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2020-06-04
Un milione di persone senza salario. 25.000 per ogni giorno di lockdown
Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro.
Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario.
Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008».
Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.
Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego.
La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).
Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000).
Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).
Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate».
Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».
In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi.
Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».
Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c'è da dubitarne.
Conte fa il piazzista e dal caos rispunta il Ponte sullo Stretto
Ore 18 di ieri, cortile di Palazzo Chigi, conferenza di Giuseppe Conte da un podio sistemato su un tappeto rosso. Poco lontano dal premier (con tanto di telecamera dedicata anche per lui) l'inevitabile Rocco Casalino. Esito? Più ruota del pavone che progetti veri, più autocelebrazione che comprensione della rabbia di un Paese senza soldi e con l'economia ferma. Schiaffi al Nord e all'opposizione, trattata con gelo (altro che dialogo). Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto.
Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto.
Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria».
Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto».
E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund».
E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi.
Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale.
A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale.
Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date».
E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
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Secondo l'Istat, 400.000 italiani hanno perso il posto tra marzo e aprile. Se a questi si sommano 746.000 inattivi, diventa evidente l'effetto del mese e mezzo di quarantena. E da agosto ripartiranno i licenziamenti.Giuseppe Conte torna in tv ed è subito gaffe: «Ci meritiamo l'allegria». Poi scarica i ritardi delle Cig e si vende opere mirabolanti. I soldi? Non ci sono.Lo speciale contiene due articoli.Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro. Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario. Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008». Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego. La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali). Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000). Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate». Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi. Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c'è da dubitarne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-milione-di-persone-senza-salario-25-000-per-ogni-giorno-di-lockdown-2646151920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-fa-il-piazzista-e-dal-caos-rispunta-il-ponte-sullo-stretto" data-post-id="2646151920" data-published-at="1591226224" data-use-pagination="False"> Conte fa il piazzista e dal caos rispunta il Ponte sullo Stretto Ore 18 di ieri, cortile di Palazzo Chigi, conferenza di Giuseppe Conte da un podio sistemato su un tappeto rosso. Poco lontano dal premier (con tanto di telecamera dedicata anche per lui) l'inevitabile Rocco Casalino. Esito? Più ruota del pavone che progetti veri, più autocelebrazione che comprensione della rabbia di un Paese senza soldi e con l'economia ferma. Schiaffi al Nord e all'opposizione, trattata con gelo (altro che dialogo). Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto. Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto. Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria». Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto». E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund». E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi. Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale. A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale. Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date». E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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