True
2019-06-25
Tutte le maggioranze alternative su giustizia, Tav, tasse e autonomie
Ansa
Sorpresa: la Lega non è un monolite. In questo primo anno di governo del cambiamento ci eravamo abituati a uno schema con tre centri decisionali: il Carroccio, il M5s e il Quirinale in asse con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. La Lega è sempre apparsa super compatta intorno a Matteo Salvini; Conte si è barcamenato tra i suggerimenti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le indicazioni dei due partiti di maggioranza; il M5s invece lo abbiamo visto sempre frastagliato, con la corrente governista guidata da Luigi Di Maio perennemente criticata dall'ala ortodossa, di sinistra radicale, che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Recentemente, a complicare ancora di più il già difficile lavoro di Di Maio, è arrivato pure Alessandro Di Battista. Altro elemento caratterizzante l'azione del governo, il «soccorso nerazzurro» arrivato in diverse occasioni da Fratelli d'Italia e Forza Italia su provvedimenti voluti dalla Lega e digeriti malvolentieri, con tanto di assenze al momento del voto in aula, dal M5s: un esempio su tutti, la legge sulla legittima difesa.
Ora, con la (parziale) sconfessione dei minibot da parte di Giancarlo Giorgetti, è venuto a galla che anche nella Lega ci sono diverse sensibilità. Il moltiplicarsi dei centri decisionali non è necessariamente un dato negativo, purché alla fine, al momento del voto in parlamento o in Consiglio dei ministri, si arrivi sempre a trovare un equilibrio di sintesi. Fino a questo momento, è sempre stato così, ed è probabile che si continuerà ad andare avanti su questo percorso: litigare fino allo sfinimento sui social, sui giornali e in tv ma ritornare compatti quando dai talk show si passa alla Camera e al Senato.
Nella Lega, ad esempio, non ci si divide solo sui minibot. L'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna è motivo di dissapori interni al Carroccio: i leghisti lombardi e soprattutto quelli veneti, a partire dai due governatori, Attilio Fontana e Luca Zaia, vorrebbero accelerare sull'iter; Salvini, ormai proiettato nella nuova dimensione di leader nazionale e europeo, non vuole mettere a rischio il governo, ben sapendo che il M5s, il cui granaio elettorale è al Sud, andrebbe in mille pezzi; Forza Italia è a sua volta spaccata in due come una mela, con l'ala nordista (Giovanni Toti) favorevole e quella sudista (Mara Carfagna) contraria. Fratelli d'Italia non garantirebbe il sostegno a un'autonomia «spinta». Se si andasse quindi alla discussione in aula, alla Camera e al Senato, e non solo in commissione (lo decideranno i presidenti, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ogni votazione sarebbe un terno al lotto.
Sull'economia, le divisioni fioccano. La Lega è compatta sulla flat tax, che non piace al M5s ma avrebbe il sostegno di Forza Italia e Fdi. In ogni caso, Luigi Di Maio sarebbe pronto a approvare la «tassa piatta», finanziandola in deficit, e qui entra in campo il subgoverno Mattarella-Conte-Tria, che non vuole ulteriori strappi con l'Europa. «Deve essere graduale e coperta dai tagli alla spesa», ha detto pochi giorni fa il ministro dell'Economia al Financial Times. In realtà, nel M5s non manca chi è a favore sia della flat tax che dell'autonomia: intervistata dalla Verità, Paola Taverna, vicepresidente del Senato, ha recentemente dichiarato di essere a favore di entrambi i provvedimenti. Il M5s, da parte sua, propone il salario minimo, che invece non piace alla Lega (tutta) e al subgoverno Mattarella-Conte-Tria.
Un argomento che vede la Lega compatta e il M5s spaccato è la Tav. Il Carroccio, così come il subgoverno, è per completare l'opera, e in effetti al di là delle chiacchiere televisive la Torino-Lione sta andando avanti. Anche Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd sono favorevoli. Il M5s ha diverse posizioni sull'argomento: Di Battista e Fico sono contrari, mentre Laura Castelli, viceministro all'Economia, vicinissima a Di Maio, ha manifestato la sua disponibilità a discutere di uno dei tanti progetti «light» dell'opera.
Sui temi della giustizia, Lega e M5s hanno visioni molto diverse. I pentastellati sono ancorati a posizioni iper-giustizialiste: il ministro Alfonso Bonafede ha preparato una bozza di riforma che prevede il blocco della prescrizione dal gennaio 2020 e una nuova regolamentazione sulla pubblicazione delle intercettazioni. Su questo tema, Matteo Salvini ha una posizione molto dura: il ministro dell'Interno ha più volte etichettato come «indecente» la pubblicazione sui giornali di conversazioni prive di rilievo penale. Per il Carroccio è il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, a curare il dossier: la sua posizione sulla pubblicazione delle intercettazioni è leggermente meno rigida di quella di Salvini. Infine: le elezioni anticipate. La componente più tradizionale della Lega le vorrebbe per governare con le mani libere, Salvini frena, il M5s governista ne è terrorizzato, Di Battista non vede l'ora di tornare alle urne.
Il pignolo Boeri si accorge solo ora delle buste paga sempre più basse
S'è svegliato Tito Boeri. Forse qualche screanzato ha fatto rumore, e deve aver turbato il sonno (olimpico e bocconiano) dell'ex presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, eroe, martire e candidato (a tutto) del «partito» di Repubblica.
E così, ieri, con il tono indignato di chi scopre una vergogna e la denuncia al mondo, il professor Boeri, intervenendo sul giornale debenedettiano, ci ha comunicato tre cose. Primo: che in Italia ci sono situazioni di sfruttamento lavorativo (ma tu guarda che scoperta). Secondo: che nel Paese esiste un elevato livello di povertà tra chi svolge lavori manuali (non gli sfugge proprio nulla). E terzo: che ci vuole un salario minimo.
Attenzione, però: perché, con la bacchetta in mano, Boeri chiede a tutti gli alunni di mettere le manine sul banco e (zac! zac! zac!) non ne perdona uno. E come mai? Perché dicono di volere il salario minimo, ma in realtà (si intuisce: non avendolo consultato) starebbero prendendo fischi per fiaschi.
Bacchettata ai grillini, dunque, colpevoli di aver presentato una proposta «che nulla ha a che fare con il salario minimo», ma si limita a estendere la copertura dei contratti collettivi nazionali. Bacchettata per ragioni analoghe pure a quelli del Partito democratico.
Bacchettata per ragioni opposte a Fratelli d'Italia, che vorrebbero introdurre il salario minimo per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva.
E infine raffica di bacchettate (non ne basta una sola, ci fa intuire il commento di Boeri) per la Lega, che - orrore! - non vuole il salario minimo. E perché Salvini e i suoi sarebbero contrari? Forse perché, legittimamente, ritengono la misura sbagliata? No: Boeri, che ne sa una più del diavolo, ci informa che il partito di Matteo Salvini è contrario «forse anche perché una parte del suo elettorato di riferimento vive dello sfruttamento della manodopera, soprattutto di quella immigrata». Avete letto bene: l'elettorato leghista, o una sua parte, è dipinto come una masnada sfruttatori di lavoratori e immigrati.
E allora che bisogna fare, per non sbagliare? Elementare, Watson: prima che quelle capre del governo e del Parlamento decidano, ci vuole una «commissione sui bassi salari». Ecco, una bella commissione: e il professor Boeri raccomanda che ci siano degli «esperti». Siamo dunque autorizzati a immaginarlo così, il docente editorialista di Repubblica, mentre interroga lo specchio: «Specchio delle mie brame, chi è il più esperto del reame?».
Ma, ironia a parte, sorge un dubbio. Stiamo parlando dello stesso Tito Boeri (non un omonimo) che, fino a pochi mesi fa e per un tempo non breve (dal 24 dicembre 2014 al 16 febbraio 2019), è stato presidente dell'Inps? Tra l'altro, un presidente dell'Inps particolarmente ciarliero, prodigo di interviste e interventi pubblici ad alta intensità politica. Intendiamoci bene. Non tocca al presidente dell'Inps dettare le linee politiche a governo e parlamento. Ma, visto che interveniva un giorno sì e l'altro no, perché questo tema sembra scoprirlo proprio ora?
Furono indimenticabili le sue sortite sugli immigrati che (argomentava dottamente) pagavano le pensioni agli italiani, le sue sfuriate contro quota 100, e via comiziando e ammonendo. Lo sfruttamento e i salari bassi li ha scoperti solo adesso? Nei suoi anni da super presidente non si è mai accorto del crollo del montante contributivo?
Bruxelles capisce la mala parata e frena sull’infrazione
La procedura d'infrazione, almeno per il momento, non s'ha da fare. Ne è convinto l'autorevole Financial Times, il quale citando come fonte «due funzionari europei» sostiene che nella giornata di oggi la Commissione europea non prenderà alcuna decisione in merito all'avvio della procedura nei confronti dell'Italia. L'obiettivo sarebbe quello di dare tempo al nostro governo di elaborare una strategia valida per aggiustare i conti. La riedizione di uno scontro con la Commissione a soli sei mesi di distanza dall'ultimo aspro contrasto, osserva il quotidiano economico britannico, comporterebbe il rischio di una crisi di fiducia da parte degli investitori circa la sostenibilità del nostro debito pubblico. All'indomani del Consiglio dell'Ue che ha visto fallire i negoziati per la nomina delle alte cariche delle istituzioni europee, il premier Giuseppe Conte aveva rilanciato fiducioso: «Sto lavorando con costanza, anche con il ministro Tria, per evitare una procedura di infrazione che farebbe male all'Italia. Nonostante la situazione sia davvero molto complicata, sono molto determinato e resto fiducioso che, grazie a un approccio costruttivo da parte di tutte le parti che siedono intorno al tavolo, si possa arrivare a una soluzione positiva nel reciproco interesse».
La scorsa settimana il premier aveva indirizzato alla Commissione una lunga e accorata lettera di risposta a seguito della dichiarata volontà di aprire la procedura. Non solo cifre, ma anche importanti considerazioni politiche. Su tutte, il forte richiamo ai «crescenti segnali di insofferenza» mostrati dalla società civile e l'invito alla necessità di «affrontare con lucidità e spirito critico alcuni limiti strutturali del progetto europeo». Sul versante dei numeri, il governo si è detto più volte ottimista, e si aspetta di poter riguadagnare un margine importante grazie all'andamento della raccolta fiscale attesa essere migliore del previsto.
Ma l'avvio di una procedura, e questo si legge anche tra le righe del pezzo del Ft, non causerebbe danni solo all'Italia. La mossa di rinviare a fine maggio il verdetto sui conti dell'Italia aveva una chiara finalità elettorale, così come quella di pubblicare i rapporti del semestre europeo una manciata di giorni dopo il voto. Probabilmente a un certo punto la Commissione si è resa conto che lo scontro fine a sé stesso avrebbe finito solo per alimentare il dissenso nei confronti dell'Europa, e ha preferito così spostare il tiro su altre tematiche.
Esaurita la tornata elettorale, la diatriba sull'Italia si inserisce nel contesto delle nomine per i «top jobs» continentali (presidenza della Commissione ma anche del Parlamento, della Bce e del Consiglio e dell'Alto rappresentante per gli affari esteri). Il pressing sui conti, serrato ma non asfissiante, fino a oggi è stato orientato alla politica della «porta aperta». La scelta di concedere sei mesi di tempo, anziché tre, per consentire «al governo italiano di adottare misure efficaci» (specie per ciò che concerne la riduzione del debito) va proprio in questa direzione. Ciò nonostante, Bruxelles ci tiene a chiudere la partita prima che la nuova Commissione prenda il potere. Se è ormai chiaro che l'Italia dovrà rinunciare ai tre incarichi di rilievo che ricopre oggi con Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, non si può nemmeno negare il ruolo attivo che il nostro Paese può giocare in questa circostanza. Il calendario è piuttosto serrato. Oggi Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici aggiorneranno il presidente Juncker sulla vicenda italiana, mentre il 30 giugno è previsto un nuovo meeting per cercare la quadra sulle nomine. Dal 2 al 4 luglio il Parlamento europeo eleggerà il successore di Tajani, mentre il 9 luglio si svolgerà l'Ecofin che deciderà definitivamente sulla nostra procedura di infrazione.
Continua a leggereRiduci
La compattezza del governo è erosa dalle spaccature dentro gli stessi azionisti. La Torino-Lione può contare sull'asse Lega-Fi-Pd e i grillini «romani». E la riforma delle Regioni può appoggiarsi all'ala nordista azzurra.Nuova rampogna del prof Tito Boeri sulle retribuzioni. All'Inps i contributi non lo insospettivano?Secondo il Financial Times la decisione sulla procedura sarà rinviata. Troppo pericolosa, per la tenuta dei mercati, una stangata.Lo speciale contiene tre articoli.Sorpresa: la Lega non è un monolite. In questo primo anno di governo del cambiamento ci eravamo abituati a uno schema con tre centri decisionali: il Carroccio, il M5s e il Quirinale in asse con il premier Giuseppe Conte e il ministro dell'Economia, Giovanni Tria. La Lega è sempre apparsa super compatta intorno a Matteo Salvini; Conte si è barcamenato tra i suggerimenti del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e le indicazioni dei due partiti di maggioranza; il M5s invece lo abbiamo visto sempre frastagliato, con la corrente governista guidata da Luigi Di Maio perennemente criticata dall'ala ortodossa, di sinistra radicale, che fa capo al presidente della Camera Roberto Fico. Recentemente, a complicare ancora di più il già difficile lavoro di Di Maio, è arrivato pure Alessandro Di Battista. Altro elemento caratterizzante l'azione del governo, il «soccorso nerazzurro» arrivato in diverse occasioni da Fratelli d'Italia e Forza Italia su provvedimenti voluti dalla Lega e digeriti malvolentieri, con tanto di assenze al momento del voto in aula, dal M5s: un esempio su tutti, la legge sulla legittima difesa.Ora, con la (parziale) sconfessione dei minibot da parte di Giancarlo Giorgetti, è venuto a galla che anche nella Lega ci sono diverse sensibilità. Il moltiplicarsi dei centri decisionali non è necessariamente un dato negativo, purché alla fine, al momento del voto in parlamento o in Consiglio dei ministri, si arrivi sempre a trovare un equilibrio di sintesi. Fino a questo momento, è sempre stato così, ed è probabile che si continuerà ad andare avanti su questo percorso: litigare fino allo sfinimento sui social, sui giornali e in tv ma ritornare compatti quando dai talk show si passa alla Camera e al Senato.Nella Lega, ad esempio, non ci si divide solo sui minibot. L'autonomia differenziata di Lombardia, Veneto e Emilia Romagna è motivo di dissapori interni al Carroccio: i leghisti lombardi e soprattutto quelli veneti, a partire dai due governatori, Attilio Fontana e Luca Zaia, vorrebbero accelerare sull'iter; Salvini, ormai proiettato nella nuova dimensione di leader nazionale e europeo, non vuole mettere a rischio il governo, ben sapendo che il M5s, il cui granaio elettorale è al Sud, andrebbe in mille pezzi; Forza Italia è a sua volta spaccata in due come una mela, con l'ala nordista (Giovanni Toti) favorevole e quella sudista (Mara Carfagna) contraria. Fratelli d'Italia non garantirebbe il sostegno a un'autonomia «spinta». Se si andasse quindi alla discussione in aula, alla Camera e al Senato, e non solo in commissione (lo decideranno i presidenti, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati) ogni votazione sarebbe un terno al lotto.Sull'economia, le divisioni fioccano. La Lega è compatta sulla flat tax, che non piace al M5s ma avrebbe il sostegno di Forza Italia e Fdi. In ogni caso, Luigi Di Maio sarebbe pronto a approvare la «tassa piatta», finanziandola in deficit, e qui entra in campo il subgoverno Mattarella-Conte-Tria, che non vuole ulteriori strappi con l'Europa. «Deve essere graduale e coperta dai tagli alla spesa», ha detto pochi giorni fa il ministro dell'Economia al Financial Times. In realtà, nel M5s non manca chi è a favore sia della flat tax che dell'autonomia: intervistata dalla Verità, Paola Taverna, vicepresidente del Senato, ha recentemente dichiarato di essere a favore di entrambi i provvedimenti. Il M5s, da parte sua, propone il salario minimo, che invece non piace alla Lega (tutta) e al subgoverno Mattarella-Conte-Tria.Un argomento che vede la Lega compatta e il M5s spaccato è la Tav. Il Carroccio, così come il subgoverno, è per completare l'opera, e in effetti al di là delle chiacchiere televisive la Torino-Lione sta andando avanti. Anche Forza Italia, Fratelli d'Italia e Pd sono favorevoli. Il M5s ha diverse posizioni sull'argomento: Di Battista e Fico sono contrari, mentre Laura Castelli, viceministro all'Economia, vicinissima a Di Maio, ha manifestato la sua disponibilità a discutere di uno dei tanti progetti «light» dell'opera. Sui temi della giustizia, Lega e M5s hanno visioni molto diverse. I pentastellati sono ancorati a posizioni iper-giustizialiste: il ministro Alfonso Bonafede ha preparato una bozza di riforma che prevede il blocco della prescrizione dal gennaio 2020 e una nuova regolamentazione sulla pubblicazione delle intercettazioni. Su questo tema, Matteo Salvini ha una posizione molto dura: il ministro dell'Interno ha più volte etichettato come «indecente» la pubblicazione sui giornali di conversazioni prive di rilievo penale. Per il Carroccio è il ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, a curare il dossier: la sua posizione sulla pubblicazione delle intercettazioni è leggermente meno rigida di quella di Salvini. Infine: le elezioni anticipate. La componente più tradizionale della Lega le vorrebbe per governare con le mani libere, Salvini frena, il M5s governista ne è terrorizzato, Di Battista non vede l'ora di tornare alle urne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-maggioranze-alternative-su-giustizia-tav-tasse-e-autonomie-2638973219.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pignolo-boeri-si-accorge-solo-ora-delle-buste-paga-sempre-piu-basse" data-post-id="2638973219" data-published-at="1781090138" data-use-pagination="False"> Il pignolo Boeri si accorge solo ora delle buste paga sempre più basse S'è svegliato Tito Boeri. Forse qualche screanzato ha fatto rumore, e deve aver turbato il sonno (olimpico e bocconiano) dell'ex presidente dell'Istituto nazionale della previdenza sociale, eroe, martire e candidato (a tutto) del «partito» di Repubblica. E così, ieri, con il tono indignato di chi scopre una vergogna e la denuncia al mondo, il professor Boeri, intervenendo sul giornale debenedettiano, ci ha comunicato tre cose. Primo: che in Italia ci sono situazioni di sfruttamento lavorativo (ma tu guarda che scoperta). Secondo: che nel Paese esiste un elevato livello di povertà tra chi svolge lavori manuali (non gli sfugge proprio nulla). E terzo: che ci vuole un salario minimo. Attenzione, però: perché, con la bacchetta in mano, Boeri chiede a tutti gli alunni di mettere le manine sul banco e (zac! zac! zac!) non ne perdona uno. E come mai? Perché dicono di volere il salario minimo, ma in realtà (si intuisce: non avendolo consultato) starebbero prendendo fischi per fiaschi. Bacchettata ai grillini, dunque, colpevoli di aver presentato una proposta «che nulla ha a che fare con il salario minimo», ma si limita a estendere la copertura dei contratti collettivi nazionali. Bacchettata per ragioni analoghe pure a quelli del Partito democratico. Bacchettata per ragioni opposte a Fratelli d'Italia, che vorrebbero introdurre il salario minimo per chi non è coperto dalla contrattazione collettiva. E infine raffica di bacchettate (non ne basta una sola, ci fa intuire il commento di Boeri) per la Lega, che - orrore! - non vuole il salario minimo. E perché Salvini e i suoi sarebbero contrari? Forse perché, legittimamente, ritengono la misura sbagliata? No: Boeri, che ne sa una più del diavolo, ci informa che il partito di Matteo Salvini è contrario «forse anche perché una parte del suo elettorato di riferimento vive dello sfruttamento della manodopera, soprattutto di quella immigrata». Avete letto bene: l'elettorato leghista, o una sua parte, è dipinto come una masnada sfruttatori di lavoratori e immigrati. E allora che bisogna fare, per non sbagliare? Elementare, Watson: prima che quelle capre del governo e del Parlamento decidano, ci vuole una «commissione sui bassi salari». Ecco, una bella commissione: e il professor Boeri raccomanda che ci siano degli «esperti». Siamo dunque autorizzati a immaginarlo così, il docente editorialista di Repubblica, mentre interroga lo specchio: «Specchio delle mie brame, chi è il più esperto del reame?». Ma, ironia a parte, sorge un dubbio. Stiamo parlando dello stesso Tito Boeri (non un omonimo) che, fino a pochi mesi fa e per un tempo non breve (dal 24 dicembre 2014 al 16 febbraio 2019), è stato presidente dell'Inps? Tra l'altro, un presidente dell'Inps particolarmente ciarliero, prodigo di interviste e interventi pubblici ad alta intensità politica. Intendiamoci bene. Non tocca al presidente dell'Inps dettare le linee politiche a governo e parlamento. Ma, visto che interveniva un giorno sì e l'altro no, perché questo tema sembra scoprirlo proprio ora? Furono indimenticabili le sue sortite sugli immigrati che (argomentava dottamente) pagavano le pensioni agli italiani, le sue sfuriate contro quota 100, e via comiziando e ammonendo. Lo sfruttamento e i salari bassi li ha scoperti solo adesso? Nei suoi anni da super presidente non si è mai accorto del crollo del montante contributivo? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutte-le-maggioranze-alternative-su-giustizia-tav-tasse-e-autonomie-2638973219.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bruxelles-capisce-la-mala-parata-e-frena-sullinfrazione" data-post-id="2638973219" data-published-at="1781090138" data-use-pagination="False"> Bruxelles capisce la mala parata e frena sull’infrazione La procedura d'infrazione, almeno per il momento, non s'ha da fare. Ne è convinto l'autorevole Financial Times, il quale citando come fonte «due funzionari europei» sostiene che nella giornata di oggi la Commissione europea non prenderà alcuna decisione in merito all'avvio della procedura nei confronti dell'Italia. L'obiettivo sarebbe quello di dare tempo al nostro governo di elaborare una strategia valida per aggiustare i conti. La riedizione di uno scontro con la Commissione a soli sei mesi di distanza dall'ultimo aspro contrasto, osserva il quotidiano economico britannico, comporterebbe il rischio di una crisi di fiducia da parte degli investitori circa la sostenibilità del nostro debito pubblico. All'indomani del Consiglio dell'Ue che ha visto fallire i negoziati per la nomina delle alte cariche delle istituzioni europee, il premier Giuseppe Conte aveva rilanciato fiducioso: «Sto lavorando con costanza, anche con il ministro Tria, per evitare una procedura di infrazione che farebbe male all'Italia. Nonostante la situazione sia davvero molto complicata, sono molto determinato e resto fiducioso che, grazie a un approccio costruttivo da parte di tutte le parti che siedono intorno al tavolo, si possa arrivare a una soluzione positiva nel reciproco interesse». La scorsa settimana il premier aveva indirizzato alla Commissione una lunga e accorata lettera di risposta a seguito della dichiarata volontà di aprire la procedura. Non solo cifre, ma anche importanti considerazioni politiche. Su tutte, il forte richiamo ai «crescenti segnali di insofferenza» mostrati dalla società civile e l'invito alla necessità di «affrontare con lucidità e spirito critico alcuni limiti strutturali del progetto europeo». Sul versante dei numeri, il governo si è detto più volte ottimista, e si aspetta di poter riguadagnare un margine importante grazie all'andamento della raccolta fiscale attesa essere migliore del previsto. Ma l'avvio di una procedura, e questo si legge anche tra le righe del pezzo del Ft, non causerebbe danni solo all'Italia. La mossa di rinviare a fine maggio il verdetto sui conti dell'Italia aveva una chiara finalità elettorale, così come quella di pubblicare i rapporti del semestre europeo una manciata di giorni dopo il voto. Probabilmente a un certo punto la Commissione si è resa conto che lo scontro fine a sé stesso avrebbe finito solo per alimentare il dissenso nei confronti dell'Europa, e ha preferito così spostare il tiro su altre tematiche. Esaurita la tornata elettorale, la diatriba sull'Italia si inserisce nel contesto delle nomine per i «top jobs» continentali (presidenza della Commissione ma anche del Parlamento, della Bce e del Consiglio e dell'Alto rappresentante per gli affari esteri). Il pressing sui conti, serrato ma non asfissiante, fino a oggi è stato orientato alla politica della «porta aperta». La scelta di concedere sei mesi di tempo, anziché tre, per consentire «al governo italiano di adottare misure efficaci» (specie per ciò che concerne la riduzione del debito) va proprio in questa direzione. Ciò nonostante, Bruxelles ci tiene a chiudere la partita prima che la nuova Commissione prenda il potere. Se è ormai chiaro che l'Italia dovrà rinunciare ai tre incarichi di rilievo che ricopre oggi con Mario Draghi, Antonio Tajani e Federica Mogherini, non si può nemmeno negare il ruolo attivo che il nostro Paese può giocare in questa circostanza. Il calendario è piuttosto serrato. Oggi Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici aggiorneranno il presidente Juncker sulla vicenda italiana, mentre il 30 giugno è previsto un nuovo meeting per cercare la quadra sulle nomine. Dal 2 al 4 luglio il Parlamento europeo eleggerà il successore di Tajani, mentre il 9 luglio si svolgerà l'Ecofin che deciderà definitivamente sulla nostra procedura di infrazione.
(iStock)
Quindi, dopo i saluti del sindaco (pardon della sindaca), con al fianco l’imprescindibile associazione «Linea Lesbica», si è entrati finalmente nel vivo della festa con il laboratorio di illustrazione erotica, «ideato per essere un ponte verso una nuova consapevolezza nella ricerca del piacere, verso un’analisi sia personale che collettiva del concetto di erotismo e di bellezza». Roba perfetta per i bambini, si capisce, mentre i più grandicelli hanno potuto partecipare al talk sul tema «Mondi immaginati e lo scardinamento dell’eteronorma». E dopo aver scardinato l’eteronorma, tutti a divertirsi con «piadine, tigelle e gozzoviglie», soprattutto gozzoviglie, in pieno «Carrà mood» (vera icona gay) con l’aiuto di Mister Pink. Ovvio, no? Cosa c’è di meglio per intrattenere i piccolini?
La festa, infatti, è stata patrocinata dal Comune. Siamo a Budrio, provincia di Bologna, e il sindaco (pardon: la sindaca) Debora Badiali ci ha tenuto assai, oltre che a sostenere, anche a inaugurare di persona questo «piccolo grande Pride» che si è tenuto, per ironia della sorte, nella frazione di Maddalena di Cazzano. Dico ironia della sorte perché qualcuno ha voluto ironizzare su quel «Cazz/ano» che sembrerebbe anch’esso un’icona gay. Ma tant’è: la festa si è tenuta proprio a Maddalena di Cazzano, sabato pomeriggio. E alla fine tutti vissero Lgbt e contenti, a parte s’intende qualche consigliere di opposizione che ha chiesto conto dell’eventuale dispendio di denaro pubblico. Come se il problema principale fosse chi ha pagato le tigelle. E non chi ha portato i bambini al mercato artigianale delle eccellenze queer ed erotiche.
In effetti al piccolo grande Pride di grande s’è visto ben poco, a parte lo scardinamento dell’eteronorma (qualsiasi cosa esso sia). E a parte l’ideologia Lgbt che a occhio e croce dev’essere stata grandissima nell’area gioco-laboratoriale di Genderlens, un’associazione che si occupa di «infanzia queer e trans» inseguendo un giorno dopo l’altro «carriere alias», «binarismo di genere», «euforia di genere» e presunti bebé cisgender. Ma a parte questo, il Pride non è stato grande. È stato invece piccolo. E per i piccoli. Di bambini, infatti, se ne sono visti molti: poveretti, forse pensavano di andare a una semplice festa nel parco. E invece si sono trovati davanti il mercatino delle eccellenze queer ed erotiche e il laboratorio di illustrazione erotica. Per carità: l’illustrazione erotica sarà pure un ponte verso la consapevolezza del piacere. Ma vuoi mettere, per un bimbo, il piacere di giocare a palla? O a nascondino? Magari persino, come una volta, all’orologio di Milano fa tic tac?
Niente: adesso l’orologio di Milano, al massimo, fa drag queen. Nascondino si può giocare solo dopo aver scardinato l’eteronorma (e guai a dire «tana libera tutti» perché già con la parola tana si profila il reato di molestia sessuale). Non parliamo poi del classico gioco della palla, perché «Linea Lesbica», a sentir parlare di palle, potrebbe già inalberarsi contro la deriva patriarcale con prevalenza del maschilismo fallocentrico. Possiamo solo immaginare, dunque, quali saranno state le «coloratissime attività» a cura dello staff Piccolo Pride: truccatevi da trans? Travestitevi da Platinette? Oppure una caccia al tesoro fra le eccellenze queer ed erotiche del piccolo mercato artigianale? Purtroppo temiamo non ci sia stato tempo per raccontare favole, con tutto quel popò di «tigelle e gozzoviglie», altrimenti sarebbero state quelle note per simili circostanze: Principessa col pisello, Cappuccetto Arcobaleno oppure Cenerentolo e il Principe Rosa. Accompagna le danze, in perfetto Carrà mood, mister Pink. Ton su ton, ça va sans dire.
Ora: noi non sappiamo se tutta questa bella festa all’insegna delle eccellenze erotiche e dello scardinamento dell’eternorma sia costata qualcosa alle casse pubbliche, e dunque sia stata finanziata dai contribuenti oppure no. Nel caso, ovviamente, sarebbe un’aggravante. Ma per la verità ci sembra già di per sé abbastanza grave che un Comune, quello di Budrio nella circostanza, metta il suo logo e il suo patrocinio su una manifestazione che coinvolge i bambini per infilarli nel laboratorio gestito dagli specialisti dell’infanzia trans e queer per fare le «coloratissime attività» del Piccolo Pride. E poi, come se non bastasse, circonda i medesimi bimbi con il mercato delle eccellenze queer ed erotiche, con il laboratorio di illustrazione erotiche, con la Linea Lesbica e le gozzoviglie mescolate alle tigelle, fino ad arrivare allo scardinamento dell’eternorma. Che poi, forse, più che scardinare l’eteronorma, questi hanno intenzione di scardinare la famiglia e la natura. Ma, intanto, ci hanno scardinato qualcos’altro.
Continua a leggereRiduci
(Ansa)
L’affare, costruito, secondo la Procura, su assunzioni fantasma e pratiche amministrative solo formalmente impeccabili, aveva al centro una società: la Vittoria srls, della quale Megahed detiene la metà delle quote con il suo socio, egiziano pure lui, Mohamed Eid Abd Faragalla. Il gip Manuela Castellabate descrive le attività per aggirare le regole del decreto Flussi come «seriali». Al costo di 5.000 (a volte 6.000) euro a pratica. A volte in anticipo, altre con saldo finale dopo l’arrivo in Italia. Le conversazioni captate hanno un tono freddo, quasi commerciale. In cui i migranti diventavano delle «pratiche». Ma la storia che ricostruisce l’ordinanza con la quale la Castellabate ha disposto l’arresto per i due imprenditori egiziani, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e tre decreti di perquisizione nei confronti di quattro persone (tra cui la moglie di uno dei due arrestati), va oltre il presunto favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. È il racconto di una zona grigia in cui illegalità, idealismo radicale e burocrazia finiscono per sovrapporsi quasi perfettamente. Il motore dell’organizzazione sarebbe Megahed, l’uomo che cercava i clienti all’estero, prendeva contatti con persone interessate a entrare in Italia, organizzava le pratiche e gestiva i rapporti economici, era anche molto altro. Già il 4 ottobre 2024 Megahed, fino a quel momento imprenditore insospettabile, emerge «in contesti informativi in qualità di appartenente e militante alla dissidenza egiziana di area Fratellanza musulmana». Ma anche come «membro» dei Volontari dell’alleanza islamica d’Italia, «sodalizio», evidenziano gli investigatori, «di mutua assistenza, ramificazione del movimento della Fratellanza musulmana», impegnato «in attività di solidarietà consistenti nell’invio di aiuti umanitari in Palestina». L’indirizzo indicato è a Sesto San Giovanni, dove avrebbe sede anche l’Associazione giovani mussulmani d’Italia. È da qui che prende forma un’attività investigativa definita negli atti «serrata», sviluppata inizialmente attraverso il monitoraggio dei profili social dell’indagato. Gli accertamenti avrebbero consentito di documentare la partecipazione di Megahed a diverse manifestazioni organizzate dal comitato pro Pal. Gli investigatori sottolineano come il suo numero telefonico comparisse persino nei volantini degli eventi quale contatto di riferimento. E non solo Milano. La presenza dell’indagato sarebbe stata rilevata anche nel corso di iniziative fuori provincia e in attività promosse dall’Abspp di Mohammad Hannoun. L’inchiesta retrodata questa militanza almeno al 2017, quando Megahed frequentava il Centro islamico di Cinisello Balsamo. Ma gli investigatori scavano ancora. Nelle carte viene ricordato anche il suo coinvolgimento, nel 2016, nella nascita del «Consiglio rivoluzionario egiziano Cre», noto come Consiglio degli egiziani, formazione associativa sorta, riportano gli inquirenti, «a seguito di dissapori interni tra le correnti interne al Comitato libertà e democrazia per l’Egitto e Alleanza islamica d’Italia». Megahed, insomma, viene considerato uno della vecchia guardia. Uno degli elementi che colpiscono maggiormente gli investigatori è il contenuto del profilo Facebook attribuito all’indagato, identificato con il vanity-name Il Combattente. Nell’autunno del 2024 quel profilo avrebbe superato i 4.000 follower. Ed è proprio su quella pagina che, secondo la prima annotazione trasmessa al giudice, si assisterebbe a una «continua, e quasi ossessiva, pubblicazione di diversi contenuti dai toni radicali». «Nell’esprimere solidarietà al popolo palestinese di fronte all’escalation militare di Tel Aviv», l’indagato avrebbe, «anche attraverso l’aperta esaltazione di Hamas e altri gruppi armati palestinesi», tracimato «in esternazioni oltraggiose e discriminatorie nei confronti del popolo israeliano». Nella stessa annotazione si parla anche di «parziale minimizzazione del genocidio subito dal popolo ebraico». Ma l’attività di Megahed non si sarebbe limitata ai social network. La giudice richiama infatti una «militanza strettamente politica», sviluppata attraverso la partecipazione alle iniziative di piazza organizzate nel capoluogo lombardo dall’Abspp onlus, associazione che gli investigatori descrivono come «da sempre vicina alle posizioni politico-religiose della Fratellanza musulmana». Ed è qui che emerge un altro snodo delicato dell’inchiesta. Perché, secondo quanto riportato nell’ordinanza (che richiama alcune informative), la sede ligure della stessa onlus sarebbe stata oggetto nel 2021 di approfondimenti tecnici da parte dell’Antiriciclaggio «per presunti finanziamenti ritenuti destinati alle casse dell’organizzazione terroristica palestinese», circostanza che avrebbe portato «alla conseguente chiusura di alcuni conti bancari riferibili alla onlus». Finché l’egiziano non si è presentato allo Sportello unico per l’Immigrazione di Milano con una cinquantina di pratiche. È stato il passo falso.
Continua a leggereRiduci
Lo sgomento e la rabbia dilagano a Belfast. Qui, a Kinnaird Avenue, un quartiere residenziale a Nord, un immigrato originario del Sudan ha provato a decapitare un quarantenne lo scorso lunedì sera. Solo il coraggio dei passanti ha evitato il peggio. Adesso la vittima è ricoverata in ospedale con gravi lesioni agli occhi, al collo e alla testa, mentre lo sgozzatore è stato arrestato.
Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha dichiarato che si ritiene che il sospettato abbia viaggiato dal Sudan a Parigi, e poi da Parigi a Dublino, in date imprecisate, prima di prendere un autobus per Belfast nel febbraio 2023. Secondo quanto affermato da Boutcher, l’uomo ha immediatamente richiesto asilo e nel settembre del 2023 gli è stato concesso il permesso di soggiorno nel Regno Unito valido per 5 anni.
Tutto è avvenuto alle 22.30 dello scorso lunedì, quando un quarantenne nordirlandese è stato bloccato a terra e percosso, tra le strade della periferia di Belfast. Lo straniero ha mostrato l’intenzione di tagliare la testa al primo malcapitato e tra le mani teneva un coltello da cucina, poi rinvenuto dalle forze dell’ordine.
Un video girato da alcuni passanti e poi diffuso sul web ritrae la scena: la vittima è una maschera di sangue, prova a dimenarsi da terra, nella morsa dell’immigrato. Solo l’intervento di alcuni presenti, armati di bastoni da hurling, uno sport irlandese, ha salvato la vita dell’uomo, disarmato e allontanato l’aggressore. Successivamente l’arrivo della polizia ha consentito l’arresto e l’avvio delle indagini. L’ipotesi di reato riguarda il tentato omicidio, escludendo però la matrice terroristica, almeno per il momento.
«L’attacco di Belfast è rivoltante e orribile. I miei pensieri vanno innanzitutto alla vittima e ringrazio i primi soccorritori», ha dichiarato Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito. Gli fanno eco gli altri politici di governo che invitano a mantenere la calma. In primis Michelle O’Neill, primo ministro dell’Irlanda del Nord, che ha pensato bene di lanciare appelli... contro il razzismo: «Questa è una società accogliente e inclusiva. Non voglio vedere nessuno vivere nella paura e dobbiamo dire no al razzismo e all’odio».
Sul Web, però, la protesta monta, soprattutto di fronte al video dell’accaduto. A legittimare il concreto malcontento sono soprattutto i leader dei partiti di opposizione. «Questo è stato un attacco medievale, barbarico e agghiacciante», la sentenza di Gavin Robinson, deputato di Belfast East, «l’autore, che viveva nel Regno Unito con un visto quinquennale, deve essere condannato e deportato con il primo volo di sola andata. La vittima appartiene a Belfast, l’aggressore no». «Ciò che è accaduto a Belfast ieri sera è orribile. Le autorità devono rivelare immediatamente l’identità e lo status dell’aggressore. Il pubblico ha diritto alla verità» ha dichiarato, invece, Nigel Farage, chiaramente riferendosi al rifiuto di Downing Street di confermare ufficialmente lo status dell’aggressore. Ma più in generale il riferimento è anche al clima generale che si respira al di là della Manica, nel segno continuo di reati commessi dagli immigrati e insabbiati dalle istituzioni.
Ieri sera l’onda di protesta ha investito anche le piazze: gruppi di patrioti e cittadini sono scesi tra le strade di diverse città del Regno Unito per chiedere maggiore sicurezza e una stretta sull’immigrazione clandestina. In primis a Belfast, diversi hotel e negozi commerciali hanno chiuso i battenti e le forze dell’ordine hanno aumentato i controlli. Dublin Express ha cancellato tutti i suoi servizi di autobus da e per Belfast in previsione delle proteste programmate.
Nel frattempo, le tensioni sono esplose durante la notte. Le manifestazioni contro l'immigrazione si sono trasformate in violenti disordini in diverse aree di Belfast, dove sono stati incendiati autobus, automobili e alcune abitazioni. La polizia nordirlandese è stata presa di mira con lanci di oggetti e costretta a intervenire in assetto antisommossa, mentre i vigili del fuoco hanno effettuato decine di interventi per spegnere i roghi divampati nei quartieri interessati dalle proteste. In alcune zone della città gruppi di uomini con il volto coperto hanno sfilato scandendo slogan contro gli immigrati e prendendo di mira soprattutto famiglie di origine africana, tanto che alcuni residenti hanno offerto protezione ai vicini stranieri.
Durissima la reazione della premier nordirlandese Michelle O'Neill, che ha definito i responsabili delle violenze «teppisti» e «delinquenti», parlando di attacchi condotti da «codardi disgustosi» contro persone indifese. Intanto il trentenne sudanese arrestato per il tentato omicidio del quarantenne dovrebbe comparire oggi davanti ai giudici, mentre le autorità mantengono alta l'allerta per il rischio di nuove rivolte. Anche il clima politico resta incandescente: Nigel Farage ha nuovamente chiesto piena trasparenza sullo status migratorio dell'aggressore, mentre sui social il caso continua ad alimentare polemiche e divisioni nel Regno Unito.
Continua a leggereRiduci
Meloni: «Contro Salvini un gesto grave»
Il premier ha commentato sui social quanto avvenuto alla Sapienza di Roma dove alcuni studenti di Cambiare Rotta hanno bruciato manifesti con il volto del leader della Lega e vicepremier. «Solidarietà a Matteo Salvini per il grave episodio avvenuto oggi alla Sapienza. Bruciare il volto di chi la pensa diversamente non è protesta: è odio ideologico. Un gesto intollerante, che nulla ha a che vedere con il confronto democratico. Noi continueremo a portare avanti il nostro lavoro con determinazione e senza sconti, nonostante il clima di odio che qualcuno cerca di alimentare»