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2025-04-02
Dopo il kit per l’emergenza bellica l’Ue vuole plasmare gli eurobalilla
L’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Ansa)
Nel presentare il kit per le emergenze con coltellini e scatolette di tonno, Hadja Lahbib si era sbellicata dalle risate. Invece, il testo della risoluzione sulla Difesa, che oggi il Parlamento europeo è chiamato a votare, fa piangere. Specie per la parte dedicata al programma di indottrinamento bellico destinato ai cittadini, alle famiglie e soprattutto ai ragazzi, che andrà attuato tramite l’agenzia anti fake news e persino coinvolgendo le «organizzazioni giovanili». Primavera di bellezza: si forgiano gli eurobalilla. Li faranno marciare mentre sventolano le bandiere dell’Ue? Insegneranno loro a smontare e rimontare i moschetti? Sommergeranno TikTok di video della commissaria belga che spiega come sopravvivere a un attacco nucleare?
Per Bruxelles, il riarmo è una proprietà. Ecco perché i vertici dell’Europa rivendicano anche la strategia del terrorismo psicologico.
Ieri, con i deputati a Strasburgo, Kaja Kallas è stata esplicita: «Molti di voi, soprattutto a sinistra», ha dichiarato in Aula, «dicono che non dovremmo parlare dei rischi che ci circondano, delle minacce russe, perché sono cose che fanno paura alla gente. Ma dobbiamo essere onesti con le persone. Se ascoltiamo quello che dicono i servizi segreti dei Paesi membri o gli Stati maggiori, la minaccia è vera». L’Alto rappresentante ha deciso di calare il jolly pure per vincere le resistenze del governo socialista iberico. Nei giorni scorsi, Madrid aveva riferito di non percepire in maniera drammatica il pericolo e, dunque, di non essere disposta a seguire la Commissione sulla corsa agli armamenti. Intervistata da El País, allora, l’estone ha scelto il ricatto (im)morale: poiché alcuni Paesi, tra cui la Spagna, durante il Covid hanno ricevuto «più aiuti di altri», oggi, a suo avviso, sono tenuti ad applicare lo stesso criterio di «solidarietà» e a garantire che, «sulla spesa militare», l’Europa resti unita. A quale «solidarietà» alludeva la Kallas? A quella che beneficherebbe l’automotiv tedesco, messo in crisi dal Green deal e adesso aggrappato agli arsenali?
Nel Vecchio continente tria un’arietta di repressione e irreggimentazione. Ad esempio, salvo emendamenti, l’iniziativa sorta per contrastare la disinformazione di Mosca - lo Scudo per la democrazia - dovrebbe «individuare, tracciare e richiedere la rimozione dei contenuti online ingannevoli». La struttura, però, verrebbe pure arruolata nella campagna per favorire «una più ampia comprensione delle minacce per la sicurezza e dei rischi tra i cittadini Ue, allo scopo di sviluppare una visione condivisa e un allineamento nella percezione della minaccia in Europa, e di creare una nozione completa di Difesa europea». Avete capito bene: l’Ue ci vuole allineati e coperti. E per metterci in riga, è disposta a impiegare ogni mezzo. Compresi «programmi educativi, specialmente per i giovani, che mirino a migliorare la conoscenza e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la Difesa e l’importanza delle forze armate, nonché a consolidare la resilienza e la preparazione delle società ad affrontare sfide alla sicurezza».
Per tener fede all’agenda Lgbt e femminista, l’Europa resiste alle sirene della «maschia gioventù» e propone che le politiche di Difesa riflettano «i principi dell’uguaglianza di genere e della diversità», con l’inserimento di «consiglieri di genere» nelle missioni e nelle operazioni condotte nel quadro della Politica di sicurezza e di Difesa comune. Ma a parte i pochi proiettili woke, la cartucciera dell’Europarlamento è piena di munizioni incendiarie: dai riferimenti alle infrastrutture per consentire la «mobilità militare», all’insistenza sull’adesione di Kiev alla Nato, all’ennesimo invito a «eliminare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi all’interno della Russia».
Visto l’andazzo, non meraviglia l’estremo paradosso orwelliano del bellicismo europeo: l’idea di continuare a foraggiare il conflitto ricorrendo ai finanziamenti del Fondo per la pace. E se l’Ue prepara la guerra, in Italia non poteva mancare la claque impegnata a ridicolizzare l’opinione pubblica, refrattaria al coinvolgimento delle nostre truppe al fronte orientale.
Alessandra Ghisleri ha attribuito una maggioranza bulgara al blocco trasversale di chi è ostile all’invio di soldati in Ucraina. Commentando il suo sondaggio, Marcello Sorgi, sulla Stampa di ieri, ha dapprima ricostruito un bizzarro pedigree del pacifismo antiatlantista, che deriverebbe da un «immotivato risentimento» per i bombardamenti degli Alleati durante il nazifascismo: magari ebbero la mano pesante, ma non avremmo dovuto mica spaccare il capello... Dopodiché, l’editorialista ha messo in guardia i lettori rispetto al fascino della «predicazione laica» contro la guerra, che va «nella direzione opposta di un’Italia che presto - nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano - sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria Difesa e a quella europea». È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. All’armi, siamo europeisti!
Putin rintuzza gli Usa e flirta con Xi
Mentre i bollettini di guerra continuano a registrare una lenta ma costante avanzata russa, soprattutto nel Kursk, Washington e Mosca proseguono le trattative per arrivare a un cessate il fuoco e, di conseguenza, a una bozza di pace. Malgrado l’apertura al dialogo reciproca, i negoziati sono tutt’altro che agevoli. L’altro ieri, per esempio, Donald Trump ha dichiarato il suo disappunto nei confronti di Vladimir Putin, definendosi «arrabbiato» e «incavolato» con il presidente russo. Il tycoon, tuttavia, ha aggiunto di essere convinto che Putin «non si rimangerà la parola» e «farà la cosa giusta». Ieri, poi, la Casa Bianca ha aggiunto che The Donald è «frustrato con i leader di entrambe le parti». Ieri non si è fatta attendere la risposta della controparte russa. «Le questioni di cui stiamo discutendo sono molto complesse e richiedono sforzi aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Sulle trattative per il cessate il fuoco è poi intervenuto anche Serghei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. Che, pur ribadendo l’apertura al dialogo, ha però lamentato l’insufficienza delle proposte americane: «Non abbiamo sentito alcun segnale dagli Stati Uniti indirizzato a Kiev sulla fine della guerra», ha detto Ryabkov. «Per ora», ha proseguito, «non c’è altro che un tentativo di trovare una certa formula che ci consenta di raggiungere un cessate il fuoco, come immaginato dagli americani, prima di passare ad altri modelli e formule». Stando al viceministro degli Esteri russo, in particolare, Washington «per ora non ha accolto la nostra richiesta principale, ossia la risoluzione dei problemi associati alle cause profonde di questo conflitto». In sostanza, ha chiosato Ryabkov, «prendiamo molto seriamente le soluzioni proposte dagli americani, ma non possiamo accettare tutto così com’è», dato che «la Russia ha una serie di priorità e approcci attentamente ponderati alla questione, che sono stati elaborati dal team negoziale nel recente incontro con gli americani a Riad».
Insomma, i rapporti tra Mosca e Washington continuano a essere tesi, come ha confermato indirettamente Sergey Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, annunciando ieri un nuovo vertice con gli americani dopo quello di Istanbul, ha specificato che attualmente «sono in corso contatti telefonici e videoconferenze» che mirano a «eliminare i cosiddetti fattori irritanti che interferiscono gravemente con il lavoro» delle rispettive ambasciate. Non stupisce quindi che, in questa situazione, la Russia abbia ripreso a guardare in direzione di Pechino. Sempre nella giornata di ieri, infatti, è stato accolto a Mosca il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Per l’occasione, Lavrov ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra le due nazioni «hanno raggiunto livelli senza precedenti grazie agli sforzi dei due leader».
Nel pomeriggio, poi, Wang Yi ha incontrato il presidente russo in persona, che ha ufficialmente invitato Xi Jinping a Mosca per il prossimo 9 maggio, giorno in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale: «Festeggeremo insieme questo ottantesimo anniversario, sia la vittoria sulla Germania nazista, sia la vittoria sul Giappone militarista», ha affermato Putin. Che poi ha precisato che Xi Jinping «sarà il nostro ospite principale». Da parte sua, Wang Yi ha sottolineato che «la cooperazione tra Russia e Cina non è mai rivolta contro terze parti e non è soggetta a interferenze esterne». Anche perché, ha concluso il ministro degli Esteri cinese, «la nostra amicizia non è opportunistica, ma costruita per durare nel tempo».
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Bruxelles mira a indottrinare i giovani usando l’agenzia anti bufale. Kallas rivendica il metodo della paura e ricatta Madrid: «Ha avuto tanti aiuti col Covid, sostenga il riarmo». La stampa italiana denigra i pacifisti.Mosca: «Proposte americane inaccettabili». Pechino: «Tra noi e i russi un’amicizia che è destinata a durare». Lo zar invita il leader comunista alla parata del 9 maggio.Lo speciale contiene due articoli.Nel presentare il kit per le emergenze con coltellini e scatolette di tonno, Hadja Lahbib si era sbellicata dalle risate. Invece, il testo della risoluzione sulla Difesa, che oggi il Parlamento europeo è chiamato a votare, fa piangere. Specie per la parte dedicata al programma di indottrinamento bellico destinato ai cittadini, alle famiglie e soprattutto ai ragazzi, che andrà attuato tramite l’agenzia anti fake news e persino coinvolgendo le «organizzazioni giovanili». Primavera di bellezza: si forgiano gli eurobalilla. Li faranno marciare mentre sventolano le bandiere dell’Ue? Insegneranno loro a smontare e rimontare i moschetti? Sommergeranno TikTok di video della commissaria belga che spiega come sopravvivere a un attacco nucleare?Per Bruxelles, il riarmo è una proprietà. Ecco perché i vertici dell’Europa rivendicano anche la strategia del terrorismo psicologico.Ieri, con i deputati a Strasburgo, Kaja Kallas è stata esplicita: «Molti di voi, soprattutto a sinistra», ha dichiarato in Aula, «dicono che non dovremmo parlare dei rischi che ci circondano, delle minacce russe, perché sono cose che fanno paura alla gente. Ma dobbiamo essere onesti con le persone. Se ascoltiamo quello che dicono i servizi segreti dei Paesi membri o gli Stati maggiori, la minaccia è vera». L’Alto rappresentante ha deciso di calare il jolly pure per vincere le resistenze del governo socialista iberico. Nei giorni scorsi, Madrid aveva riferito di non percepire in maniera drammatica il pericolo e, dunque, di non essere disposta a seguire la Commissione sulla corsa agli armamenti. Intervistata da El País, allora, l’estone ha scelto il ricatto (im)morale: poiché alcuni Paesi, tra cui la Spagna, durante il Covid hanno ricevuto «più aiuti di altri», oggi, a suo avviso, sono tenuti ad applicare lo stesso criterio di «solidarietà» e a garantire che, «sulla spesa militare», l’Europa resti unita. A quale «solidarietà» alludeva la Kallas? A quella che beneficherebbe l’automotiv tedesco, messo in crisi dal Green deal e adesso aggrappato agli arsenali?Nel Vecchio continente tria un’arietta di repressione e irreggimentazione. Ad esempio, salvo emendamenti, l’iniziativa sorta per contrastare la disinformazione di Mosca - lo Scudo per la democrazia - dovrebbe «individuare, tracciare e richiedere la rimozione dei contenuti online ingannevoli». La struttura, però, verrebbe pure arruolata nella campagna per favorire «una più ampia comprensione delle minacce per la sicurezza e dei rischi tra i cittadini Ue, allo scopo di sviluppare una visione condivisa e un allineamento nella percezione della minaccia in Europa, e di creare una nozione completa di Difesa europea». Avete capito bene: l’Ue ci vuole allineati e coperti. E per metterci in riga, è disposta a impiegare ogni mezzo. Compresi «programmi educativi, specialmente per i giovani, che mirino a migliorare la conoscenza e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la Difesa e l’importanza delle forze armate, nonché a consolidare la resilienza e la preparazione delle società ad affrontare sfide alla sicurezza». Per tener fede all’agenda Lgbt e femminista, l’Europa resiste alle sirene della «maschia gioventù» e propone che le politiche di Difesa riflettano «i principi dell’uguaglianza di genere e della diversità», con l’inserimento di «consiglieri di genere» nelle missioni e nelle operazioni condotte nel quadro della Politica di sicurezza e di Difesa comune. Ma a parte i pochi proiettili woke, la cartucciera dell’Europarlamento è piena di munizioni incendiarie: dai riferimenti alle infrastrutture per consentire la «mobilità militare», all’insistenza sull’adesione di Kiev alla Nato, all’ennesimo invito a «eliminare tutte le restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare sistemi d’arma occidentali contro obiettivi militari legittimi all’interno della Russia».Visto l’andazzo, non meraviglia l’estremo paradosso orwelliano del bellicismo europeo: l’idea di continuare a foraggiare il conflitto ricorrendo ai finanziamenti del Fondo per la pace. E se l’Ue prepara la guerra, in Italia non poteva mancare la claque impegnata a ridicolizzare l’opinione pubblica, refrattaria al coinvolgimento delle nostre truppe al fronte orientale.Alessandra Ghisleri ha attribuito una maggioranza bulgara al blocco trasversale di chi è ostile all’invio di soldati in Ucraina. Commentando il suo sondaggio, Marcello Sorgi, sulla Stampa di ieri, ha dapprima ricostruito un bizzarro pedigree del pacifismo antiatlantista, che deriverebbe da un «immotivato risentimento» per i bombardamenti degli Alleati durante il nazifascismo: magari ebbero la mano pesante, ma non avremmo dovuto mica spaccare il capello... Dopodiché, l’editorialista ha messo in guardia i lettori rispetto al fascino della «predicazione laica» contro la guerra, che va «nella direzione opposta di un’Italia che presto - nel momento in cui Trump e gli Usa si sfilano - sarà chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a contribuire alla propria Difesa e a quella europea». È giunta l’ora delle decisioni irrevocabili. All’armi, siamo europeisti!<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-vuole-plasmare-eurobalilla-2671656923.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-rintuzza-gli-usa-e-flirta-con-xi" data-post-id="2671656923" data-published-at="1743577445" data-use-pagination="False"> Putin rintuzza gli Usa e flirta con Xi Mentre i bollettini di guerra continuano a registrare una lenta ma costante avanzata russa, soprattutto nel Kursk, Washington e Mosca proseguono le trattative per arrivare a un cessate il fuoco e, di conseguenza, a una bozza di pace. Malgrado l’apertura al dialogo reciproca, i negoziati sono tutt’altro che agevoli. L’altro ieri, per esempio, Donald Trump ha dichiarato il suo disappunto nei confronti di Vladimir Putin, definendosi «arrabbiato» e «incavolato» con il presidente russo. Il tycoon, tuttavia, ha aggiunto di essere convinto che Putin «non si rimangerà la parola» e «farà la cosa giusta». Ieri, poi, la Casa Bianca ha aggiunto che The Donald è «frustrato con i leader di entrambe le parti». Ieri non si è fatta attendere la risposta della controparte russa. «Le questioni di cui stiamo discutendo sono molto complesse e richiedono sforzi aggiuntivi», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Sulle trattative per il cessate il fuoco è poi intervenuto anche Serghei Ryabkov, il viceministro degli Esteri russo. Che, pur ribadendo l’apertura al dialogo, ha però lamentato l’insufficienza delle proposte americane: «Non abbiamo sentito alcun segnale dagli Stati Uniti indirizzato a Kiev sulla fine della guerra», ha detto Ryabkov. «Per ora», ha proseguito, «non c’è altro che un tentativo di trovare una certa formula che ci consenta di raggiungere un cessate il fuoco, come immaginato dagli americani, prima di passare ad altri modelli e formule». Stando al viceministro degli Esteri russo, in particolare, Washington «per ora non ha accolto la nostra richiesta principale, ossia la risoluzione dei problemi associati alle cause profonde di questo conflitto». In sostanza, ha chiosato Ryabkov, «prendiamo molto seriamente le soluzioni proposte dagli americani, ma non possiamo accettare tutto così com’è», dato che «la Russia ha una serie di priorità e approcci attentamente ponderati alla questione, che sono stati elaborati dal team negoziale nel recente incontro con gli americani a Riad». Insomma, i rapporti tra Mosca e Washington continuano a essere tesi, come ha confermato indirettamente Sergey Lavrov. Il ministro degli Esteri russo, annunciando ieri un nuovo vertice con gli americani dopo quello di Istanbul, ha specificato che attualmente «sono in corso contatti telefonici e videoconferenze» che mirano a «eliminare i cosiddetti fattori irritanti che interferiscono gravemente con il lavoro» delle rispettive ambasciate. Non stupisce quindi che, in questa situazione, la Russia abbia ripreso a guardare in direzione di Pechino. Sempre nella giornata di ieri, infatti, è stato accolto a Mosca il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. Per l’occasione, Lavrov ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra le due nazioni «hanno raggiunto livelli senza precedenti grazie agli sforzi dei due leader». Nel pomeriggio, poi, Wang Yi ha incontrato il presidente russo in persona, che ha ufficialmente invitato Xi Jinping a Mosca per il prossimo 9 maggio, giorno in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale: «Festeggeremo insieme questo ottantesimo anniversario, sia la vittoria sulla Germania nazista, sia la vittoria sul Giappone militarista», ha affermato Putin. Che poi ha precisato che Xi Jinping «sarà il nostro ospite principale». Da parte sua, Wang Yi ha sottolineato che «la cooperazione tra Russia e Cina non è mai rivolta contro terze parti e non è soggetta a interferenze esterne». Anche perché, ha concluso il ministro degli Esteri cinese, «la nostra amicizia non è opportunistica, ma costruita per durare nel tempo».
La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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