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2022-04-21
L’Ue prepara il suicidio. La Germania resiste
Olaf Scholz (Getty Images)
Ormai ci siamo. È solo questione di tempo. Petrolio e gas importati dalla Russia erano entrati nel mirino della Commissione Ue già in occasione della discussione del quinto pacchetto di sanzioni il 6 aprile scorso. A giudicare dai molteplici commenti succedutisi nelle ultime 24 ore, è ormai certo che il sesto pacchetto di sanzioni riguarderà il petrolio russo. Resta solo da determinare il come ed il quando, ed è proprio su questi due aspetti - niente affatto marginali - che si sta giocando una complessa partita diplomatica sia internamente alla Ue che nei rapporti tra Bruxelles e Kiev, le cui pressioni in questo senso non sono da tempo un mistero.
La deputata ucraina Maria Mezentseva, in audizione davanti alla commissione Affari esteri dell’europarlamento, ieri ha parlato di «modello Italia», per evidenziare il piglio deciso di Roma nell’affrancarsi dalla fornitura russa di gas e petrolio. Il fatto che ormai sia stata imboccata con decisione la strada dell’embargo sul petrolio è stato confermato, sempre nella stessa audizione, anche da Ivo Schmidt, della Dg Energia della Commissione Ue, secondo il quale «il petrolio sarà sicuramente parte del sesto pacchetto delle sanzioni. L’impatto sarebbe enorme sulla Russia, secondo esportatore dopo l’Arabia Saudita nel mondo […] bisogna tenere conto delle specificità degli Stati membri, delle dipendenze che hanno in termini energetici, per evitare impatti sproporzionati una volta che saranno introdotte le sanzioni».
A ulteriore conferma del fatto che la discussione sull’embargo del petrolio russo sia salita di livello, e sia ormai nella fase in cui si stanno declinando le modalità operative, è arrivata la visita del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Kiev, che ha visto in cima all’agenda dei colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky proprio il prossimo pacchetto di sanzioni. Al termine, Zelensky, ove mai non fosse stato già chiaro nei giorni scorsi, ha ribadito la richiesta di embargo totale sulle fonti energetiche russe da adottarsi con il prossimo pacchetto di sanzioni.
Nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, insieme al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, hanno cominciato la loro missione in Angola e Congo alla ricerca di fornitori alternativi di gas. Ma, stando alla stessa nota ufficiale della Farnesina, ciò che riusciranno a portare a casa da Luanda, sarà la firma di una dichiarazione d’intenti che fornirà la cornice giuridica sia per attività di sviluppo del settore del gas naturale sia per progetti congiunti a favore della decarbonizzazione e transizione energetica dell’Angola.
Scenario analogo a quello che si prospetta a Brazzaville dove firmeranno altri accordi, con una dichiarazione d’intenti sulla cooperazione rafforzata in ambito energetico tra Italia e Congo.
Come si vede, si tratta in ogni caso di soluzioni efficaci nel medio-lungo periodo, mentre l’embargo al gas russo rischia di scattare tra poche settimane, evidenziando così una sfasatura cronologica tra problema e soluzione che ancora non trova risposta. La momentanea indisposizione del presidente Mario Draghi è giunta provvidenziale a sollevarlo dall’imbarazzo di tornare a Roma con generiche dichiarazioni di intenti.
Le sanzioni in preparazione non si fermano al petrolio. Stando alle fonti riportare dalle Reuters, si sta ragionando sull’esclusione dal circuito Swift dei due giganti del credito russo Sberbank e Gazpromneft, lo stop all’importazione del combustibile per le centrali nucleari (essenziali per gli impianti di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), l’oscuramento di ulteriori canali di notizie russi, la sospensione dei visti per i russi, e l’aggiunta di altre personalità ed aziende vicine al Cremlino, alla lista dei soggetti già banditi all’inizio della guerra.
Nessuna di queste proposte è stata ancora formalizzata - riferiscono fonti della Commissione - ed è in corso una attenta e dettagliata valutazione di impatto da parte della Commissione che non si è ancora impegnata per una data entro cui definire la proposta.
È noto che, sin dal precedente pacchetto di sanzioni, è stata la Germania a opporsi a Paesi come Polonia e Paesi baltici, che volevano immediatamente imporre l’embargo sul petrolio. Ora pare che la linea di difesa della Germania - alla quale la Russia fornisce circa 1/3 del petrolio in arrivo - sia arretrata sui tempi graduali da adottarsi per l’embargo. Una strategia già adottata in occasione del blocco degli acquisti di carbone, che prevedono un periodo transitorio prolungato dai tedeschi fino ad agosto.
Di fronte a questa deriva ormai inarrestabile che sta portando a togliere ai russi una rilevante fonte di reddito, la prudenza della Commissione è emblematica del fatto che una cosa è impedire agli europei di mangiare vodka e caviale, ben altro è privare la manifattura di input essenziali. Tanto più che nessuno ha risposte certe sul rapporto costi/benefici a favore di chi sanziona e, soprattutto, sull’efficacia di tali misure al fine di terminare la guerra. E se la prolungassero?
Germania sull’orlo della crisi politica: «Scholz è troppo morbido con Putin»
Il governo tedesco si trova in un momento molto difficile. La maggioranza semaforo che lo sostiene, composta dai tre partiti alleati socialdemocratici, liberali e verdi, è alle prese con le forti pressioni americane per un immediato embargo su petrolio e gas proveniente dalla Russia. Il cancelliere Olaf Scholz ha sinora respinto questa ipotesi, ma la sua posizione si va facendo via via più difficile. Scholz è criticato aspramente, in Germania come all’estero, dai partiti e dall’opinione pubblica perché accusato di scarso entusiasmo nel sostegno all’Ucraina, per non aver fornito armi pesanti all’Ucraina e per rifiutare l’embargo su petrolio e gas.
Nei giorni scorsi il Cancelliere ha tenuto una conferenza stampa in cui ha ribadito la posizione del suo governo: gli 80 milioni di euro di armamenti già inviati all’Ucraina sono tutto ciò che può fare la Germania, no all’embargo su gas e petrolio, la Russia non vincerà la guerra. La conferenza stampa, definita «vuota» da gran parte della stampa, ha ottenuto l’effetto di rafforzare le critiche di immobilismo.
Le pressioni incrociate sul governo sono molto forti: da una parte gli Usa e l’opinione pubblica, dall’altra il complesso finanziario-industriale tedesco e i militari. Nei giorni scorsi, Bdi, la potente associazione degli industriali teutonici, e Dgb, la confederazione dei sindacati, in una nota congiunta hanno invitato il Cancelliere a resistere alle pressioni, paventando una disastrosa de-industrializzazione della Germania nel caso di un avvio dell’embargo. Nelle settimane passate erano scesi in campo gli amministratori delegati di grandi aziende come Basf e Thyssenkrupp, rilasciando interviste allarmate sul tema dell’embargo.
A ciò ha risposto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha parlato due giorni fa alla Bbc e non ha certo risparmiato le critiche: «Non capiamo come si possano fare affari sul sangue, purtroppo alcuni Paesi lo stanno facendo, Paesi europei... Sappiamo che la proposta di embargo sul petrolio è bloccata da Ungheria e Germania».
Intanto, per non sbagliare, il governo tedesco ha stanziato nelle scorse settimane circa 100 miliardi di euro per aiuti alle imprese colpite dalle conseguenze della guerra e delle sanzioni. Aiuti finanziari assai corposi che saranno veicolati anche attraverso la Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), la banca pubblica tedesca. Un primo pacchetto da 20 miliardi di euro è stato sottoposto immediatamente all’esame della Commissione europea, cui spetta di valutare la coerenza con il quadro temporaneo di crisi adottato dalla Commissione il 23 marzo 2022 (che sospende le norme restrittive sugli aiuti di stato). Martedì scorso, con tempi da centometrista, la Commissione ha approvato lo schema tedesco da 20 miliardi, riconoscendolo in linea con le condizioni europee, cioè limiti di ammontare (400.000 euro a soggetto) e di tempo (non oltre il 31 dicembre 2022).
Sul fronte degli aiuti militari monta, intanto, la polemica. Il fondo da 100 miliardi per gli armamenti annunciato a febbraio da Scholz, non ancora operativo, arriva dopo decenni di disinvestimento nelle forze armate. Proprio ieri il vicecapo di Stato maggiore della Difesa tedesco, il generale di corpo d’armata Markus Laubenthal, ha risposto seccamente all’ambasciatore ucraino Andriy Melnyk, secondo cui la Germania, se volesse, potrebbe consegnare subito alcune delle sue armi pesanti all’Ucraina, per aiutarla a contrastare l’invasione russa. In una intervista televisiva, il generale ha negato tale possibilità, evidenziando che tali armamenti (in particolare, i mezzi da combattimento per fanteria Marder, richiesti espressamente da Kiev) sono necessari alle forze armate tedesche, che soffrono già di carenza di armi e materiali.
Intervistato dall’Ansa ieri, l’ambasciatore tedesco in Italia Viktor Elbling ha detto che la Germania ha fornito armi importanti a Kiev e che né la Germania né l’Italia possono uscire dalla dipendenza dal gas russo dall’oggi al domani. «Sono sicuro che già quest’anno faremo un passo importante per ridurre sensibilmente questa dipendenza, e nei prossimi anni vogliamo ridurla a zero», ha concluso l’ambasciatore.
Critiche a Scholz arrivano però anche dall’interno della coalizione «Ampel». Mentre si diffonde la voce che una nuova visita del ministro degli Esteri Annalena Baerbock a Kiev, dopo quella di gennaio, sia stata impedita dallo stesso Scholz, alcuni deputati verdi e la stessa Baerbock sposano la linea intransigente ispirata dagli Usa e chiedono di inviare più armi all’Ucraina. A Kiel, nella Germania settentrionale, durante una manifestazione elettorale locale, il vicecancelliere Robert Habeck, presidente del partito dei verdi, ha dovuto affrontare dure contestazioni da parte dei militanti, che lo hanno accusato di essere un «guerrafondaio».
Il sospetto è che presto o tardi il governo tedesco dovrà allinearsi ai desideri di Washington. Gli americani, infatti, sono intenzionati ad avere una netta separazione dello spazio europeo da quello russo, con la Russia confinata in una sorta di castigo perenne e l’Europa militarmente più attrezzata, sotto il diretto ed esclusivo coordinamento Nato. Raggiungere questo obiettivo però significa quasi certamente per gli Usa la necessità di disciplinare i riottosi tedeschi. Ci aspettano dunque mesi di tensioni nei rapporti diplomatici tra Usa e Germania.
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Verso il sesto giro di sanzioni: gas e petrolio. Berlino spaccata dalle pressioni Usa sull’invio di armi.Olaf Scholz è criticato da Usa e avversari interni perché accusato di scarso entusiasmo nel sostegno a Kiev e di non aver fornito armi pesanti. Battaglia sull’embargo su petrolio e gas: industriali e sindacati contrari.Lo speciale contiene due articoli.Ormai ci siamo. È solo questione di tempo. Petrolio e gas importati dalla Russia erano entrati nel mirino della Commissione Ue già in occasione della discussione del quinto pacchetto di sanzioni il 6 aprile scorso. A giudicare dai molteplici commenti succedutisi nelle ultime 24 ore, è ormai certo che il sesto pacchetto di sanzioni riguarderà il petrolio russo. Resta solo da determinare il come ed il quando, ed è proprio su questi due aspetti - niente affatto marginali - che si sta giocando una complessa partita diplomatica sia internamente alla Ue che nei rapporti tra Bruxelles e Kiev, le cui pressioni in questo senso non sono da tempo un mistero. La deputata ucraina Maria Mezentseva, in audizione davanti alla commissione Affari esteri dell’europarlamento, ieri ha parlato di «modello Italia», per evidenziare il piglio deciso di Roma nell’affrancarsi dalla fornitura russa di gas e petrolio. Il fatto che ormai sia stata imboccata con decisione la strada dell’embargo sul petrolio è stato confermato, sempre nella stessa audizione, anche da Ivo Schmidt, della Dg Energia della Commissione Ue, secondo il quale «il petrolio sarà sicuramente parte del sesto pacchetto delle sanzioni. L’impatto sarebbe enorme sulla Russia, secondo esportatore dopo l’Arabia Saudita nel mondo […] bisogna tenere conto delle specificità degli Stati membri, delle dipendenze che hanno in termini energetici, per evitare impatti sproporzionati una volta che saranno introdotte le sanzioni».A ulteriore conferma del fatto che la discussione sull’embargo del petrolio russo sia salita di livello, e sia ormai nella fase in cui si stanno declinando le modalità operative, è arrivata la visita del presidente del Consiglio europeo Charles Michel a Kiev, che ha visto in cima all’agenda dei colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky proprio il prossimo pacchetto di sanzioni. Al termine, Zelensky, ove mai non fosse stato già chiaro nei giorni scorsi, ha ribadito la richiesta di embargo totale sulle fonti energetiche russe da adottarsi con il prossimo pacchetto di sanzioni.Nelle stesse ore il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, insieme al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e all’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, hanno cominciato la loro missione in Angola e Congo alla ricerca di fornitori alternativi di gas. Ma, stando alla stessa nota ufficiale della Farnesina, ciò che riusciranno a portare a casa da Luanda, sarà la firma di una dichiarazione d’intenti che fornirà la cornice giuridica sia per attività di sviluppo del settore del gas naturale sia per progetti congiunti a favore della decarbonizzazione e transizione energetica dell’Angola. Scenario analogo a quello che si prospetta a Brazzaville dove firmeranno altri accordi, con una dichiarazione d’intenti sulla cooperazione rafforzata in ambito energetico tra Italia e Congo. Come si vede, si tratta in ogni caso di soluzioni efficaci nel medio-lungo periodo, mentre l’embargo al gas russo rischia di scattare tra poche settimane, evidenziando così una sfasatura cronologica tra problema e soluzione che ancora non trova risposta. La momentanea indisposizione del presidente Mario Draghi è giunta provvidenziale a sollevarlo dall’imbarazzo di tornare a Roma con generiche dichiarazioni di intenti.Le sanzioni in preparazione non si fermano al petrolio. Stando alle fonti riportare dalle Reuters, si sta ragionando sull’esclusione dal circuito Swift dei due giganti del credito russo Sberbank e Gazpromneft, lo stop all’importazione del combustibile per le centrali nucleari (essenziali per gli impianti di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), l’oscuramento di ulteriori canali di notizie russi, la sospensione dei visti per i russi, e l’aggiunta di altre personalità ed aziende vicine al Cremlino, alla lista dei soggetti già banditi all’inizio della guerra.Nessuna di queste proposte è stata ancora formalizzata - riferiscono fonti della Commissione - ed è in corso una attenta e dettagliata valutazione di impatto da parte della Commissione che non si è ancora impegnata per una data entro cui definire la proposta. È noto che, sin dal precedente pacchetto di sanzioni, è stata la Germania a opporsi a Paesi come Polonia e Paesi baltici, che volevano immediatamente imporre l’embargo sul petrolio. Ora pare che la linea di difesa della Germania - alla quale la Russia fornisce circa 1/3 del petrolio in arrivo - sia arretrata sui tempi graduali da adottarsi per l’embargo. Una strategia già adottata in occasione del blocco degli acquisti di carbone, che prevedono un periodo transitorio prolungato dai tedeschi fino ad agosto.Di fronte a questa deriva ormai inarrestabile che sta portando a togliere ai russi una rilevante fonte di reddito, la prudenza della Commissione è emblematica del fatto che una cosa è impedire agli europei di mangiare vodka e caviale, ben altro è privare la manifattura di input essenziali. Tanto più che nessuno ha risposte certe sul rapporto costi/benefici a favore di chi sanziona e, soprattutto, sull’efficacia di tali misure al fine di terminare la guerra. E se la prolungassero?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-prepara-suicidio-germania-resiste-2657189616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="germania-sullorlo-della-crisi-politica-scholz-e-troppo-morbido-con-putin" data-post-id="2657189616" data-published-at="1650532286" data-use-pagination="False"> Germania sull’orlo della crisi politica: «Scholz è troppo morbido con Putin» Il governo tedesco si trova in un momento molto difficile. La maggioranza semaforo che lo sostiene, composta dai tre partiti alleati socialdemocratici, liberali e verdi, è alle prese con le forti pressioni americane per un immediato embargo su petrolio e gas proveniente dalla Russia. Il cancelliere Olaf Scholz ha sinora respinto questa ipotesi, ma la sua posizione si va facendo via via più difficile. Scholz è criticato aspramente, in Germania come all’estero, dai partiti e dall’opinione pubblica perché accusato di scarso entusiasmo nel sostegno all’Ucraina, per non aver fornito armi pesanti all’Ucraina e per rifiutare l’embargo su petrolio e gas. Nei giorni scorsi il Cancelliere ha tenuto una conferenza stampa in cui ha ribadito la posizione del suo governo: gli 80 milioni di euro di armamenti già inviati all’Ucraina sono tutto ciò che può fare la Germania, no all’embargo su gas e petrolio, la Russia non vincerà la guerra. La conferenza stampa, definita «vuota» da gran parte della stampa, ha ottenuto l’effetto di rafforzare le critiche di immobilismo. Le pressioni incrociate sul governo sono molto forti: da una parte gli Usa e l’opinione pubblica, dall’altra il complesso finanziario-industriale tedesco e i militari. Nei giorni scorsi, Bdi, la potente associazione degli industriali teutonici, e Dgb, la confederazione dei sindacati, in una nota congiunta hanno invitato il Cancelliere a resistere alle pressioni, paventando una disastrosa de-industrializzazione della Germania nel caso di un avvio dell’embargo. Nelle settimane passate erano scesi in campo gli amministratori delegati di grandi aziende come Basf e Thyssenkrupp, rilasciando interviste allarmate sul tema dell’embargo. A ciò ha risposto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha parlato due giorni fa alla Bbc e non ha certo risparmiato le critiche: «Non capiamo come si possano fare affari sul sangue, purtroppo alcuni Paesi lo stanno facendo, Paesi europei... Sappiamo che la proposta di embargo sul petrolio è bloccata da Ungheria e Germania». Intanto, per non sbagliare, il governo tedesco ha stanziato nelle scorse settimane circa 100 miliardi di euro per aiuti alle imprese colpite dalle conseguenze della guerra e delle sanzioni. Aiuti finanziari assai corposi che saranno veicolati anche attraverso la Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW), la banca pubblica tedesca. Un primo pacchetto da 20 miliardi di euro è stato sottoposto immediatamente all’esame della Commissione europea, cui spetta di valutare la coerenza con il quadro temporaneo di crisi adottato dalla Commissione il 23 marzo 2022 (che sospende le norme restrittive sugli aiuti di stato). Martedì scorso, con tempi da centometrista, la Commissione ha approvato lo schema tedesco da 20 miliardi, riconoscendolo in linea con le condizioni europee, cioè limiti di ammontare (400.000 euro a soggetto) e di tempo (non oltre il 31 dicembre 2022). Sul fronte degli aiuti militari monta, intanto, la polemica. Il fondo da 100 miliardi per gli armamenti annunciato a febbraio da Scholz, non ancora operativo, arriva dopo decenni di disinvestimento nelle forze armate. Proprio ieri il vicecapo di Stato maggiore della Difesa tedesco, il generale di corpo d’armata Markus Laubenthal, ha risposto seccamente all’ambasciatore ucraino Andriy Melnyk, secondo cui la Germania, se volesse, potrebbe consegnare subito alcune delle sue armi pesanti all’Ucraina, per aiutarla a contrastare l’invasione russa. In una intervista televisiva, il generale ha negato tale possibilità, evidenziando che tali armamenti (in particolare, i mezzi da combattimento per fanteria Marder, richiesti espressamente da Kiev) sono necessari alle forze armate tedesche, che soffrono già di carenza di armi e materiali. Intervistato dall’Ansa ieri, l’ambasciatore tedesco in Italia Viktor Elbling ha detto che la Germania ha fornito armi importanti a Kiev e che né la Germania né l’Italia possono uscire dalla dipendenza dal gas russo dall’oggi al domani. «Sono sicuro che già quest’anno faremo un passo importante per ridurre sensibilmente questa dipendenza, e nei prossimi anni vogliamo ridurla a zero», ha concluso l’ambasciatore. Critiche a Scholz arrivano però anche dall’interno della coalizione «Ampel». Mentre si diffonde la voce che una nuova visita del ministro degli Esteri Annalena Baerbock a Kiev, dopo quella di gennaio, sia stata impedita dallo stesso Scholz, alcuni deputati verdi e la stessa Baerbock sposano la linea intransigente ispirata dagli Usa e chiedono di inviare più armi all’Ucraina. A Kiel, nella Germania settentrionale, durante una manifestazione elettorale locale, il vicecancelliere Robert Habeck, presidente del partito dei verdi, ha dovuto affrontare dure contestazioni da parte dei militanti, che lo hanno accusato di essere un «guerrafondaio». Il sospetto è che presto o tardi il governo tedesco dovrà allinearsi ai desideri di Washington. Gli americani, infatti, sono intenzionati ad avere una netta separazione dello spazio europeo da quello russo, con la Russia confinata in una sorta di castigo perenne e l’Europa militarmente più attrezzata, sotto il diretto ed esclusivo coordinamento Nato. Raggiungere questo obiettivo però significa quasi certamente per gli Usa la necessità di disciplinare i riottosi tedeschi. Ci aspettano dunque mesi di tensioni nei rapporti diplomatici tra Usa e Germania.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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