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2018-08-26
Unione addio: alla Diciotti ci pensa l’Albania
Ansa
Sbarco dei malati e identificazione a bordo dei restanti. Dopo aver lasciato scendere a terra una donna incinta e i 27 minori, ieri c'è stato il secondo passaggio verso una possibile soluzione del caso Diciotti, la nave della Guardia Costiera italiana da cinque giorni ormeggiata nel porto di Catania con 150 migranti a bordo, in gran parte eritrei, recuperati da un barcone al largo dell'isola di Malta.
La fermezza del Viminale non vacilla neanche dopo la risposta negativa dell'Ue sulla ripartizione degli immigrati e sul finanziamento del bilancio europeo e, semmai, si rafforza se al concetto di sicurezza si aggiunge quello di tutela sanitaria. Lo sbarco imposto dalle autorità sanitarie, tre casi di sospetta tubercolosi, dimostra quello che spesso è stato sostenuto, soprattutto quando si parlava di ampliamento delle vaccinazioni obbligatorie e cioè che molte malattie vengono portate in Italia dagli immigrati, arrivando da Paesi con scarsa prevenzione e soprattutto affrontando viaggi privi di igiene e controlli sanitari. L'altra soluzione è stata proposta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, che mantiene il divieto allo sbarco, ed è stata annunciata su RaiRadio1: «Sto valutando la possibilità di fare procedure di identificazione e riconoscimento per individuare e separare profughi veri, che sono la minoranza, dai finti profughi prima ancora che le persone sbarchino». Salvini pensa cioè di effettuare in nave le verifiche che normalmente richiedono mesi nei centri di identificazione: la procedura del riconoscimento dell'eventuale diritto è infatti necessariamente lunga e complessa. Nella dialettica con Bruxelles, il ministro dell'Interno si accoda al premier, Giuseppe Conte, e batte il tasto del bilancio Ue: «È l'Europa che ha bisogno dell'Italia e non viceversa. In questi anni l'Europa ha spremuto l'Italia come un limone, prendendo miliardi di euro ma danneggiando agricoltori e pescatori. Finalmente c'è un governo non di servi, e quindi quando l'Europa ci chiederà il voto sul bilancio, che dovrà passare all'unanimità per spendere i propri soldi, ecco che il voto dell'Italia non ci sarà». Fonti del Viminale, nel pomeriggio, avevano rivelato l'esistenza di sondaggi riguardo la disponibilità ad accogliere gli extracomunitari a bordo della Diciotti da parte di «alcune nazioni al di fuori dell'Ue». E in serata è arrivata una dichiarazione ufficiale di Ditmir Bushati, ministro degli Esteri dell'Albania: «Italia! Non possiamo sostituire l'Ue ma siamo sempre qui, dall'altra parte di un mare in cui un tempo eravamo noi gli eritrei in attesa che l'Europa si svegliasse. Ieri l'Italia ha salvato noi e oggi siamo pronti a dare una mano». Dalla Farnesina, il ministro Enzo Moavero Milanesi ha plaudito Tirana: «Ringrazia l'Albania per la decisione di accogliere 20 profughi della nave Diciotti. Un segnale di grande solidarietà e amicizia molto apprezzato dall'Italia».
E mentre gli ecclesiastici siciliani si sono detti pronti allo sciopero della fame - come annunciato dal vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, delegato Cei per le migrazioni - fonti del Viminale avevano riferito di una situazione di «assoluta tranquillità» e di «una linea della fermezza che non cambia» nel quadro generale. Il vicepremier Salvini aveva poi espresso «ringraziamento e sostegno» ai militari a bordo dell'imbarcazione e a «tutti gli uomini della Guardia costiera e della Marina militare per l'impegno e il sacrificio di questi anni e di queste ore. A tutte loro e a tutti loro garantisco che il mio obiettivo da ministro è che possano tornare a fare il lavoro per cui si sono arruolate e arruolati, ovvero difendere i confini e la sicurezza dei cittadini italiani».
«Orgoglioso ogni giorno di più della professionalità dimostrata dalla Guardia costiera. Nessuno può dare lezioni all'Italia per lo sforzo umanitario», ha invece scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Ieri comunque hanno lasciato la nave 11 donne e 5 uomini dopo l'ordine imposto dall'ufficio di Sanità marittima di Catania per motivi medici. Infatti, erano saliti a bordo dottori e ispettori del ministero della Salute, camici bianchi dell'Usmaf e della Regione per un controllo clinico. E proprio i medici, intervenuti con l'ok della ministra Giulia Grillo, hanno ordinato lo sbarco (in questi casi non è necessario il via libera del ministero dell'Interno) di 16 migranti a causa delle loro condizioni di salute, rilevando tra gli uomini tre casi di presunta tubercolosi e due di polmonite e ricoverando le donne, alcune delle quali violentate in Libia, in codice rosa nel reparto di ginecologia dell'ospedale Garibaldi di Catania. A questo punto sul pattugliatore restano 134 migranti (tra eritrei, migranti delle Isole Comore, bengalesi, siriani, un egiziano e un somalo), molti dei quali affetti da scabbia. Ieri mattina a Roma il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, titolare dell'inchiesta sulla vicenda Diciotti, aperta per sequestro di persona e arresto illegale, ha iniziato ad ascoltare come «persone informate sui fatti» alcuni funzionari del ministero con l'obiettivo di capire chi ha impartito loro ordini e quali fossero. E mentre il vicepremier Salvini si chiede «perché il magistrato ha iniziato ad interrogare i funzionari e non il ministro», due avvocati molisani, Salvatore e Giuliano Di Pardo, hanno presentato ricorso urgente al Tar di Catania per conto di due associazioni umanitarie, l'Alterego Diritti onlus e K-Alma, perché ritengono illegale trattenere i migranti a bordo. Intanto ieri il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha commentato: «È innegabile appurare che oggi ci troviamo di fronte ad un'Europa divisa, ad un'Europa che vuole arrivare su Marte e poi si ferma a Catania! Davanti a una tale chiusura, l'Italia deve mostrarsi in grado di reagire. E quando lo fa, deve tenere sempre a mente un punto, chiaro e inequivocabile: la difesa e la tutela delle nostre forze armate».
Nel frattempo ci sarebbero stati contatti telefonici tra il presidente della Camera, Roberto Fico, e il vicepremier Di Maio per aggiornamenti sul tema migranti dopo che Fico era intervenuto per chiedere al governo di far sbarcare i passeggeri della Diciotti prima di procedere «alla loro ricollocazione nella Ue».
Caccia al «colpevole» sul caos clandestini, i pm torchiano gli uomini di Salvini
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Sbarcati in 16 per problemi sanitari (scabbia e sospetti di tbc). Mentre Bruxelles continua a ignorare il problema, il governo italiano trova l'accordo con Tirana, che prenderà 20 africani: «Quando l'Europa ci ignorava, ci aiutaste voi. Ora ricambiamo».Le toghe di Agrigento sono andate a Roma: interrogati per 3 ore i tecnici del Viminale. Il ministro Matteo Salvini: «Decisioni mie, venite da me».Lo speciale contiene due articoli.Sbarco dei malati e identificazione a bordo dei restanti. Dopo aver lasciato scendere a terra una donna incinta e i 27 minori, ieri c'è stato il secondo passaggio verso una possibile soluzione del caso Diciotti, la nave della Guardia Costiera italiana da cinque giorni ormeggiata nel porto di Catania con 150 migranti a bordo, in gran parte eritrei, recuperati da un barcone al largo dell'isola di Malta. La fermezza del Viminale non vacilla neanche dopo la risposta negativa dell'Ue sulla ripartizione degli immigrati e sul finanziamento del bilancio europeo e, semmai, si rafforza se al concetto di sicurezza si aggiunge quello di tutela sanitaria. Lo sbarco imposto dalle autorità sanitarie, tre casi di sospetta tubercolosi, dimostra quello che spesso è stato sostenuto, soprattutto quando si parlava di ampliamento delle vaccinazioni obbligatorie e cioè che molte malattie vengono portate in Italia dagli immigrati, arrivando da Paesi con scarsa prevenzione e soprattutto affrontando viaggi privi di igiene e controlli sanitari. L'altra soluzione è stata proposta dal ministro dell'Interno Matteo Salvini, che mantiene il divieto allo sbarco, ed è stata annunciata su RaiRadio1: «Sto valutando la possibilità di fare procedure di identificazione e riconoscimento per individuare e separare profughi veri, che sono la minoranza, dai finti profughi prima ancora che le persone sbarchino». Salvini pensa cioè di effettuare in nave le verifiche che normalmente richiedono mesi nei centri di identificazione: la procedura del riconoscimento dell'eventuale diritto è infatti necessariamente lunga e complessa. Nella dialettica con Bruxelles, il ministro dell'Interno si accoda al premier, Giuseppe Conte, e batte il tasto del bilancio Ue: «È l'Europa che ha bisogno dell'Italia e non viceversa. In questi anni l'Europa ha spremuto l'Italia come un limone, prendendo miliardi di euro ma danneggiando agricoltori e pescatori. Finalmente c'è un governo non di servi, e quindi quando l'Europa ci chiederà il voto sul bilancio, che dovrà passare all'unanimità per spendere i propri soldi, ecco che il voto dell'Italia non ci sarà». Fonti del Viminale, nel pomeriggio, avevano rivelato l'esistenza di sondaggi riguardo la disponibilità ad accogliere gli extracomunitari a bordo della Diciotti da parte di «alcune nazioni al di fuori dell'Ue». E in serata è arrivata una dichiarazione ufficiale di Ditmir Bushati, ministro degli Esteri dell'Albania: «Italia! Non possiamo sostituire l'Ue ma siamo sempre qui, dall'altra parte di un mare in cui un tempo eravamo noi gli eritrei in attesa che l'Europa si svegliasse. Ieri l'Italia ha salvato noi e oggi siamo pronti a dare una mano». Dalla Farnesina, il ministro Enzo Moavero Milanesi ha plaudito Tirana: «Ringrazia l'Albania per la decisione di accogliere 20 profughi della nave Diciotti. Un segnale di grande solidarietà e amicizia molto apprezzato dall'Italia». E mentre gli ecclesiastici siciliani si sono detti pronti allo sciopero della fame - come annunciato dal vescovo di Noto, monsignor Antonio Staglianò, delegato Cei per le migrazioni - fonti del Viminale avevano riferito di una situazione di «assoluta tranquillità» e di «una linea della fermezza che non cambia» nel quadro generale. Il vicepremier Salvini aveva poi espresso «ringraziamento e sostegno» ai militari a bordo dell'imbarcazione e a «tutti gli uomini della Guardia costiera e della Marina militare per l'impegno e il sacrificio di questi anni e di queste ore. A tutte loro e a tutti loro garantisco che il mio obiettivo da ministro è che possano tornare a fare il lavoro per cui si sono arruolate e arruolati, ovvero difendere i confini e la sicurezza dei cittadini italiani». «Orgoglioso ogni giorno di più della professionalità dimostrata dalla Guardia costiera. Nessuno può dare lezioni all'Italia per lo sforzo umanitario», ha invece scritto su Twitter il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Ieri comunque hanno lasciato la nave 11 donne e 5 uomini dopo l'ordine imposto dall'ufficio di Sanità marittima di Catania per motivi medici. Infatti, erano saliti a bordo dottori e ispettori del ministero della Salute, camici bianchi dell'Usmaf e della Regione per un controllo clinico. E proprio i medici, intervenuti con l'ok della ministra Giulia Grillo, hanno ordinato lo sbarco (in questi casi non è necessario il via libera del ministero dell'Interno) di 16 migranti a causa delle loro condizioni di salute, rilevando tra gli uomini tre casi di presunta tubercolosi e due di polmonite e ricoverando le donne, alcune delle quali violentate in Libia, in codice rosa nel reparto di ginecologia dell'ospedale Garibaldi di Catania. A questo punto sul pattugliatore restano 134 migranti (tra eritrei, migranti delle Isole Comore, bengalesi, siriani, un egiziano e un somalo), molti dei quali affetti da scabbia. Ieri mattina a Roma il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, titolare dell'inchiesta sulla vicenda Diciotti, aperta per sequestro di persona e arresto illegale, ha iniziato ad ascoltare come «persone informate sui fatti» alcuni funzionari del ministero con l'obiettivo di capire chi ha impartito loro ordini e quali fossero. E mentre il vicepremier Salvini si chiede «perché il magistrato ha iniziato ad interrogare i funzionari e non il ministro», due avvocati molisani, Salvatore e Giuliano Di Pardo, hanno presentato ricorso urgente al Tar di Catania per conto di due associazioni umanitarie, l'Alterego Diritti onlus e K-Alma, perché ritengono illegale trattenere i migranti a bordo. Intanto ieri il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, ha commentato: «È innegabile appurare che oggi ci troviamo di fronte ad un'Europa divisa, ad un'Europa che vuole arrivare su Marte e poi si ferma a Catania! Davanti a una tale chiusura, l'Italia deve mostrarsi in grado di reagire. E quando lo fa, deve tenere sempre a mente un punto, chiaro e inequivocabile: la difesa e la tutela delle nostre forze armate». Nel frattempo ci sarebbero stati contatti telefonici tra il presidente della Camera, Roberto Fico, e il vicepremier Di Maio per aggiornamenti sul tema migranti dopo che Fico era intervenuto per chiedere al governo di far sbarcare i passeggeri della Diciotti prima di procedere «alla loro ricollocazione nella Ue». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/unione-addio-alla-diciotti-ci-pensa-lalbania-2598997351.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="caccia-al-colpevole-sul-caos-clandestini-i-pm-torchiano-gli-uomini-di-salvini" data-post-id="2598997351" data-published-at="1781542544" data-use-pagination="False"> Caccia al «colpevole» sul caos clandestini, i pm torchiano gli uomini di Salvini Chi ha dato l'ordine di bloccare la nave Diciotti al largo di Lampedusa e successivamente di non far sbarcare gli immigrati una volta arrivati a Catania? Sono le domande alle quali dovrà rispondere l'inchiesta, al momento contro ignoti, aperta dal procuratore di Luigi Patronaggio con le ipotesi di reato di sequestro di persona e arresto illegale, alle quali potrebbe aggiungersi l'abuso di ufficio. In realtà, un «reo confesso» c'è già: il ministro dell'Interno Matteo Salvini, che lo scorso 22 agosto aveva dichiarato: «Leggevo che la Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo contro ignoti per sequestro di persona. Sono qua, non sono ignoto. Sono ministro dell'Interno di questo Paese», aveva detto Salvini, «con il mandato preciso di difendere i confini, di occuparsi della sicurezza. Se bloccare una, due, tre, quattro o cinque navi mi comporta accuse e processi, ci sono. Nessun ignoto, indagate me! Sono io che non voglio che altri clandestini sbarchino in Italia. Mi autodenuncio. Se mi arrestano», aveva concluso Salvini, «mi venite a trovare amici?». Un'inchiesta giudiziaria dai mille risvolti politici, quella del procuratore di Agrigento, nella «migliore» tradizione italiana. Una inchiesta che ieri ha visto Patronaggio impegnato, a Roma, in una serie di audizioni che si sono svolte presso la sede della Procura capitolina. Il procuratore di Agrigento ha ascoltato, come persone informate sui fatti, alcuni funzionari del ministero dell'Interno e della Guardia costiera. Per quel che riguarda il Viminale, sono stati ascoltati, tra gli altri, i vertici del dipartimento per le libertà civili e una serie di funzionari, quelli che avrebbero trasmesso l'ordine di non far attraccare la Diciotti a Lampedusa e successivamente, una volta giunta la nave a Catania, di non far sbarcare gli immigrati. Le audizioni dei funzionari del ministero dell'Interno a piazzale Clodio sono durate circa tre ore. Al termine, Patronaggio non ha rilasciato alcuna dichiarazione ai giornalisti. Patronaggio, prima di partire per Roma, aveva analizzato i report sulla situazione sanitaria a bordo e le dichiarazioni raccolte nel corso della sua ispezione sulla nave, e ha sentito funzionari delle prefetture siciliane. Se, come pare certo, il ministro Salvini si assumerà la totale responsabilità degli ordini, il fascicolo verrà trasmesso al tribunale dei ministri. «Interrogasse me», ha sottolineato Matteo Salvini, relativamente alle audizioni del procuratore di Agrigento, «andasse dal capo. Se questo magistrato vuole capire qualcosa gli consiglio di evitare i passaggi intermedi. Trovo meschino fare domande ai funzionari». Identico ragionamento se l'inchiesta dovesse riguardare anche il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, competente sulla gestione dei porti. Patronaggio non si baserà, trapela dalla Procura, sulle esternazioni di Salvini, ma solo sugli atti ufficiali. Nei confronti di Salvini è stata presentata anche una denuncia alla Procura della Repubblica di Treviso, firmata da alcuni cittadini, in cui si ipotizza il reato d'istigazione all'odio razziale , aggravata dalla posizione di responsabile di una pubblica funzione. Secondo i firmatari dell'esposto, il reato si sarebbe consumato attraverso una serie di affermazioni pubbliche rese dal ministro nei mesi scorsi, tra le quali la famosa frase: «La pacchia è finita». Il braccio di ferro tra una parte della magistratura italiana e Matteo Salvini approda anche al Csm. Ieri quattro membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Valerio Fracassi, Claudio Galoppi, Aldo Morgigni e Luca Palamara hanno scritto al vicepresidente, Giovanni Legnini, chiedendo che del «caso Diciotti» si occupi il primo plenum, in programma il prossimo 5 settembre. «Le vicende relative al trattenimento a bordo della nave Diciotti», scrivono i quattro membri togati del Csm, «hanno fatto registrare, negli ultimi giorni, interventi di esponenti del mondo politico e, soprattutto, delle istituzioni, anche in relazione agli accertamenti giurisdizionali in corso». «Gli interventi a cui abbiamo assistito», aggiungono Fracassi, Galoppi, Morgigni e Palamara, «per provenienza, toni e contenuti, rischiano di incidere negativamente sul regolare esercizio degli accertamenti in corso. Riteniamo che sia necessario un intervento del Csm per tutelare l'indipendenza della magistratura e il sereno svolgimento delle attività di indagine. In attesa di valutare eventuali altre iniziative, è opportuna una immediata riflessione sull'argomento».
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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Le attività investigative, avviate nel 2024 a seguito di approfondimenti fiscali su una società con sede nel Lodigiano, risultata essere una società cartiera che emetteva fatture per operazioni inesistenti per migliaia di euro, hanno portato alla luce un’organizzazione criminale in grado di trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro.
Secondo gli investigatori, il sodalizio sfruttava i complessi meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto «underground banking», ossia sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei circuiti finanziari ufficiali e regolamentati, aggirando i controlli antiriciclaggio. Le somme venivano spesso trasferite attraverso triangolazioni con altri Paesi europei prima di giungere a destinazione.
Questo sistema consentiva ai beneficiari delle fatture false di riciclare proventi derivanti da diverse tipologie di reati presupposto, tra cui reati tributari, societari e fallimentari, ma anche attività legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Parallelamente, soggetti appartenenti alla comunità cinese avrebbero potuto riciclare ingenti quantità di denaro proveniente dalle proprie attività economiche e rimpatriare in Cina somme già «ripulite».
Il meccanismo si basava su una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle fatture false e i bonifici effettuati da questi ultimi sui conti correnti gestiti dall’organizzazione.
In numerose operazioni i trasferimenti venivano effettuati mediante l’utilizzo dei cosiddetti «virtual iban», particolari codici che consentono di reindirizzare i fondi verso un unico conto principale, mascherando i reali beneficiari e rendendo particolarmente complessa la ricostruzione dei flussi finanziari legati alle false fatturazioni.
L’organizzazione criminale avrebbe operato attraverso 41 società cartiere, gestite da un ufficio anonimo con sede a Chiari, in provincia di Brescia. Attraverso queste strutture sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro nei confronti di numerose società clienti.
Le somme ricevute venivano successivamente trasferite all’estero e, in un secondo momento, retrocesse in contanti alle società beneficiarie delle false fatture. Per questo servizio l’organizzazione tratteneva una commissione pari al 10 per cento degli importi movimentati.
Le indagini hanno inoltre accertato che alcune società avrebbero indebitamente sfruttato le normative agevolative previste per gli eventi sismici dell’Abruzzo del 2009 e quelle introdotte durante la pandemia da Covid-19, inserendo in contabilità crediti inesistenti utilizzati per compensare debiti di natura fiscale, previdenziale e assicurativa.
Una delle società cartiere sarebbe stata utilizzata anche per realizzare una frode Iva nell’importazione di merci dall’India attraverso il ricorso illecito al regime del deposito Iva, che consente agli operatori economici di lavorare in sospensione d’imposta e di rinviare il pagamento dell’Iva a una fase successiva all’importazione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la società fittizia si limitava a interporsi tra il fornitore e il destinatario finale della merce, senza svolgere alcuna reale attività commerciale e senza mai assolvere al pagamento dell’imposta dovuta.
Tra i destinatari delle misure cautelari personali figura anche un commercialista italiano, ritenuto responsabile della gestione amministrativa e contabile delle imprese riconducibili all’organizzazione. L’uomo avrebbe predisposto i modelli F24 utilizzati dalle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria per conferire alle aziende coinvolte una parvenza di regolarità formale.
Contestualmente all’esecuzione delle otto misure cautelari personali — tra cui gli arresti domiciliari nei confronti del presunto capo dell’associazione, con applicazione del braccialetto elettronico — l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di circa 31 milioni di euro.
I sequestri hanno riguardato i componenti dell’organizzazione e gli altri indagati, nonché le 41 società cartiere, i relativi conti correnti e l’ufficio «occulto» utilizzato per la gestione dell’intera struttura criminale.
Le misure patrimoniali hanno interessato disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, autovetture e beni di lusso, tra cui orologi e preziosi.
Nel corso delle perquisizioni, grazie al supporto delle unità cinofile «cash dog» in servizio presso i reparti della Guardia di Finanza degli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati oltre 100mila euro in contanti occultati all’interno di immobili e autovetture.s
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