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2021-09-26
Valseriana, i pm indagano sul paziente zero
Roberto Speranza (Ansa)
La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.
Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown.
Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.
Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.
Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».
Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.
Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca.
A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime.
Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.
Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80»
Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente».
Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno.
Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione.
Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
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La Procura di Bergamo sente l'avvocato dei familiari delle vittime, che a luglio ricevette da ignoti la cartella clinica di un cinese ricoverato con polmonite a Seriate già tre settimane prima del focolaio di Codogno. Nessuno, però, gli aveva fatto un tampone.Continuano a calare i contagi, i ricoveri ordinari (-56) e quelli in terapia intensiva (-8).Lo speciale contiene due articoli.La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown. Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca. A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime. Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/valseriana-i-pm-indagano-sul-paziente-zero-2655172681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="frenata-sulla-terza-dose-ai-sanitari-il-cts-per-ora-solo-a-rsa-e-over-80" data-post-id="2655172681" data-published-at="1632595096" data-use-pagination="False"> Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80» Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente». Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno. Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione. Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi al suo arrivo ai colloqui in Oman (Ansa)
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
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Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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