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2020-06-04
Un milione di persone senza salario. 25.000 per ogni giorno di lockdown
Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro.
Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario.
Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008».
Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.
Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego.
La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).
Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000).
Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).
Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate».
Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».
In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi.
Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».
Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c'è da dubitarne.
Conte fa il piazzista e dal caos rispunta il Ponte sullo Stretto
Ore 18 di ieri, cortile di Palazzo Chigi, conferenza di Giuseppe Conte da un podio sistemato su un tappeto rosso. Poco lontano dal premier (con tanto di telecamera dedicata anche per lui) l'inevitabile Rocco Casalino. Esito? Più ruota del pavone che progetti veri, più autocelebrazione che comprensione della rabbia di un Paese senza soldi e con l'economia ferma. Schiaffi al Nord e all'opposizione, trattata con gelo (altro che dialogo). Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto.
Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto.
Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria».
Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto».
E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund».
E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi.
Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale.
A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale.
Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date».
E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
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Secondo l'Istat, 400.000 italiani hanno perso il posto tra marzo e aprile. Se a questi si sommano 746.000 inattivi, diventa evidente l'effetto del mese e mezzo di quarantena. E da agosto ripartiranno i licenziamenti.Giuseppe Conte torna in tv ed è subito gaffe: «Ci meritiamo l'allegria». Poi scarica i ritardi delle Cig e si vende opere mirabolanti. I soldi? Non ci sono.Lo speciale contiene due articoli.Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro. Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario. Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008». Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego. La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali). Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000). Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate». Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi. Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. 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Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto. Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto. Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria». Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto». E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund». E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi. Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale. A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale. Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date». E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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