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2019-06-25
Tutte le maggioranze alternative su giustizia, Tav, tasse e autonomie
Ansa
Sorpresa: la Lega non è un monolite. In questo primo anno di governo del cambiamento ci eravamo abituati a uno schema con tre centri decisionali: il Carroccio, il M5s e il Quirinale in asse con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. La Lega è sempre apparsa super compatta intorno a Matteo Salvini; Conte si è barcamenato tra i suggerimenti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le indicazioni dei due partiti di maggioranza; il M5s invece lo abbiamo visto sempre frastagliato, con la corrente governista guidata da Luigi Di Maio perennemente criticata dall'ala ortodossa, di sinistra radicale, che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Recentemente, a complicare ancora di più il già difficile lavoro di Di Maio, è arrivato pure Alessandro Di Battista. Altro elemento caratterizzante l'azione del governo, il «soccorso nerazzurro» arrivato in diverse occasioni da Fratelli d'Italia e Forza Italia su provvedimenti voluti dalla Lega e digeriti malvolentieri, con tanto di assenze al momento del voto in aula, dal M5s: un esempio su tutti, la legge sulla legittima difesa.
Ora, con la (parziale) sconfessione dei minibot da parte di Giancarlo Giorgetti, è venuto a galla che anche nella Lega ci sono diverse sensibilità. Il moltiplicarsi dei centri decisionali non è necessariamente un dato negativo, purché alla fine, al momento del voto in parlamento o in Consiglio dei ministri, si arrivi sempre a trovare un equilibrio di sintesi. Fino a questo momento, è sempre stato così, ed è probabile che si continuerà ad andare avanti su questo percorso: litigare fino allo sfinimento sui social, sui giornali e in tv ma ritornare compatti quando dai talk show si passa alla Camera e al Senato.
Nella Lega, ad esempio, non ci si divide solo sui minibot. L'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna è motivo di dissapori interni al Carroccio: i leghisti lombardi e soprattutto quelli veneti, a partire dai due governatori, Attilio Fontana e Luca Zaia, vorrebbero accelerare sull'iter; Salvini, ormai proiettato nella nuova dimensione di leader nazionale e europeo, non vuole mettere a rischio il governo, ben sapendo che il M5s, il cui granaio elettorale è al Sud, andrebbe in mille pezzi; Forza Italia è a sua volta spaccata in due come una mela, con l'ala nordista (Giovanni Toti) favorevole e quella sudista (Mara Carfagna) contraria. Fratelli d'Italia non garantirebbe il sostegno a un'autonomia «spinta». Se si andasse quindi alla discussione in aula, alla Camera e al Senato, e non solo in commissione (lo decideranno i presidenti, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ogni votazione sarebbe un terno al lotto.
Sull'economia, le divisioni fioccano. La Lega è compatta sulla flat tax, che non piace al M5s ma avrebbe il sostegno di Forza Italia e Fdi. In ogni caso, Luigi Di Maio sarebbe pronto a approvare la «tassa piatta», finanziandola in deficit, e qui entra in campo il subgoverno Mattarella-Conte-Tria, che non vuole ulteriori strappi con l'Europa. «Deve essere graduale e coperta dai tagli alla spesa», ha detto pochi giorni fa il ministro dell'Economia al Financial Times. In realtà, nel M5s non manca chi è a favore sia della flat tax che dell'autonomia: intervistata dalla Verità, Paola Taverna, vicepresidente del Senato, ha recentemente dichiarato di essere a favore di entrambi i provvedimenti. Il M5s, da parte sua, propone il salario minimo, che invece non piace alla Lega (tutta) e al subgoverno Mattarella-Conte-Tria.
Un argomento che vede la Lega compatta e il M5s spaccato è la Tav. Il Carroccio, così come il subgoverno, è per completare l'opera, e in effetti al di là delle chiacchiere televisive la Torino-Lione sta andando avanti. Anche Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd sono favorevoli. Il M5s ha diverse posizioni sull'argomento: Di Battista e Fico sono contrari, mentre Laura Castelli, viceministro all'Economia, vicinissima a Di Maio, ha manifestato la sua disponibilità a discutere di uno dei tanti progetti «light» dell'opera.
Sui temi della giustizia, Lega e M5s hanno visioni molto diverse. I pentastellati sono ancorati a posizioni iper-giustizialiste: il ministro Alfonso Bonafede ha preparato una bozza di riforma che prevede il blocco della prescrizione dal gennaio 2020 e una nuova regolamentazione sulla pubblicazione delle intercettazioni. Su questo tema, Matteo Salvini ha una posizione molto dura: il ministro dell'Interno ha più volte etichettato come «indecente» la pubblicazione sui giornali di conversazioni prive di rilievo penale. Per il Carroccio è il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, a curare il dossier: la sua posizione sulla pubblicazione delle intercettazioni è leggermente meno rigida di quella di Salvini. Infine: le elezioni anticipate. La componente più tradizionale della Lega le vorrebbe per governare con le mani libere, Salvini frena, il M5s governista ne è terrorizzato, Di Battista non vede l'ora di tornare alle urne.
Il pignolo Boeri si accorge solo ora delle buste paga sempre più basse
S'è svegliato Tito Boeri. Forse qualche screanzato ha fatto rumore, e deve aver turbato il sonno (olimpico e bocconiano) dell'ex presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, eroe, martire e candidato (a tutto) del «partito» di Repubblica.
E così, ieri, con il tono indignato di chi scopre una vergogna e la denuncia al mondo, il professor Boeri, intervenendo sul giornale debenedettiano, ci ha comunicato tre cose. Primo: che in Italia ci sono situazioni di sfruttamento lavorativo (ma tu guarda che scoperta). Secondo: che nel Paese esiste un elevato livello di povertà tra chi svolge lavori manuali (non gli sfugge proprio nulla). E terzo: che ci vuole un salario minimo.
Attenzione, però: perché, con la bacchetta in mano, Boeri chiede a tutti gli alunni di mettere le manine sul banco e (zac! zac! zac!) non ne perdona uno. E come mai? Perché dicono di volere il salario minimo, ma in realtà (si intuisce: non avendolo consultato) starebbero prendendo fischi per fiaschi.
Bacchettata ai grillini, dunque, colpevoli di aver presentato una proposta «che nulla ha a che fare con il salario minimo», ma si limita a estendere la copertura dei contratti collettivi nazionali. Bacchettata per ragioni analoghe pure a quelli del Partito democratico.
Bacchettata per ragioni opposte a Fratelli d'Italia, che vorrebbero introdurre il salario minimo per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva.
E infine raffica di bacchettate (non ne basta una sola, ci fa intuire il commento di Boeri) per la Lega, che - orrore! - non vuole il salario minimo. E perché Salvini e i suoi sarebbero contrari? Forse perché, legittimamente, ritengono la misura sbagliata? No: Boeri, che ne sa una più del diavolo, ci informa che il partito di Matteo Salvini è contrario «forse anche perché una parte del suo elettorato di riferimento vive dello sfruttamento della manodopera, soprattutto di quella immigrata». Avete letto bene: l'elettorato leghista, o una sua parte, è dipinto come una masnada sfruttatori di lavoratori e immigrati.
E allora che bisogna fare, per non sbagliare? Elementare, Watson: prima che quelle capre del governo e del Parlamento decidano, ci vuole una «commissione sui bassi salari». Ecco, una bella commissione: e il professor Boeri raccomanda che ci siano degli «esperti». Siamo dunque autorizzati a immaginarlo così, il docente editorialista di Repubblica, mentre interroga lo specchio: «Specchio delle mie brame, chi è il più esperto del reame?».
Ma, ironia a parte, sorge un dubbio. Stiamo parlando dello stesso Tito Boeri (non un omonimo) che, fino a pochi mesi fa e per un tempo non breve (dal 24 dicembre 2014 al 16 febbraio 2019), è stato presidente dell'Inps? Tra l'altro, un presidente dell'Inps particolarmente ciarliero, prodigo di interviste e interventi pubblici ad alta intensità politica. Intendiamoci bene. Non tocca al presidente dell'Inps dettare le linee politiche a governo e parlamento. Ma, visto che interveniva un giorno sì e l'altro no, perché questo tema sembra scoprirlo proprio ora?
Furono indimenticabili le sue sortite sugli immigrati che (argomentava dottamente) pagavano le pensioni agli italiani, le sue sfuriate contro quota 100, e via comiziando e ammonendo. Lo sfruttamento e i salari bassi li ha scoperti solo adesso? Nei suoi anni da super presidente non si è mai accorto del crollo del montante contributivo?
Bruxelles capisce la mala parata e frena sull’infrazione
La procedura d'infrazione, almeno per il momento, non s'ha da fare. Ne è convinto l'autorevole Financial Times, il quale citando come fonte «due funzionari europei» sostiene che nella giornata di oggi la Commissione europea non prenderà alcuna decisione in merito all'avvio della procedura nei confronti dell'Italia. L'obiettivo sarebbe quello di dare tempo al nostro governo di elaborare una strategia valida per aggiustare i conti. La riedizione di uno scontro con la Commissione a soli sei mesi di distanza dall'ultimo aspro contrasto, osserva il quotidiano economico britannico, comporterebbe il rischio di una crisi di fiducia da parte degli investitori circa la sostenibilità del nostro debito pubblico. All'indomani del Consiglio dell'Ue che ha visto fallire i negoziati per la nomina delle alte cariche delle istituzioni europee, il premier Giuseppe Conte aveva rilanciato fiducioso: «Sto lavorando con costanza, anche con il ministro Tria, per evitare una procedura di infrazione che farebbe male all'Italia. Nonostante la situazione sia davvero molto complicata, sono molto determinato e resto fiducioso che, grazie a un approccio costruttivo da parte di tutte le parti che siedono intorno al tavolo, si possa arrivare a una soluzione positiva nel reciproco interesse».
La scorsa settimana il premier aveva indirizzato alla Commissione una lunga e accorata lettera di risposta a seguito della dichiarata volontà di aprire la procedura. Non solo cifre, ma anche importanti considerazioni politiche. Su tutte, il forte richiamo ai «crescenti segnali di insofferenza» mostrati dalla società civile e l'invito alla necessità di «affrontare con lucidità e spirito critico alcuni limiti strutturali del progetto europeo». Sul versante dei numeri, il governo si è detto più volte ottimista, e si aspetta di poter riguadagnare un margine importante grazie all'andamento della raccolta fiscale attesa essere migliore del previsto.
Ma l'avvio di una procedura, e questo si legge anche tra le righe del pezzo del Ft, non causerebbe danni solo all'Italia. La mossa di rinviare a fine maggio il verdetto sui conti dell'Italia aveva una chiara finalità elettorale, così come quella di pubblicare i rapporti del semestre europeo una manciata di giorni dopo il voto. Probabilmente a un certo punto la Commissione si è resa conto che lo scontro fine a sé stesso avrebbe finito solo per alimentare il dissenso nei confronti dell'Europa, e ha preferito così spostare il tiro su altre tematiche.
Esaurita la tornata elettorale, la diatriba sull'Italia si inserisce nel contesto delle nomine per i «top jobs» continentali (presidenza della Commissione ma anche del Parlamento, della Bce e del Consiglio e dell'Alto rappresentante per gli affari esteri). Il pressing sui conti, serrato ma non asfissiante, fino a oggi è stato orientato alla politica della «porta aperta». La scelta di concedere sei mesi di tempo, anziché tre, per consentire «al governo italiano di adottare misure efficaci» (specie per ciò che concerne la riduzione del debito) va proprio in questa direzione. Ciò nonostante, Bruxelles ci tiene a chiudere la partita prima che la nuova Commissione prenda il potere. Se è ormai chiaro che l'Italia dovrà rinunciare ai tre incarichi di rilievo che ricopre oggi con Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, non si può nemmeno negare il ruolo attivo che il nostro Paese può giocare in questa circostanza. Il calendario è piuttosto serrato. Oggi Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici aggiorneranno il presidente Juncker sulla vicenda italiana, mentre il 30 giugno è previsto un nuovo meeting per cercare la quadra sulle nomine. Dal 2 al 4 luglio il Parlamento europeo eleggerà il successore di Tajani, mentre il 9 luglio si svolgerà l'Ecofin che deciderà definitivamente sulla nostra procedura di infrazione.
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La compattezza del governo è erosa dalle spaccature dentro gli stessi azionisti. La Torino-Lione può contare sull'asse Lega-Fi-Pd e i grillini «romani». E la riforma delle Regioni può appoggiarsi all'ala nordista azzurra.Nuova rampogna del prof Tito Boeri sulle retribuzioni. All'Inps i contributi non lo insospettivano?Secondo il Financial Times la decisione sulla procedura sarà rinviata. Troppo pericolosa, per la tenuta dei mercati, una stangata.Lo speciale contiene tre articoli.Sorpresa: la Lega non è un monolite. In questo primo anno di governo del cambiamento ci eravamo abituati a uno schema con tre centri decisionali: il Carroccio, il M5s e il Quirinale in asse con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. La Lega è sempre apparsa super compatta intorno a Matteo Salvini; Conte si è barcamenato tra i suggerimenti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le indicazioni dei due partiti di maggioranza; il M5s invece lo abbiamo visto sempre frastagliato, con la corrente governista guidata da Luigi Di Maio perennemente criticata dall'ala ortodossa, di sinistra radicale, che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Recentemente, a complicare ancora di più il già difficile lavoro di Di Maio, è arrivato pure Alessandro Di Battista. Altro elemento caratterizzante l'azione del governo, il «soccorso nerazzurro» arrivato in diverse occasioni da Fratelli d'Italia e Forza Italia su provvedimenti voluti dalla Lega e digeriti malvolentieri, con tanto di assenze al momento del voto in aula, dal M5s: un esempio su tutti, la legge sulla legittima difesa.Ora, con la (parziale) sconfessione dei minibot da parte di Giancarlo Giorgetti, è venuto a galla che anche nella Lega ci sono diverse sensibilità. Il moltiplicarsi dei centri decisionali non è necessariamente un dato negativo, purché alla fine, al momento del voto in parlamento o in Consiglio dei ministri, si arrivi sempre a trovare un equilibrio di sintesi. Fino a questo momento, è sempre stato così, ed è probabile che si continuerà ad andare avanti su questo percorso: litigare fino allo sfinimento sui social, sui giornali e in tv ma ritornare compatti quando dai talk show si passa alla Camera e al Senato.Nella Lega, ad esempio, non ci si divide solo sui minibot. L'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna è motivo di dissapori interni al Carroccio: i leghisti lombardi e soprattutto quelli veneti, a partire dai due governatori, Attilio Fontana e Luca Zaia, vorrebbero accelerare sull'iter; Salvini, ormai proiettato nella nuova dimensione di leader nazionale e europeo, non vuole mettere a rischio il governo, ben sapendo che il M5s, il cui granaio elettorale è al Sud, andrebbe in mille pezzi; Forza Italia è a sua volta spaccata in due come una mela, con l'ala nordista (Giovanni Toti) favorevole e quella sudista (Mara Carfagna) contraria. Fratelli d'Italia non garantirebbe il sostegno a un'autonomia «spinta». Se si andasse quindi alla discussione in aula, alla Camera e al Senato, e non solo in commissione (lo decideranno i presidenti, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ogni votazione sarebbe un terno al lotto.Sull'economia, le divisioni fioccano. La Lega è compatta sulla flat tax, che non piace al M5s ma avrebbe il sostegno di Forza Italia e Fdi. In ogni caso, Luigi Di Maio sarebbe pronto a approvare la «tassa piatta», finanziandola in deficit, e qui entra in campo il subgoverno Mattarella-Conte-Tria, che non vuole ulteriori strappi con l'Europa. «Deve essere graduale e coperta dai tagli alla spesa», ha detto pochi giorni fa il ministro dell'Economia al Financial Times. In realtà, nel M5s non manca chi è a favore sia della flat tax che dell'autonomia: intervistata dalla Verità, Paola Taverna, vicepresidente del Senato, ha recentemente dichiarato di essere a favore di entrambi i provvedimenti. Il M5s, da parte sua, propone il salario minimo, che invece non piace alla Lega (tutta) e al subgoverno Mattarella-Conte-Tria.Un argomento che vede la Lega compatta e il M5s spaccato è la Tav. Il Carroccio, così come il subgoverno, è per completare l'opera, e in effetti al di là delle chiacchiere televisive la Torino-Lione sta andando avanti. Anche Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd sono favorevoli. Il M5s ha diverse posizioni sull'argomento: Di Battista e Fico sono contrari, mentre Laura Castelli, viceministro all'Economia, vicinissima a Di Maio, ha manifestato la sua disponibilità a discutere di uno dei tanti progetti «light» dell'opera. Sui temi della giustizia, Lega e M5s hanno visioni molto diverse. I pentastellati sono ancorati a posizioni iper-giustizialiste: il ministro Alfonso Bonafede ha preparato una bozza di riforma che prevede il blocco della prescrizione dal gennaio 2020 e una nuova regolamentazione sulla pubblicazione delle intercettazioni. Su questo tema, Matteo Salvini ha una posizione molto dura: il ministro dell'Interno ha più volte etichettato come «indecente» la pubblicazione sui giornali di conversazioni prive di rilievo penale. Per il Carroccio è il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, a curare il dossier: la sua posizione sulla pubblicazione delle intercettazioni è leggermente meno rigida di quella di Salvini. Infine: le elezioni anticipate. La componente più tradizionale della Lega le vorrebbe per governare con le mani libere, Salvini frena, il M5s governista ne è terrorizzato, Di Battista non vede l'ora di tornare alle urne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-maggioranze-alternative-su-giustizia-tav-tasse-e-autonomie-2638973219.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pignolo-boeri-si-accorge-solo-ora-delle-buste-paga-sempre-piu-basse" data-post-id="2638973219" data-published-at="1780519811" data-use-pagination="False"> Il pignolo Boeri si accorge solo ora delle buste paga sempre più basse S'è svegliato Tito Boeri. Forse qualche screanzato ha fatto rumore, e deve aver turbato il sonno (olimpico e bocconiano) dell'ex presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, eroe, martire e candidato (a tutto) del «partito» di Repubblica. E così, ieri, con il tono indignato di chi scopre una vergogna e la denuncia al mondo, il professor Boeri, intervenendo sul giornale debenedettiano, ci ha comunicato tre cose. Primo: che in Italia ci sono situazioni di sfruttamento lavorativo (ma tu guarda che scoperta). Secondo: che nel Paese esiste un elevato livello di povertà tra chi svolge lavori manuali (non gli sfugge proprio nulla). E terzo: che ci vuole un salario minimo. Attenzione, però: perché, con la bacchetta in mano, Boeri chiede a tutti gli alunni di mettere le manine sul banco e (zac! zac! zac!) non ne perdona uno. E come mai? Perché dicono di volere il salario minimo, ma in realtà (si intuisce: non avendolo consultato) starebbero prendendo fischi per fiaschi. Bacchettata ai grillini, dunque, colpevoli di aver presentato una proposta «che nulla ha a che fare con il salario minimo», ma si limita a estendere la copertura dei contratti collettivi nazionali. Bacchettata per ragioni analoghe pure a quelli del Partito democratico. Bacchettata per ragioni opposte a Fratelli d'Italia, che vorrebbero introdurre il salario minimo per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva. E infine raffica di bacchettate (non ne basta una sola, ci fa intuire il commento di Boeri) per la Lega, che - orrore! - non vuole il salario minimo. E perché Salvini e i suoi sarebbero contrari? Forse perché, legittimamente, ritengono la misura sbagliata? No: Boeri, che ne sa una più del diavolo, ci informa che il partito di Matteo Salvini è contrario «forse anche perché una parte del suo elettorato di riferimento vive dello sfruttamento della manodopera, soprattutto di quella immigrata». Avete letto bene: l'elettorato leghista, o una sua parte, è dipinto come una masnada sfruttatori di lavoratori e immigrati. E allora che bisogna fare, per non sbagliare? Elementare, Watson: prima che quelle capre del governo e del Parlamento decidano, ci vuole una «commissione sui bassi salari». Ecco, una bella commissione: e il professor Boeri raccomanda che ci siano degli «esperti». Siamo dunque autorizzati a immaginarlo così, il docente editorialista di Repubblica, mentre interroga lo specchio: «Specchio delle mie brame, chi è il più esperto del reame?». Ma, ironia a parte, sorge un dubbio. Stiamo parlando dello stesso Tito Boeri (non un omonimo) che, fino a pochi mesi fa e per un tempo non breve (dal 24 dicembre 2014 al 16 febbraio 2019), è stato presidente dell'Inps? Tra l'altro, un presidente dell'Inps particolarmente ciarliero, prodigo di interviste e interventi pubblici ad alta intensità politica. Intendiamoci bene. Non tocca al presidente dell'Inps dettare le linee politiche a governo e parlamento. Ma, visto che interveniva un giorno sì e l'altro no, perché questo tema sembra scoprirlo proprio ora? Furono indimenticabili le sue sortite sugli immigrati che (argomentava dottamente) pagavano le pensioni agli italiani, le sue sfuriate contro quota 100, e via comiziando e ammonendo. Lo sfruttamento e i salari bassi li ha scoperti solo adesso? 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La riedizione di uno scontro con la Commissione a soli sei mesi di distanza dall'ultimo aspro contrasto, osserva il quotidiano economico britannico, comporterebbe il rischio di una crisi di fiducia da parte degli investitori circa la sostenibilità del nostro debito pubblico. All'indomani del Consiglio dell'Ue che ha visto fallire i negoziati per la nomina delle alte cariche delle istituzioni europee, il premier Giuseppe Conte aveva rilanciato fiducioso: «Sto lavorando con costanza, anche con il ministro Tria, per evitare una procedura di infrazione che farebbe male all'Italia. Nonostante la situazione sia davvero molto complicata, sono molto determinato e resto fiducioso che, grazie a un approccio costruttivo da parte di tutte le parti che siedono intorno al tavolo, si possa arrivare a una soluzione positiva nel reciproco interesse». La scorsa settimana il premier aveva indirizzato alla Commissione una lunga e accorata lettera di risposta a seguito della dichiarata volontà di aprire la procedura. Non solo cifre, ma anche importanti considerazioni politiche. Su tutte, il forte richiamo ai «crescenti segnali di insofferenza» mostrati dalla società civile e l'invito alla necessità di «affrontare con lucidità e spirito critico alcuni limiti strutturali del progetto europeo». Sul versante dei numeri, il governo si è detto più volte ottimista, e si aspetta di poter riguadagnare un margine importante grazie all'andamento della raccolta fiscale attesa essere migliore del previsto. Ma l'avvio di una procedura, e questo si legge anche tra le righe del pezzo del Ft, non causerebbe danni solo all'Italia. La mossa di rinviare a fine maggio il verdetto sui conti dell'Italia aveva una chiara finalità elettorale, così come quella di pubblicare i rapporti del semestre europeo una manciata di giorni dopo il voto. Probabilmente a un certo punto la Commissione si è resa conto che lo scontro fine a sé stesso avrebbe finito solo per alimentare il dissenso nei confronti dell'Europa, e ha preferito così spostare il tiro su altre tematiche. Esaurita la tornata elettorale, la diatriba sull'Italia si inserisce nel contesto delle nomine per i «top jobs» continentali (presidenza della Commissione ma anche del Parlamento, della Bce e del Consiglio e dell'Alto rappresentante per gli affari esteri). Il pressing sui conti, serrato ma non asfissiante, fino a oggi è stato orientato alla politica della «porta aperta». La scelta di concedere sei mesi di tempo, anziché tre, per consentire «al governo italiano di adottare misure efficaci» (specie per ciò che concerne la riduzione del debito) va proprio in questa direzione. Ciò nonostante, Bruxelles ci tiene a chiudere la partita prima che la nuova Commissione prenda il potere. Se è ormai chiaro che l'Italia dovrà rinunciare ai tre incarichi di rilievo che ricopre oggi con Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, non si può nemmeno negare il ruolo attivo che il nostro Paese può giocare in questa circostanza. Il calendario è piuttosto serrato. Oggi Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici aggiorneranno il presidente Juncker sulla vicenda italiana, mentre il 30 giugno è previsto un nuovo meeting per cercare la quadra sulle nomine. Dal 2 al 4 luglio il Parlamento europeo eleggerà il successore di Tajani, mentre il 9 luglio si svolgerà l'Ecofin che deciderà definitivamente sulla nostra procedura di infrazione.
Keir Starmer (Ansa)
Un rapporto del Parlamento britannico avverte che il Regno Unito entra in un'epoca di «radicale incertezza». Nel mirino Russia, Cina, guerre ibride e terrorismo. Cresce anche il timore di un futuro ridimensionamento del sostegno americano alla Nato.
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
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