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2019-05-09
Un uomo lega Consip e l’inchiesta sugli appalti calabresi
Ansa
Il museo di Alarico, la ferrovia Cosenza-Catanzaro, le tratte turistiche, il nuovo ospedale di Cosenza: sono i piccoli e grandi affari che secondo gli inquirenti stavano molto a cuore alla cricca affaristico politica calabrese targata Pd. La Procura di Catanzaro ha raccolto tutte le accuse in un unico pacchetto che ha spedito martedì ai 20 destinatari. Il loro telefono scottava da anni, visto che l'accusa di associazione a delinquere, secondo la Procura, va retrodatata al 2014 e, scrive il procuratore Nicola Gratteri, è «condotta permanente».
Da quasi cinque anni ininterrottamente, insomma, la cricca dem con a capo Nicola Adamo, già esponente del Pci, vicepresidente della Regione Calabria ai tempi di Agazio Loiero, deputato nella passata legislatura, indagato nel 2006 e nel 2012 in inchieste dalle quali poi è uscito assolto, avrebbe condizionato appalti e scelte politiche. Adamo nei capi d'accusa viene descritto come il burattinaio. Anzi, come il maestro burattinaio. Perché a muovere i fili delle marionette insieme al compagno Adamo ci sarebbe stato il governatore Mario Oliverio, anche lui del Pd e anche lui accusato di associazione a delinquere. Neanche due settimane fa la Cassazione gli ha revocato l'esilio a San Giovanni in Fiore, paesino della Sila, al quale era stato obbligato per circa tre mesi dalla Procura. In un'altra indagine, denominata Lande desolate, la Guardia di finanza l'avrebbe beccato a pasticciare con un'impresa in odore di 'ndrangheta che aveva messo le mani sui lavori per l'aviosuperficie di Scalea e sull'impianto sciistico di Lorica. Il governatore non ha fatto in tempo a scrivere su Facebook «verità e onestà non si calpestano» che la Procura gli ha spedito il secondo pacco regalo con l'accusa di associazione a delinquere. I due manovratori, stando alla ricostruzione dell'accusa, erano così potenti da riuscire a orientare le scelte politiche della Regione. Quando non ci riuscivano avrebbero messo in campo strategie per far fuori gli avversari. Nel caso di Mario Occhiuto (ironia della sorte, in questa indagine è sia indagato sia parte offesa), sindaco di Cosenza e candidato forzista alla presidenza della Regione, avrebbero tramato per togliergli la maggioranza in Consiglio. E, così, Adamo e Oliverio, sarebbero stati beccati a telefono mentre congiuravano.
Se vince il centrosinistra «lui va alla ricerca di fargli il vicesindaco, no? Se si perdono le elezioni comunali, siccome è un manager, è un ingegnere, un incarico regionale, in attesa che si candida la prossima volta alla Regione, però ci deve essere». La risposta: «Va bene, va bene, ok, ciao ciao. È meglio non parlarne al telefono».
Il dialogo fra i due è riportato nel provvedimento con cui il gip ha sospeso dai pubblici incarichi altri due indagati e si riferisce alle dimissioni di 17 consiglieri comunali di Cosenza, alcuni dei quali di maggioranza, che portarono alla decadenza di Occhiuto. Per questo episodio è indagato anche l'ex presidente del Consiglio comunale Luca Morrone. Dietro a quelle dimissioni, secondo l'accusa, ci sarebbe stata proprio la regia di Adamo. Il gip riporta anche il testo di un sms inviato da Adamo al capogruppo del Pd alla Regione Sebi Romeo (che non è indagato): «Se riusciamo a far cadere Occhiuto, dobbiamo farlo con chiarezza, non deve apparire come una congiura di Palazzo, rischieremmo un boomerang».
Morrone, stando alla ricostruzione giudiziaria dell'intrigo politico, avrebbe accettato di firmare le dimissioni in cambio della carica di vicesindaco nella eventuale nuova maggioranza o un incarico di ingegnere alla Regione. Ed è in questo contesto che si inserisce la conversazione intercettata tra Adamo e Oliverio. La finalità sarebbe stata quella di spodestare il sindaco per piazzare i propri uomini nei posti strategici. E alcuni appalti che avrebbero fatto gola alla cricca ricadevano proprio nella città di Cosenza. Nell'intreccio si sarebbe mossa bene anche una vecchia conoscenza della Verità: Rocco Borgia da Melicuccà, paesello della provincia di Reggio Calabria. Anche lui è indagato per associazione a delinquere e viene descritto come un «intermediario» per conto di una potente coop del settore edilizio. Nel documento giudiziario è scritto: «Dispone di una complessa rete di contatti e relazioni con politici, imprenditori e amministratori pubblici che gli consente di veicolare le aggiudicazioni in favore dei gruppi imprenditoriali da lui individuati e sponsorizzati». Anche lui proviene dalla vecchia sinistra: dirigente Arci, poi esperto di cooperazione in Africa e dirigente di Ong. Infine, consulente di un colosso delle cooperative rosse: la Cmc di Ravenna (che, stando all'accusa, avrebbe sponsorizzato nell'ambito della progettazione esecutiva e della realizzazione della metropolitana tra Cosenza, Rende e l'università della Calabria). Ai tempi dell'inchiesta Consip, settembre 2016, era stato fotografato e pedinato dai carabinieri del nucleo operativo ecologico con Carlo Russo, l'apprendista faccendiere di Scandicci (che dovrà affrontare l'udienza preliminare per traffico di influenze il 28 maggio) legato a doppio filo a babbo Tiziano Renzi. In un'informativa i carabinieri definiscono Borgia «soggetto già conosciuto a questo comando» e, come aveva anticipato La Verità, gli atti erano stati trasmessi proprio a Catanzaro.
Borgia aveva giurato di aver tagliato i ponti con la sua terra d'origine. Ma con gli atti di questa inchiesta potrebbe essere nettamente smentito.
Fontana accusato di abuso d’ufficio
Per uno (il governatore Attilio Fontana) che aspetta con trepidazione di parlare con i pubblici ministeri, altri dieci che, davanti al gip, scelgono la strada del silenzio. Il giorno dopo la grande retata che ha portato a 43 misure cautelari (28 arresti e 15 obblighi) su 95 indagati in totale, la maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano su appalti pilotati, mazzette e favori alla 'ndrangheta fissa i primi punti fermi.
Anzitutto, si scopre che il presidente della Regione Lombardia è indagato per abuso d'ufficio in relazione alla nomina dell'ex socio di studio ed ex consigliere regionale, l'avvocato Luca Marsico, nel Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici dell'Wnte. Un incarico triennale - deciso con determina dirigenziale, quindi di competenza del livello burocratico e non politico del Pirellone - da 65.000 euro complessivi, partito a ottobre 2018 e con scadenza nel 2021. Secondo i pm, che lo ascolteranno lunedì, Fontana avrebbe violato il «principio di imparzialità».
Sulla base di quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, che sono riusciti a trovare il provvedimento di nomina solo pochi giorni fa, 60 professionisti risposero all'«avviso pubblico di nomina» lanciato dalla Regione Lombardia per individuare il componente esterno della commissione. Fontana, che in un altro versante dell'inchiesta è parte lesa per un episodio di «istigazione alla corruzione» a opera di Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Forza Italia a Varese, avrebbe favorito l'ex socio di studio. Il quale, a sua volta, consapevole del potenziale «conflitto d'interessi», è sempre il ragionamento dell'accusa, avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte alla selezione.
La mattinata e il pomeriggio di ieri sono stati dedicati ai primi interrogatori degli indagati sottoposti a misure cautelari. Un lavoro non particolarmente impegnativo per il gip milanese Raffaella Mascarino considerato che tutti hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Tra questi, proprio Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Fi a Varese, ritenuto il «burattinaio» del sistema di corruzione, nomine e appalti pilotati e finanziamenti illeciti; Piermichele Miano, un professionista a lui legato; Leonida Paggiaro, indicato come uno dei presunti corruttori in relazione a un «piano di governo del territorio»; Alessandro Crescenti, accusato di corruzione e che figura nelle imputazioni assieme a Caianiello; l'ex assessore di Gallarate Petrone che dopo l'arresto ha rimesso le deleghe; e Pietro Tatarella, candidato di Forza Italia alle europee, dimessosi da consigliere comunale del capoluogo lombardo e tratteggiato nel provvedimento del giudice come soggetto a disposizione dell'imprenditore Daniele D'Alfonso, che lo ricompensava con uno «stipendio» da 5.000 euro al mese e l'uso di una carta di credito American express con possibilità di prelievo contanti.
Nelle 700 pagine dell'ordinanza del giudice delle indagini preliminari, in due diverse intercettazioni compare anche il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vicesegretario leghista, Giancarlo Giorgetti (non indagato ed estraneo ai fatti). Ne fanno riferimento, in una chiacchierata ascoltata dalle forze dell'ordine, Caianiello e Diego Sozzani, il deputato azzurro per il quale è pendente una richiesta d'arresto in Parlamento. I due, secondo gli atti d'indagine, incontrano l'imprenditore Claudio Milanese, socio e presidente del cda di Econord, e Sergio Bresciani, ex presidente del cda di un'altra società, Neocos. E, a proposito di alcune nomine Anas di interesse di Milanese, discutono del ruolo decisionale del sottosegretario.
I due - Sozzani e Caianiello - sarebbero legati non solo dalla comune appartenenza politica a Forza Italia, ma anche da ragioni d'affari. Secondo il gip, avrebbero infatti avuto un «accordo illecito» che prevedeva il pagamento, da Sozzani a Caianiello, di una sorta di «mazzetta» prelevata dai soldi dal deputato incassati grazie agli «incarichi ottenuti dalle società pubbliche amministrate di fatto» dall'ex coordinatore azzurro di Varese.
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Indagato, insieme al governatore del Pd Mario Oliverio, anche Rocco Borgia: fu fotografato con Carlo Russo, faccendiere vicino a babbo Renzi.Per gli inquirenti il presidente lombardo Attilio Fontana avrebbe favorito la nomina dell'ex socio. Interrogati gli arrestati per aiuti alla 'ndrangheta: tutti scelgono di non rispondere.Lo speciale contiene due articoli.Il museo di Alarico, la ferrovia Cosenza-Catanzaro, le tratte turistiche, il nuovo ospedale di Cosenza: sono i piccoli e grandi affari che secondo gli inquirenti stavano molto a cuore alla cricca affaristico politica calabrese targata Pd. La Procura di Catanzaro ha raccolto tutte le accuse in un unico pacchetto che ha spedito martedì ai 20 destinatari. Il loro telefono scottava da anni, visto che l'accusa di associazione a delinquere, secondo la Procura, va retrodatata al 2014 e, scrive il procuratore Nicola Gratteri, è «condotta permanente».Da quasi cinque anni ininterrottamente, insomma, la cricca dem con a capo Nicola Adamo, già esponente del Pci, vicepresidente della Regione Calabria ai tempi di Agazio Loiero, deputato nella passata legislatura, indagato nel 2006 e nel 2012 in inchieste dalle quali poi è uscito assolto, avrebbe condizionato appalti e scelte politiche. Adamo nei capi d'accusa viene descritto come il burattinaio. Anzi, come il maestro burattinaio. Perché a muovere i fili delle marionette insieme al compagno Adamo ci sarebbe stato il governatore Mario Oliverio, anche lui del Pd e anche lui accusato di associazione a delinquere. Neanche due settimane fa la Cassazione gli ha revocato l'esilio a San Giovanni in Fiore, paesino della Sila, al quale era stato obbligato per circa tre mesi dalla Procura. In un'altra indagine, denominata Lande desolate, la Guardia di finanza l'avrebbe beccato a pasticciare con un'impresa in odore di 'ndrangheta che aveva messo le mani sui lavori per l'aviosuperficie di Scalea e sull'impianto sciistico di Lorica. Il governatore non ha fatto in tempo a scrivere su Facebook «verità e onestà non si calpestano» che la Procura gli ha spedito il secondo pacco regalo con l'accusa di associazione a delinquere. I due manovratori, stando alla ricostruzione dell'accusa, erano così potenti da riuscire a orientare le scelte politiche della Regione. Quando non ci riuscivano avrebbero messo in campo strategie per far fuori gli avversari. Nel caso di Mario Occhiuto (ironia della sorte, in questa indagine è sia indagato sia parte offesa), sindaco di Cosenza e candidato forzista alla presidenza della Regione, avrebbero tramato per togliergli la maggioranza in Consiglio. E, così, Adamo e Oliverio, sarebbero stati beccati a telefono mentre congiuravano. Se vince il centrosinistra «lui va alla ricerca di fargli il vicesindaco, no? Se si perdono le elezioni comunali, siccome è un manager, è un ingegnere, un incarico regionale, in attesa che si candida la prossima volta alla Regione, però ci deve essere». La risposta: «Va bene, va bene, ok, ciao ciao. È meglio non parlarne al telefono». Il dialogo fra i due è riportato nel provvedimento con cui il gip ha sospeso dai pubblici incarichi altri due indagati e si riferisce alle dimissioni di 17 consiglieri comunali di Cosenza, alcuni dei quali di maggioranza, che portarono alla decadenza di Occhiuto. Per questo episodio è indagato anche l'ex presidente del Consiglio comunale Luca Morrone. Dietro a quelle dimissioni, secondo l'accusa, ci sarebbe stata proprio la regia di Adamo. Il gip riporta anche il testo di un sms inviato da Adamo al capogruppo del Pd alla Regione Sebi Romeo (che non è indagato): «Se riusciamo a far cadere Occhiuto, dobbiamo farlo con chiarezza, non deve apparire come una congiura di Palazzo, rischieremmo un boomerang».Morrone, stando alla ricostruzione giudiziaria dell'intrigo politico, avrebbe accettato di firmare le dimissioni in cambio della carica di vicesindaco nella eventuale nuova maggioranza o un incarico di ingegnere alla Regione. Ed è in questo contesto che si inserisce la conversazione intercettata tra Adamo e Oliverio. La finalità sarebbe stata quella di spodestare il sindaco per piazzare i propri uomini nei posti strategici. E alcuni appalti che avrebbero fatto gola alla cricca ricadevano proprio nella città di Cosenza. Nell'intreccio si sarebbe mossa bene anche una vecchia conoscenza della Verità: Rocco Borgia da Melicuccà, paesello della provincia di Reggio Calabria. Anche lui è indagato per associazione a delinquere e viene descritto come un «intermediario» per conto di una potente coop del settore edilizio. Nel documento giudiziario è scritto: «Dispone di una complessa rete di contatti e relazioni con politici, imprenditori e amministratori pubblici che gli consente di veicolare le aggiudicazioni in favore dei gruppi imprenditoriali da lui individuati e sponsorizzati». Anche lui proviene dalla vecchia sinistra: dirigente Arci, poi esperto di cooperazione in Africa e dirigente di Ong. Infine, consulente di un colosso delle cooperative rosse: la Cmc di Ravenna (che, stando all'accusa, avrebbe sponsorizzato nell'ambito della progettazione esecutiva e della realizzazione della metropolitana tra Cosenza, Rende e l'università della Calabria). Ai tempi dell'inchiesta Consip, settembre 2016, era stato fotografato e pedinato dai carabinieri del nucleo operativo ecologico con Carlo Russo, l'apprendista faccendiere di Scandicci (che dovrà affrontare l'udienza preliminare per traffico di influenze il 28 maggio) legato a doppio filo a babbo Tiziano Renzi. In un'informativa i carabinieri definiscono Borgia «soggetto già conosciuto a questo comando» e, come aveva anticipato La Verità, gli atti erano stati trasmessi proprio a Catanzaro. Borgia aveva giurato di aver tagliato i ponti con la sua terra d'origine. Ma con gli atti di questa inchiesta potrebbe essere nettamente smentito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-uomo-lega-consip-e-linchiesta-sugli-appalti-calabresi-2636635049.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fontana-accusato-di-abuso-dufficio" data-post-id="2636635049" data-published-at="1769789300" data-use-pagination="False"> Fontana accusato di abuso d’ufficio Per uno (il governatore Attilio Fontana) che aspetta con trepidazione di parlare con i pubblici ministeri, altri dieci che, davanti al gip, scelgono la strada del silenzio. Il giorno dopo la grande retata che ha portato a 43 misure cautelari (28 arresti e 15 obblighi) su 95 indagati in totale, la maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano su appalti pilotati, mazzette e favori alla 'ndrangheta fissa i primi punti fermi. Anzitutto, si scopre che il presidente della Regione Lombardia è indagato per abuso d'ufficio in relazione alla nomina dell'ex socio di studio ed ex consigliere regionale, l'avvocato Luca Marsico, nel Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici dell'Wnte. Un incarico triennale - deciso con determina dirigenziale, quindi di competenza del livello burocratico e non politico del Pirellone - da 65.000 euro complessivi, partito a ottobre 2018 e con scadenza nel 2021. Secondo i pm, che lo ascolteranno lunedì, Fontana avrebbe violato il «principio di imparzialità». Sulla base di quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, che sono riusciti a trovare il provvedimento di nomina solo pochi giorni fa, 60 professionisti risposero all'«avviso pubblico di nomina» lanciato dalla Regione Lombardia per individuare il componente esterno della commissione. Fontana, che in un altro versante dell'inchiesta è parte lesa per un episodio di «istigazione alla corruzione» a opera di Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Forza Italia a Varese, avrebbe favorito l'ex socio di studio. Il quale, a sua volta, consapevole del potenziale «conflitto d'interessi», è sempre il ragionamento dell'accusa, avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte alla selezione. La mattinata e il pomeriggio di ieri sono stati dedicati ai primi interrogatori degli indagati sottoposti a misure cautelari. Un lavoro non particolarmente impegnativo per il gip milanese Raffaella Mascarino considerato che tutti hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Tra questi, proprio Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Fi a Varese, ritenuto il «burattinaio» del sistema di corruzione, nomine e appalti pilotati e finanziamenti illeciti; Piermichele Miano, un professionista a lui legato; Leonida Paggiaro, indicato come uno dei presunti corruttori in relazione a un «piano di governo del territorio»; Alessandro Crescenti, accusato di corruzione e che figura nelle imputazioni assieme a Caianiello; l'ex assessore di Gallarate Petrone che dopo l'arresto ha rimesso le deleghe; e Pietro Tatarella, candidato di Forza Italia alle europee, dimessosi da consigliere comunale del capoluogo lombardo e tratteggiato nel provvedimento del giudice come soggetto a disposizione dell'imprenditore Daniele D'Alfonso, che lo ricompensava con uno «stipendio» da 5.000 euro al mese e l'uso di una carta di credito American express con possibilità di prelievo contanti. Nelle 700 pagine dell'ordinanza del giudice delle indagini preliminari, in due diverse intercettazioni compare anche il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vicesegretario leghista, Giancarlo Giorgetti (non indagato ed estraneo ai fatti). Ne fanno riferimento, in una chiacchierata ascoltata dalle forze dell'ordine, Caianiello e Diego Sozzani, il deputato azzurro per il quale è pendente una richiesta d'arresto in Parlamento. I due, secondo gli atti d'indagine, incontrano l'imprenditore Claudio Milanese, socio e presidente del cda di Econord, e Sergio Bresciani, ex presidente del cda di un'altra società, Neocos. E, a proposito di alcune nomine Anas di interesse di Milanese, discutono del ruolo decisionale del sottosegretario. I due - Sozzani e Caianiello - sarebbero legati non solo dalla comune appartenenza politica a Forza Italia, ma anche da ragioni d'affari. Secondo il gip, avrebbero infatti avuto un «accordo illecito» che prevedeva il pagamento, da Sozzani a Caianiello, di una sorta di «mazzetta» prelevata dai soldi dal deputato incassati grazie agli «incarichi ottenuti dalle società pubbliche amministrate di fatto» dall'ex coordinatore azzurro di Varese.
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham
Marco Femminella e Danila Solinas, avvocati dei genitori, a un paio di giorni dall’inizio della perizia a cui per decisione del tribunale devono sottoporsi i loro assistiti hanno presentato un esposto all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’ente regionale competente per il servizio sociale del Comune di Palmoli. Il tema è l’operato di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che il tribunale ha nominato curatrice dei tre bambini che dal 20 novembre sono stati tolti ai genitori e collocati in una struttura protetta.
Secondo i legali, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria». L’assistente sociale avrebbe «aggravato» e «stravolto» fatti mai avvenuti, messo nero su bianco nelle sue relazioni affermazioni «artificiose» e inserito valutazioni personali del tutto inopportune (ed esempio scrisse che la casa dei Trevallion aveva problemi strutturali, valutazione che semmai andava affidata a un tecnico).
Oltre a ciò, la D’Angelo avrebbe «partecipato a diverse interviste, un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe». In sostanza la D’Angelo avrebbe «interpretato le proprie mansioni con negligenza».
L’avvocato Solinas aveva già avanzato l’argomento giorni fa in una intervista concessa al nostro giornale. «Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso», ci aveva detto. «Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Ecco il nocciolo della questione: l’atteggiamento dei servizi e il loro rapporto con la famiglia. «Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi», ci ha detto Solinas. «Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto, di cui tre soltanto senza la presenza di agenti, sono troppo pochi per giustificare una decisione drastica come l’allontanamento, specie in assenza di violenza e abusi. Un altro atteggiamento era possibile, e probabilmente dovuto.
Sembra pensarla così anche Tonino Cantelmi, super esperto dei Trevallion. «Alla luce del documento del Garante per l’Infanzia Prelevamento dei minori - Facciamo il punto», dice Cantelmi alla Verità, «nell’operato dei servizi sociali, nel caso della famiglia del bosco, sembrano esserci criticità e contraddizioni importanti. Gli operatori non sono stati capaci di prendersi cura dell’intera famiglia, non sono riusciti a creare relazioni empatiche ed efficaci, hanno messo in atto comportamenti potenzialmente traumatici e laceranti, non sono stati in grado di operare una mediazione virtuosa. E non è corretto attribuire le responsabilità di un evidente fallimento ai genitori, che ora si sono visti costretti a denunciare l’assistente sociale. Ci sono responsabilità significative che andranno chiarite».
Si potrebbe addirittura sostenere che andassero chiarite prima, queste responsabilità. Ma non è stato fatto. Si è detto che l’irrigidimento delle istituzioni dipendeva dal comportamento della famiglia, ma ora è evidente che - nonostante la buona disposizione dei Trevallion - da parte dell’autorità non ci sono stati cambiamenti.
Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ci ha tenuto a prendere le distanze dall’assistente sociale. «La professionista», ha detto all’Adnkronos, «non è dipendente del Comune di Palmoli, ma fa capo all’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali sul territorio. Proprio a questo ente, insieme all’Ordine professionale, gli avvocati della famiglia Trevallion hanno notificato l’esposto».
Il Comune, nel frattempo, continua a pagare fior di quattrini: 244 euro al giorno per mantenere i bambini e la madre nella casa di accoglienza in cui risiedono, lontani da papà Nathan, da ormai troppo tempo. Come abbiamo più volte notato, se si continuerà su questa strada l’unico risultato sarà quello di mandare in rovina le casse di Palmoli e costringere la Regione Abruzzo a sborsare altro denaro per colmare il buco.
Piaccia o meno, il disastro della giustizia minorile è tutto qui, in questi due corni: la rigidità delle istituzioni e il giro di soldi derivati dalla gestione dei bambini. Da una parte c’è il pensiero, ancora troppo diffuso, secondo cui le famiglie hanno sempre bisogno di essere indirizzate o peggio rieducate perché inadatte, da sole, a prendersi cura dei figli. Dall’altra c’è chi guadagna grazie agli allontanamenti e non ha alcun interesse a smontare questo meccanismo. Invece di berciare ogni volta contro l’intervento della politica e dei media - che magistrati e assistenti sociali non mancano mai di deprecare - bisognerebbe ammettere che non vi è niente di più politico di questa faccenda. E bisognerebbe muoversi di conseguenza: la riforma della giustizia minorile è più urgente che mai.
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
«Un imprenditore (Giovanni Buini, ndr)», continua, «è venuto a dire che, durante la pandemia, si era proposto di fornire un numero rilevante di quelle mascherine che, in quel momento, tanto servivano a proteggere medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, gli italiani; mascherine che qualcun altro - e mi riferisco al commissario Arcuri - ci è venuto a dire di aver comprato dalla Cina e di averle pagate 1,251 miliardi, il triplo, il quadruplo del prezzo di mercato di quel periodo, e che si sono rivelate, poi, anche pericolose per la salute». Buonguerrieri si riferisce all’audizione di Buini, raccontata su queste pagine da Giacomo Amadori, da cui è emersa l’ipotesi - avanzata dallo stesso audito - di una tangente camuffata per poter vendere mascherine alla struttura commissariale.
Buini, argomenta Buonguerrieri, «ha confermato ciò che aveva già riferito all’autorità giudiziaria, ovvero che, in prospettiva della stipula di un contratto che lui stesso aveva definito come l’opportunità più importante che gli era capitata nella sua vita, sia per gli importi, sia per l’entità della commessa, veniva invitato nello studio Alpa […], dove incontrò chi si era qualificato per persona vicinissima all’ex premier Giuseppe Conte (l’avvocato Luca Di Donna, ndr), circostanza che è stata poi verificata come vera». E «queste persone» per «il perfezionamento di quella fornitura, dal valore di circa 60 milioni di euro», chiesero «la stipula di un contratto di consulenza dal valore, da quanto emerge dagli atti, di circa 13 milioni di euro», tanto «da indurre questo stesso imprenditore a rinunciare a questa offerta per il timore che qualcuno potesse considerarla una tangente». «È assolutamente certo», conclude, «che, mentre la parte buona dell’Italia combatteva contro il virus, vi erano spregiudicati che, approfittandosi anche dei rapporti con chi governava allora facevano affari, ai danni dello Stato, sulla pelle dei cittadini». Dopo la recessione del contratto, nota non irrilevante, a Buini fu dato il benservito.
«Noi non abbiamo paura di nulla, perché il presidente Conte non ha paura di nulla», la replica del capogruppo dei 5 stelle Riccardo Ricciardi, e «quando è stata aperta un’inchiesta su quel periodo drammatico, non si è difeso dal processo, ma è andato nel processo ed è stato archiviato». «Andremo fino in onda in questa operazione di verità», ha ribattuto vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Massimo Ruspandini.
Ieri, intanto, l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Marcello Minenna, è tornato in commissione Covid per la seduta di domande, ma ha risposto solo alle interrogazioni delle opposizioni (la parte della maggioranza è stata rimandata). Interessante il siparietto con il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, che ha cercato di minare l’attendibilità del teste che ha accusato Minenna, il suo ex braccio destro Alessandro Canali.
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Silvia Salis (Ansa)
La segue il suo vicesindaco Alessandro Terrile, già responsabile Infrastrutture della segreteria nazionale dem, nonché consulente della società Santa Barbara dell’imprenditore genovese Mauro Vianello, l’uomo che si proclamava «il più comunista di tutti» e che, ha svelato l’inchiesta sull’ex governatore Giovanni Toti, era la «volpe» del porto, che proprio Terrile seguì nell’Ente Bacini, dove Vianello, che ne era il presidente, lo nominò amministratore delegato. Ora chiamare qualcuno «Hannoun» è diventato offensivo. È considerato un insulto talmente grave da spingere la sindaca ad abbandonare l’Aula. Lavori chiusi. Sipario. E mentre la Salis propaganda quella scenetta come «un segnale politico», per la minoranza, invece, sarebbe un pretesto. Un modo per dribblare quell’ordine del giorno. Ma lei, la sindaca, precisa: «Quello che hanno voluto vendere come un lapsus è stato voler chiamare due volte il nostro consigliere Kaabour con il nome di Hannoun, a distanza di diversi secondi l’una dall’altra». Poi l’insulto rivolto alla minoranza: «Li abbiamo lasciati da soli con la loro ignoranza, perché è un atteggiamento ignorante». Mascia, sentito dalla Verità, replica: «Ho chiamato Kaabour Hannoun ma è stato un lapsus e mi sono scusato. Il dato più inquietante di questa querelle, però, è che Hannoun, fino a ieri special guest dei cortei pro Pal, è ormai un condannato senza appello dalle sinistre genovesi usa e getta. Pronunciare il suo nome anche per sbaglio all’indirizzo di un consigliere Pd viene bollato come oltraggio. Alla faccia del garantismo. Non è ancora stato condannato in via definitiva e viene subito ripudiato da chi fino a ieri gli faceva la clac». Ma il consigliere azzurro non si fa passare sotto il naso neppure il passaggio sugli «ignoranti»: «Da laureato cum laude alla prestigiosa Università degli Studi di Genova, con tutto il rispetto per chi non lo è e però non insulta nessuno, viene da sbottare con un “Ma mi faccia il piacere!” alla Totò nella gag con l’Onorevole Trombetta (Totò a colori, film del 1952, ndr) o da chiedersi da che pulpito arriva l’insulto». Infine ha risposto alle nostre domande.
Ha visto che la sindaca si è laureata più o meno con le stesse modalità (criticate dalla sinistra) della ministra Calderone?
«No, non so quali siano queste modalità, come detto io mi sono laureato all’Università di Genova e ho fatto tutti i miei studi a Genova, tanto mi basta per non sentirmi un ignorante né un saccente».
L’ex vicesindaco Pietro Piciocchi sfidò la Salis a esibire il libretto universitario e la prima cittadina evitò di farlo. Vuole ribadire la richiesta?
«Ricordo questa sfida all’Ok Corral a colpi di libretto durante la campagna elettorale ma credevo fosse finita ad armi pari, perché in quel frangente avevo la testa sulla mia corsa e del partito di cui sono segretario. A me del libretto della sindaca non me ne cale proprio. Sempre meglio che ognuno si faccia le lauree, i libretti e gli studi suoi e non pretenda di sindacare i saperi degli altri. Perché non glielo chiede lei il libretto alla sindaca? Magari glielo dà».
Per Hannoun è stato un qui pro quo.
«Che non l’abbia fatto apposta e manco me ne sia accorto, finché non me lo hanno fatto notare i miei colleghi di opposizione, lo testimoniano i video. Eppure il mio lapsus è stato usato come pretesto per salvare la faccia nel Giorno della memoria dell’Olocausto».
E l’ordine del giorno pro Gaza?
«Nonostante l’invito di Liliana Segre a non usare Gaza contro la Shoah degli ebrei, la mattina stessa del Giorno della memoria è puntualmente arrivato in Conferenza dei capigruppo un ordine del giorno straordinario delle sinistre pro Pal elette con la sindaca Salis per esercitare “ogni pressione diplomatica necessaria” al fine di aprire un corridoio giordano alternativo a quello presidiato dal Cogat (Coordinamento attività governative nei territori) dello Stato ebraico».
Voi come avete reagito?
«I capigruppo di centrodestra non hanno prestato il fianco ai tentativi di retromarcia arrivati fuori tempo massimo dal Pd per rinviare la discussione alla prossima seduta, col risultato che l’ordine del giorno è approdato in Consiglio comunale. Il colpo di teatro in Sala Rossa è servito di fatto a trarsi d’impaccio dalla votazione in Aula su Gaza nel Giorno della memoria. Chissà che pandemonio sarebbe scoppiato se con una scusa del genere lo avesse fatto Giorgia Meloni il gesto con la mano per portare fuori dal Parlamento tutti i ministri del governo e tutti i gruppi di maggioranza. E pensare che ai tempi del primo mandato di Marco Bucci le sinistre in Sala Rossa ci belavano dietro quando noi consiglieri di centrodestra votavamo compatti a favore delle delibere del sindaco, figuriamoci cosa sarebbe accaduto se, agli ordini del sindaco, avessimo abbandonato seduta stante gli scranni».
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