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2021-09-26
Valseriana, i pm indagano sul paziente zero
Roberto Speranza (Ansa)
La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.
Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown.
Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.
Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.
Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».
Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.
Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca.
A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime.
Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.
Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80»
Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente».
Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno.
Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione.
Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
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La Procura di Bergamo sente l'avvocato dei familiari delle vittime, che a luglio ricevette da ignoti la cartella clinica di un cinese ricoverato con polmonite a Seriate già tre settimane prima del focolaio di Codogno. Nessuno, però, gli aveva fatto un tampone.Continuano a calare i contagi, i ricoveri ordinari (-56) e quelli in terapia intensiva (-8).Lo speciale contiene due articoli.La storia italiana ed europea della pandemia del 2020 potrebbe essere da riscrivere. A dare concretezza a tale scenario è un documento, per la precisione una cartella clinica, su cui si sta concentrando l'inchiesta della Procura di Bergamo sull'inizio della pandemia e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano. Prima di vedere perché potrebbe esser vicina una svolta sulla ricostruzione dell'apocalisse pandemica - che alla provincia bergamasca è costata, nel marzo dello scorso anno, 5.919 vite umane (dati Istat) con un eccesso di mortalità del 568% rispetto alla media di cinque anni prima - urge un breve riepilogo.Ufficialmente la storia del Covid, in Italia, inizia il 21 febbraio 2020 con l'esito positivo di un tampone al paziente uno, un uomo di 38 anni ricoverato a Codogno, effettuato grazie alla dottoressa Annalisa Malara, che agisce d'istinto e in violazione dei protocolli. La Lombardia e 14 province nel Nord vengono poi dichiarate zona rossa l'8 marzo; il giorno dopo è invece tutta l'Italia a diventare «zona protetta», ma solo dal 23 marzo tutte le attività produttive verranno chiuse, dando inizio al vero lockdown. Così è andata, ma avrebbe potuto andare assai diversamente. Sì, perché quest'estate, ai primi di luglio, Consuelo Locati, avvocato alla guida del pool di legali impegnati nella causa di centinaia di familiari delle vittime del Covid contro il governo, si è trovata nella buca delle lettere un documento esplosivo: la cartella clinica di una persona residente a pochi chilometri da Alzano Lombardo e Nembro, che manifestava sintomi riconducibili al Covid-19 già tre settimane prima che esplodessero i focolai di Codogno, di Bergamo e della Bassa Valle Seriana.Si tratta di un cinese di 54 anni che era stato ricoverato all'ospedale Bolognini di Seriate il 26 gennaio 2020 con tosse e dispnea, sintomi riconducibili al Covid. L'uomo, cui era stata diagnosticata una polmonite bilaterale, era successivamente stato dimesso il 17 febbraio. Ora, perché questa vicenda è significativa? Semplice: perché a questo paziente non è mai stato effettuato alcun tampone; il che appare singolare dato che, secondo le linee guida vigenti dal 22 gennaio, in un caso simile un controllo avrebbe dovuto essere svolto.Successivamente, dal 27 gennaio, nuove indicazioni ministeriali avrebbero vincolato la definizione di casi sospetti a pazienti a collegamenti con la Cina e Wuhan (è per questo che la dottoressa Malara, per scoprire il paziente uno, dovette «disobbedire»), ma un controllo su quel cinquantaquattrenne cinese avrebbe potuto essere la svolta. Lo stesso virologo Fabrizio Pregliasco, messo davanti alla cartella clinica di quel paziente, nel servizio mandato in onda a Fuori dal coro il 14 settembre, ha ammesso che si sarebbe dovuto procedere a un tampone: «Mi sento di dire “caso dubbio", che poteva dare l'esigenza di un tampone».Che la faccenda scotti lo prova il fatto che l'avvocato Locati, proprio sul caso di questo possibile paziente zero, è stata recentemente sentita come persona informata sui fatti nell'ambito dell'inchiesta della Procura di Bergamo; da parte sua, invece, l'Asst Bergamo Est - che ha in capo l'ospedale di Seriate - ha sporto querela per capire come un documento sensibile quale la cartella clinica di quel paziente possa essere uscito. In attesa di vedere che sviluppi anche giudiziari avrà la vicenda, il dilemma sul mancato tampone a quel paziente assume contorni gravi.Anzitutto perché, se quel cittadino cinese - tutt'ora vivo e residente in Italia - era positivo, significa che per tutte le tre settimane del suo ricovero, ha potenzialmente potuto infettare un gran numero di persone, tra ricoverati e personale sanitario. È solo un'ipotesi, lo si ripete, ma un'ipotesi da far tremare le vene e i polsi. In secondo luogo, la possibile positività di quel paziente già a fine gennaio 2020 sarebbe una ulteriore dimostrazione di quanto tardiva sia stata l'istituzione della zona rossa in particolare nella Bergamasca. A tal proposito, l'ex generale dell'Esercito, Pier Paolo Lunelli, consulente del pool della Locati, ha calcolato, partendo da uno studio di Andrea Crisanti sui casi di Vo' Euganeo del 27 febbraio, che una zona rossa istituita quel giorno avrebbe limitato i morti over 65 a 61, cifra che sarebbe salita a 184 con una zona rossa il 3 marzo. Invece, come già detto, le attività produttive sono state chiuse solo il 23 marzo, con la gente che fino ad allora si poteva recare al lavoro; ne consegue che, con un lockdown che nella Bergamasca fosse iniziato a fine gennaio - sempre nell'ipotesi della positività del possibile «paziente zero» asiatico - si sarebbe verosimilmente potute evitare la gran parte delle 6.000 vittime. Infine, fa notare alla Verità Robert Lingard, consulente dei familiari delle vittime del Covid, il mancato tampone a quel paziente - ma anche a tutti quelli, dal 27 gennaio 2020 in poi, con sintomi ma senza collegamenti con la Cina - potrebbe gettare una nuova luce, in termini di consapevolezza, sulle note correttive di Cristiana Salvi, responsabile della comunicazione di Oms Europa, al report di Francesco Zambon, laddove esso criticava le linee guida ministeriali, tacciandole di non essere state, all'inizio, sufficientemente stringenti per «individuare il nuovo coronavirus». Dietro il giallo del possibile «paziente zero» potrebbero dunque celarsi molte delle responsabilità, a partire da quelle del ministro Roberto Speranza, della pessima gestione della prima, letale ondata italiana di Covid.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/valseriana-i-pm-indagano-sul-paziente-zero-2655172681.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="frenata-sulla-terza-dose-ai-sanitari-il-cts-per-ora-solo-a-rsa-e-over-80" data-post-id="2655172681" data-published-at="1632595096" data-use-pagination="False"> Frenata sulla terza dose ai sanitari. Il Cts: «Per ora solo a Rsa e over 80» Bisognerà aspettare la circolare con le linee guida del ministro della Salute, Roberto Speranza, ma intanto il Cts ha fornito il suo parere sulla dose booster, cioè la terza, di vaccino: sì a over 80 e ospiti delle Rsa, no agli operatori sanitari. Il Comitato tecnico scientifico, che si è riunito ieri pomeriggio, ha preferito rinviare la valutazione perché «non è urgente». Nessun dubbio invece sulla somministrazione aggiuntiva di vaccino anti Covid, esclusivamente Pfizer e Moderna, agli over 80, perché «sono persone fragili di natura, non tanto per l'età, quanto perché in questa fase della vita è molto probabile la sovrapposizione di patologie croniche che, in caso di contagio, esporrebbero questi pazienti al rischio di sviluppare una malattia da Covid grave e con esiti definitivi». Motivazione valida anche per gli anziani ospiti delle residenze sanitarie, anche di età inferiore agli 80 anni, ma comunque fragili, con l'aggravante di ritrovarsi in una comunità che li espone di più al rischio contagio; il che li rende più bisognosi di protezione vaccinale. Per gli anziani, dunque, le Regioni potranno già aprire le prenotazioni una volta ultimate le fasce dei più fragili. Invece, malgrado l'Aifa si sia già espressa a favore della terza dose per gli operatori sanitari impegnati in servizi a più alto rischio di contagio, come reparti Covid e rianimazione, oppure che hanno loro stessi fattori di rischio per malattie come il diabete, il Cts ha preferito rinviare. Gli esperti del Comitato vogliono capire a quali sanitari somministrare la terza dose: se a quelli più a rischio o a tutti quelli che prestano servizio, considerando così il rischio dei sanitari «universale». Anche le agenzie internazionali non hanno preso una direzione netta sull'opportunità di richiamare i sanitari: non tutti potrebbero averne necessità, poiché sufficientemente protetti dalle due inoculazioni ricevute all'inizio dell'anno. Comunque il numero dei casi fra gli operatori sanitari è in diminuzione dalla seconda metà di agosto, anche se più lentamente rispetto alla discesa dei casi nel resto della popolazione, come rileva il Report esteso dell'Istituto superiore di sanità. Emerge un lieve incremento in corrispondenza dell'aumento del numero dei casi nella restante popolazione, a inizio luglio. Mentre i casi nella popolazione sono in forte diminuzione dalla seconda metà di agosto, i casi fra sanitari stanno diminuendo più lentamente (358 rispetto a 380 della settimana precedente) e sono ora pari al 2,1% rispetto al resto della popolazione. Intanto, il bollettino del ministero della Salute diramato ieri conferma il trend calante dei contagi, con 3.525 nuovi casi (erano 4.578 una settimana fa) e 50 morti. Venerdì c'erano stati 3.797 contagi e 52 morti. Sono stati effettuati 357.491 tamponi molecolari e antigenici, con un tasso di positività dell'1%, contro l'1,4% del giorno precedente. Sono 481 i pazienti ricoverati in terapia intensiva per il Covid, in calo di 8 rispetto a venerdì e 73 in meno rispetto il 14 settembre. Gli ingressi giornalieri, secondo i dati del ministero, sono stati 26 - venerdì erano 35. I ricoverati con sintomi nei reparti ordinari sono 3.497, 56 meno di venerdì e contro i 4.165 dello scorso 14 settembre. In particolare, tra gli over 80, negli ultimi 30 giorni, il tasso di ricovero fra i non vaccinati è stato nove volte più alto rispetto a quello dei vaccinati, nelle terapie intensive 11 volte più alto e il tasso di decessi 14 volte maggiore.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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