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2019-05-09
Un uomo lega Consip e l’inchiesta sugli appalti calabresi
Ansa
Il museo di Alarico, la ferrovia Cosenza-Catanzaro, le tratte turistiche, il nuovo ospedale di Cosenza: sono i piccoli e grandi affari che secondo gli inquirenti stavano molto a cuore alla cricca affaristico politica calabrese targata Pd. La Procura di Catanzaro ha raccolto tutte le accuse in un unico pacchetto che ha spedito martedì ai 20 destinatari. Il loro telefono scottava da anni, visto che l'accusa di associazione a delinquere, secondo la Procura, va retrodatata al 2014 e, scrive il procuratore Nicola Gratteri, è «condotta permanente».
Da quasi cinque anni ininterrottamente, insomma, la cricca dem con a capo Nicola Adamo, già esponente del Pci, vicepresidente della Regione Calabria ai tempi di Agazio Loiero, deputato nella passata legislatura, indagato nel 2006 e nel 2012 in inchieste dalle quali poi è uscito assolto, avrebbe condizionato appalti e scelte politiche. Adamo nei capi d'accusa viene descritto come il burattinaio. Anzi, come il maestro burattinaio. Perché a muovere i fili delle marionette insieme al compagno Adamo ci sarebbe stato il governatore Mario Oliverio, anche lui del Pd e anche lui accusato di associazione a delinquere. Neanche due settimane fa la Cassazione gli ha revocato l'esilio a San Giovanni in Fiore, paesino della Sila, al quale era stato obbligato per circa tre mesi dalla Procura. In un'altra indagine, denominata Lande desolate, la Guardia di finanza l'avrebbe beccato a pasticciare con un'impresa in odore di 'ndrangheta che aveva messo le mani sui lavori per l'aviosuperficie di Scalea e sull'impianto sciistico di Lorica. Il governatore non ha fatto in tempo a scrivere su Facebook «verità e onestà non si calpestano» che la Procura gli ha spedito il secondo pacco regalo con l'accusa di associazione a delinquere. I due manovratori, stando alla ricostruzione dell'accusa, erano così potenti da riuscire a orientare le scelte politiche della Regione. Quando non ci riuscivano avrebbero messo in campo strategie per far fuori gli avversari. Nel caso di Mario Occhiuto (ironia della sorte, in questa indagine è sia indagato sia parte offesa), sindaco di Cosenza e candidato forzista alla presidenza della Regione, avrebbero tramato per togliergli la maggioranza in Consiglio. E, così, Adamo e Oliverio, sarebbero stati beccati a telefono mentre congiuravano.
Se vince il centrosinistra «lui va alla ricerca di fargli il vicesindaco, no? Se si perdono le elezioni comunali, siccome è un manager, è un ingegnere, un incarico regionale, in attesa che si candida la prossima volta alla Regione, però ci deve essere». La risposta: «Va bene, va bene, ok, ciao ciao. È meglio non parlarne al telefono».
Il dialogo fra i due è riportato nel provvedimento con cui il gip ha sospeso dai pubblici incarichi altri due indagati e si riferisce alle dimissioni di 17 consiglieri comunali di Cosenza, alcuni dei quali di maggioranza, che portarono alla decadenza di Occhiuto. Per questo episodio è indagato anche l'ex presidente del Consiglio comunale Luca Morrone. Dietro a quelle dimissioni, secondo l'accusa, ci sarebbe stata proprio la regia di Adamo. Il gip riporta anche il testo di un sms inviato da Adamo al capogruppo del Pd alla Regione Sebi Romeo (che non è indagato): «Se riusciamo a far cadere Occhiuto, dobbiamo farlo con chiarezza, non deve apparire come una congiura di Palazzo, rischieremmo un boomerang».
Morrone, stando alla ricostruzione giudiziaria dell'intrigo politico, avrebbe accettato di firmare le dimissioni in cambio della carica di vicesindaco nella eventuale nuova maggioranza o un incarico di ingegnere alla Regione. Ed è in questo contesto che si inserisce la conversazione intercettata tra Adamo e Oliverio. La finalità sarebbe stata quella di spodestare il sindaco per piazzare i propri uomini nei posti strategici. E alcuni appalti che avrebbero fatto gola alla cricca ricadevano proprio nella città di Cosenza. Nell'intreccio si sarebbe mossa bene anche una vecchia conoscenza della Verità: Rocco Borgia da Melicuccà, paesello della provincia di Reggio Calabria. Anche lui è indagato per associazione a delinquere e viene descritto come un «intermediario» per conto di una potente coop del settore edilizio. Nel documento giudiziario è scritto: «Dispone di una complessa rete di contatti e relazioni con politici, imprenditori e amministratori pubblici che gli consente di veicolare le aggiudicazioni in favore dei gruppi imprenditoriali da lui individuati e sponsorizzati». Anche lui proviene dalla vecchia sinistra: dirigente Arci, poi esperto di cooperazione in Africa e dirigente di Ong. Infine, consulente di un colosso delle cooperative rosse: la Cmc di Ravenna (che, stando all'accusa, avrebbe sponsorizzato nell'ambito della progettazione esecutiva e della realizzazione della metropolitana tra Cosenza, Rende e l'università della Calabria). Ai tempi dell'inchiesta Consip, settembre 2016, era stato fotografato e pedinato dai carabinieri del nucleo operativo ecologico con Carlo Russo, l'apprendista faccendiere di Scandicci (che dovrà affrontare l'udienza preliminare per traffico di influenze il 28 maggio) legato a doppio filo a babbo Tiziano Renzi. In un'informativa i carabinieri definiscono Borgia «soggetto già conosciuto a questo comando» e, come aveva anticipato La Verità, gli atti erano stati trasmessi proprio a Catanzaro.
Borgia aveva giurato di aver tagliato i ponti con la sua terra d'origine. Ma con gli atti di questa inchiesta potrebbe essere nettamente smentito.
Fontana accusato di abuso d’ufficio
Per uno (il governatore Attilio Fontana) che aspetta con trepidazione di parlare con i pubblici ministeri, altri dieci che, davanti al gip, scelgono la strada del silenzio. Il giorno dopo la grande retata che ha portato a 43 misure cautelari (28 arresti e 15 obblighi) su 95 indagati in totale, la maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano su appalti pilotati, mazzette e favori alla 'ndrangheta fissa i primi punti fermi.
Anzitutto, si scopre che il presidente della Regione Lombardia è indagato per abuso d'ufficio in relazione alla nomina dell'ex socio di studio ed ex consigliere regionale, l'avvocato Luca Marsico, nel Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici dell'Wnte. Un incarico triennale - deciso con determina dirigenziale, quindi di competenza del livello burocratico e non politico del Pirellone - da 65.000 euro complessivi, partito a ottobre 2018 e con scadenza nel 2021. Secondo i pm, che lo ascolteranno lunedì, Fontana avrebbe violato il «principio di imparzialità».
Sulla base di quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, che sono riusciti a trovare il provvedimento di nomina solo pochi giorni fa, 60 professionisti risposero all'«avviso pubblico di nomina» lanciato dalla Regione Lombardia per individuare il componente esterno della commissione. Fontana, che in un altro versante dell'inchiesta è parte lesa per un episodio di «istigazione alla corruzione» a opera di Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Forza Italia a Varese, avrebbe favorito l'ex socio di studio. Il quale, a sua volta, consapevole del potenziale «conflitto d'interessi», è sempre il ragionamento dell'accusa, avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte alla selezione.
La mattinata e il pomeriggio di ieri sono stati dedicati ai primi interrogatori degli indagati sottoposti a misure cautelari. Un lavoro non particolarmente impegnativo per il gip milanese Raffaella Mascarino considerato che tutti hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Tra questi, proprio Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Fi a Varese, ritenuto il «burattinaio» del sistema di corruzione, nomine e appalti pilotati e finanziamenti illeciti; Piermichele Miano, un professionista a lui legato; Leonida Paggiaro, indicato come uno dei presunti corruttori in relazione a un «piano di governo del territorio»; Alessandro Crescenti, accusato di corruzione e che figura nelle imputazioni assieme a Caianiello; l'ex assessore di Gallarate Petrone che dopo l'arresto ha rimesso le deleghe; e Pietro Tatarella, candidato di Forza Italia alle europee, dimessosi da consigliere comunale del capoluogo lombardo e tratteggiato nel provvedimento del giudice come soggetto a disposizione dell'imprenditore Daniele D'Alfonso, che lo ricompensava con uno «stipendio» da 5.000 euro al mese e l'uso di una carta di credito American express con possibilità di prelievo contanti.
Nelle 700 pagine dell'ordinanza del giudice delle indagini preliminari, in due diverse intercettazioni compare anche il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vicesegretario leghista, Giancarlo Giorgetti (non indagato ed estraneo ai fatti). Ne fanno riferimento, in una chiacchierata ascoltata dalle forze dell'ordine, Caianiello e Diego Sozzani, il deputato azzurro per il quale è pendente una richiesta d'arresto in Parlamento. I due, secondo gli atti d'indagine, incontrano l'imprenditore Claudio Milanese, socio e presidente del cda di Econord, e Sergio Bresciani, ex presidente del cda di un'altra società, Neocos. E, a proposito di alcune nomine Anas di interesse di Milanese, discutono del ruolo decisionale del sottosegretario.
I due - Sozzani e Caianiello - sarebbero legati non solo dalla comune appartenenza politica a Forza Italia, ma anche da ragioni d'affari. Secondo il gip, avrebbero infatti avuto un «accordo illecito» che prevedeva il pagamento, da Sozzani a Caianiello, di una sorta di «mazzetta» prelevata dai soldi dal deputato incassati grazie agli «incarichi ottenuti dalle società pubbliche amministrate di fatto» dall'ex coordinatore azzurro di Varese.
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Indagato, insieme al governatore del Pd Mario Oliverio, anche Rocco Borgia: fu fotografato con Carlo Russo, faccendiere vicino a babbo Renzi.Per gli inquirenti il presidente lombardo Attilio Fontana avrebbe favorito la nomina dell'ex socio. Interrogati gli arrestati per aiuti alla 'ndrangheta: tutti scelgono di non rispondere.Lo speciale contiene due articoli.Il museo di Alarico, la ferrovia Cosenza-Catanzaro, le tratte turistiche, il nuovo ospedale di Cosenza: sono i piccoli e grandi affari che secondo gli inquirenti stavano molto a cuore alla cricca affaristico politica calabrese targata Pd. La Procura di Catanzaro ha raccolto tutte le accuse in un unico pacchetto che ha spedito martedì ai 20 destinatari. Il loro telefono scottava da anni, visto che l'accusa di associazione a delinquere, secondo la Procura, va retrodatata al 2014 e, scrive il procuratore Nicola Gratteri, è «condotta permanente».Da quasi cinque anni ininterrottamente, insomma, la cricca dem con a capo Nicola Adamo, già esponente del Pci, vicepresidente della Regione Calabria ai tempi di Agazio Loiero, deputato nella passata legislatura, indagato nel 2006 e nel 2012 in inchieste dalle quali poi è uscito assolto, avrebbe condizionato appalti e scelte politiche. Adamo nei capi d'accusa viene descritto come il burattinaio. Anzi, come il maestro burattinaio. Perché a muovere i fili delle marionette insieme al compagno Adamo ci sarebbe stato il governatore Mario Oliverio, anche lui del Pd e anche lui accusato di associazione a delinquere. Neanche due settimane fa la Cassazione gli ha revocato l'esilio a San Giovanni in Fiore, paesino della Sila, al quale era stato obbligato per circa tre mesi dalla Procura. In un'altra indagine, denominata Lande desolate, la Guardia di finanza l'avrebbe beccato a pasticciare con un'impresa in odore di 'ndrangheta che aveva messo le mani sui lavori per l'aviosuperficie di Scalea e sull'impianto sciistico di Lorica. Il governatore non ha fatto in tempo a scrivere su Facebook «verità e onestà non si calpestano» che la Procura gli ha spedito il secondo pacco regalo con l'accusa di associazione a delinquere. I due manovratori, stando alla ricostruzione dell'accusa, erano così potenti da riuscire a orientare le scelte politiche della Regione. Quando non ci riuscivano avrebbero messo in campo strategie per far fuori gli avversari. Nel caso di Mario Occhiuto (ironia della sorte, in questa indagine è sia indagato sia parte offesa), sindaco di Cosenza e candidato forzista alla presidenza della Regione, avrebbero tramato per togliergli la maggioranza in Consiglio. E, così, Adamo e Oliverio, sarebbero stati beccati a telefono mentre congiuravano. Se vince il centrosinistra «lui va alla ricerca di fargli il vicesindaco, no? Se si perdono le elezioni comunali, siccome è un manager, è un ingegnere, un incarico regionale, in attesa che si candida la prossima volta alla Regione, però ci deve essere». La risposta: «Va bene, va bene, ok, ciao ciao. È meglio non parlarne al telefono». Il dialogo fra i due è riportato nel provvedimento con cui il gip ha sospeso dai pubblici incarichi altri due indagati e si riferisce alle dimissioni di 17 consiglieri comunali di Cosenza, alcuni dei quali di maggioranza, che portarono alla decadenza di Occhiuto. Per questo episodio è indagato anche l'ex presidente del Consiglio comunale Luca Morrone. Dietro a quelle dimissioni, secondo l'accusa, ci sarebbe stata proprio la regia di Adamo. Il gip riporta anche il testo di un sms inviato da Adamo al capogruppo del Pd alla Regione Sebi Romeo (che non è indagato): «Se riusciamo a far cadere Occhiuto, dobbiamo farlo con chiarezza, non deve apparire come una congiura di Palazzo, rischieremmo un boomerang».Morrone, stando alla ricostruzione giudiziaria dell'intrigo politico, avrebbe accettato di firmare le dimissioni in cambio della carica di vicesindaco nella eventuale nuova maggioranza o un incarico di ingegnere alla Regione. Ed è in questo contesto che si inserisce la conversazione intercettata tra Adamo e Oliverio. La finalità sarebbe stata quella di spodestare il sindaco per piazzare i propri uomini nei posti strategici. E alcuni appalti che avrebbero fatto gola alla cricca ricadevano proprio nella città di Cosenza. Nell'intreccio si sarebbe mossa bene anche una vecchia conoscenza della Verità: Rocco Borgia da Melicuccà, paesello della provincia di Reggio Calabria. Anche lui è indagato per associazione a delinquere e viene descritto come un «intermediario» per conto di una potente coop del settore edilizio. Nel documento giudiziario è scritto: «Dispone di una complessa rete di contatti e relazioni con politici, imprenditori e amministratori pubblici che gli consente di veicolare le aggiudicazioni in favore dei gruppi imprenditoriali da lui individuati e sponsorizzati». Anche lui proviene dalla vecchia sinistra: dirigente Arci, poi esperto di cooperazione in Africa e dirigente di Ong. Infine, consulente di un colosso delle cooperative rosse: la Cmc di Ravenna (che, stando all'accusa, avrebbe sponsorizzato nell'ambito della progettazione esecutiva e della realizzazione della metropolitana tra Cosenza, Rende e l'università della Calabria). Ai tempi dell'inchiesta Consip, settembre 2016, era stato fotografato e pedinato dai carabinieri del nucleo operativo ecologico con Carlo Russo, l'apprendista faccendiere di Scandicci (che dovrà affrontare l'udienza preliminare per traffico di influenze il 28 maggio) legato a doppio filo a babbo Tiziano Renzi. In un'informativa i carabinieri definiscono Borgia «soggetto già conosciuto a questo comando» e, come aveva anticipato La Verità, gli atti erano stati trasmessi proprio a Catanzaro. Borgia aveva giurato di aver tagliato i ponti con la sua terra d'origine. Ma con gli atti di questa inchiesta potrebbe essere nettamente smentito.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-uomo-lega-consip-e-linchiesta-sugli-appalti-calabresi-2636635049.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fontana-accusato-di-abuso-dufficio" data-post-id="2636635049" data-published-at="1780707533" data-use-pagination="False"> Fontana accusato di abuso d’ufficio Per uno (il governatore Attilio Fontana) che aspetta con trepidazione di parlare con i pubblici ministeri, altri dieci che, davanti al gip, scelgono la strada del silenzio. Il giorno dopo la grande retata che ha portato a 43 misure cautelari (28 arresti e 15 obblighi) su 95 indagati in totale, la maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano su appalti pilotati, mazzette e favori alla 'ndrangheta fissa i primi punti fermi. Anzitutto, si scopre che il presidente della Regione Lombardia è indagato per abuso d'ufficio in relazione alla nomina dell'ex socio di studio ed ex consigliere regionale, l'avvocato Luca Marsico, nel Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici dell'Wnte. Un incarico triennale - deciso con determina dirigenziale, quindi di competenza del livello burocratico e non politico del Pirellone - da 65.000 euro complessivi, partito a ottobre 2018 e con scadenza nel 2021. Secondo i pm, che lo ascolteranno lunedì, Fontana avrebbe violato il «principio di imparzialità». Sulla base di quanto è stato ricostruito dagli inquirenti, che sono riusciti a trovare il provvedimento di nomina solo pochi giorni fa, 60 professionisti risposero all'«avviso pubblico di nomina» lanciato dalla Regione Lombardia per individuare il componente esterno della commissione. Fontana, che in un altro versante dell'inchiesta è parte lesa per un episodio di «istigazione alla corruzione» a opera di Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Forza Italia a Varese, avrebbe favorito l'ex socio di studio. Il quale, a sua volta, consapevole del potenziale «conflitto d'interessi», è sempre il ragionamento dell'accusa, avrebbe dovuto astenersi dal prendere parte alla selezione. La mattinata e il pomeriggio di ieri sono stati dedicati ai primi interrogatori degli indagati sottoposti a misure cautelari. Un lavoro non particolarmente impegnativo per il gip milanese Raffaella Mascarino considerato che tutti hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Tra questi, proprio Gioacchino Caianiello, ex coordinatore provinciale di Fi a Varese, ritenuto il «burattinaio» del sistema di corruzione, nomine e appalti pilotati e finanziamenti illeciti; Piermichele Miano, un professionista a lui legato; Leonida Paggiaro, indicato come uno dei presunti corruttori in relazione a un «piano di governo del territorio»; Alessandro Crescenti, accusato di corruzione e che figura nelle imputazioni assieme a Caianiello; l'ex assessore di Gallarate Petrone che dopo l'arresto ha rimesso le deleghe; e Pietro Tatarella, candidato di Forza Italia alle europee, dimessosi da consigliere comunale del capoluogo lombardo e tratteggiato nel provvedimento del giudice come soggetto a disposizione dell'imprenditore Daniele D'Alfonso, che lo ricompensava con uno «stipendio» da 5.000 euro al mese e l'uso di una carta di credito American express con possibilità di prelievo contanti. Nelle 700 pagine dell'ordinanza del giudice delle indagini preliminari, in due diverse intercettazioni compare anche il nome del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e vicesegretario leghista, Giancarlo Giorgetti (non indagato ed estraneo ai fatti). Ne fanno riferimento, in una chiacchierata ascoltata dalle forze dell'ordine, Caianiello e Diego Sozzani, il deputato azzurro per il quale è pendente una richiesta d'arresto in Parlamento. I due, secondo gli atti d'indagine, incontrano l'imprenditore Claudio Milanese, socio e presidente del cda di Econord, e Sergio Bresciani, ex presidente del cda di un'altra società, Neocos. E, a proposito di alcune nomine Anas di interesse di Milanese, discutono del ruolo decisionale del sottosegretario. I due - Sozzani e Caianiello - sarebbero legati non solo dalla comune appartenenza politica a Forza Italia, ma anche da ragioni d'affari. Secondo il gip, avrebbero infatti avuto un «accordo illecito» che prevedeva il pagamento, da Sozzani a Caianiello, di una sorta di «mazzetta» prelevata dai soldi dal deputato incassati grazie agli «incarichi ottenuti dalle società pubbliche amministrate di fatto» dall'ex coordinatore azzurro di Varese.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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