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2019-06-25
Tutte le maggioranze alternative su giustizia, Tav, tasse e autonomie
Ansa
Sorpresa: la Lega non è un monolite. In questo primo anno di governo del cambiamento ci eravamo abituati a uno schema con tre centri decisionali: il Carroccio, il M5s e il Quirinale in asse con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. La Lega è sempre apparsa super compatta intorno a Matteo Salvini; Conte si è barcamenato tra i suggerimenti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le indicazioni dei due partiti di maggioranza; il M5s invece lo abbiamo visto sempre frastagliato, con la corrente governista guidata da Luigi Di Maio perennemente criticata dall'ala ortodossa, di sinistra radicale, che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Recentemente, a complicare ancora di più il già difficile lavoro di Di Maio, è arrivato pure Alessandro Di Battista. Altro elemento caratterizzante l'azione del governo, il «soccorso nerazzurro» arrivato in diverse occasioni da Fratelli d'Italia e Forza Italia su provvedimenti voluti dalla Lega e digeriti malvolentieri, con tanto di assenze al momento del voto in aula, dal M5s: un esempio su tutti, la legge sulla legittima difesa.
Ora, con la (parziale) sconfessione dei minibot da parte di Giancarlo Giorgetti, è venuto a galla che anche nella Lega ci sono diverse sensibilità. Il moltiplicarsi dei centri decisionali non è necessariamente un dato negativo, purché alla fine, al momento del voto in parlamento o in Consiglio dei ministri, si arrivi sempre a trovare un equilibrio di sintesi. Fino a questo momento, è sempre stato così, ed è probabile che si continuerà ad andare avanti su questo percorso: litigare fino allo sfinimento sui social, sui giornali e in tv ma ritornare compatti quando dai talk show si passa alla Camera e al Senato.
Nella Lega, ad esempio, non ci si divide solo sui minibot. L'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna è motivo di dissapori interni al Carroccio: i leghisti lombardi e soprattutto quelli veneti, a partire dai due governatori, Attilio Fontana e Luca Zaia, vorrebbero accelerare sull'iter; Salvini, ormai proiettato nella nuova dimensione di leader nazionale e europeo, non vuole mettere a rischio il governo, ben sapendo che il M5s, il cui granaio elettorale è al Sud, andrebbe in mille pezzi; Forza Italia è a sua volta spaccata in due come una mela, con l'ala nordista (Giovanni Toti) favorevole e quella sudista (Mara Carfagna) contraria. Fratelli d'Italia non garantirebbe il sostegno a un'autonomia «spinta». Se si andasse quindi alla discussione in aula, alla Camera e al Senato, e non solo in commissione (lo decideranno i presidenti, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ogni votazione sarebbe un terno al lotto.
Sull'economia, le divisioni fioccano. La Lega è compatta sulla flat tax, che non piace al M5s ma avrebbe il sostegno di Forza Italia e Fdi. In ogni caso, Luigi Di Maio sarebbe pronto a approvare la «tassa piatta», finanziandola in deficit, e qui entra in campo il subgoverno Mattarella-Conte-Tria, che non vuole ulteriori strappi con l'Europa. «Deve essere graduale e coperta dai tagli alla spesa», ha detto pochi giorni fa il ministro dell'Economia al Financial Times. In realtà, nel M5s non manca chi è a favore sia della flat tax che dell'autonomia: intervistata dalla Verità, Paola Taverna, vicepresidente del Senato, ha recentemente dichiarato di essere a favore di entrambi i provvedimenti. Il M5s, da parte sua, propone il salario minimo, che invece non piace alla Lega (tutta) e al subgoverno Mattarella-Conte-Tria.
Un argomento che vede la Lega compatta e il M5s spaccato è la Tav. Il Carroccio, così come il subgoverno, è per completare l'opera, e in effetti al di là delle chiacchiere televisive la Torino-Lione sta andando avanti. Anche Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd sono favorevoli. Il M5s ha diverse posizioni sull'argomento: Di Battista e Fico sono contrari, mentre Laura Castelli, viceministro all'Economia, vicinissima a Di Maio, ha manifestato la sua disponibilità a discutere di uno dei tanti progetti «light» dell'opera.
Sui temi della giustizia, Lega e M5s hanno visioni molto diverse. I pentastellati sono ancorati a posizioni iper-giustizialiste: il ministro Alfonso Bonafede ha preparato una bozza di riforma che prevede il blocco della prescrizione dal gennaio 2020 e una nuova regolamentazione sulla pubblicazione delle intercettazioni. Su questo tema, Matteo Salvini ha una posizione molto dura: il ministro dell'Interno ha più volte etichettato come «indecente» la pubblicazione sui giornali di conversazioni prive di rilievo penale. Per il Carroccio è il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, a curare il dossier: la sua posizione sulla pubblicazione delle intercettazioni è leggermente meno rigida di quella di Salvini. Infine: le elezioni anticipate. La componente più tradizionale della Lega le vorrebbe per governare con le mani libere, Salvini frena, il M5s governista ne è terrorizzato, Di Battista non vede l'ora di tornare alle urne.
Il pignolo Boeri si accorge solo ora delle buste paga sempre più basse
S'è svegliato Tito Boeri. Forse qualche screanzato ha fatto rumore, e deve aver turbato il sonno (olimpico e bocconiano) dell'ex presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, eroe, martire e candidato (a tutto) del «partito» di Repubblica.
E così, ieri, con il tono indignato di chi scopre una vergogna e la denuncia al mondo, il professor Boeri, intervenendo sul giornale debenedettiano, ci ha comunicato tre cose. Primo: che in Italia ci sono situazioni di sfruttamento lavorativo (ma tu guarda che scoperta). Secondo: che nel Paese esiste un elevato livello di povertà tra chi svolge lavori manuali (non gli sfugge proprio nulla). E terzo: che ci vuole un salario minimo.
Attenzione, però: perché, con la bacchetta in mano, Boeri chiede a tutti gli alunni di mettere le manine sul banco e (zac! zac! zac!) non ne perdona uno. E come mai? Perché dicono di volere il salario minimo, ma in realtà (si intuisce: non avendolo consultato) starebbero prendendo fischi per fiaschi.
Bacchettata ai grillini, dunque, colpevoli di aver presentato una proposta «che nulla ha a che fare con il salario minimo», ma si limita a estendere la copertura dei contratti collettivi nazionali. Bacchettata per ragioni analoghe pure a quelli del Partito democratico.
Bacchettata per ragioni opposte a Fratelli d'Italia, che vorrebbero introdurre il salario minimo per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva.
E infine raffica di bacchettate (non ne basta una sola, ci fa intuire il commento di Boeri) per la Lega, che - orrore! - non vuole il salario minimo. E perché Salvini e i suoi sarebbero contrari? Forse perché, legittimamente, ritengono la misura sbagliata? No: Boeri, che ne sa una più del diavolo, ci informa che il partito di Matteo Salvini è contrario «forse anche perché una parte del suo elettorato di riferimento vive dello sfruttamento della manodopera, soprattutto di quella immigrata». Avete letto bene: l'elettorato leghista, o una sua parte, è dipinto come una masnada sfruttatori di lavoratori e immigrati.
E allora che bisogna fare, per non sbagliare? Elementare, Watson: prima che quelle capre del governo e del Parlamento decidano, ci vuole una «commissione sui bassi salari». Ecco, una bella commissione: e il professor Boeri raccomanda che ci siano degli «esperti». Siamo dunque autorizzati a immaginarlo così, il docente editorialista di Repubblica, mentre interroga lo specchio: «Specchio delle mie brame, chi è il più esperto del reame?».
Ma, ironia a parte, sorge un dubbio. Stiamo parlando dello stesso Tito Boeri (non un omonimo) che, fino a pochi mesi fa e per un tempo non breve (dal 24 dicembre 2014 al 16 febbraio 2019), è stato presidente dell'Inps? Tra l'altro, un presidente dell'Inps particolarmente ciarliero, prodigo di interviste e interventi pubblici ad alta intensità politica. Intendiamoci bene. Non tocca al presidente dell'Inps dettare le linee politiche a governo e parlamento. Ma, visto che interveniva un giorno sì e l'altro no, perché questo tema sembra scoprirlo proprio ora?
Furono indimenticabili le sue sortite sugli immigrati che (argomentava dottamente) pagavano le pensioni agli italiani, le sue sfuriate contro quota 100, e via comiziando e ammonendo. Lo sfruttamento e i salari bassi li ha scoperti solo adesso? Nei suoi anni da super presidente non si è mai accorto del crollo del montante contributivo?
Bruxelles capisce la mala parata e frena sull’infrazione
La procedura d'infrazione, almeno per il momento, non s'ha da fare. Ne è convinto l'autorevole Financial Times, il quale citando come fonte «due funzionari europei» sostiene che nella giornata di oggi la Commissione europea non prenderà alcuna decisione in merito all'avvio della procedura nei confronti dell'Italia. L'obiettivo sarebbe quello di dare tempo al nostro governo di elaborare una strategia valida per aggiustare i conti. La riedizione di uno scontro con la Commissione a soli sei mesi di distanza dall'ultimo aspro contrasto, osserva il quotidiano economico britannico, comporterebbe il rischio di una crisi di fiducia da parte degli investitori circa la sostenibilità del nostro debito pubblico. All'indomani del Consiglio dell'Ue che ha visto fallire i negoziati per la nomina delle alte cariche delle istituzioni europee, il premier Giuseppe Conte aveva rilanciato fiducioso: «Sto lavorando con costanza, anche con il ministro Tria, per evitare una procedura di infrazione che farebbe male all'Italia. Nonostante la situazione sia davvero molto complicata, sono molto determinato e resto fiducioso che, grazie a un approccio costruttivo da parte di tutte le parti che siedono intorno al tavolo, si possa arrivare a una soluzione positiva nel reciproco interesse».
La scorsa settimana il premier aveva indirizzato alla Commissione una lunga e accorata lettera di risposta a seguito della dichiarata volontà di aprire la procedura. Non solo cifre, ma anche importanti considerazioni politiche. Su tutte, il forte richiamo ai «crescenti segnali di insofferenza» mostrati dalla società civile e l'invito alla necessità di «affrontare con lucidità e spirito critico alcuni limiti strutturali del progetto europeo». Sul versante dei numeri, il governo si è detto più volte ottimista, e si aspetta di poter riguadagnare un margine importante grazie all'andamento della raccolta fiscale attesa essere migliore del previsto.
Ma l'avvio di una procedura, e questo si legge anche tra le righe del pezzo del Ft, non causerebbe danni solo all'Italia. La mossa di rinviare a fine maggio il verdetto sui conti dell'Italia aveva una chiara finalità elettorale, così come quella di pubblicare i rapporti del semestre europeo una manciata di giorni dopo il voto. Probabilmente a un certo punto la Commissione si è resa conto che lo scontro fine a sé stesso avrebbe finito solo per alimentare il dissenso nei confronti dell'Europa, e ha preferito così spostare il tiro su altre tematiche.
Esaurita la tornata elettorale, la diatriba sull'Italia si inserisce nel contesto delle nomine per i «top jobs» continentali (presidenza della Commissione ma anche del Parlamento, della Bce e del Consiglio e dell'Alto rappresentante per gli affari esteri). Il pressing sui conti, serrato ma non asfissiante, fino a oggi è stato orientato alla politica della «porta aperta». La scelta di concedere sei mesi di tempo, anziché tre, per consentire «al governo italiano di adottare misure efficaci» (specie per ciò che concerne la riduzione del debito) va proprio in questa direzione. Ciò nonostante, Bruxelles ci tiene a chiudere la partita prima che la nuova Commissione prenda il potere. Se è ormai chiaro che l'Italia dovrà rinunciare ai tre incarichi di rilievo che ricopre oggi con Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, non si può nemmeno negare il ruolo attivo che il nostro Paese può giocare in questa circostanza. Il calendario è piuttosto serrato. Oggi Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici aggiorneranno il presidente Juncker sulla vicenda italiana, mentre il 30 giugno è previsto un nuovo meeting per cercare la quadra sulle nomine. Dal 2 al 4 luglio il Parlamento europeo eleggerà il successore di Tajani, mentre il 9 luglio si svolgerà l'Ecofin che deciderà definitivamente sulla nostra procedura di infrazione.
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La compattezza del governo è erosa dalle spaccature dentro gli stessi azionisti. La Torino-Lione può contare sull'asse Lega-Fi-Pd e i grillini «romani». E la riforma delle Regioni può appoggiarsi all'ala nordista azzurra.Nuova rampogna del prof Tito Boeri sulle retribuzioni. All'Inps i contributi non lo insospettivano?Secondo il Financial Times la decisione sulla procedura sarà rinviata. Troppo pericolosa, per la tenuta dei mercati, una stangata.Lo speciale contiene tre articoli.Sorpresa: la Lega non è un monolite. In questo primo anno di governo del cambiamento ci eravamo abituati a uno schema con tre centri decisionali: il Carroccio, il M5s e il Quirinale in asse con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. La Lega è sempre apparsa super compatta intorno a Matteo Salvini; Conte si è barcamenato tra i suggerimenti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le indicazioni dei due partiti di maggioranza; il M5s invece lo abbiamo visto sempre frastagliato, con la corrente governista guidata da Luigi Di Maio perennemente criticata dall'ala ortodossa, di sinistra radicale, che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Recentemente, a complicare ancora di più il già difficile lavoro di Di Maio, è arrivato pure Alessandro Di Battista. Altro elemento caratterizzante l'azione del governo, il «soccorso nerazzurro» arrivato in diverse occasioni da Fratelli d'Italia e Forza Italia su provvedimenti voluti dalla Lega e digeriti malvolentieri, con tanto di assenze al momento del voto in aula, dal M5s: un esempio su tutti, la legge sulla legittima difesa.Ora, con la (parziale) sconfessione dei minibot da parte di Giancarlo Giorgetti, è venuto a galla che anche nella Lega ci sono diverse sensibilità. Il moltiplicarsi dei centri decisionali non è necessariamente un dato negativo, purché alla fine, al momento del voto in parlamento o in Consiglio dei ministri, si arrivi sempre a trovare un equilibrio di sintesi. Fino a questo momento, è sempre stato così, ed è probabile che si continuerà ad andare avanti su questo percorso: litigare fino allo sfinimento sui social, sui giornali e in tv ma ritornare compatti quando dai talk show si passa alla Camera e al Senato.Nella Lega, ad esempio, non ci si divide solo sui minibot. L'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna è motivo di dissapori interni al Carroccio: i leghisti lombardi e soprattutto quelli veneti, a partire dai due governatori, Attilio Fontana e Luca Zaia, vorrebbero accelerare sull'iter; Salvini, ormai proiettato nella nuova dimensione di leader nazionale e europeo, non vuole mettere a rischio il governo, ben sapendo che il M5s, il cui granaio elettorale è al Sud, andrebbe in mille pezzi; Forza Italia è a sua volta spaccata in due come una mela, con l'ala nordista (Giovanni Toti) favorevole e quella sudista (Mara Carfagna) contraria. Fratelli d'Italia non garantirebbe il sostegno a un'autonomia «spinta». Se si andasse quindi alla discussione in aula, alla Camera e al Senato, e non solo in commissione (lo decideranno i presidenti, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ogni votazione sarebbe un terno al lotto.Sull'economia, le divisioni fioccano. La Lega è compatta sulla flat tax, che non piace al M5s ma avrebbe il sostegno di Forza Italia e Fdi. In ogni caso, Luigi Di Maio sarebbe pronto a approvare la «tassa piatta», finanziandola in deficit, e qui entra in campo il subgoverno Mattarella-Conte-Tria, che non vuole ulteriori strappi con l'Europa. «Deve essere graduale e coperta dai tagli alla spesa», ha detto pochi giorni fa il ministro dell'Economia al Financial Times. In realtà, nel M5s non manca chi è a favore sia della flat tax che dell'autonomia: intervistata dalla Verità, Paola Taverna, vicepresidente del Senato, ha recentemente dichiarato di essere a favore di entrambi i provvedimenti. Il M5s, da parte sua, propone il salario minimo, che invece non piace alla Lega (tutta) e al subgoverno Mattarella-Conte-Tria.Un argomento che vede la Lega compatta e il M5s spaccato è la Tav. Il Carroccio, così come il subgoverno, è per completare l'opera, e in effetti al di là delle chiacchiere televisive la Torino-Lione sta andando avanti. Anche Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd sono favorevoli. Il M5s ha diverse posizioni sull'argomento: Di Battista e Fico sono contrari, mentre Laura Castelli, viceministro all'Economia, vicinissima a Di Maio, ha manifestato la sua disponibilità a discutere di uno dei tanti progetti «light» dell'opera. Sui temi della giustizia, Lega e M5s hanno visioni molto diverse. I pentastellati sono ancorati a posizioni iper-giustizialiste: il ministro Alfonso Bonafede ha preparato una bozza di riforma che prevede il blocco della prescrizione dal gennaio 2020 e una nuova regolamentazione sulla pubblicazione delle intercettazioni. Su questo tema, Matteo Salvini ha una posizione molto dura: il ministro dell'Interno ha più volte etichettato come «indecente» la pubblicazione sui giornali di conversazioni prive di rilievo penale. Per il Carroccio è il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, a curare il dossier: la sua posizione sulla pubblicazione delle intercettazioni è leggermente meno rigida di quella di Salvini. Infine: le elezioni anticipate. La componente più tradizionale della Lega le vorrebbe per governare con le mani libere, Salvini frena, il M5s governista ne è terrorizzato, Di Battista non vede l'ora di tornare alle urne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-maggioranze-alternative-su-giustizia-tav-tasse-e-autonomie-2638973219.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pignolo-boeri-si-accorge-solo-ora-delle-buste-paga-sempre-piu-basse" data-post-id="2638973219" data-published-at="1780230041" data-use-pagination="False"> Il pignolo Boeri si accorge solo ora delle buste paga sempre più basse S'è svegliato Tito Boeri. Forse qualche screanzato ha fatto rumore, e deve aver turbato il sonno (olimpico e bocconiano) dell'ex presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, eroe, martire e candidato (a tutto) del «partito» di Repubblica. E così, ieri, con il tono indignato di chi scopre una vergogna e la denuncia al mondo, il professor Boeri, intervenendo sul giornale debenedettiano, ci ha comunicato tre cose. Primo: che in Italia ci sono situazioni di sfruttamento lavorativo (ma tu guarda che scoperta). Secondo: che nel Paese esiste un elevato livello di povertà tra chi svolge lavori manuali (non gli sfugge proprio nulla). E terzo: che ci vuole un salario minimo. Attenzione, però: perché, con la bacchetta in mano, Boeri chiede a tutti gli alunni di mettere le manine sul banco e (zac! zac! zac!) non ne perdona uno. E come mai? Perché dicono di volere il salario minimo, ma in realtà (si intuisce: non avendolo consultato) starebbero prendendo fischi per fiaschi. Bacchettata ai grillini, dunque, colpevoli di aver presentato una proposta «che nulla ha a che fare con il salario minimo», ma si limita a estendere la copertura dei contratti collettivi nazionali. Bacchettata per ragioni analoghe pure a quelli del Partito democratico. Bacchettata per ragioni opposte a Fratelli d'Italia, che vorrebbero introdurre il salario minimo per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva. E infine raffica di bacchettate (non ne basta una sola, ci fa intuire il commento di Boeri) per la Lega, che - orrore! - non vuole il salario minimo. E perché Salvini e i suoi sarebbero contrari? Forse perché, legittimamente, ritengono la misura sbagliata? No: Boeri, che ne sa una più del diavolo, ci informa che il partito di Matteo Salvini è contrario «forse anche perché una parte del suo elettorato di riferimento vive dello sfruttamento della manodopera, soprattutto di quella immigrata». Avete letto bene: l'elettorato leghista, o una sua parte, è dipinto come una masnada sfruttatori di lavoratori e immigrati. E allora che bisogna fare, per non sbagliare? Elementare, Watson: prima che quelle capre del governo e del Parlamento decidano, ci vuole una «commissione sui bassi salari». Ecco, una bella commissione: e il professor Boeri raccomanda che ci siano degli «esperti». Siamo dunque autorizzati a immaginarlo così, il docente editorialista di Repubblica, mentre interroga lo specchio: «Specchio delle mie brame, chi è il più esperto del reame?». Ma, ironia a parte, sorge un dubbio. Stiamo parlando dello stesso Tito Boeri (non un omonimo) che, fino a pochi mesi fa e per un tempo non breve (dal 24 dicembre 2014 al 16 febbraio 2019), è stato presidente dell'Inps? Tra l'altro, un presidente dell'Inps particolarmente ciarliero, prodigo di interviste e interventi pubblici ad alta intensità politica. Intendiamoci bene. Non tocca al presidente dell'Inps dettare le linee politiche a governo e parlamento. Ma, visto che interveniva un giorno sì e l'altro no, perché questo tema sembra scoprirlo proprio ora? Furono indimenticabili le sue sortite sugli immigrati che (argomentava dottamente) pagavano le pensioni agli italiani, le sue sfuriate contro quota 100, e via comiziando e ammonendo. Lo sfruttamento e i salari bassi li ha scoperti solo adesso? 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La riedizione di uno scontro con la Commissione a soli sei mesi di distanza dall'ultimo aspro contrasto, osserva il quotidiano economico britannico, comporterebbe il rischio di una crisi di fiducia da parte degli investitori circa la sostenibilità del nostro debito pubblico. All'indomani del Consiglio dell'Ue che ha visto fallire i negoziati per la nomina delle alte cariche delle istituzioni europee, il premier Giuseppe Conte aveva rilanciato fiducioso: «Sto lavorando con costanza, anche con il ministro Tria, per evitare una procedura di infrazione che farebbe male all'Italia. Nonostante la situazione sia davvero molto complicata, sono molto determinato e resto fiducioso che, grazie a un approccio costruttivo da parte di tutte le parti che siedono intorno al tavolo, si possa arrivare a una soluzione positiva nel reciproco interesse». La scorsa settimana il premier aveva indirizzato alla Commissione una lunga e accorata lettera di risposta a seguito della dichiarata volontà di aprire la procedura. Non solo cifre, ma anche importanti considerazioni politiche. Su tutte, il forte richiamo ai «crescenti segnali di insofferenza» mostrati dalla società civile e l'invito alla necessità di «affrontare con lucidità e spirito critico alcuni limiti strutturali del progetto europeo». Sul versante dei numeri, il governo si è detto più volte ottimista, e si aspetta di poter riguadagnare un margine importante grazie all'andamento della raccolta fiscale attesa essere migliore del previsto. Ma l'avvio di una procedura, e questo si legge anche tra le righe del pezzo del Ft, non causerebbe danni solo all'Italia. La mossa di rinviare a fine maggio il verdetto sui conti dell'Italia aveva una chiara finalità elettorale, così come quella di pubblicare i rapporti del semestre europeo una manciata di giorni dopo il voto. Probabilmente a un certo punto la Commissione si è resa conto che lo scontro fine a sé stesso avrebbe finito solo per alimentare il dissenso nei confronti dell'Europa, e ha preferito così spostare il tiro su altre tematiche. Esaurita la tornata elettorale, la diatriba sull'Italia si inserisce nel contesto delle nomine per i «top jobs» continentali (presidenza della Commissione ma anche del Parlamento, della Bce e del Consiglio e dell'Alto rappresentante per gli affari esteri). Il pressing sui conti, serrato ma non asfissiante, fino a oggi è stato orientato alla politica della «porta aperta». La scelta di concedere sei mesi di tempo, anziché tre, per consentire «al governo italiano di adottare misure efficaci» (specie per ciò che concerne la riduzione del debito) va proprio in questa direzione. Ciò nonostante, Bruxelles ci tiene a chiudere la partita prima che la nuova Commissione prenda il potere. Se è ormai chiaro che l'Italia dovrà rinunciare ai tre incarichi di rilievo che ricopre oggi con Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, non si può nemmeno negare il ruolo attivo che il nostro Paese può giocare in questa circostanza. Il calendario è piuttosto serrato. Oggi Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici aggiorneranno il presidente Juncker sulla vicenda italiana, mentre il 30 giugno è previsto un nuovo meeting per cercare la quadra sulle nomine. Dal 2 al 4 luglio il Parlamento europeo eleggerà il successore di Tajani, mentre il 9 luglio si svolgerà l'Ecofin che deciderà definitivamente sulla nostra procedura di infrazione.
Il premier britannico Keir Starmer. Nel riquadro Henry Nowak, lo studente accoltellato da un sikh a Southampton (Ansa)
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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