Continuano a calare i contagi, i ricoveri ordinari (-56) e quelli in terapia intensiva (-8).Lo speciale contiene due articoli.La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown. Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca. A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime. Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/valseriana-i-pm-indagano-sul-paziente-zero-2655172681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="frenata-sulla-terza-dose-ai-sanitari-il-cts-per-ora-solo-a-rsa-e-over-80" data-post-id="2655172681" data-published-at="1632595096" data-use-pagination="False"> Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80» Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente». Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno. Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione. Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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