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2024-04-28
Zelensky bombarda ancora il petrolio russo
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La nuova fornitura di armi da parte di Washington è stata accolta a Kiev con un grande sospiro di sollievo. Come spiegavamo nel dettaglio ieri, i 61 miliardi di aiuti stanziati dal Congresso non saranno sufficienti a ribaltare le sorti del conflitto ma, perlomeno, permetteranno alle forze armate ucraine di resistere all’avanzata dell’esercito russo e di strappare condizioni meno svantaggiose quando - prima o poi - si apriranno i negoziati di pace.
Dopo mesi di ritirate, logoramento, mancanza di uomini e di mezzi, adesso sembra che le truppe di Kiev si siano effettivamente rianimate. Non a caso, nella notte di ieri, si sono subito distinte per un attacco di droni contro siti strategici del nemico: un aeroporto militare e due raffinerie petrolifere nella regione di Krasnodar, città russa che si trova nel Caucaso occidentale e, quindi, a ridosso del confine con l’Ucraina. Fonti russe hanno anche riferito di un incendio scoppiato in una raffineria nel distretto di Slavjansk, a circa 80 chilometri da Krasnodar: a causa delle fiamme, l’impianto ha dovuto parzialmente sospendere la produzione.
Questi attacchi, giova ricordarlo, non piacciono per nulla a Washington. Che, per non causare gravi strappi diplomatici con il Cremlino, intende circoscrivere le azioni belliche alle sole zone occupate dell’Ucraina. Del resto, è stato proprio per questo atteggiamento temerario da parte di Kiev che gli Stati Uniti avevano ritardato la fornitura degli Atacms, i potenti missili americani che l’esercito di Volodymyr Zelensky ha ricevuto solo lo scorso marzo. Dato che la gittata degli Atacms può raggiungere i 300 chilometri, non è escluso che anche in futuro gli ucraini tentino azioni simili su territorio russo, laddove il Pentagono vorrebbe che queste armi balistiche fossero usate esclusivamente in Crimea per danneggiare le linee di rifornimento del nemico.
Ad ogni modo, se Kiev ha rialzato la testa, Mosca non è rimasta a guardare. Sempre nella notte di ieri, infatti, le forze armate di Vladimir Putin hanno sferrato un massiccio attacco missilistico contro diverse zone dell’Ucraina. Stando alle fonti militari e civili di Kiev, i russi hanno lanciato complessivamente 34 missili, di cui 21 sarebbero stati abbattuti. «Il nemico ha utilizzato vari tipi di missili, compresi missili balistici, e sono state colpite le regioni di Kharkiv, Kherson, Dnipro, Zaporizhzhia, Leopoli e Ivano-Frankivsk», ha fatto sapere l’esercito ucraino. Che poi ha precisato che «diverse persone sono rimaste ferite, ma finora non è stata segnalata alcuna vittima». La società elettrica Dtek, inoltre, ha affermato che sono state danneggiate quattro delle sue centrali termoelettriche.
Il riacutizzarsi di queste scaramucce belliche, ovviamente, non aiuta le possibili trattative di pace. A confermarlo è stato ieri Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino: «Al momento non ci sono i prerequisiti per i negoziati, perché tutti comprendono e conoscono la posizione dell’Ucraina sul rifiuto di qualsiasi trattativa. Pertanto, l’operazione militare speciale continua», ha dichiarato Peskov alla Tass. D’altronde, ha chiarito il portavoce del Cremlino, è «ben nota» la posizione di Putin sulla questione: «L’ultima volta che ne ha parlato è stato durante una conversazione con il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko», il quale aveva identificato negli accordi di Istanbul del marzo 2022 la base per ogni futura trattativa. L’intesa, risalente al marzo 2022, era stata raggiunta nella capitale turca dai rappresentanti delle due nazioni belligeranti. In seguito, però, gli ucraini decisero di non firmarla. Sempre ieri, dopotutto, il premier ucraino Denys Shmyhal ha annunciato che l’Australia fornirà a Kiev droni e lanciamissili portatili per decine di milioni di dollari: ulteriore segno che l’Ucraina, in questa fase, non ha intenzione di scendere a patti.
Nel frattempo, con i venti di guerra che non accennano a placarsi, Francia e Germania proseguono le loro manovre per non farsi trovare impreparati in caso di necessità. L’altro ieri, infatti, Parigi e Berlino hanno siglato un importante accordo per la progettazione e la produzione del sistema Mgcs, che è stato ribattezzato il «carro armato del futuro». Il nuovo mezzo corazzato, che dovrebbe essere pronto nel 2040, sostituirà i Leopard 2 tedeschi e i Leclerc francesi che sono attualmente in dotazione ai due eserciti. I negoziati, aperti nel 2012, sono stati lunghi e piuttosto travagliati ma venerdì si è infine arrivati all’intesa ufficiale: le due nazioni europee contribuiranno in eguale misura al finanziamento del progetto, mentre i costruttori francesi e tedeschi si divideranno i compiti.
L’accordo franco-tedesco è stato salutato da alcuni osservatori come un embrione di cooperazione europea nella politica di difesa. Anche qualora si trattasse di una semplice intesa bilaterale, i ministri della Difesa di Parigi e Berlino hanno comunque espresso grande soddisfazione: «Non c’è scenario in cui i due eserciti non siano impegnati globalmente contro lo stesso avversario o comunque nelle stesse condizioni di addestramento congiunto», ha dichiarato ad esempio il ministro francese Sebastien Lecornu, che hai poi sottolineato l’importanza dell’accordo dal punto di vista sia politico che economico.
Gli ha fatto eco Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco: «Dobbiamo sviluppare le migliori soluzioni nel settore degli armamenti in Europa, certamente non a breve termine - che non avrà successo - ma a medio e lungo termine», ha affermato Pistorius. Che poi ha ribadito: «Le soluzioni migliori sono quelle che provengono dall’Europa».
Hamas boccia la tregua con Israele. Nave centrata da missili degli Huthi
Gli Huthi hanno rivendicato ieri pomeriggio l’attacco alla petroliera «Andromeda Star» che è stata colpita due volte da missili multipli al largo della costa dello Yemen. Nel primo attacco l’equipaggio a bordo ha avvertito un’esplosione vicino alla nave, come riportato da Maritime trade operations (l’agenzia di sicurezza del Regno Unito), mentre l’attacco successivo effettuato con due missili ha causato danni alla nave. Attualmente registrata alle Seychelles, la nave stava viaggiando da Primorsk, in Russia, a Vadinar, in India.
Sempre a proposito di mare, secondo quanto riportato dal ministero degli Esteri iraniano, citato dal sito dell’agenzia Reuters, l’Iran ha rilasciato i 25 membri dell’equipaggio della nave portacontainer «Ariel» di Msc, battente bandiera portoghese e sequestrata il 13 aprile dai Guardiani della rivoluzione nello stretto di Hormuz. La nave fu sequestrata poco dopo l’attacco di Israele contro una palazzina nei pressi del consolato iraniano a Damasco nel quale sono morte tredici persone, tra cui il generale delle guardie rivoluzionarie iraniane Mohammad Reza Zahedi.
Nel frattempo, Hamas sta esaminando l’ultima controproposta israeliana in vista di una possibile tregua dei combattimenti a Gaza e del rilascio di ostaggi: «Oggi Hamas ha ricevuto la risposta ufficiale dall’occupazione sionista alla nostra posizione, consegnata ai mediatori egiziani e qatarioti lo scorso 1 aprile», ha dichiarato il numero due di Hamas nella striscia di Gaza Khalil al Hayya, aggiungendo che «il movimento esaminerà questa proposta e fornirà la sua risposta una volta completato lo studio». I dettagli di questa controproposta per la tregua non sono stati resi noti, ma la stampa israeliana ipotizza che all’inizio della prossima settimana potrebbe avvenire il rilascio dei primi 20 ostaggi su un totale di 33 che sarebbero ancora in vita. Ieri Haaretz ha riportato che Hamas ha diffuso un video che mostra due ostaggi a Gaza. Si tratta di Keith Samuel Siegel, rapito nella sua casa a Kfar Azza, e Omri Miran, sequestrato nel kibbutz Nahal Oz.
A proposito di una possibile intesa, un alto funzionario di Hamas ha parlato (a condizione di anonimato), al quotidiano libanese Al Mayadeen, vicino a Hezbollah, e ha detto che ci sono scarse possibilità che l’ultima proposta di Israele per un accordo sugli ostaggi venga accettata da Hamas «senza emendamenti sostanziali». Visto quanto accaduto fino a oggi, è bene essere prudenti sulle reali intenzioni di Hamas. Tuttavia, se non ci sarà una rapida risposta positiva da parte del gruppo jihadista, scatterà l’operazione di terra a Rafah.
Al netto delle trattative, intanto, la guerra continua: tra venerdì e sabato le Idf hanno colpito circa 25 obiettivi terroristici a Gaza, come comunicato dal portavoce militare. Il capo di Stato maggiore israeliano, Herzi Halevi, che sarebbe sul punto di dimettersi, ha informato il gabinetto di sicurezza che centinaia di terroristi si stanno arrendendo a Gaza, come riportano i media nazionali. Secondo quanto riportato dall’emittente Channel 12, la decisione sul passo indietro di Halevy arriverà nel «futuro prossimo», e attualmente sarebbero in corso discussioni sul nome del suo successore. Inoltre, diversi alti ufficiali dell’esercito si stanno consultando con i propri avvocati in previsione delle indagini sulla mancata reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Questa notizia sul probabile passo indietro di Halevy segue le dimissioni rassegnate il 22 aprile dal capo dell’intelligence israeliana, Aharon Haliva, che si è assunto la responsabilità dei fallimenti nella sicurezza.
Infine, la Cina ospiterà colloqui tra Hamas e i suoi rivali di Fatah, come riportato dai due gruppi stessi e confermato da un diplomatico con sede a Pechino. Non c’è dubbio che con questa mossa a sorpresa la Cina entra a gamba tesa nel bel mezzo della guerra nella Striscia di Gaza. Vedremo cosa ne ricaverà.
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Nonostante gli Usa chiedano di non colpire infrastrutture energetiche per non far schizzare i prezzi delle materie prime, Kiev lancia droni sulle raffinerie oltre confine. Mosca attacca 4 centrali elettriche. Parigi e Berlino firmano l’accordo per il nuovo tank europeo.Hamas boccia la tregua con Israele. Mossa cinese: ospiterà i colloqui tra i responsabili del blitz del 7 ottobre e i rivali di Fatah.Lo speciale contiene due articoli.La nuova fornitura di armi da parte di Washington è stata accolta a Kiev con un grande sospiro di sollievo. Come spiegavamo nel dettaglio ieri, i 61 miliardi di aiuti stanziati dal Congresso non saranno sufficienti a ribaltare le sorti del conflitto ma, perlomeno, permetteranno alle forze armate ucraine di resistere all’avanzata dell’esercito russo e di strappare condizioni meno svantaggiose quando - prima o poi - si apriranno i negoziati di pace.Dopo mesi di ritirate, logoramento, mancanza di uomini e di mezzi, adesso sembra che le truppe di Kiev si siano effettivamente rianimate. Non a caso, nella notte di ieri, si sono subito distinte per un attacco di droni contro siti strategici del nemico: un aeroporto militare e due raffinerie petrolifere nella regione di Krasnodar, città russa che si trova nel Caucaso occidentale e, quindi, a ridosso del confine con l’Ucraina. Fonti russe hanno anche riferito di un incendio scoppiato in una raffineria nel distretto di Slavjansk, a circa 80 chilometri da Krasnodar: a causa delle fiamme, l’impianto ha dovuto parzialmente sospendere la produzione.Questi attacchi, giova ricordarlo, non piacciono per nulla a Washington. Che, per non causare gravi strappi diplomatici con il Cremlino, intende circoscrivere le azioni belliche alle sole zone occupate dell’Ucraina. Del resto, è stato proprio per questo atteggiamento temerario da parte di Kiev che gli Stati Uniti avevano ritardato la fornitura degli Atacms, i potenti missili americani che l’esercito di Volodymyr Zelensky ha ricevuto solo lo scorso marzo. Dato che la gittata degli Atacms può raggiungere i 300 chilometri, non è escluso che anche in futuro gli ucraini tentino azioni simili su territorio russo, laddove il Pentagono vorrebbe che queste armi balistiche fossero usate esclusivamente in Crimea per danneggiare le linee di rifornimento del nemico.Ad ogni modo, se Kiev ha rialzato la testa, Mosca non è rimasta a guardare. Sempre nella notte di ieri, infatti, le forze armate di Vladimir Putin hanno sferrato un massiccio attacco missilistico contro diverse zone dell’Ucraina. Stando alle fonti militari e civili di Kiev, i russi hanno lanciato complessivamente 34 missili, di cui 21 sarebbero stati abbattuti. «Il nemico ha utilizzato vari tipi di missili, compresi missili balistici, e sono state colpite le regioni di Kharkiv, Kherson, Dnipro, Zaporizhzhia, Leopoli e Ivano-Frankivsk», ha fatto sapere l’esercito ucraino. Che poi ha precisato che «diverse persone sono rimaste ferite, ma finora non è stata segnalata alcuna vittima». La società elettrica Dtek, inoltre, ha affermato che sono state danneggiate quattro delle sue centrali termoelettriche.Il riacutizzarsi di queste scaramucce belliche, ovviamente, non aiuta le possibili trattative di pace. A confermarlo è stato ieri Dmitry Peskov, il portavoce del Cremlino: «Al momento non ci sono i prerequisiti per i negoziati, perché tutti comprendono e conoscono la posizione dell’Ucraina sul rifiuto di qualsiasi trattativa. Pertanto, l’operazione militare speciale continua», ha dichiarato Peskov alla Tass. D’altronde, ha chiarito il portavoce del Cremlino, è «ben nota» la posizione di Putin sulla questione: «L’ultima volta che ne ha parlato è stato durante una conversazione con il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko», il quale aveva identificato negli accordi di Istanbul del marzo 2022 la base per ogni futura trattativa. L’intesa, risalente al marzo 2022, era stata raggiunta nella capitale turca dai rappresentanti delle due nazioni belligeranti. In seguito, però, gli ucraini decisero di non firmarla. Sempre ieri, dopotutto, il premier ucraino Denys Shmyhal ha annunciato che l’Australia fornirà a Kiev droni e lanciamissili portatili per decine di milioni di dollari: ulteriore segno che l’Ucraina, in questa fase, non ha intenzione di scendere a patti.Nel frattempo, con i venti di guerra che non accennano a placarsi, Francia e Germania proseguono le loro manovre per non farsi trovare impreparati in caso di necessità. L’altro ieri, infatti, Parigi e Berlino hanno siglato un importante accordo per la progettazione e la produzione del sistema Mgcs, che è stato ribattezzato il «carro armato del futuro». Il nuovo mezzo corazzato, che dovrebbe essere pronto nel 2040, sostituirà i Leopard 2 tedeschi e i Leclerc francesi che sono attualmente in dotazione ai due eserciti. I negoziati, aperti nel 2012, sono stati lunghi e piuttosto travagliati ma venerdì si è infine arrivati all’intesa ufficiale: le due nazioni europee contribuiranno in eguale misura al finanziamento del progetto, mentre i costruttori francesi e tedeschi si divideranno i compiti.L’accordo franco-tedesco è stato salutato da alcuni osservatori come un embrione di cooperazione europea nella politica di difesa. Anche qualora si trattasse di una semplice intesa bilaterale, i ministri della Difesa di Parigi e Berlino hanno comunque espresso grande soddisfazione: «Non c’è scenario in cui i due eserciti non siano impegnati globalmente contro lo stesso avversario o comunque nelle stesse condizioni di addestramento congiunto», ha dichiarato ad esempio il ministro francese Sebastien Lecornu, che hai poi sottolineato l’importanza dell’accordo dal punto di vista sia politico che economico.Gli ha fatto eco Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco: «Dobbiamo sviluppare le migliori soluzioni nel settore degli armamenti in Europa, certamente non a breve termine - che non avrà successo - ma a medio e lungo termine», ha affermato Pistorius. Che poi ha ribadito: «Le soluzioni migliori sono quelle che provengono dall’Europa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-petrolio-russia-droni-2668010949.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hamas-boccia-la-tregua-con-israele-nave-centrata-da-missili-degli-huthi" data-post-id="2668010949" data-published-at="1714289361" data-use-pagination="False"> Hamas boccia la tregua con Israele. Nave centrata da missili degli Huthi Gli Huthi hanno rivendicato ieri pomeriggio l’attacco alla petroliera «Andromeda Star» che è stata colpita due volte da missili multipli al largo della costa dello Yemen. Nel primo attacco l’equipaggio a bordo ha avvertito un’esplosione vicino alla nave, come riportato da Maritime trade operations (l’agenzia di sicurezza del Regno Unito), mentre l’attacco successivo effettuato con due missili ha causato danni alla nave. Attualmente registrata alle Seychelles, la nave stava viaggiando da Primorsk, in Russia, a Vadinar, in India. Sempre a proposito di mare, secondo quanto riportato dal ministero degli Esteri iraniano, citato dal sito dell’agenzia Reuters, l’Iran ha rilasciato i 25 membri dell’equipaggio della nave portacontainer «Ariel» di Msc, battente bandiera portoghese e sequestrata il 13 aprile dai Guardiani della rivoluzione nello stretto di Hormuz. La nave fu sequestrata poco dopo l’attacco di Israele contro una palazzina nei pressi del consolato iraniano a Damasco nel quale sono morte tredici persone, tra cui il generale delle guardie rivoluzionarie iraniane Mohammad Reza Zahedi. Nel frattempo, Hamas sta esaminando l’ultima controproposta israeliana in vista di una possibile tregua dei combattimenti a Gaza e del rilascio di ostaggi: «Oggi Hamas ha ricevuto la risposta ufficiale dall’occupazione sionista alla nostra posizione, consegnata ai mediatori egiziani e qatarioti lo scorso 1 aprile», ha dichiarato il numero due di Hamas nella striscia di Gaza Khalil al Hayya, aggiungendo che «il movimento esaminerà questa proposta e fornirà la sua risposta una volta completato lo studio». I dettagli di questa controproposta per la tregua non sono stati resi noti, ma la stampa israeliana ipotizza che all’inizio della prossima settimana potrebbe avvenire il rilascio dei primi 20 ostaggi su un totale di 33 che sarebbero ancora in vita. Ieri Haaretz ha riportato che Hamas ha diffuso un video che mostra due ostaggi a Gaza. Si tratta di Keith Samuel Siegel, rapito nella sua casa a Kfar Azza, e Omri Miran, sequestrato nel kibbutz Nahal Oz. A proposito di una possibile intesa, un alto funzionario di Hamas ha parlato (a condizione di anonimato), al quotidiano libanese Al Mayadeen, vicino a Hezbollah, e ha detto che ci sono scarse possibilità che l’ultima proposta di Israele per un accordo sugli ostaggi venga accettata da Hamas «senza emendamenti sostanziali». Visto quanto accaduto fino a oggi, è bene essere prudenti sulle reali intenzioni di Hamas. Tuttavia, se non ci sarà una rapida risposta positiva da parte del gruppo jihadista, scatterà l’operazione di terra a Rafah. Al netto delle trattative, intanto, la guerra continua: tra venerdì e sabato le Idf hanno colpito circa 25 obiettivi terroristici a Gaza, come comunicato dal portavoce militare. Il capo di Stato maggiore israeliano, Herzi Halevi, che sarebbe sul punto di dimettersi, ha informato il gabinetto di sicurezza che centinaia di terroristi si stanno arrendendo a Gaza, come riportano i media nazionali. Secondo quanto riportato dall’emittente Channel 12, la decisione sul passo indietro di Halevy arriverà nel «futuro prossimo», e attualmente sarebbero in corso discussioni sul nome del suo successore. Inoltre, diversi alti ufficiali dell’esercito si stanno consultando con i propri avvocati in previsione delle indagini sulla mancata reazione all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Questa notizia sul probabile passo indietro di Halevy segue le dimissioni rassegnate il 22 aprile dal capo dell’intelligence israeliana, Aharon Haliva, che si è assunto la responsabilità dei fallimenti nella sicurezza. Infine, la Cina ospiterà colloqui tra Hamas e i suoi rivali di Fatah, come riportato dai due gruppi stessi e confermato da un diplomatico con sede a Pechino. Non c’è dubbio che con questa mossa a sorpresa la Cina entra a gamba tesa nel bel mezzo della guerra nella Striscia di Gaza. Vedremo cosa ne ricaverà.
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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