True
2025-04-02
Dopo il kit per l’emergenza bellica l’Ue vuole plasmare gli eurobalilla
L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Ansa)
Nel presentare il kit per le emergenze con coltellini e scatolette di tonno, Hadja Lahbib si era sbellicata dalle risate. Invece, il testo della risoluzione sulla Difesa, che oggi il Parlamento europeo è chiamato a votare, fa piangere. Specie per la parte dedicata al programma di indottrinamento bellico destinato ai cittadini, alle famiglie e soprattutto ai ragazzi, che andrà attuato tramite l’agenzia anti fake news e persino coinvolgendo le «organizzazioni giovanili». Primavera di bellezza: si forgiano gli eurobalilla. Li faranno marciare mentre sventolano le bandiere dell’Ue? Insegneranno loro a smontare e rimontare i moschetti? Sommergeranno TikTok di video della commissaria belga che spiega come sopravvivere a un attacco nucleare?
Per Bruxelles, il riarmo è una proprietà. Ecco perché i vertici dell’Europa rivendicano anche la strategia del terrorismo psicologico.
Ieri, con i deputati a Strasburgo, Kaja Kallas è stata esplicita: «Molti di voi, soprattutto a sinistra», ha dichiarato in Aula, «dicono che non dovremmo parlare dei rischi che ci circondano, delle minacce russe, perché sono cose che fanno paura alla gente. Ma dobbiamo essere onesti con le persone. Se ascoltiamo quello che dicono i servizi segreti dei Paesi membri o gli Stati maggiori, la minaccia è vera». L’Alto rappresentante ha deciso di calare il jolly pure per vincere le resistenze del governo socialista iberico. Nei giorni scorsi, Madrid aveva riferito di non percepire in maniera drammatica il pericolo e, dunque, di non essere disposta a seguire la Commissione sulla corsa agli armamenti. Intervistata da El País, allora, l’estone ha scelto il ricatto (im)morale: poiché alcuni Paesi, tra cui la Spagna, durante il Covid hanno ricevuto «più aiuti di altri», oggi, a suo avviso, sono tenuti ad applicare lo stesso criterio di «solidarietà» e a garantire che, «sulla spesa militare», l’Europa resti unita. A quale «solidarietà» alludeva la Kallas? A quella che beneficherebbe l’automotiv tedesco, messo in crisi dal Green deal e adesso aggrappato agli arsenali?
Nel Vecchio continente tria un’arietta di repressione e irreggimentazione. Ad esempio, salvo emendamenti, l’iniziativa sorta per contrastare la disinformazione di Mosca - lo Scudo per la democrazia - dovrebbe «individuare, tracciare e richiedere la rimozione dei contenuti online ingannevoli». La struttura, però, verrebbe pure arruolata nella campagna per favorire «una più ampia comprensione delle minacce per la sicurezza e dei rischi tra i cittadini Ue, allo scopo di sviluppare una visione condivisa e un allineamento nella percezione della minaccia in Europa, e di creare una nozione completa di Difesa europea». Avete capito bene: l’Ue ci vuole allineati e coperti. E per metterci in riga, è disposta a impiegare ogni mezzo. Compresi «programmi educativi, specialmente per i giovani, che mirino a migliorare la conoscenza e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la Difesa e l’importanza delle forze armate, nonché a consolidare la resilienza e la preparazione delle società ad affrontare sfide alla sicurezza».
Per tener fede all’agenda Lgbt e femminista, l’Europa resiste alle sirene della «maschia gioventù» e propone che le politiche di Difesa riflettano «i principi dell’uguaglianza di genere e della diversità», con l’inserimento di «consiglieri di genere» nelle missioni e nelle operazioni condotte nel quadro della Politica di sicurezza e di Difesa comune. Ma a parte i pochi proiettili woke, la cartucciera dell’Europarlamento è piena di munizioni incendiarie: dai riferimenti alle infrastrutture per consentire la «mobilità militare», all’insistenza sull’adesione di Kiev alla Nato, all’ennesimo invito a «eliminare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi all’interno della Russia».
Visto l’andazzo, non meraviglia l’estremo paradosso orwelliano del bellicismo europeo: l’idea di continuare a foraggiare il conflitto ricorrendo ai finanziamenti del Fondo per la pace. E se l’Ue prepara la guerra, in Italia non poteva mancare la claque impegnata a ridicolizzare l’opinione pubblica, refrattaria al coinvolgimento delle nostre truppe al fronte orientale.
Alessandra Ghisleri ha attribuito una maggioranza bulgara al blocco trasversale di chi è ostile all’invio di soldati in Ucraina. Commentando il suo sondaggio, Marcello Sorgi, sulla Stampa di ieri, ha dapprima ricostruito un bizzarro pedigree del pacifismo antiatlantista, che deriverebbe da un «immotivato risentimento» per i bombardamenti degli Alleati durante il nazifascismo: magari ebbero la mano pesante, ma non avremmo dovuto mica spaccare il capello... Dopodiché, l’editorialista ha messo in guardia i lettori rispetto al fascino della «predicazione laica» contro la guerra, che va «nella direzione opposta di un’Italia che presto - nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano - sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria Difesa e a quella europea». È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. All’armi, siamo europeisti!
Putin rintuzza gli Usa e flirta con Xi
Mentre i bollettini di guerra continuano a registrare una lenta ma costante avanzata russa, soprattutto nel Kursk, Washington e Mosca proseguono le trattative per arrivare a un cessate il fuoco e, di conseguenza, a una bozza di pace. Malgrado l’apertura al dialogo reciproca, i negoziati sono tutt’altro che agevoli. L’altro ieri, per esempio, Donald Trump ha dichiarato il suo disappunto nei confronti di Vladimir Putin, definendosi «arrabbiato» e «incavolato» con il presidente russo. Il tycoon, tuttavia, ha aggiunto di essere convinto che Putin «non si rimangerà la parola» e «farà la cosa giusta». Ieri, poi, la Casa Bianca ha aggiunto che The Donald è «frustrato con i leader di entrambe le parti». Ieri non si è fatta attendere la risposta della controparte russa. «Le questioni di cui stiamo discutendo sono molto complesse e richiedono sforzi aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Sulle trattative per il cessate il fuoco è poi intervenuto anche Serghei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. Che, pur ribadendo l’apertura al dialogo, ha però lamentato l’insufficienza delle proposte americane: «Non abbiamo sentito alcun segnale dagli Stati Uniti indirizzato a Kiev sulla fine della guerra», ha detto Ryabkov. «Per ora», ha proseguito, «non c’è altro che un tentativo di trovare una certa formula che ci consenta di raggiungere un cessate il fuoco, come immaginato dagli americani, prima di passare ad altri modelli e formule». Stando al viceministro degli Esteri russo, in particolare, Washington «per ora non ha accolto la nostra richiesta principale, ossia la risoluzione dei problemi associati alle cause profonde di questo conflitto». In sostanza, ha chiosato Ryabkov, «prendiamo molto seriamente le soluzioni proposte dagli americani, ma non possiamo accettare tutto così com’è», dato che «la Russia ha una serie di priorità e approcci attentamente ponderati alla questione, che sono stati elaborati dal team negoziale nel recente incontro con gli americani a Riad».
Insomma, i rapporti tra Mosca e Washington continuano a essere tesi, come ha confermato indirettamente Sergey Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, annunciando ieri un nuovo vertice con gli americani dopo quello di Istanbul, ha specificato che attualmente «sono in corso contatti telefonici e videoconferenze» che mirano a «eliminare i cosiddetti fattori irritanti che interferiscono gravemente con il lavoro» delle rispettive ambasciate. Non stupisce quindi che, in questa situazione, la Russia abbia ripreso a guardare in direzione di Pechino. Sempre nella giornata di ieri, infatti, è stato accolto a Mosca il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Per l’occasione, Lavrov ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra le due nazioni «hanno raggiunto livelli senza precedenti grazie agli sforzi dei due leader».
Nel pomeriggio, poi, Wang Yi ha incontrato il presidente russo in persona, che ha ufficialmente invitato Xi Jinping a Mosca per il prossimo 9 maggio, giorno in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale: «Festeggeremo insieme questo ottantesimo anniversario, sia la vittoria sulla Germania nazista, sia la vittoria sul Giappone militarista», ha affermato Putin. Che poi ha precisato che Xi Jinping «sarà il nostro ospite principale». Da parte sua, Wang Yi ha sottolineato che «la cooperazione tra Russia e Cina non è mai rivolta contro terze parti e non è soggetta a interferenze esterne». Anche perché, ha concluso il ministro degli Esteri cinese, «la nostra amicizia non è opportunistica, ma costruita per durare nel tempo».
Continua a leggereRiduci
Bruxelles mira a indottrinare i giovani usando l’agenzia anti bufale. Kallas rivendica il metodo della paura e ricatta Madrid: «Ha avuto tanti aiuti col Covid, sostenga il riarmo». La stampa italiana denigra i pacifisti.Mosca: «Proposte americane inaccettabili». Pechino: «Tra noi e i russi un’amicizia che è destinata a durare». Lo zar invita il leader comunista alla parata del 9 maggio.Lo speciale contiene due articoli.Nel presentare il kit per le emergenze con coltellini e scatolette di tonno, Hadja Lahbib si era sbellicata dalle risate. Invece, il testo della risoluzione sulla Difesa, che oggi il Parlamento europeo è chiamato a votare, fa piangere. Specie per la parte dedicata al programma di indottrinamento bellico destinato ai cittadini, alle famiglie e soprattutto ai ragazzi, che andrà attuato tramite l’agenzia anti fake news e persino coinvolgendo le «organizzazioni giovanili». Primavera di bellezza: si forgiano gli eurobalilla. Li faranno marciare mentre sventolano le bandiere dell’Ue? Insegneranno loro a smontare e rimontare i moschetti? Sommergeranno TikTok di video della commissaria belga che spiega come sopravvivere a un attacco nucleare?Per Bruxelles, il riarmo è una proprietà. Ecco perché i vertici dell’Europa rivendicano anche la strategia del terrorismo psicologico.Ieri, con i deputati a Strasburgo, Kaja Kallas è stata esplicita: «Molti di voi, soprattutto a sinistra», ha dichiarato in Aula, «dicono che non dovremmo parlare dei rischi che ci circondano, delle minacce russe, perché sono cose che fanno paura alla gente. Ma dobbiamo essere onesti con le persone. Se ascoltiamo quello che dicono i servizi segreti dei Paesi membri o gli Stati maggiori, la minaccia è vera». L’Alto rappresentante ha deciso di calare il jolly pure per vincere le resistenze del governo socialista iberico. Nei giorni scorsi, Madrid aveva riferito di non percepire in maniera drammatica il pericolo e, dunque, di non essere disposta a seguire la Commissione sulla corsa agli armamenti. Intervistata da El País, allora, l’estone ha scelto il ricatto (im)morale: poiché alcuni Paesi, tra cui la Spagna, durante il Covid hanno ricevuto «più aiuti di altri», oggi, a suo avviso, sono tenuti ad applicare lo stesso criterio di «solidarietà» e a garantire che, «sulla spesa militare», l’Europa resti unita. A quale «solidarietà» alludeva la Kallas? A quella che beneficherebbe l’automotiv tedesco, messo in crisi dal Green deal e adesso aggrappato agli arsenali?Nel Vecchio continente tria un’arietta di repressione e irreggimentazione. Ad esempio, salvo emendamenti, l’iniziativa sorta per contrastare la disinformazione di Mosca - lo Scudo per la democrazia - dovrebbe «individuare, tracciare e richiedere la rimozione dei contenuti online ingannevoli». La struttura, però, verrebbe pure arruolata nella campagna per favorire «una più ampia comprensione delle minacce per la sicurezza e dei rischi tra i cittadini Ue, allo scopo di sviluppare una visione condivisa e un allineamento nella percezione della minaccia in Europa, e di creare una nozione completa di Difesa europea». Avete capito bene: l’Ue ci vuole allineati e coperti. E per metterci in riga, è disposta a impiegare ogni mezzo. Compresi «programmi educativi, specialmente per i giovani, che mirino a migliorare la conoscenza e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la Difesa e l’importanza delle forze armate, nonché a consolidare la resilienza e la preparazione delle società ad affrontare sfide alla sicurezza». Per tener fede all’agenda Lgbt e femminista, l’Europa resiste alle sirene della «maschia gioventù» e propone che le politiche di Difesa riflettano «i principi dell’uguaglianza di genere e della diversità», con l’inserimento di «consiglieri di genere» nelle missioni e nelle operazioni condotte nel quadro della Politica di sicurezza e di Difesa comune. Ma a parte i pochi proiettili woke, la cartucciera dell’Europarlamento è piena di munizioni incendiarie: dai riferimenti alle infrastrutture per consentire la «mobilità militare», all’insistenza sull’adesione di Kiev alla Nato, all’ennesimo invito a «eliminare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi all’interno della Russia».Visto l’andazzo, non meraviglia l’estremo paradosso orwelliano del bellicismo europeo: l’idea di continuare a foraggiare il conflitto ricorrendo ai finanziamenti del Fondo per la pace. E se l’Ue prepara la guerra, in Italia non poteva mancare la claque impegnata a ridicolizzare l’opinione pubblica, refrattaria al coinvolgimento delle nostre truppe al fronte orientale.Alessandra Ghisleri ha attribuito una maggioranza bulgara al blocco trasversale di chi è ostile all’invio di soldati in Ucraina. Commentando il suo sondaggio, Marcello Sorgi, sulla Stampa di ieri, ha dapprima ricostruito un bizzarro pedigree del pacifismo antiatlantista, che deriverebbe da un «immotivato risentimento» per i bombardamenti degli Alleati durante il nazifascismo: magari ebbero la mano pesante, ma non avremmo dovuto mica spaccare il capello... Dopodiché, l’editorialista ha messo in guardia i lettori rispetto al fascino della «predicazione laica» contro la guerra, che va «nella direzione opposta di un’Italia che presto - nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano - sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria Difesa e a quella europea». È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. All’armi, siamo europeisti!<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-vuole-plasmare-eurobalilla-2671656923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-rintuzza-gli-usa-e-flirta-con-xi" data-post-id="2671656923" data-published-at="1743577445" data-use-pagination="False"> Putin rintuzza gli Usa e flirta con Xi Mentre i bollettini di guerra continuano a registrare una lenta ma costante avanzata russa, soprattutto nel Kursk, Washington e Mosca proseguono le trattative per arrivare a un cessate il fuoco e, di conseguenza, a una bozza di pace. Malgrado l’apertura al dialogo reciproca, i negoziati sono tutt’altro che agevoli. L’altro ieri, per esempio, Donald Trump ha dichiarato il suo disappunto nei confronti di Vladimir Putin, definendosi «arrabbiato» e «incavolato» con il presidente russo. Il tycoon, tuttavia, ha aggiunto di essere convinto che Putin «non si rimangerà la parola» e «farà la cosa giusta». Ieri, poi, la Casa Bianca ha aggiunto che The Donald è «frustrato con i leader di entrambe le parti». Ieri non si è fatta attendere la risposta della controparte russa. «Le questioni di cui stiamo discutendo sono molto complesse e richiedono sforzi aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Sulle trattative per il cessate il fuoco è poi intervenuto anche Serghei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. Che, pur ribadendo l’apertura al dialogo, ha però lamentato l’insufficienza delle proposte americane: «Non abbiamo sentito alcun segnale dagli Stati Uniti indirizzato a Kiev sulla fine della guerra», ha detto Ryabkov. «Per ora», ha proseguito, «non c’è altro che un tentativo di trovare una certa formula che ci consenta di raggiungere un cessate il fuoco, come immaginato dagli americani, prima di passare ad altri modelli e formule». Stando al viceministro degli Esteri russo, in particolare, Washington «per ora non ha accolto la nostra richiesta principale, ossia la risoluzione dei problemi associati alle cause profonde di questo conflitto». In sostanza, ha chiosato Ryabkov, «prendiamo molto seriamente le soluzioni proposte dagli americani, ma non possiamo accettare tutto così com’è», dato che «la Russia ha una serie di priorità e approcci attentamente ponderati alla questione, che sono stati elaborati dal team negoziale nel recente incontro con gli americani a Riad». Insomma, i rapporti tra Mosca e Washington continuano a essere tesi, come ha confermato indirettamente Sergey Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, annunciando ieri un nuovo vertice con gli americani dopo quello di Istanbul, ha specificato che attualmente «sono in corso contatti telefonici e videoconferenze» che mirano a «eliminare i cosiddetti fattori irritanti che interferiscono gravemente con il lavoro» delle rispettive ambasciate. Non stupisce quindi che, in questa situazione, la Russia abbia ripreso a guardare in direzione di Pechino. Sempre nella giornata di ieri, infatti, è stato accolto a Mosca il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Per l’occasione, Lavrov ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra le due nazioni «hanno raggiunto livelli senza precedenti grazie agli sforzi dei due leader». Nel pomeriggio, poi, Wang Yi ha incontrato il presidente russo in persona, che ha ufficialmente invitato Xi Jinping a Mosca per il prossimo 9 maggio, giorno in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale: «Festeggeremo insieme questo ottantesimo anniversario, sia la vittoria sulla Germania nazista, sia la vittoria sul Giappone militarista», ha affermato Putin. Che poi ha precisato che Xi Jinping «sarà il nostro ospite principale». Da parte sua, Wang Yi ha sottolineato che «la cooperazione tra Russia e Cina non è mai rivolta contro terze parti e non è soggetta a interferenze esterne». Anche perché, ha concluso il ministro degli Esteri cinese, «la nostra amicizia non è opportunistica, ma costruita per durare nel tempo».
iStock
Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
Continua a leggereRiduci
Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
Continua a leggereRiduci
Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Partiamo dal primo. Il World travel & Tourism council stima che il conflitto stia già costando al Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno in spesa internazionale; la regione vale circa il 5% degli arrivi turistici globali e il 14% del traffico internazionale di transito, mentre i soli hub di Dubai, Abu Dhabi, Doha e Bahrain movimentano normalmente circa 526.000 passeggeri al giorno. Secondo Oxford economics/tourism economics, nel 2026 il Medio Oriente potrebbe perdere da 23 a 38 milioni di visitatori rispetto alle attese, con un buco di 34-56 miliardi di dollari e un calo degli arrivi compreso fra 11% e 27% su base annua.
Per quanto riguarda i viaggi in aereo, nei primi due giorni del conflitto sono stati cancellati oltre 5.000 voli, e al 9 marzo le cancellazioni avevano raggiunto circa 40.000 tratte. Entro il 2 marzo erano già saltati oltre 6.000 voli in sette Paesi mediorientali, con la sola Dubai international responsabile di più di 3.000 cancellazioni. Dxb, l’aeroporto internazionale più trafficato del mondo, gestisce normalmente oltre 1.000 voli al giorno. Il 28 febbraio le compagnie avevano già cancellato circa la metà dei voli verso il Qatar e il 28% dei voli verso il Kuwait.
Secondo AirDna, il 28 febbraio le cancellazioni delle case vacanza negli Emirati sono schizzate a 8.450, contro una media di circa 3.100 nelle altre notti di febbraio; il tasso di cancellazione è salito al 43,8%, contro una media del 14,5% nel resto del mese, e la gran parte riguardava soggiorni previsti per marzo. Il Financial Times riferisce inoltre che nella sola Dubai sono state cancellate oltre 80.000 prenotazioni di affitti brevi nella settimana fino al 6 marzo.
In dettaglio, l’immobiliare emiratino, che fino a gennaio sembrava intoccabile, è il secondo fronte della crisi perché il 65% delle transazioni di Dubai nel 2025 era off-plan, quindi dipendente dalla fiducia di acquirenti esteri e dalla capacità dei costruttori di rifinanziarsi. Dopo i raid iraniani, Emaar e Aldar hanno perso il 5% in Borsa in una seduta, il mercato obbligazionario per nuove emissioni si è di fatto congelato e almeno un aumento di capitale immobiliare negli Emirati è stato rinviato. Il problema è che il settore entra in crisi con una grande ondata di offerta in arrivo: secondo JPMorgan, Dubai dovrà assorbire 300.000-400.000 nuove unità entro il 2028.
Il paradosso è che i prezzi erano ancora in corsa. Per Fitch, tra il 2022 e il primo trimestre 2025, i prezzi immobiliari di Dubai sono saliti del 60%; nel quarto trimestre 2025, secondo Cbre, i prezzi residenziali si sono mostrati in aumento di quasi il 13% annuo a Dubai e di circa il 32% ad Abu Dhabi.
Il Qatar entra nel conflitto da una posizione meno euforica ma comunque forte sul lato turistico. Nel 2025 ha registrato 5,1 milioni di visitatori internazionali (+3,7%), con il 61% arrivato per via aerea, una capacità di circa 42.500 catene alberghiere, occupazione media al 71,3% e 10,84 milioni di notti vendute (+8,6%). Ma proprio questa dipendenza dall’aereo lo rende vulnerabile: il 28 febbraio circa metà dei voli verso il Qatar è stata cancellata.
Anche il real estate qatariota stava già rallentando nei prezzi prima della guerra. Secondo Knight Frank, nel 2025 le vendite residenziali sono salite del 43,5% a 26,6 miliardi di riyal qatarini, con 6.831 transazioni (+50%), ma i prezzi delle ville nel quarto trimestre sono scesi dell’1% annuo e gli affitti medi delle ville del 2,4% gli affitti di uffici appena costruiti o riqualificati sono diminuiti dell’1,4%.
L’Arabia Saudita è il caso più complesso. Sul turismo internazionale i numeri erano robusti: nel 2025 il regno ha accolto circa 30 milioni di turisti con una spesa superiore a 172 miliardi di riyal. Ma sul real estate Riyadh stava già mostrando segni di fatica molto prima della guerra. A settembre 2025 il governo ha imposto un congelamento quinquennale degli aumenti degli affitti nella capitale, dopo rincari del 13,9% per le ville e del 6,9% per gli appartamenti nel secondo trimestre.
Inoltre, c’è stato un aumento dei prezzi degli appartamenti dell’82% e delle ville del 50% dal 2019. Il report Knight Frank 2026 è ancora più netto: a Riyadh il numero di transazioni residenziali è sceso da 67.520 nel 2024 a 30.408 nel 2025 (-55%), con valore giù del 48% a 42 miliardi di riyal, pur in presenza di prezzi ancora in crescita e di 346.700 unità previste fra il 2026 e il 2028.
Continua a leggereRiduci