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2020-06-04
Un milione di persone senza salario. 25.000 per ogni giorno di lockdown
Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro.
Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario.
Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008».
Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.
Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego.
La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).
Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000).
Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).
Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate».
Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».
In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi.
Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».
Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c'è da dubitarne.
Conte fa il piazzista e dal caos rispunta il Ponte sullo Stretto
Ore 18 di ieri, cortile di Palazzo Chigi, conferenza di Giuseppe Conte da un podio sistemato su un tappeto rosso. Poco lontano dal premier (con tanto di telecamera dedicata anche per lui) l'inevitabile Rocco Casalino. Esito? Più ruota del pavone che progetti veri, più autocelebrazione che comprensione della rabbia di un Paese senza soldi e con l'economia ferma. Schiaffi al Nord e all'opposizione, trattata con gelo (altro che dialogo). Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto.
Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto.
Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria».
Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto».
E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund».
E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi.
Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale.
A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale.
Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date».
E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
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Secondo l'Istat, 400.000 italiani hanno perso il posto tra marzo e aprile. Se a questi si sommano 746.000 inattivi, diventa evidente l'effetto del mese e mezzo di quarantena. E da agosto ripartiranno i licenziamenti.Giuseppe Conte torna in tv ed è subito gaffe: «Ci meritiamo l'allegria». Poi scarica i ritardi delle Cig e si vende opere mirabolanti. I soldi? Non ci sono.Lo speciale contiene due articoli.Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro. Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario. Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008». Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego. La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali). Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000). Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate». Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi. Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c'è da dubitarne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/un-milione-di-persone-senza-salario-25-000-per-ogni-giorno-di-lockdown-2646151920.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-fa-il-piazzista-e-dal-caos-rispunta-il-ponte-sullo-stretto" data-post-id="2646151920" data-published-at="1591226224" data-use-pagination="False"> Conte fa il piazzista e dal caos rispunta il Ponte sullo Stretto Ore 18 di ieri, cortile di Palazzo Chigi, conferenza di Giuseppe Conte da un podio sistemato su un tappeto rosso. Poco lontano dal premier (con tanto di telecamera dedicata anche per lui) l'inevitabile Rocco Casalino. Esito? Più ruota del pavone che progetti veri, più autocelebrazione che comprensione della rabbia di un Paese senza soldi e con l'economia ferma. Schiaffi al Nord e all'opposizione, trattata con gelo (altro che dialogo). Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto. Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto. Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria». Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto». E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund». E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi. Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale. A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale. Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date». E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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