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2020-06-04
Un milione di persone senza salario. 25.000 per ogni giorno di lockdown
Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro.
Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario.
Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008».
Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.
Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego.
La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali).
Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000).
Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).
Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate».
Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».
In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi.
Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».
Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. Anche se, sotto il profilo occupazionale, c'è da dubitarne.
Conte fa il piazzista e dal caos rispunta il Ponte sullo Stretto
Ore 18 di ieri, cortile di Palazzo Chigi, conferenza di Giuseppe Conte da un podio sistemato su un tappeto rosso. Poco lontano dal premier (con tanto di telecamera dedicata anche per lui) l'inevitabile Rocco Casalino. Esito? Più ruota del pavone che progetti veri, più autocelebrazione che comprensione della rabbia di un Paese senza soldi e con l'economia ferma. Schiaffi al Nord e all'opposizione, trattata con gelo (altro che dialogo). Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto.
Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto.
Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria».
Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto».
E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund».
E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi.
Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale.
A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale.
Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date».
E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
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Secondo l'Istat, 400.000 italiani hanno perso il posto tra marzo e aprile. Se a questi si sommano 746.000 inattivi, diventa evidente l'effetto del mese e mezzo di quarantena. E da agosto ripartiranno i licenziamenti.Giuseppe Conte torna in tv ed è subito gaffe: «Ci meritiamo l'allegria». Poi scarica i ritardi delle Cig e si vende opere mirabolanti. I soldi? Non ci sono.Lo speciale contiene due articoli.Per capire il danno a livello occupazionale causato in Italia dalla pandemia del Covid-19 e dal blocco totale delle attività da metà marzo circa a fine aprile, basta fare due conti. Secondo l'ultima rilevazione Istat, nel terzo e nel quarto mese dell'anno, 400.000 persone hanno perso il posto di lavoro (facendo calare il tasso di occupazione dell'1,2%) e sono finite senza stipendio. A questi si devono aggiungere i 746.000 inattivi che, pur essendo senza lavoro, non ne hanno cercato uno nuovo. In totale si tratta 1,146 milioni di persone senza la minima forma di reddito da lavoro. Basta poi dividere questo numero per i 45 giorni in cui l'Italia è stata completamente ferma (da metà marzo a fine aprile) e si vedrà come in media, durante ogni giorno di lockdown, 25.466 persone sono rimaste senza salario. Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt che studia il mondo del lavoro, ha fatto notare su Twitter che numeri di questa portata non si erano visti «neanche nei periodi più difficili dalla crisi del 2008». Solo ad aprile il calo degli occupati, in seguito alla chiusura delle attività produttive, è stato di 274.000 unità (un calo che non si vedeva da decenni). Inoltre, gli inattivi sono aumentati perché i centri per l'impiego sono stati chiusi contribuendo a far calare nel quarto mese dell'anno il tasso di disoccupazione dall'8% al 6,3%.Si tratta di un valore che non è mai stato così basso dal novembre 2007, con il crollo delle persone in cerca di un impiego ad aprile (-23,9% pari a -484.000 unità), che ha interessato soprattutto le donne (-30,6%, pari a -305.000 unità) rispetto agli uomini (-17,4%, pari a -179.000), con un calo in tutte le classi di età. Di fatto, però, non si tratta di una buona notizia: semplicemente molti disoccupati sono diventati inattivi a causa delle scarse possibilità di trovare un nuovo impiego. La diminuzione dell'occupazione è generalizzata: coinvolge donne (-1,5%, pari a -143.000), uomini (-1,0%, pari a -131.000), dipendenti (-1,1% pari a -205.000), indipendenti (-1,3% pari a -69.000) e tutte le classi d'età, portando il tasso di occupazione al 57,9% (-0,7 punti percentuali). Il netto calo congiunturale dell'occupazione ha determinato inoltre una flessione rilevante anche rispetto ad aprile 2019 (-2,1% pari a -497.000 unità). Riguarda quasi tutti: entrambe le componenti di genere, i dipendenti temporanei (-480.000), gli autonomi (-192.000), con le uniche eccezioni di chi ha più di 50 anni e dei dipendenti permanenti (+175.000). Confrontando il trimestre febbraio-aprile 2020 con quello precedente (novembre 2019-gennaio 2020), l'occupazione risulta in evidente calo (-1%, pari a -226.000 unità) per entrambe le componenti di genere. Diminuiscono nel trimestre anche le persone in cerca di occupazione (-20,4% pari a -497.000), mentre aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+5,2% pari a +686.000 unità, appunto).Come spiega Seghezzi, dai dati diffusi ieri dall'Istat si intuisce che questa crisi a livello occupazionale sta toccando in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori temporanei, anche se comunque «le altre categorie non vengono certo graziate». Come fa notare l'esperto, i giovani professionisti tra i 15 e i 34 anni hanno visto un calo degli occupati del 4,4%, mentre nel caso degli ultra cinquantenni il crollo è stato solo dello 0,2%. In più, su base annua, gli occupati dipendenti sono diminuiti di 306.000 unità, ma il saldo degli occupati permanenti è rimasto positivo di 175.000. «Il grosso calo», spiega il presidente di Adapt, «è dato da -460.000 a termine e da 196.000 autonomi in meno».In generale, il calo degli occupati è generalizzato e ha colpito 76.000 professionisti a tempo indeterminato, 129.000 a termine e 69.000 autonomi. Ora, dunque, il prossimo giro di boa sarà quando finirà il blocco dei licenziamenti e i sindacati sono già all'erta. Per l'Unione nazionale consumatori si tratta di un «dato drammatico, per di più falsato dal blocco dei licenziamenti. È evidente che, avendo il decreto legge Cura Italia, bloccato le procedure di licenziamento, l'occupazione dei dipendenti a tempo indeterminato è formalmente preservata e il crollo è legato al calo di quelli a termine», spiega il presidente Massimiliano Dona, precisando che «si tratta di un dato fittizio, artificioso e irreale. Il punto è cosa succederà una volta che il mercato del lavoro sarà sbloccato da questo vincolo legislativo e tutti gli occupati riprenderanno a essere collegati alla domanda effettiva di lavoro, agli ordini delle industrie e alle vendite degli esercizi. O il governo, prima di allora, sarà in grado di far ripartire a pieno regime l'economia, con aiuti a fondo perduto, o sarà una strage di lavoratori».Ad ogni modo, non ci sarà molto da attendere. Il divieto di licenziare, al momento, vale solo fino al 17 agosto. La speranza del governo è che dopo quella data gli italiani possano riprendere finalmente a navigare in acque più tranquille. 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Grandissima enfasi, letteralmente da televendita, sui fondi europei, omettendo in prima battuta di raccontare la verità, e cioè che per quest'anno non verrà nulla dal Recovery fund, e nel 2021 forse appena 4 miliardi a fondo perduto. Eppure Conte ha assunto l'aria di uno che ha le tasche piene di miliardi, e tenta una grande operazione acquisitiva, provando ad allettare, promettere, ammiccare, e convocando tutti al gran bazar di Palazzo Chigi, al gran suk dei fondi (che però al momento non ci sono). Cercando soprattutto di blindarsi come gestore della nuova fase e distributore di risorse. Quasi non volendo, a un certo punto, è però spuntata una doppia imbarazzata confessione: la prima sul Mes, quando Conte, per la prima volta, ha usato la parola «condizioni», tema a lungo negato e tabù; la seconda, quando il premier ha ammesso che chiederà all'Ue «un'anticipazione» sul Recovery fund, cioè qualche somma da erogare prima del previsto. Il premier ha esordito cercando di prendersi il merito della riapertura: «Il sistema di controllo che abbiamo adottato sta funzionando, come il nostro indirizzo politico di procedere con riaperture progressive. La strategia è stata quella giusta». A seguire, passaggio lirico: «Colgo un rinnovato entusiasmo. Ci meritiamo il sorriso e l'allegria». Poi Conte è passato ad autoelogiarsi sull'economia: «Abbiamo stanziato 80 miliardi, corrispondenti a tre manovre economiche». L'autocelebrazione, con sprezzo del ridicolo, ha incluso la cassa integrazione e i bonus per le partite Iva, solo con tenui ammissioni su ciò che non ha funzionato: «Ci rendiamo conto dei ritardi, ci stiamo confrontando con una legislazione e un apparato statale che non era pronto». E poi la gran televendita, con la convocazione di quelli che Giuseppi ha chiamato «Stati generali dell'economia». «Dobbiamo tornare a intervenire con nuove misure», ha detto il premier. E come? Con il miraggio dei fondi di Bruxelles: «L'Ue, grazie anche al sostegno dell'Italia, ha messo sul tavolo 750 miliardi con il Recovery fund». E qui il mercante in fiera ha fatto intravvedere investimenti per tutti, tramite quello che ha chiamato «piano di rinascita» o «Recovery plan»: digitalizzazione, innovazione, banda larga, capitalizzazione delle imprese, transizione verso l'energia sostenibile, scuola, tempi della giustizia, riforma fiscale, alta velocità in Sicilia, linea Pescara-Lecce, perfino il Ponte sullo Stretto («lo valuterò senza pregiudizio»). Tutto in un unico frullatore. Più che un programma di legislatura, un programma di due o tre legislature. E i soldi? «La somma che l'Europa metterà a disposizione», ha detto Conte, «va intesa come una risorsa di cui il governo in carica avrà la responsabilità, ma intendo convocare a Palazzo Chigi tutti i principali attori del sistema Italia: parti sociali, associazioni di categoria. Abbiamo già una base di lavoro: il documento del comitato guidato da Vittorio Colao». Insomma, una sfilata a corte per rendere visibile che sarà il governo a maneggiare i soldi. Non è mancato un incredibile schiaffo al Nord, quando Conte ha evocato la «fiscalità di vantaggio per il Sud» (per il Nord ci sarà quella di svantaggio?). Verso il centrodestra, grande gelo: solo rispondendo a una domanda, il premier ha detto che le forze di opposizione saranno coinvolte nella consultazione. Ma subito dopo Conte ha sparso veleno sulla manifestazione del 2 giugno: «Pensate se dagli assembramenti dovessero nascere focolai…», ha testualmente detto. Sfugge come una frase del genere possa conciliarsi con una sincera collaborazione istituzionale. A seguire, una risposta spigolosa alla frase del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi sul fatto che questa politica faccia più danni del virus («Espressione infelice, la rimando al mittente», ha sibilato Conte); un passaggio ambivalente su Autostrade (prima il riferimento alla revoca, poi un ennesimo segnale di trattativa); promesse mirabolanti sul futuro decreto semplificazione, ipotizzando una riformulazione del reato di abuso d'ufficio e della responsabilità erariale. Solo dopo una mezz'ora, le due ammissioni più brucianti. Dapprima Conte, dopo aver annunciato la partecipazione ai progetti Bei e Sure, ha confermato cautela sul Mes («Quando avremo tutti i regolamenti, li studierò e col Parlamento decideremo»), e soprattutto ha ammesso quello che la Verità scrive da mesi, e cioè che le condizioni ci saranno: «Si tratta di un prestito, dipende da quanto dura il piano di rientro, e dalle condizioni che ci saranno date». E infine, smontando - senza forse rendersene conto - le mirabolanti promesse di prima, la grande ammissione sul Recovery fund: «Abbiamo un problema di immediata spendibilità. Stiamo lavorando per un'anticipazione. Ne ho parlato con la Von der Leyen, ma al momento gli strumenti per anticipare sono modesti…». Insomma, la televendita c'è, ma la cassa è vuota.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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Il direttore Maurizio Belpietro durante l'evento dello scorso anno. Nel riquadro la locandina della terza edizione de «Il giorno de La Verità», in programma martedì 23 giugno a Roma
Praticamente tutti i ministri in carica, e i protagonisti di questo momento storico, attraverso speech e interviste esclusive parleranno di economia, politica, difesa e sicurezza, sostenibilità energetica, agroalimentare, lavoro e formazione. L’obiettivo è sempre il solito: mettere nel mirino i nodi cruciali dell’agenda politica nazionale e internazionale mentre però è ancora in corso la guerra tra Russia e Ucraina e l’intesa sulla pace tra gli Usa e Iran appare meno solida di quanto si vorrebbe.
Per la prima volta, un leader dell’opposizione si confronterà con Belpietro nella splendida cornice dell’Acquario romano, lo storico edificio di fine Ottocento a due passi dalla stazione Termini, sede della Casa dell’architettura. La chiusura, come nella scorsa edizione, sarà riservata al faccia a faccia tra Belpietro e il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’intero evento, costituito da una serie di panel tematici, si potrà seguire in diretta sui nostri canali social e sul sito Web della Verità.
Ad aprire le danze per sviluppare il tema «Una nuova Primav(era)», intervistato sempre da Belpietro, sarà Giuseppe Conte, il leader del M5s già al lavoro nel campo largo in vista delle prossime elezioni politiche.
Delle sfide sulla sicurezza si parlerà nel secondo panel della giornata, con l’intervento dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A seguire, lo spazio dedicato all’economia dove sarà protagonista il ministro Giancarlo Giorgetti.
Si guarderà poi in avanti con «La fabbrica del futuro», spazio dedicato alla competitività nella rivoluzione digitale italiana, dove si confronteranno, con la conduzione del vicedirettore della Verità Giuliano Zulin, Georg Gufler, chief executive officer di Doppelmayr Italy, Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Flash entertainment, Stefano Paggi, chief technology e operation officer di Fibercop, Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino, e i rappresentanti di Autostrade per l’Italia e Fs.
È intitolato «Il tesoro d’Italia» il panel dedicato a cibo, filiere e sovranità in cui il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, spiegherà quale sarà la sfida per nutrire il futuro. Con la conduzione del condirettore del nostro quotidiano, Massimo de’ Manzoni, nello stesso spazio è previsto l’intervento di Federico Vecchioni, ceo di BF.
Altro argomento di grande attualità e partita decisiva per l’Europa è «L’energia del potere», panel in cui si confronteranno Riccardo Toto, direttore generaledi Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/Digital Eni, Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale Simest.
Seguirà l’intervista a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Nello spazio condotto dalla giornalista Rai Manuela Moreno, «Le reti della sovranità», si parlerà di infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi. Interverranno Acea, Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Adr, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2a.
Inevitabile un focus sul «Lavoro che cambia», con salari, contratti, formazione e occupazione. La domanda cruciale è come alimentare lo sviluppo davanti alla grande trasformazione del mercato. Risponderà nella sua intervista il ministro del Lavoro Elvira Calderone.
Quindi gli interventi di Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie all’Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, ceo di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e di Daniele Grassucci, direttore di skuola.net.
Concluderà i lavori, come nella scorsa edizione, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, intervistata in esclusiva dal direttore Belpietro, oltre al bilancio del suo governo, potrà anticipare i prossimi passi in agenda per chiudere la sua legislatura tra le richieste dei cittadini, la campagna elettorale già iniziata, i sondaggi e il programma della coalizione di centrodestra «incalzata» dal neo Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci.
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