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2021-09-26
Valseriana, i pm indagano sul paziente zero
Roberto Speranza (Ansa)
La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.
Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown.
Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.
Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.
Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».
Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.
Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca.
A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime.
Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.
Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80»
Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente».
Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno.
Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione.
Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
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La Procura di Bergamo sente l'avvocato dei familiari delle vittime, che a luglio ricevette da ignoti la cartella clinica di un cinese ricoverato con polmonite a Seriate già tre settimane prima del focolaio di Codogno. Nessuno, però, gli aveva fatto un tampone.Continuano a calare i contagi, i ricoveri ordinari (-56) e quelli in terapia intensiva (-8).Lo speciale contiene due articoli.La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown. Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca. A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime. Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/valseriana-i-pm-indagano-sul-paziente-zero-2655172681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="frenata-sulla-terza-dose-ai-sanitari-il-cts-per-ora-solo-a-rsa-e-over-80" data-post-id="2655172681" data-published-at="1632595096" data-use-pagination="False"> Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80» Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente». Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno. Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione. Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
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Benjamin Netanyahu (Ansa)
Il vicecomandante della marina delle Guardie rivoluzionarie, Saeed Siahsarani, ha dichiarato all’agenzia Irna che «il campo di battaglia e lo Stretto di Hormuz sono sotto il controllo dell’Iran». L’ufficiale ha avvertito che Teheran non consentirà alcuna operazione americana contro il territorio iraniano e ha minacciato direttamente Washington. «Non permetteremo che venga portato via nemmeno un granello di polvere dal nostro Paese», ha affermato, sostenendo inoltre che nessuna petroliera possa attraversare Hormuz senza il consenso iraniano. Secondo Siahsarani, un eventuale errore degli Stati Uniti trasformerebbe il Golfo Persico «nel più grande cimitero acquatico per le forze americane». Nel frattempo gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione economica contro i Pasdaran. Il Dipartimento di Stato ha annunciato una ricompensa fino a 15 milioni di dollari per informazioni sulle spedizioni petrolifere collegate al corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche e alle reti che ne sostengono il commercio clandestino.
Sul piano diplomatico emergono intanto nuovi dettagli sui contatti tra Washington e Pechino. Secondo l’agenzia giapponese Kyodo News, il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi avrebbero concordato, durante una telefonata avvenuta ad aprile, di non permettere a nessun Paese di imporre pedaggi o restrizioni al traffico nello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore Wang Yi ha inoltre chiesto al Pakistan di intensificare il ruolo di mediazione tra Iran e Stati Uniti, assicurando il sostegno della Cina agli sforzi diplomatici di Islamabad. Donald Trump continua però a mantenere toni duri. Prima della partenza per la Cina il presidente americano ha dichiarato che con l’Iran «si farà un buon accordo, in un modo o nell’altro», precisando però che Washington non avrebbe bisogno dell’aiuto cinese per gestire la crisi.
Dietro le dichiarazioni pubbliche della Casa Bianca emergono però valutazioni differenti da parte dell’intelligence statunitense. Trump continua infatti a sostenere che l’Iran sarebbe stato «annientato», senza una marina efficiente, con un’aviazione quasi distrutta e scorte missilistiche ridotte al minimo. Secondo le informazioni riservate presentate ai membri del Congresso durante briefing a porte chiuse, la situazione sarebbe invece diversa: Teheran manterrebbe ancora significative capacità missilistiche e continuerebbe a rappresentare una seria minaccia regionale. L’Iran punta inoltre a utilizzare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva economica e strategica. Il portavoce dell’esercito iraniano Mohammad Akraminia ha dichiarato che la gestione della rotta marittima potrebbe produrre «importanti» benefici economici per Teheran, arrivando persino a raddoppiare i proventi petroliferi del Paese e rafforzandone il peso internazionale. Attraverso Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e il blocco parziale del traffico ha già provocato forti tensioni sui mercati energetici. Per Teheran, una parte dello stretto sarebbe controllata dai Pasdaran mentre la sezione orientale sarebbe sotto supervisione della marina regolare. Secondo Nbc News, l’operazione americana contro l’Iran potrebbe cambiare nome da «Epic Fury» a «Sledgehammer» («Martello da demolizione») se il cessate il fuoco fallisse e Donald Trump ordinasse una nuova offensiva senza passare dal Congresso.
Intanto Benjamin Netanyahu ha rivelato di aver compiuto una visita segreta negli Emirati Arabi Uniti durante la guerra, incontrando il presidente Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
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