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2025-04-02
Dopo il kit per l’emergenza bellica l’Ue vuole plasmare gli eurobalilla
L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Ansa)
Nel presentare il kit per le emergenze con coltellini e scatolette di tonno, Hadja Lahbib si era sbellicata dalle risate. Invece, il testo della risoluzione sulla Difesa, che oggi il Parlamento europeo è chiamato a votare, fa piangere. Specie per la parte dedicata al programma di indottrinamento bellico destinato ai cittadini, alle famiglie e soprattutto ai ragazzi, che andrà attuato tramite l’agenzia anti fake news e persino coinvolgendo le «organizzazioni giovanili». Primavera di bellezza: si forgiano gli eurobalilla. Li faranno marciare mentre sventolano le bandiere dell’Ue? Insegneranno loro a smontare e rimontare i moschetti? Sommergeranno TikTok di video della commissaria belga che spiega come sopravvivere a un attacco nucleare?
Per Bruxelles, il riarmo è una proprietà. Ecco perché i vertici dell’Europa rivendicano anche la strategia del terrorismo psicologico.
Ieri, con i deputati a Strasburgo, Kaja Kallas è stata esplicita: «Molti di voi, soprattutto a sinistra», ha dichiarato in Aula, «dicono che non dovremmo parlare dei rischi che ci circondano, delle minacce russe, perché sono cose che fanno paura alla gente. Ma dobbiamo essere onesti con le persone. Se ascoltiamo quello che dicono i servizi segreti dei Paesi membri o gli Stati maggiori, la minaccia è vera». L’Alto rappresentante ha deciso di calare il jolly pure per vincere le resistenze del governo socialista iberico. Nei giorni scorsi, Madrid aveva riferito di non percepire in maniera drammatica il pericolo e, dunque, di non essere disposta a seguire la Commissione sulla corsa agli armamenti. Intervistata da El País, allora, l’estone ha scelto il ricatto (im)morale: poiché alcuni Paesi, tra cui la Spagna, durante il Covid hanno ricevuto «più aiuti di altri», oggi, a suo avviso, sono tenuti ad applicare lo stesso criterio di «solidarietà» e a garantire che, «sulla spesa militare», l’Europa resti unita. A quale «solidarietà» alludeva la Kallas? A quella che beneficherebbe l’automotiv tedesco, messo in crisi dal Green deal e adesso aggrappato agli arsenali?
Nel Vecchio continente tria un’arietta di repressione e irreggimentazione. Ad esempio, salvo emendamenti, l’iniziativa sorta per contrastare la disinformazione di Mosca - lo Scudo per la democrazia - dovrebbe «individuare, tracciare e richiedere la rimozione dei contenuti online ingannevoli». La struttura, però, verrebbe pure arruolata nella campagna per favorire «una più ampia comprensione delle minacce per la sicurezza e dei rischi tra i cittadini Ue, allo scopo di sviluppare una visione condivisa e un allineamento nella percezione della minaccia in Europa, e di creare una nozione completa di Difesa europea». Avete capito bene: l’Ue ci vuole allineati e coperti. E per metterci in riga, è disposta a impiegare ogni mezzo. Compresi «programmi educativi, specialmente per i giovani, che mirino a migliorare la conoscenza e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la Difesa e l’importanza delle forze armate, nonché a consolidare la resilienza e la preparazione delle società ad affrontare sfide alla sicurezza».
Per tener fede all’agenda Lgbt e femminista, l’Europa resiste alle sirene della «maschia gioventù» e propone che le politiche di Difesa riflettano «i principi dell’uguaglianza di genere e della diversità», con l’inserimento di «consiglieri di genere» nelle missioni e nelle operazioni condotte nel quadro della Politica di sicurezza e di Difesa comune. Ma a parte i pochi proiettili woke, la cartucciera dell’Europarlamento è piena di munizioni incendiarie: dai riferimenti alle infrastrutture per consentire la «mobilità militare», all’insistenza sull’adesione di Kiev alla Nato, all’ennesimo invito a «eliminare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi all’interno della Russia».
Visto l’andazzo, non meraviglia l’estremo paradosso orwelliano del bellicismo europeo: l’idea di continuare a foraggiare il conflitto ricorrendo ai finanziamenti del Fondo per la pace. E se l’Ue prepara la guerra, in Italia non poteva mancare la claque impegnata a ridicolizzare l’opinione pubblica, refrattaria al coinvolgimento delle nostre truppe al fronte orientale.
Alessandra Ghisleri ha attribuito una maggioranza bulgara al blocco trasversale di chi è ostile all’invio di soldati in Ucraina. Commentando il suo sondaggio, Marcello Sorgi, sulla Stampa di ieri, ha dapprima ricostruito un bizzarro pedigree del pacifismo antiatlantista, che deriverebbe da un «immotivato risentimento» per i bombardamenti degli Alleati durante il nazifascismo: magari ebbero la mano pesante, ma non avremmo dovuto mica spaccare il capello... Dopodiché, l’editorialista ha messo in guardia i lettori rispetto al fascino della «predicazione laica» contro la guerra, che va «nella direzione opposta di un’Italia che presto - nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano - sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria Difesa e a quella europea». È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. All’armi, siamo europeisti!
Putin rintuzza gli Usa e flirta con Xi
Mentre i bollettini di guerra continuano a registrare una lenta ma costante avanzata russa, soprattutto nel Kursk, Washington e Mosca proseguono le trattative per arrivare a un cessate il fuoco e, di conseguenza, a una bozza di pace. Malgrado l’apertura al dialogo reciproca, i negoziati sono tutt’altro che agevoli. L’altro ieri, per esempio, Donald Trump ha dichiarato il suo disappunto nei confronti di Vladimir Putin, definendosi «arrabbiato» e «incavolato» con il presidente russo. Il tycoon, tuttavia, ha aggiunto di essere convinto che Putin «non si rimangerà la parola» e «farà la cosa giusta». Ieri, poi, la Casa Bianca ha aggiunto che The Donald è «frustrato con i leader di entrambe le parti». Ieri non si è fatta attendere la risposta della controparte russa. «Le questioni di cui stiamo discutendo sono molto complesse e richiedono sforzi aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Sulle trattative per il cessate il fuoco è poi intervenuto anche Serghei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. Che, pur ribadendo l’apertura al dialogo, ha però lamentato l’insufficienza delle proposte americane: «Non abbiamo sentito alcun segnale dagli Stati Uniti indirizzato a Kiev sulla fine della guerra», ha detto Ryabkov. «Per ora», ha proseguito, «non c’è altro che un tentativo di trovare una certa formula che ci consenta di raggiungere un cessate il fuoco, come immaginato dagli americani, prima di passare ad altri modelli e formule». Stando al viceministro degli Esteri russo, in particolare, Washington «per ora non ha accolto la nostra richiesta principale, ossia la risoluzione dei problemi associati alle cause profonde di questo conflitto». In sostanza, ha chiosato Ryabkov, «prendiamo molto seriamente le soluzioni proposte dagli americani, ma non possiamo accettare tutto così com’è», dato che «la Russia ha una serie di priorità e approcci attentamente ponderati alla questione, che sono stati elaborati dal team negoziale nel recente incontro con gli americani a Riad».
Insomma, i rapporti tra Mosca e Washington continuano a essere tesi, come ha confermato indirettamente Sergey Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, annunciando ieri un nuovo vertice con gli americani dopo quello di Istanbul, ha specificato che attualmente «sono in corso contatti telefonici e videoconferenze» che mirano a «eliminare i cosiddetti fattori irritanti che interferiscono gravemente con il lavoro» delle rispettive ambasciate. Non stupisce quindi che, in questa situazione, la Russia abbia ripreso a guardare in direzione di Pechino. Sempre nella giornata di ieri, infatti, è stato accolto a Mosca il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Per l’occasione, Lavrov ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra le due nazioni «hanno raggiunto livelli senza precedenti grazie agli sforzi dei due leader».
Nel pomeriggio, poi, Wang Yi ha incontrato il presidente russo in persona, che ha ufficialmente invitato Xi Jinping a Mosca per il prossimo 9 maggio, giorno in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale: «Festeggeremo insieme questo ottantesimo anniversario, sia la vittoria sulla Germania nazista, sia la vittoria sul Giappone militarista», ha affermato Putin. Che poi ha precisato che Xi Jinping «sarà il nostro ospite principale». Da parte sua, Wang Yi ha sottolineato che «la cooperazione tra Russia e Cina non è mai rivolta contro terze parti e non è soggetta a interferenze esterne». Anche perché, ha concluso il ministro degli Esteri cinese, «la nostra amicizia non è opportunistica, ma costruita per durare nel tempo».
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Bruxelles mira a indottrinare i giovani usando l’agenzia anti bufale. Kallas rivendica il metodo della paura e ricatta Madrid: «Ha avuto tanti aiuti col Covid, sostenga il riarmo». La stampa italiana denigra i pacifisti.Mosca: «Proposte americane inaccettabili». Pechino: «Tra noi e i russi un’amicizia che è destinata a durare». Lo zar invita il leader comunista alla parata del 9 maggio.Lo speciale contiene due articoli.Nel presentare il kit per le emergenze con coltellini e scatolette di tonno, Hadja Lahbib si era sbellicata dalle risate. Invece, il testo della risoluzione sulla Difesa, che oggi il Parlamento europeo è chiamato a votare, fa piangere. Specie per la parte dedicata al programma di indottrinamento bellico destinato ai cittadini, alle famiglie e soprattutto ai ragazzi, che andrà attuato tramite l’agenzia anti fake news e persino coinvolgendo le «organizzazioni giovanili». Primavera di bellezza: si forgiano gli eurobalilla. Li faranno marciare mentre sventolano le bandiere dell’Ue? Insegneranno loro a smontare e rimontare i moschetti? Sommergeranno TikTok di video della commissaria belga che spiega come sopravvivere a un attacco nucleare?Per Bruxelles, il riarmo è una proprietà. Ecco perché i vertici dell’Europa rivendicano anche la strategia del terrorismo psicologico.Ieri, con i deputati a Strasburgo, Kaja Kallas è stata esplicita: «Molti di voi, soprattutto a sinistra», ha dichiarato in Aula, «dicono che non dovremmo parlare dei rischi che ci circondano, delle minacce russe, perché sono cose che fanno paura alla gente. Ma dobbiamo essere onesti con le persone. Se ascoltiamo quello che dicono i servizi segreti dei Paesi membri o gli Stati maggiori, la minaccia è vera». L’Alto rappresentante ha deciso di calare il jolly pure per vincere le resistenze del governo socialista iberico. Nei giorni scorsi, Madrid aveva riferito di non percepire in maniera drammatica il pericolo e, dunque, di non essere disposta a seguire la Commissione sulla corsa agli armamenti. Intervistata da El País, allora, l’estone ha scelto il ricatto (im)morale: poiché alcuni Paesi, tra cui la Spagna, durante il Covid hanno ricevuto «più aiuti di altri», oggi, a suo avviso, sono tenuti ad applicare lo stesso criterio di «solidarietà» e a garantire che, «sulla spesa militare», l’Europa resti unita. A quale «solidarietà» alludeva la Kallas? A quella che beneficherebbe l’automotiv tedesco, messo in crisi dal Green deal e adesso aggrappato agli arsenali?Nel Vecchio continente tria un’arietta di repressione e irreggimentazione. Ad esempio, salvo emendamenti, l’iniziativa sorta per contrastare la disinformazione di Mosca - lo Scudo per la democrazia - dovrebbe «individuare, tracciare e richiedere la rimozione dei contenuti online ingannevoli». La struttura, però, verrebbe pure arruolata nella campagna per favorire «una più ampia comprensione delle minacce per la sicurezza e dei rischi tra i cittadini Ue, allo scopo di sviluppare una visione condivisa e un allineamento nella percezione della minaccia in Europa, e di creare una nozione completa di Difesa europea». Avete capito bene: l’Ue ci vuole allineati e coperti. E per metterci in riga, è disposta a impiegare ogni mezzo. Compresi «programmi educativi, specialmente per i giovani, che mirino a migliorare la conoscenza e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la Difesa e l’importanza delle forze armate, nonché a consolidare la resilienza e la preparazione delle società ad affrontare sfide alla sicurezza». Per tener fede all’agenda Lgbt e femminista, l’Europa resiste alle sirene della «maschia gioventù» e propone che le politiche di Difesa riflettano «i principi dell’uguaglianza di genere e della diversità», con l’inserimento di «consiglieri di genere» nelle missioni e nelle operazioni condotte nel quadro della Politica di sicurezza e di Difesa comune. Ma a parte i pochi proiettili woke, la cartucciera dell’Europarlamento è piena di munizioni incendiarie: dai riferimenti alle infrastrutture per consentire la «mobilità militare», all’insistenza sull’adesione di Kiev alla Nato, all’ennesimo invito a «eliminare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi all’interno della Russia».Visto l’andazzo, non meraviglia l’estremo paradosso orwelliano del bellicismo europeo: l’idea di continuare a foraggiare il conflitto ricorrendo ai finanziamenti del Fondo per la pace. E se l’Ue prepara la guerra, in Italia non poteva mancare la claque impegnata a ridicolizzare l’opinione pubblica, refrattaria al coinvolgimento delle nostre truppe al fronte orientale.Alessandra Ghisleri ha attribuito una maggioranza bulgara al blocco trasversale di chi è ostile all’invio di soldati in Ucraina. Commentando il suo sondaggio, Marcello Sorgi, sulla Stampa di ieri, ha dapprima ricostruito un bizzarro pedigree del pacifismo antiatlantista, che deriverebbe da un «immotivato risentimento» per i bombardamenti degli Alleati durante il nazifascismo: magari ebbero la mano pesante, ma non avremmo dovuto mica spaccare il capello... Dopodiché, l’editorialista ha messo in guardia i lettori rispetto al fascino della «predicazione laica» contro la guerra, che va «nella direzione opposta di un’Italia che presto - nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano - sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria Difesa e a quella europea». È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. All’armi, siamo europeisti!<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-vuole-plasmare-eurobalilla-2671656923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-rintuzza-gli-usa-e-flirta-con-xi" data-post-id="2671656923" data-published-at="1743577445" data-use-pagination="False"> Putin rintuzza gli Usa e flirta con Xi Mentre i bollettini di guerra continuano a registrare una lenta ma costante avanzata russa, soprattutto nel Kursk, Washington e Mosca proseguono le trattative per arrivare a un cessate il fuoco e, di conseguenza, a una bozza di pace. Malgrado l’apertura al dialogo reciproca, i negoziati sono tutt’altro che agevoli. L’altro ieri, per esempio, Donald Trump ha dichiarato il suo disappunto nei confronti di Vladimir Putin, definendosi «arrabbiato» e «incavolato» con il presidente russo. Il tycoon, tuttavia, ha aggiunto di essere convinto che Putin «non si rimangerà la parola» e «farà la cosa giusta». Ieri, poi, la Casa Bianca ha aggiunto che The Donald è «frustrato con i leader di entrambe le parti». Ieri non si è fatta attendere la risposta della controparte russa. «Le questioni di cui stiamo discutendo sono molto complesse e richiedono sforzi aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Sulle trattative per il cessate il fuoco è poi intervenuto anche Serghei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. Che, pur ribadendo l’apertura al dialogo, ha però lamentato l’insufficienza delle proposte americane: «Non abbiamo sentito alcun segnale dagli Stati Uniti indirizzato a Kiev sulla fine della guerra», ha detto Ryabkov. «Per ora», ha proseguito, «non c’è altro che un tentativo di trovare una certa formula che ci consenta di raggiungere un cessate il fuoco, come immaginato dagli americani, prima di passare ad altri modelli e formule». Stando al viceministro degli Esteri russo, in particolare, Washington «per ora non ha accolto la nostra richiesta principale, ossia la risoluzione dei problemi associati alle cause profonde di questo conflitto». In sostanza, ha chiosato Ryabkov, «prendiamo molto seriamente le soluzioni proposte dagli americani, ma non possiamo accettare tutto così com’è», dato che «la Russia ha una serie di priorità e approcci attentamente ponderati alla questione, che sono stati elaborati dal team negoziale nel recente incontro con gli americani a Riad». Insomma, i rapporti tra Mosca e Washington continuano a essere tesi, come ha confermato indirettamente Sergey Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, annunciando ieri un nuovo vertice con gli americani dopo quello di Istanbul, ha specificato che attualmente «sono in corso contatti telefonici e videoconferenze» che mirano a «eliminare i cosiddetti fattori irritanti che interferiscono gravemente con il lavoro» delle rispettive ambasciate. Non stupisce quindi che, in questa situazione, la Russia abbia ripreso a guardare in direzione di Pechino. Sempre nella giornata di ieri, infatti, è stato accolto a Mosca il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Per l’occasione, Lavrov ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra le due nazioni «hanno raggiunto livelli senza precedenti grazie agli sforzi dei due leader». Nel pomeriggio, poi, Wang Yi ha incontrato il presidente russo in persona, che ha ufficialmente invitato Xi Jinping a Mosca per il prossimo 9 maggio, giorno in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale: «Festeggeremo insieme questo ottantesimo anniversario, sia la vittoria sulla Germania nazista, sia la vittoria sul Giappone militarista», ha affermato Putin. Che poi ha precisato che Xi Jinping «sarà il nostro ospite principale». Da parte sua, Wang Yi ha sottolineato che «la cooperazione tra Russia e Cina non è mai rivolta contro terze parti e non è soggetta a interferenze esterne». Anche perché, ha concluso il ministro degli Esteri cinese, «la nostra amicizia non è opportunistica, ma costruita per durare nel tempo».
La Commissione investiga sulla vendita di bambole sessuali con sembianze infantili da parte del colosso cinese dell'e-commerce, oltre alle irregolarità su algoritmi IA e alla pubblicità invasiva e subliminale. Lo ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier.
La deputata repubblicana Nancy Mace. Nel riquadro, Virginia Giuffré (Getty Images)
«In coerenza con quanto previsto dalla legge, il Dipartimento [della Giustizia], previa consultazione con i legali delle vittime e con le vittime stesse, ha intrapreso un processo esteso per identificare e oscurare “le porzioni separabili dei documenti che (a) contengono informazioni personali identificative delle vittime […] la cui divulgazione costituirebbe un’invasione chiaramente ingiustificata della privacy personale; (b) raffigurano o contengono materiale di abuso sessuale su minori (Csam) […]; (c) metterebbero a rischio un’indagine federale in corso o un procedimento penale pendente, a condizione che tale trattenimento sia ristretto in modo mirato e temporaneo; e (d) raffigurano o contengono immagini di morte, abuso fisico o lesioni di qualsiasi persona”». L’ultimo Epstein file desecretato è di per sé inutile - una lunga lista di tutti gli individui politicamente esposti menzionati nei documenti - ma esplicita ancora una volta quanto previsto dall’Epstein Files Transparency Act, la legge che ha ordinato le desecretazioni: non tutto è stato pubblicato. Non appaiono, tra i milioni di file accessibili online, quelli contenenti scene di abusi sui minori, morte, maltrattamenti fisici e ferite.
La repubblicana Nancy Mace, tra i deputati insoddisfatti dall’operato del ministero americano, afferma che ci sono ancora file tenuti segreti nel cassetto. «Questa storia non finirà finché qualcuno non andrà in prigione», ha scritto polemicamente su X. Nei giorni scorsi, l’insistenza di alcuni rappresentanti ha costretto la procuratrice generale Pam Bondi e il suo vice Todd Blanche a diffondere alcuni nomi oscurati, tra cui quello del miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che con il faccendiere ebreo si scambiava «video di torture». In un’altra email finora rimasta sottotraccia, Epstein risponde così all’emiratino: «Grazie, loro sono un tesoro. Stanotte nessuna ragazza è al sicuro a Dubai». A chi o che cosa si riferisse il faccendiere con «tesoro», non è dato sapere.
Benché con l’amministrazione Trump si siano fatti enormi passi avanti sul piano della trasparenza, questa incompletezza gioca a favore di chi sospetta vi sia una schiera di papaveri impuniti. D’altronde Virginia Giuffrè, schiava sessuale di Epstein morta l’anno scorso (ufficialmente per suicidio) in Australia, in un’intervista del 2019 ha fornito buoni motivi per farlo: «Sono stata trafficata a tanti tipi diversi di uomini. Sono stata trafficata ad altri miliardari. Sono stata trafficata a politici, professori, persino a membri della royalty (la famiglia reale). Mi usava come strumento di ricatto, in modo che queste persone gli dovessero favori». «Mi guardava perfino andare al bagno», continuava, «guardava tutto quello che succedeva nella stanza dei massaggi. Mi guardava nella mia camera da letto. Tutto veniva registrato, ed è stato allora che ho capito che era così che riusciva a farla franca ricattando tutti».
A tal proposito, ieri sono spuntate nuove foto di Andrea Windsor che lo ritraggono con alcune giovani, incluse modelle e attrici, durante la sua permanenza in Cina come inviato per il Commercio del Regno Unito. Le immagini venivano spedite a Epstein dall’assistente del reale, David Stern, allo scopo, probabilmente, di raccogliere materiale compromettente. Al di qua della manica, le autorità francesi hanno perquisito la sede dell’Istituto del mondo arabo di Parigi (Ima), fino a pochi giorni fa diretto dall’ex ministro della cultura, il socialista Jack Lang, contro cui è stata avviata un’indagine per i suoi legami col faccendiere. Nel ciclone anche Naomi Campbell, una delle modelle più famose del mondo: dai file emergono sue permanenze sull’isola degli orrori e presso la residenza newyorkese delle finanziere, nonché richieste di passaggi sul sul suo jet, il Lolita express. La frequentazione continuò anche dopo la prima condanna di Epstein nel 2008. Parole dure sono arrivate ieri perfino dalle Nazioni Unite, che parlano di atti riconducibili «a schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio».
Tra i file più inquietanti c’è un’email del 2009 (link: https://shorturl.at/K6hhj) in cui Henry Jarecki, psichiatra e imprenditore (uno dei suoi libri più famosi fa riferimento a una «via alchemica»), invia a Epstein la proposta di collaborare alla stesura di un libro dal titolo What If I Get Caught? («Che fare se vengo catturato?»). Segue un elenco di «possibili» capitoli, a loro volta divisi per punti. Ne citiamo solo alcuni: «avere un capro espiatorio», «evitare spese tracciabili (non usare carte di credito)», «avere una scorta di contanti pronta: quanto basta?», «travestimenti», «chirurgo plastico», «generazione di documenti: certificato di nascita, patente di guida», «raccogliere prove sulla veridicità e sul carattere della/vittima/e e dei testimoni dell’accusa (investigatori privati e Internet)». Fino all’ultimo capitolo, «Fuga», con i punti «estradizione» (suddiviso in «legge tedesca», «legge israeliana» e «Brasile), «denaro all’estero», «contatti familiari quando si è latitanti o all’estero», «passaporti multipli».
Chi mai scriverebbe un libro del genere? E perché cofirmarlo proprio con Jeffrey Epstein nel 2009, un anno dopo la sua prima condanna (mitigata da un patteggiamento e un accordo che gli permisero di scontare pene irrisorie rispetto alle accuse a suo carico), l’uomo che ricattava i potenti? Aggiungiamo questa alle tante domande che attendono risposta. Altro che quelle di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, i quali provano come sciacalli a usare la vicenda contro la maggioranza (in particolare presunti legami di Steve Bannon per la Lega) e hanno indetto per stamattina una conferenza stampa.
Quei legami degli atenei col pedofilo
C’è perfino un articolo uscito sulla rivista scientifica Nature a certificare i profondi legami di Jeffrey Epstein non soltanto con il mondo della politica e della finanza ma anche con il gotha della scienza e dell’istruzione globale. Uno dei file appena declassificati dal Dipartimento di Giustizia Usa rivela che il faccendiere pedofilo aveva stilato addirittura una lista di scienziati a libro paga, 27 per l’esattezza, tra i quali il famoso o famigerato Boris Nikolic, consulente scientifico di Bill Gates, oggi primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Epstein, documenta Nature, ha investito centinaia di milioni di dollari in progetti universitari, finanziando le prestigiose università della Ivy League e, soprattutto, ha stretto rapporti di amicizia con le figure di spicco della comunità scientifica mondiale. Si parte dall’ateneo per eccellenza, l’università di Harvard: il faccendiere pedofilo ha intrattenuto cordialissime relazioni con l’ex rettore ed ex presidente emerito Larry Summers, di fede ovviamente democratica, storico Segretario al Tesoro con Bill Clinton e poi direttore del National Economic Council sotto la presidenza di Barack Obama. Epstein si è impegnato a donare almeno 25 milioni di dollari ad Harvard durante il mandato di Summers, che gli aveva dato un ufficio ad uso personale («Jeffrey’s office»). Summers ha volato sull’aereo privato di Epstein sia quando era rettore che vicesegretario al Tesoro, gli ha chiesto «consigli per la filantropia su piccola scala» per l’organizzazione no profit della moglie. I due si sono sentiti fino al giorno prima dell’arresto di Epstein e il democratico Summers gli suggeriva che le donne in media hanno «un Qi inferiore rispetto agli uomini». La reputazione dell’ex uomo di Clinton e Obama è ormai a pezzi: Summers ha dovuto lasciare una serie infinita di incarichi tra cui quelli in Openai e Bloomberg, ma Harvard, che lo ha allontanato con effetto immediato, si rifiuta di restituire tutti i finanziamenti di Epstein.
Un’altra stretta connessione dentro l’ateneo è stata con il matematico Martin Nowak, che ha portato in dote all’ateneo un assegno da 6,5 milioni di dollari di Epstein. In un’inquietante email il docente gli scrive: «La nostra spia è stata catturata dopo aver completato la missione», messaggio cui Epstein risponde: «L’hai torturata?». Anche Lisa Randall, fisica teorica di Harvard, scherzava con Epstein sui suoi arresti domiciliari, andandolo a trovare ai Caraibi.
Ma non c’è soltanto Harvard nel novero degli atenei prestigiosi collusi con il faccendiere: il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ha accettato per anni donazioni da Epstein nonostante il pedofilo fosse stato bollato come «non idoneo» tra i benefattori, ostacolo superato da Joichi Ito, direttore del laboratorio, con il ricorso all’anonimato. L’ipotesi è che il pedofilo facesse da intermediario tra il laboratorio e altri donatori come Bill Gates e l’investitore Leon Black, che hanno versato al Mit rispettivamente 2 milioni e 5,5 milioni di dollari. I file pubblicati dal Dipartimento di Giustizia Usa hanno reso nota, inoltre, la corrispondenza con il fisico teorico del Mit Lawrence Krauss, la cui organizzazione di «sensibilizzazione scientifica» ha ricevuto da Epstein 250.000 dollari.
Nell’orbita del grande corruttore della scienza è finita anche Yale: il docente di informatica David Gelernter proponeva al faccendiere pedofilo una «redattrice perfetta: Yale sr, ha lavorato a Vogue la scorsa estate, gestisce la rivista del campus, è specializzata in arte, completamente connessa, bionda molto piccola e bella». Mentre Nathan Wolfe, allora virologo della Stanford University, propose al faccendiere di finanziare uno studio sul comportamento sessuale degli studenti dell’ateneo. La Columbia University, invece, deve scontare l’onta di aver consentito, dietro lauta mancia di Epstein, l’ammissione irregolare della sua fidanzata Karina Shuliak, precedentemente rigettata.
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Alla XXI edizione di Birra dell’Anno, organizzata da Unionbirrai a Rimini, il titolo va a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi fondata nel 2012. Oltre 1.700 birre in gara e 212 produttori con 73 giudici provenienti da 19 Paesi e degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
A Rimini, nel cuore di Beer&Food Attraction, il brindisi più atteso è arrivato nel pomeriggio di lunedì 16 febbraio. Sul palco della XXI edizione di «Birra dell’Anno», il concorso organizzato da Unionbirrai, il titolo di Birrificio dell’Anno 2026 è andato a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi che ha messo in fila la concorrenza nel trentennale del movimento artigianale italiano.
I numeri aiutano a capire il peso della vittoria: 212 produttori in gara, 1.746 birre iscritte, 46 categorie. A valutare sono stati 73 giudici provenienti da 19 Paesi, con degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
Il birrificio umbro ha costruito il successo con una presenza costante ai vertici: otto podi complessivi – quattro ori, due argenti e due bronzi – distribuiti in sei categorie differenti. Non un exploit isolato, ma una performance ampia, che ha toccato stili diversi, dalle Ipa contemporanee alle birre affinate in legno, fino alle Italian Grape Ale. Una versatilità che ha convinto la giuria e che racconta un progetto produttivo solido. Fondato nel 2012, Birra dell’Eremo ha sviluppato negli anni un’identità tecnica precisa, con un lavoro riconosciuto sulla ricerca e sulla sperimentazione dei lieviti. Un percorso di crescita che l’ha portata a diventare una delle realtà più strutturate del panorama artigianale nazionale e che oggi trova nel titolo di Birrificio dell’Anno il suo punto più alto.
Accanto al premio principale, sono stati assegnati anche i riconoscimenti speciali. Il Best Collaboration Brew è andato alla Panatè Saison del Birrificio La Piazza di Torino, realizzata insieme a La Granda di Lagnasco. Il premio Best 100% Italian Beer è stato attribuito a Real IGA Gose de Il Mastio di Belforte del Chienti, prodotta esclusivamente con materie prime coltivate in Italia, segno di un legame sempre più stretto tra birra artigianale e filiera agricola nazionale. Tra le novità più significative di questa edizione c’è stata l’introduzione di una categoria dedicata alle birre low e no alcohol, fino a 1,2% di gradazione. Un segmento in crescita anche nel mondo craft, che ha visto imporsi Hop Gainer del Birrificio Birranova di Conversano. Un segnale chiaro di come il settore stia intercettando nuove abitudini di consumo senza rinunciare alla qualità.
Il medagliere regionale conferma la Lombardia come territorio più premiato, con 10 ori e 57 riconoscimenti complessivi. Seguono Piemonte e Marche con 7 ori ciascuna, poi Emilia-Romagna e Umbria. Ma al di là delle classifiche, colpisce la distribuzione capillare dei premi lungo tutta la penisola: dall’Abruzzo alla Puglia, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, la mappa della birra artigianale italiana appare ormai completa.
Trent’anni dopo il primo fermento del 1996, il movimento craft italiano mostra così un volto maturo. In una fase non semplice, con i consumi fuori casa in calo, il concorso organizzato da Unionbirrai diventa anche un termometro dello stato di salute del comparto. Il recente taglio delle accise per i piccoli produttori, ricordato nel corso della premiazione, è stato indicato come un segnale di attenzione verso un settore che continua a investire in qualità e identità.
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