True
2021-09-26
Valseriana, i pm indagano sul paziente zero
Roberto Speranza (Ansa)
La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.
Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown.
Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.
Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.
Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».
Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.
Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca.
A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime.
Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.
Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80»
Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente».
Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno.
Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione.
Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
Continua a leggereRiduci
La Procura di Bergamo sente l'avvocato dei familiari delle vittime, che a luglio ricevette da ignoti la cartella clinica di un cinese ricoverato con polmonite a Seriate già tre settimane prima del focolaio di Codogno. Nessuno, però, gli aveva fatto un tampone.Continuano a calare i contagi, i ricoveri ordinari (-56) e quelli in terapia intensiva (-8).Lo speciale contiene due articoli.La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown. Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca. A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime. Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/valseriana-i-pm-indagano-sul-paziente-zero-2655172681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="frenata-sulla-terza-dose-ai-sanitari-il-cts-per-ora-solo-a-rsa-e-over-80" data-post-id="2655172681" data-published-at="1632595096" data-use-pagination="False"> Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80» Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente». Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno. Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione. Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
Continua a leggereRiduci
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
Continua a leggereRiduci
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Continua a leggereRiduci
iStock
Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
Continua a leggereRiduci