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2023-06-26
Tutti i covi di spaccio da sgomberare
(Ansa)
«Si è potuto constatare come l’utilizzo degli alloggi popolari da parte degli indagati sia essenziale non tanto per le esigenze abitative quanto piuttosto per la gestione degli affari illeciti. È comprensibile, pertanto, come si siano registrati casi di ostinata resistenza e opposizione a qualsiasi tentativo di sgombero». A parlare non è uno di quei pochi giornalisti che si azzardano a sollecitare la liberazione degli immobili occupati abusivamente, spesso bersaglio di certa stampa che tira in ballo la consueta retorica delle famiglie buttate per strada. Le parole vengono da un’ordinanza del gip del Tribunale dell’Aquila relativa agli sgomberi nel complesso «Ferro di Cavallo» di Pescara. Il giudice precisa in modo chiaro che l’occupazione fa parte di una strategia volta ad espandere l’influenza malavitosa sul territorio. Un’azione che quindi non ha niente a che vedere con l’assegnazione di tetto a bisognosi. Anzi questi sono le vittime. Si legge nell’ordinanza che «la disponibilità di un alloggio al Ferro di Cavallo, costituisce per gli indagati, un presupposto essenziale e fondamentale per poter svolgere attività delinquenziale».
Il caso di Firenze, con la scomparsa della bambina peruviana nel contesto di profondo degrado dell’ex hotel occupato a settembre scorso, diventato sede della criminalità della zona, ha riacceso i riflettori sul racket degli immobili. Ed è stata la conferma che gran parte delle occupazioni non avvengono per mano di bisognosi stanchi dell’attesa di un alloggio pubblico ma sono gestite dalla malavita organizzata che lì crea avamposti per traffici illeciti. Spaccio, prostituzione, aggressioni di ogni genere si allargano a raggiera e arrivano a lambire le aree centrali, non più solo di sera. La luce del giorno non spaventa chi si sente padrone incontrastato delle città. Nel recente maxi sgombero di alcuni immobili pubblici a Tor Bella Monaca, periferia Est di Roma, che ha visto all’azione oltre cento uomini delle forze dell’ordine, è emerso che erano in mano a clan malavitosi. Tra gli irregolari anche un esponente legato alla camorra. Nelle case sono stati rinvenuti droga e contanti. A San Basilio, altra periferia della Capitale, nelle case dell’Ater, occupate abusivamente poi liberate, avevano il loro quartier generale alcuni esponenti dei clan Marando e Pupillo. A Milano, ha fatto scalpore il caso del Comitato abitanti Giambellino Lorenteggio definito da alcuni giornali il Robin Hood degli immobili. L’attività criminosa aveva, secondo la Procura, «il programma sociale di invadere e occupare alloggi di edilizia residenziale pubblica Aler». Gli occupanti erano, secondo la procura, dotati «di attrezzi per scassinare le porte e le lastre di metallo all’ingresso delle case, nuove serrature e porte per sostituire quelle divelte, attrezzature per lavori elettrici di idraulica e muratura, telefoni cellulari e schede per i contatti». Ai documenti dell’inchiesta è stato allegato un volantino con l’intestazione «Sos anti-sgombero» in cui era scritto: «Sei sotto sfratto? Non riesci a pagare luce e gas? Aler e Mm ti vogliono cacciare perché sei moroso? Viene allo sportello sociale contro la crisi». Il Comitato diceva di aver aiutato le famiglie in crisi. Nove militanti dell’organizzazione sono stati riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere e condannati a pene pesanti anche se è stato evidenziato che non c’era nessuno scopo di lucro e che l’unico denaro richiesto era il pagamento di dieci euro annuali di iscrizione.
A Milano su 72.000 appartamenti delle case popolari, 2.936 sono occupati abusivamente e gli inquilini sono per la maggior parte stranieri, soprattutto di origine africana. A San Siro le occupazioni abusive sono per l’88% di stranieri e per il 12% di italiani, a Corvetto la percentuale è di 73% immigrati e 27% italiani e a Bolla 70% e 30%. Gli abusivi difficilmente sono mandati via. Quando intervengono le forze dell’ordine si trovano davanti anziani, bambini, donne incinte o presunte - avere i documenti e i certificati è impossibile - e portatori di handicap. Chi occupa abusivamente va a colpo sicuro. All’Aler arrivano segnalazioni di gruppi che precedono gli occupanti, armati di chiavistelli e martelli e sfondano le porte. Come fanno a sapere che quell’appartamento è vuoto? È evidente che dietro c’è un’organizzazione malavitosa che monitora il territorio. In via Gola, a cento metri dalla Darsena, una zona fitta di locali della movida, ci sono 480 appartamenti di cui 160 occupati abusivamente, la gran parte da stranieri. È una zona di spaccio a qualsiasi ora del giorno.
In Campania, a Somma Vesuviana, si è sviluppata la vendita del subentro. Il mercato delle occupazioni abusive ha raggiunto cifre astronomiche, secondo la stampa locale, dai 10.000 ai 20.000 euro. A Pozzuoli, è un susseguirsi di gruppi di malavita che esercitano un controllo tra i palazzi popolari nati nel post bradisismo. A fare gola c’è la piazza del lotto 5, dove si vendono cocaina, hashish e crack e che secondo gli ultimi pentiti rappresenta «la più importante di Pozzuoli» insieme a quella dei 600 alloggi. A Torino sono oltre 200 gli immobili occupati. Le case popolari sono prese d’assalto, il presidente dell’Atc, Emilio Bolla dice che il fenomeno è in aumento. Spesso gli abusivi, sloggiati da un appartamento trovano subito un’altra sistemazione, sempre irregolare, in stabili vicini. Quando ad aprile scorso, sono stati sgomberati gli alloggi popolari di via Scarsellini, nonostante l’intervento dei servizi sociali per evitare nuove occupazioni, gli abusivi si sono subito impossessati di altri appartamenti nel vicino corso Agnelli. Nel quartiere Borgo San Paolo, il complesso di edilizia popolare di corso Racconigi, è una vera e propria piazza di spaccio. Da un’inchiesta della Sezione antidroga della squadra mobile, che ha portato all’arresto di nove pusher, tra italiani e nordafricani, è emerso che dentro le case c’era un fortino della droga. A gestire il traffico era un’associazione con ruoli ben definiti, da quelli che ritiravano i carichi provenienti dal commercio internazionale, ai magazzinieri, che mettevano a disposizione i locali per stoccare la merce, agli spacciatori; e infine le «sentinelle» di vedetta. Altro che bisognosi.
La denuncia choc dell’inquilino: «Minacce quotidiane per farmi andare via»
Due anni di vessazioni, intimidazioni e minacce. È una storia di un incubo quella raccontata dall’inquilino di un immobile Aterp a Catanzaro, quale emerge dall’Ordine di esecuzione di misura cautelare personale della custodia in carcere emessa dal Tribunale di Catanzaro per gli occupanti, dopo la denuncia della vittima. La sua vicenda comincia quando subentra nell’appartamento popolare alla morte dei genitori. Prima viene avvicinato. «Io ho bisogno della casa, te la pago, ti do 5.000 euro se mi dai le chiavi», è stata la prima richiesta andata a vuoto di un uomo e della sua famiglia. Di lì, come risulta dalla testimonianza al giudice, iniziano le minacce. «Ogni volta che tornavo a casa mi minacciava dicendo “Vedi che te la occupo, te ne devi andare di qui”, “Ti ammazzo”, “Mi faccio trent’anni di galera per i miei figli”. Spesso usava i suoi figli minori per intimorirmi. Una volta mi ha incrociato in macchina, e dopo avermi visto ha invertito la direzione dell’auto, ha cominciato a inseguirmi e a lampeggiarmi per costringermi a fermarmi. Appena sono sceso mi ha minacciato di fronte ai miei figli e a mia moglie dicendo “te ne devi andare di qui o ti ammazzo” Anche i suoi figli che erano dentro l’auto urlavano contro di me dicendo “Ti ammazziamo”». La vittima riferisce anche di numerosissime videochiamate intimidatorie. «Mandava continuamente i figli a bussare alla mia porta. Aprivo e mi dicevano: “Papà ha detto quando te ne vai da qui?”. Questo succedeva anche di notte. Spesso mettevano uno stuzzicadenti nel campanello costringendomi a disattivarlo. Poi hanno cominciato a incendiare il campanello. Ogni volta che arrivavo a casa e parcheggiavo sotto, mi urlava dal balcone dicendomi “Quando te ne vai? Fai una brutta fine”. E i figli mi circondavano e mi spintonavano». La vittima riferisce nella deposizione che una volta ha rinvenuto una cartuccia inesplosa sotto il tappeto di accesso all’abitazione. «Una volta ho trovato la gomma dell’auto bucata. Un giorno hanno anche sradicato la cassetta della posta». Alla fine l’appartamento viene occupato, approfittando dell’assenza dell’inquilino costretto in ospedale. Vicende simili sono all’ordine del giorno nello stabile. Il caso si conclude con lo sgombero e il sequestro preventivo dell’immobile.
Il parroco per la legalità: «La malavita chiede l’affitto. E chi non paga tiene la droga»
«È la malavita a gestire le occupazioni, non si tratta di famiglie disgraziate alla ricerca di un tetto. Le occupazioni sono eseguite dietro pagamento e chi non è in grado di tirar fuori i soldi, è reclutato dai clan per nascondere o spacciare la droga». Don Massimiliano De Luca, è alla guida della Parrocchia dei Santi Angeli Custodi, nel quartiere Rancitelli, zona di estremo degrado a Pescara. È arrivato lì nel 2016 e si è reso conto subito del meccanismo che regole le occupazioni abusive degli alloggi pubblici. «Sono anni che denuncio l’esistenza di una malavita organizzata dietro la questione degli immobili ma nessuno mi ha dato ascolto. L’allora prefetto diceva che non essendoci un boss a capo, non si poteva parlare di una struttura piramidale. Il nuovo prefetto ha preso di petto la situazione e speriamo che qualcosa si muova». Il sacerdote descrive lo scenario di estremo abbandono delle periferie di Pescara diventate dominio di organizzazioni criminali che hanno come base d’appoggio proprio i palazzi occupati. «I tempi della giustizia per gli sgomberi sono talmente lenti e ci sono così tanti paletti che gli irregolari possono vivere indisturbati anche oltre dieci anni. Per le utenze fanno contratti fittizi o usano il sistema degli allacci abusivi». Gli occupanti vengono reclutati e sfruttati da quelli stessi clan che hanno assicurato loro un alloggio. «Sono costretti a pagare alla malavita 300-400 euro di affitto mensile invece dei circa 30 euro degli inquilini regolari entrati in base alle graduatorie. Se non possono pagare diventano garantisti, cioè nascondono la droga nell’appartamento o spacciano». Don Massimiliano spiega che i clan arrestati erano formati da pescaresi ma ora «al loro posto sono subentrati i nigeriani. Poi ci sono i rom che si sono sempre vantati di non far entrare nel loro territorio camorra e ’ndrangheta ma le indagini hanno fatto emergere che le organizzazioni criminali hanno solidi legami tra di loro».
Il quartiere Rancitelli ha il triste primato di essere considerata come l’area più degradata di tutto l’Abruzzo. «Le periferie sono la discarica sociale di ciò che non si vuole vedere nel centro cittadino. Quando si mettono insieme, in uno stesso palazzo, le stesse etnie senza creare una situazione di integrazione, di confronto con altre realtà sociali, è chiaro che si creano i ghetti e nei ghetti prolifera la delinquenza». Don Massimiliano indica la soluzione ma che riconoscere «è fortemente anti popolare». «Spalmando l’edilizia residenziale pubblica su tutta la città e non solo nelle periferie, sarebbe più facile l’integrazione, e più agevole la vigilanza sulle occupazioni. Ma quale politico in campagna elettorale avrebbe il coraggio di proporre una cosa del genere. Nessuno vuole una famiglia rom come vicino di casa. Ecco come le periferie diventano discariche sociali».
L’inferno a Catanzaro. Regnano bande di rom diventate indipendenti dalle cosche calabresi
Minacce, molestie, danneggiamenti vessazioni di vario tipo per costringere l’inquilino regolare di un immobile pubblico, ad abbandonarlo per poi occuparlo abusivamente, come poi è avvenuto. È il più recente di uno dei numerosi episodi del racket delle case popolari a Catanzaro. La Digos è intervenuta dopo la denuncia del legittimo assegnatario ma quando sono scattati gli arresti, gli occupanti hanno reagito con una violenta aggressione malmenando i poliziotti che sono finiti all’ospedale. Nel corso delle indagini è emerso che il tentativo di occupazione abusiva è stata portata avanti dagli indagati anche nei confronti di un altro abitante dello stesso stabile. Il gip ha disposto l’applicazione della custodia in carcere e del divieto di dimora nel Comune di Catanzaro, nonché il sequestro preventivo dell’immobile. Lungo viale Isonzo, a Sud della città, nel case occupate abusivamente dilagano spaccio di droga e traffici di ogni tipo. È il quartier generale di una criminalità rom contigua alla ’ndrangheta come attestano molte inchieste della magistratura. Le case popolari, assegnate dopo lo sgombero dei campi, sono diventate una sorta di «stato» all’interno della città. Le operazioni delle forze dell’ordine hanno dimostrato l’esistenza di veri e propri bunker chiusi da sbarre, controllati da sentinelle o da telecamere, dove si spaccia alla luce del sole oltre che luogo di deposito di veicoli rubati. Gli appartamenti di edilizia popolare, realizzati dall’Aterp sono ripetutamente vandalizzati, in molti casi sottratti agli assegnatari costretti a fare le valige; le aree circostanti sono ridotte a discariche di rifiuti e carcasse di automezzi. Le bande dei rom, da semplici associazioni di spacciatori si sono trasformate in vere e proprie organizzazioni riconosciute dalla ‘ndrangheta e ora sono diventate autonome come emerso da recenti indagini della Dda, la Direzione distrettuale antimafia. Nel corso delle indagine seguite a una vasta operazione della polizia nell’aprile scorso, che ha portato all’arresto di 62 esponenti della comunità rom, accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso e associazione a delinquere in vari ambiti criminali, è emersa quella che viene definita una «operatività autonoma per la gestione delle attività criminali». Sostanzialmente, secondo l’ipotesi accusatoria, le famiglie rom si sono «affrancate» dal ruolo gregario nei confronti delle cosche della ’ndrangheta crotonese per assumere una «gestione indipendente» delle attività criminali, a cominciare da estorsioni e spaccio. Secondo le ricostruzioni della Dda, proprio nei palazzi popolari occupati dai rom, veniva gestito il traffico degli stupefacenti e altre attività criminali quali ricettazione, furto, porto e detenzione illegale di armi.
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Il caso dell’ex hotel di Firenze in cui è sparita Kata riporta d’attualità il tema degli stabili occupati. Bisognosi che cercano una scorciatoia? Macché, si tratta di quartier generali per spaccio, racket e giri criminali gestiti da organizzazioni pronte a tutto e senza scrupoli. E dentro ci finiscono quasi solo gli immigrati.Lo speciale comprende quattro articoli.«Si è potuto constatare come l’utilizzo degli alloggi popolari da parte degli indagati sia essenziale non tanto per le esigenze abitative quanto piuttosto per la gestione degli affari illeciti. È comprensibile, pertanto, come si siano registrati casi di ostinata resistenza e opposizione a qualsiasi tentativo di sgombero». A parlare non è uno di quei pochi giornalisti che si azzardano a sollecitare la liberazione degli immobili occupati abusivamente, spesso bersaglio di certa stampa che tira in ballo la consueta retorica delle famiglie buttate per strada. Le parole vengono da un’ordinanza del gip del Tribunale dell’Aquila relativa agli sgomberi nel complesso «Ferro di Cavallo» di Pescara. Il giudice precisa in modo chiaro che l’occupazione fa parte di una strategia volta ad espandere l’influenza malavitosa sul territorio. Un’azione che quindi non ha niente a che vedere con l’assegnazione di tetto a bisognosi. Anzi questi sono le vittime. Si legge nell’ordinanza che «la disponibilità di un alloggio al Ferro di Cavallo, costituisce per gli indagati, un presupposto essenziale e fondamentale per poter svolgere attività delinquenziale». Il caso di Firenze, con la scomparsa della bambina peruviana nel contesto di profondo degrado dell’ex hotel occupato a settembre scorso, diventato sede della criminalità della zona, ha riacceso i riflettori sul racket degli immobili. Ed è stata la conferma che gran parte delle occupazioni non avvengono per mano di bisognosi stanchi dell’attesa di un alloggio pubblico ma sono gestite dalla malavita organizzata che lì crea avamposti per traffici illeciti. Spaccio, prostituzione, aggressioni di ogni genere si allargano a raggiera e arrivano a lambire le aree centrali, non più solo di sera. La luce del giorno non spaventa chi si sente padrone incontrastato delle città. Nel recente maxi sgombero di alcuni immobili pubblici a Tor Bella Monaca, periferia Est di Roma, che ha visto all’azione oltre cento uomini delle forze dell’ordine, è emerso che erano in mano a clan malavitosi. Tra gli irregolari anche un esponente legato alla camorra. Nelle case sono stati rinvenuti droga e contanti. A San Basilio, altra periferia della Capitale, nelle case dell’Ater, occupate abusivamente poi liberate, avevano il loro quartier generale alcuni esponenti dei clan Marando e Pupillo. A Milano, ha fatto scalpore il caso del Comitato abitanti Giambellino Lorenteggio definito da alcuni giornali il Robin Hood degli immobili. L’attività criminosa aveva, secondo la Procura, «il programma sociale di invadere e occupare alloggi di edilizia residenziale pubblica Aler». Gli occupanti erano, secondo la procura, dotati «di attrezzi per scassinare le porte e le lastre di metallo all’ingresso delle case, nuove serrature e porte per sostituire quelle divelte, attrezzature per lavori elettrici di idraulica e muratura, telefoni cellulari e schede per i contatti». Ai documenti dell’inchiesta è stato allegato un volantino con l’intestazione «Sos anti-sgombero» in cui era scritto: «Sei sotto sfratto? Non riesci a pagare luce e gas? Aler e Mm ti vogliono cacciare perché sei moroso? Viene allo sportello sociale contro la crisi». Il Comitato diceva di aver aiutato le famiglie in crisi. Nove militanti dell’organizzazione sono stati riconosciuti colpevoli di associazione a delinquere e condannati a pene pesanti anche se è stato evidenziato che non c’era nessuno scopo di lucro e che l’unico denaro richiesto era il pagamento di dieci euro annuali di iscrizione. A Milano su 72.000 appartamenti delle case popolari, 2.936 sono occupati abusivamente e gli inquilini sono per la maggior parte stranieri, soprattutto di origine africana. A San Siro le occupazioni abusive sono per l’88% di stranieri e per il 12% di italiani, a Corvetto la percentuale è di 73% immigrati e 27% italiani e a Bolla 70% e 30%. Gli abusivi difficilmente sono mandati via. Quando intervengono le forze dell’ordine si trovano davanti anziani, bambini, donne incinte o presunte - avere i documenti e i certificati è impossibile - e portatori di handicap. Chi occupa abusivamente va a colpo sicuro. All’Aler arrivano segnalazioni di gruppi che precedono gli occupanti, armati di chiavistelli e martelli e sfondano le porte. Come fanno a sapere che quell’appartamento è vuoto? È evidente che dietro c’è un’organizzazione malavitosa che monitora il territorio. In via Gola, a cento metri dalla Darsena, una zona fitta di locali della movida, ci sono 480 appartamenti di cui 160 occupati abusivamente, la gran parte da stranieri. È una zona di spaccio a qualsiasi ora del giorno.In Campania, a Somma Vesuviana, si è sviluppata la vendita del subentro. Il mercato delle occupazioni abusive ha raggiunto cifre astronomiche, secondo la stampa locale, dai 10.000 ai 20.000 euro. A Pozzuoli, è un susseguirsi di gruppi di malavita che esercitano un controllo tra i palazzi popolari nati nel post bradisismo. A fare gola c’è la piazza del lotto 5, dove si vendono cocaina, hashish e crack e che secondo gli ultimi pentiti rappresenta «la più importante di Pozzuoli» insieme a quella dei 600 alloggi. A Torino sono oltre 200 gli immobili occupati. Le case popolari sono prese d’assalto, il presidente dell’Atc, Emilio Bolla dice che il fenomeno è in aumento. Spesso gli abusivi, sloggiati da un appartamento trovano subito un’altra sistemazione, sempre irregolare, in stabili vicini. Quando ad aprile scorso, sono stati sgomberati gli alloggi popolari di via Scarsellini, nonostante l’intervento dei servizi sociali per evitare nuove occupazioni, gli abusivi si sono subito impossessati di altri appartamenti nel vicino corso Agnelli. Nel quartiere Borgo San Paolo, il complesso di edilizia popolare di corso Racconigi, è una vera e propria piazza di spaccio. Da un’inchiesta della Sezione antidroga della squadra mobile, che ha portato all’arresto di nove pusher, tra italiani e nordafricani, è emerso che dentro le case c’era un fortino della droga. A gestire il traffico era un’associazione con ruoli ben definiti, da quelli che ritiravano i carichi provenienti dal commercio internazionale, ai magazzinieri, che mettevano a disposizione i locali per stoccare la merce, agli spacciatori; e infine le «sentinelle» di vedetta. Altro che bisognosi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-covi-spaccio-sgomberare-2661855119.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-denuncia-choc-dellinquilino-minacce-quotidiane-per-farmi-andare-via" data-post-id="2661855119" data-published-at="1687732288" data-use-pagination="False"> La denuncia choc dell’inquilino: «Minacce quotidiane per farmi andare via» Due anni di vessazioni, intimidazioni e minacce. È una storia di un incubo quella raccontata dall’inquilino di un immobile Aterp a Catanzaro, quale emerge dall’Ordine di esecuzione di misura cautelare personale della custodia in carcere emessa dal Tribunale di Catanzaro per gli occupanti, dopo la denuncia della vittima. La sua vicenda comincia quando subentra nell’appartamento popolare alla morte dei genitori. Prima viene avvicinato. «Io ho bisogno della casa, te la pago, ti do 5.000 euro se mi dai le chiavi», è stata la prima richiesta andata a vuoto di un uomo e della sua famiglia. Di lì, come risulta dalla testimonianza al giudice, iniziano le minacce. «Ogni volta che tornavo a casa mi minacciava dicendo “Vedi che te la occupo, te ne devi andare di qui”, “Ti ammazzo”, “Mi faccio trent’anni di galera per i miei figli”. Spesso usava i suoi figli minori per intimorirmi. Una volta mi ha incrociato in macchina, e dopo avermi visto ha invertito la direzione dell’auto, ha cominciato a inseguirmi e a lampeggiarmi per costringermi a fermarmi. Appena sono sceso mi ha minacciato di fronte ai miei figli e a mia moglie dicendo “te ne devi andare di qui o ti ammazzo” Anche i suoi figli che erano dentro l’auto urlavano contro di me dicendo “Ti ammazziamo”». La vittima riferisce anche di numerosissime videochiamate intimidatorie. «Mandava continuamente i figli a bussare alla mia porta. Aprivo e mi dicevano: “Papà ha detto quando te ne vai da qui?”. Questo succedeva anche di notte. Spesso mettevano uno stuzzicadenti nel campanello costringendomi a disattivarlo. Poi hanno cominciato a incendiare il campanello. Ogni volta che arrivavo a casa e parcheggiavo sotto, mi urlava dal balcone dicendomi “Quando te ne vai? Fai una brutta fine”. E i figli mi circondavano e mi spintonavano». La vittima riferisce nella deposizione che una volta ha rinvenuto una cartuccia inesplosa sotto il tappeto di accesso all’abitazione. «Una volta ho trovato la gomma dell’auto bucata. Un giorno hanno anche sradicato la cassetta della posta». Alla fine l’appartamento viene occupato, approfittando dell’assenza dell’inquilino costretto in ospedale. Vicende simili sono all’ordine del giorno nello stabile. Il caso si conclude con lo sgombero e il sequestro preventivo dell’immobile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-covi-spaccio-sgomberare-2661855119.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-parroco-per-la-legalita-la-malavita-chiede-laffitto-e-chi-non-paga-tiene-la-droga" data-post-id="2661855119" data-published-at="1687732288" data-use-pagination="False"> Il parroco per la legalità: «La malavita chiede l’affitto. E chi non paga tiene la droga» «È la malavita a gestire le occupazioni, non si tratta di famiglie disgraziate alla ricerca di un tetto. Le occupazioni sono eseguite dietro pagamento e chi non è in grado di tirar fuori i soldi, è reclutato dai clan per nascondere o spacciare la droga». Don Massimiliano De Luca, è alla guida della Parrocchia dei Santi Angeli Custodi, nel quartiere Rancitelli, zona di estremo degrado a Pescara. È arrivato lì nel 2016 e si è reso conto subito del meccanismo che regole le occupazioni abusive degli alloggi pubblici. «Sono anni che denuncio l’esistenza di una malavita organizzata dietro la questione degli immobili ma nessuno mi ha dato ascolto. L’allora prefetto diceva che non essendoci un boss a capo, non si poteva parlare di una struttura piramidale. Il nuovo prefetto ha preso di petto la situazione e speriamo che qualcosa si muova». Il sacerdote descrive lo scenario di estremo abbandono delle periferie di Pescara diventate dominio di organizzazioni criminali che hanno come base d’appoggio proprio i palazzi occupati. «I tempi della giustizia per gli sgomberi sono talmente lenti e ci sono così tanti paletti che gli irregolari possono vivere indisturbati anche oltre dieci anni. Per le utenze fanno contratti fittizi o usano il sistema degli allacci abusivi». Gli occupanti vengono reclutati e sfruttati da quelli stessi clan che hanno assicurato loro un alloggio. «Sono costretti a pagare alla malavita 300-400 euro di affitto mensile invece dei circa 30 euro degli inquilini regolari entrati in base alle graduatorie. Se non possono pagare diventano garantisti, cioè nascondono la droga nell’appartamento o spacciano». Don Massimiliano spiega che i clan arrestati erano formati da pescaresi ma ora «al loro posto sono subentrati i nigeriani. Poi ci sono i rom che si sono sempre vantati di non far entrare nel loro territorio camorra e ’ndrangheta ma le indagini hanno fatto emergere che le organizzazioni criminali hanno solidi legami tra di loro». Il quartiere Rancitelli ha il triste primato di essere considerata come l’area più degradata di tutto l’Abruzzo. «Le periferie sono la discarica sociale di ciò che non si vuole vedere nel centro cittadino. Quando si mettono insieme, in uno stesso palazzo, le stesse etnie senza creare una situazione di integrazione, di confronto con altre realtà sociali, è chiaro che si creano i ghetti e nei ghetti prolifera la delinquenza». Don Massimiliano indica la soluzione ma che riconoscere «è fortemente anti popolare». «Spalmando l’edilizia residenziale pubblica su tutta la città e non solo nelle periferie, sarebbe più facile l’integrazione, e più agevole la vigilanza sulle occupazioni. Ma quale politico in campagna elettorale avrebbe il coraggio di proporre una cosa del genere. 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La Digos è intervenuta dopo la denuncia del legittimo assegnatario ma quando sono scattati gli arresti, gli occupanti hanno reagito con una violenta aggressione malmenando i poliziotti che sono finiti all’ospedale. Nel corso delle indagini è emerso che il tentativo di occupazione abusiva è stata portata avanti dagli indagati anche nei confronti di un altro abitante dello stesso stabile. Il gip ha disposto l’applicazione della custodia in carcere e del divieto di dimora nel Comune di Catanzaro, nonché il sequestro preventivo dell’immobile. Lungo viale Isonzo, a Sud della città, nel case occupate abusivamente dilagano spaccio di droga e traffici di ogni tipo. È il quartier generale di una criminalità rom contigua alla ’ndrangheta come attestano molte inchieste della magistratura. Le case popolari, assegnate dopo lo sgombero dei campi, sono diventate una sorta di «stato» all’interno della città. Le operazioni delle forze dell’ordine hanno dimostrato l’esistenza di veri e propri bunker chiusi da sbarre, controllati da sentinelle o da telecamere, dove si spaccia alla luce del sole oltre che luogo di deposito di veicoli rubati. Gli appartamenti di edilizia popolare, realizzati dall’Aterp sono ripetutamente vandalizzati, in molti casi sottratti agli assegnatari costretti a fare le valige; le aree circostanti sono ridotte a discariche di rifiuti e carcasse di automezzi. Le bande dei rom, da semplici associazioni di spacciatori si sono trasformate in vere e proprie organizzazioni riconosciute dalla ‘ndrangheta e ora sono diventate autonome come emerso da recenti indagini della Dda, la Direzione distrettuale antimafia. Nel corso delle indagine seguite a una vasta operazione della polizia nell’aprile scorso, che ha portato all’arresto di 62 esponenti della comunità rom, accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso e associazione a delinquere in vari ambiti criminali, è emersa quella che viene definita una «operatività autonoma per la gestione delle attività criminali». Sostanzialmente, secondo l’ipotesi accusatoria, le famiglie rom si sono «affrancate» dal ruolo gregario nei confronti delle cosche della ’ndrangheta crotonese per assumere una «gestione indipendente» delle attività criminali, a cominciare da estorsioni e spaccio. Secondo le ricostruzioni della Dda, proprio nei palazzi popolari occupati dai rom, veniva gestito il traffico degli stupefacenti e altre attività criminali quali ricettazione, furto, porto e detenzione illegale di armi.
Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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Nel riquadro il manifesto della Lega rimosso dopo la protesta degli islamici dell’Ucoii (iStock)
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
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(Ansa)
Fino a 470 milioni di nuove azioni. Munizioni per una campagna che non si annuncia breve né priva di trappole. Secondo il presidente di Unicredit Pier Carlo Padoan Commerzbank non sta esprimendo tutto il suo potenziale. E quindi va «liberata». Una parola che in finanza ha sempre un suono ambiguo: liberata da cosa, e soprattutto liberata per chi?
Padoan insiste: non è un blitz, non è un assalto, è un dialogo lungo diciotto mesi. Peccato che a Francoforte il dialogo venga descritto con toni meno fantasiosi e molto più difensivi. Il messaggio di Commerzbank è chiarissimo: non stiamo parlando di una fusione alla pari, ma di un piano che «smantella la banca così come funziona oggi per i suoi clienti e non paga alcun premio agli azionisti». Insomma: più che un matrimonio, un fidanzamento imposto con divisione dei beni già contestata. E mentre gli uffici legali affilano le definizioni, arriva il parere favorevole della Ue. Perché a Bruxelles e dintorni le fusioni bancarie sono viste con ammirazione. Il ministro greco dell’Economia e presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis lo dice con chiarezza: servono «campioni europei piuttosto», e soprattutto «maggiore solidità». Insomma basta banche piccole che si fanno concorrenza domestica. Servono giganti capaci di giocare la partita globale. Pierrakakis osserva che il vero metro di giudizio non è solo il capitale, ma la capacità di investire in tecnologia. E quando si confrontano Europa, Stati Uniti e Cina, il verdetto è impietoso: troppo piccoli per competere davvero sull’innovazione. In altre parole: se restiamo frammentati, perdiamo la partita non con il vicino di casa, ma con i sistemi bancari continentali. E non è un dettaglio che, su questa linea, anche la Banca centrale europea abbia da tempo mostrato un atteggiamento tutt’altro che ostile all’idea dell’ integrazione. Nessuna pressione. Ma un orientamento ormai chiaro: meno frammentazione, più solidità, più economie di scala. Per anni l’Europa ha predicato l’unione bancaria come obiettivo strategico. Poi, quando qualcuno prova a farla sul serio, la discussione torna improvvisamente nazionale, difensiva, quasi identitaria. Come se la teoria fosse europea e la pratica dovesse restare tedesca.
E infatti il fronte di Francoforte non arretra. Michael Kotzbauer, voce del consiglio di amministrazione di Commerzbank, non usa giri di parole: il piano di Unicredit non è integrazione, è in realta una forma di «disarticolazione». E soprattutto non c’è nessun premio agli azionisti. Che in traduzione libera significa: se questa è un’offerta, manca la parte più sostanziosa del menu.
Ma la partita, adesso, è entrata nella fase decisiva. Perché con l’aumento di capitale approvato e la macchina dell’Ops pronta, non si parla più di intenzioni ma di esecuzione. Il calendario, del resto, è già scritto: conti trimestrali oggi, poi l’avvio operativo, e a fine giugno - o poco oltre - le prime risposte vere del mercato. Quelle che non si misurano nei comunicati, ma nei prezzi. E allora si chiude il cerchio con una frase che suona quasi come un manifesto politico-finanziario come lo definisce Padoan: «Stiamo costruendo la banca del futuro per l’Europa».
È qui che il racconto si fa più grande della singola operazione. Perché non si tratta solo di una banca italiana che prova a scalare una banca tedesca. Si tratta dell’ennesimo tentativo di dare all’Europa quello che proclama da vent’anni e realizza con estrema cautela: un sistema bancario davvero continentale. Il problema, come sempre, è che tra il dire e il fare ci sono gli azionisti, i consigli di amministrazione, le capitali nazionali e quella sottile arte europea del compromesso che rende tutto possibile. E in mezzo a tutto questo, mentre i comunicati si inseguono e le dichiarazioni si contraddicono con puntualità, resta una certezza: questa non è più una trattativa bancaria. È una piccola prova generale di Europa.
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Le gemelle Cappa, Paola e Stefania, cugine di Chiara Poggi (Ansa)
Nell’inchiesta sull’omicidio di Garlasco due binari investigativi si stanno per intrecciare a un passo dal capolinea: oggi verranno sentite nella caserma dei carabinieri Montebello di via Vincenzo Monti a Milano, come persone informate sui fatti, le gemelle Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi; domani toccherà, sempre per delle sommarie informazioni testimoniali, quindi senza l’assistenza di un legale, a Marco Poggi, fratello della vittima e amico di Andrea Sempio, ormai unico indagato per il delitto a sfondo sessuale con doppia aggravante (i motivi «abbietti» e la «crudeltà»). Sempio, convocato anche lui ma con un avviso a comparire per rendere interrogatorio (firmato dai pm Giuliana Rizza, Valentina De Stefano e Stefano Civardi), potrebbe trovarsi nella sala d’attesa il suo vecchio amico, nonostante le notizie delle agenzie di stampa che indicavano come luogo dell’audizione Mestre.
«Ci saremo, poi valuteremo se rispondere o meno», dice Angela Taccia, che con il collega Liborio Cataliotti difende Sempio. Mentre il suo ex avvocato, Massimo Lovati, che probabilmente sospetta una trappola, a Diario del giorno (su Rete 4), rispondendo alle domande di Sabrina Scampini, ha invitato Sempio a «non andare» dai pm e a «farsi portare in manette». «Sicuramente mi presenterò», è invece il messaggio di Stefania Cappa che Gianluigi Nuzzi ha letto durante la puntata di Dentro la notizia (sempre su Rete 4). Di certo la notifica che le gemelle hanno ricevuto spazza via l’animazione mediatica rispetto a un loro coinvolgimento nelle indagini, alimentato anche da una richiesta (qualche mese fa) della Guardia di finanza che avrebbe voluto analizzare i movimenti bancari di tutta la famiglia e della quale non si è più saputo nulla.
La nuova indagine, proprio nella sua fase finale, sembra provare a tenere insieme tutto: il movente, indicato dai magistrati in un rifiuto di un approccio sessuale, la dinamica del delitto, che appare però ancora fumosa (nel capo d’imputazione provvisorio compare, proprio accanto al numero di colpi con i quali prima è stata tramortita e poi uccisa Chiara, la parola «almeno»), ricordi dei testimoni (per Marco Poggi è la terza convocazione nel corso della nuova inchiesta), intercettazioni che non erano state trascritte o che erano state trascritte solo parzialmente dai carabinieri della «Squadretta» dell’ex procuratore di Pavia Mario Venditti (indagato a Brescia per corruzione in atti giudiziari in relazione all’archiviazione del 2017) e approfondimenti online. Quelli su un forum Web (Italian seduction) frequentato da Andreas, alias Andrea Sempio. Una community in cui utenti anonimi si scambiavano consigli su come approcciarsi alle donne. Sempio avrebbe postato oltre 3.000 messaggi fra 2009 e 2016. Qui avrebbe fatto riferimento a due donne che avrebbero tormentato la sua stabilità. «Allora one itis (termine in voga all’epoca nel gergo Web per indicare monomanie e ossessioni amorose non corrisposte, ndr) disastrosa per una barista di una birreria, palo secco, mi do da fare miglioro e tanto». E qui sarebbe da escludere la Poggi. Ma avrebbe scritto anche: «L’unica volta che mi sono innamorato è capitato in un momento oscuro della mia vita, tra i 18 e i 20». Non ci sarebbe però alcun riferimento esplicito a Chiara né al delitto. Una relazione dei carabinieri del Racis pare stia per finire tra gli atti dell’inchiesta. Anche se, come prevede il codice, non sono utilizzabili in un procedimento penale perizie sul carattere, sulla personalità e sulle qualità psichiche di un indagato.
A leggere il capo d’imputazione provvisorio manca invece l’arma del delitto. Neppure ipotizzata. Sempio, insomma, si ritrova con una convocazione nella quale gli viene contestato l’omicidio con doppia aggravante, il movente e una parziale ricostruzione della dinamica. In sostanza la Procura gli comunica di non sapere come e con cosa è stata uccisa Chiara, ma di sapere che è stato lui (il cui alibi, legato a uno scontrino di un parcheggio di Vigevano, non convince gli inquirenti) per un rifiuto sessuale. Resta da chiarire anche l’ingresso nella villetta dei Poggi senza effrazione. Nel 2011, i giudici di appello avevano preso in considerazione, per poi scartarla, l’ipotesi di una rapina finita male. Ma avevano scritto: «Non vi sono segni di effrazione alla porta». E aggiunto che «non vi sono prove che escludono che Chiara Poggi quella mattina, una volta svegliatasi, abbia disattivato l’allarme e abbia fatto uscire il gatto in giardino, lasciando socchiusa la porta di ingresso. O forse l’ha chiusa, ma può averla aperta scorgendo che qualcuno era entrato nel giardino». Uno scenario che oggi torna. Con una differenza: adesso si prova a legarlo al nome di Sempio. È così che si è ristretto il perimetro. Come andrà a finire?
Ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenuto alla presentazione del libro L’impronta (la lezione di Garlasco e la fiducia degli italiani nella giustizia), di Giancarla Rondinelli, si è detto convinto «che alla fine non ci sarà un colpevole, perché è un processo che si trascina da tanti anni e che ha una ricostruzione due volte negata, poi accolta, adesso messa in discussione da una diversa e antitetica ricostruzione, che però è ancora quella dell’accusa, non è passata nemmeno al vaglio di un’udienza preliminare». E ha aggiunto: «Alberto Stasi ci ha messo cinque processi, se pensiamo che anche Sempio ce ne possa mettere cinque io non ci sarò più quando sarà finito tutto, ma ricordatevi che la mia previsione è che alla fine non ci sarà un colpevole».
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