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2018-06-01
Trump sfida la Merkel e fa partire il governo Conte
ANSA
Martedì sera, mercoledì e pure ieri. I grandi fondi americani hanno dato il via ad acquisti massicci di titoli di Stato italiani. A far scattare il «buy» sono stati inizialmente gli algoritmi che hanno letto lo sfondamento della soglia al ribasso e hanno azionato le operazioni automatiche.
Bridgewater, Aqr, Glg e Ahl sono in prima fila, ma a ingrossare il gruppo, dopo gli avanposti, di Citi e Jp Morgan, si sono messi nella giornata di ieri Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox. Tutti fondi pronti a entrare nella fase due degli acquisti: attendere che la volatilità si stabilizzi al ribasso per fare man bassa di titoli a prezzi scontati. Per chi operino, soprattutto le banche d'affari come Citi e Jp Morgan, non è dato sapere. Sono infatti dealer primari che si muovono per conto di terzi. Certamente interessati al nostro debito deprezzato ci sono i fondi pensione americani, ma anche quelli inglesi. Il primo effetto dell'ingresso massiccio americano è stato quello di bilanciare i rendimenti e di mitigare al ribasso l'andamento dello spread sul bund tedesco.
Ben 4 miliardi di Bot su un paniere di poco superiore ai 5 scriveva ieri Il Messaggero sarebbe finito a Citi e Jp Morgan. Ma a indicare che oltre al fattore prezzo c'è anche un segnale politico è il prosieguo del trend e ancor più l'intenzione di entrare con posizioni lunghe e di medio termine. Alcuni osservatori suggeriscono che tra i nomi dei buyer spuntano manager vicini al mondo repubblicano. Non è un caso se nella lista non compaia Goldman Sachs, storico simpatizzante del versante democratico. Probabilmente è una coincidenza, che rispecchia però le nuove posizioni del Partito repubblicano degli States. Una parte, allineata a Donald Trump, vedrebbe l'Italia sempre più allontanarsi dalla Germania, mentre gli uomini del partito che ancora oggi rispondono alla famiglia Bush preferirebbero che Roma rimanesse in scia a Berlino. O meglio che il nostro Paese mantenesse un ruolo complementare all'economia tedesca per evitare che la Germania abbia contraccolpi economici. L'Italia resta infatti il primo partner commerciale di Angela Merkel. In questo preciso momento geopolitico aiutare il nostro Paese a evitare un tracollo finanziario con acquisti mirati e ancor più con un segnale di fiducia (Se gli Usa credono nel nostro debito perché altre nazioni dovrebbero dubitarne?).
Lungi da noi fare fantafinanza. Al contrario basta unire i puntini per comprendere come l'aria sia cambiata improvvisamente con una ventata di sostegno che deve essere arrivata sicuramente fin dentro le stanze di Sergio Mattarella. La giornata di ieri è stata, infatti, anche caratterizzata da una guerra aperta tra Washington da una parte e Berlino con Bruxelles dall'altra. Una bomba diplomatica oltre che politica. L'amministrazione Trump applica da oggi importanti dazi doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio dall'Ue, dal Messico e dal Canada.
Gli Stati Uniti hanno deciso di non prorogare l'esenzione temporanea concessa all'Europa due mesi fa di applicare imposte del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Una batosta per il Vecchio continente per il quale si è espresso il presidente Ue Jean Claude Juncker con un'uscita abbastanza bolsa: «Puro e semplice protezionismo, non ci resta che prendere contromisure». Angela Merkel ha parlato di «tariffe illegali» e di «rischio escalation» senza specificare che cosa debba attendersi Trump. In realtà Berlino sa benissimo che su questo specifico fronte l'Ue non ha armi da affilare così come si aspetta che trascorso un mesetto la Casa Bianca, probabilmente per voce di Wilbur Ross, il segretario al Commercio degli Usa, avvierà trattative parallele con l'intento di rivedere l'intero impianto commerciale tra i due blocchi. Proprio quello che gli Usa stanno facendo con la Cina che, dopo aver accusato il colpo dei dazi e lo stop -seppur temporaneo - alle vendite dei telefoni Zte in America ha avviato un tavolo parallelo.
Pechino ha messo in campo ieri misure di segno opposto in risposta al rinnovato protezionismo americano: il Consiglio di Stato, presieduto dal premier Li Keqiang, ha annunciato che dal primo luglio verranno tagliati i dazi sull'importazione di una serie di beni di consumo. Abbigliamento, lavatrici, cosmetici: il ventaglio è ampio. Non solo: in arrivo anche la nuova black list degli investimenti stranieri, che secondo il Financial Times risulterà di gran lunga sfoltita, allentando le restrizioni in settori tradizionalmente protetti: energia e trasporti in primis. Per arrivare a occupare una posizione di forza, Trump sa che prima bisogna colpire duro. E ciò che è stato per la Cina Zte, è per la Germania Deutsche Bank. Praticamente in contemporanea con l'annuncio dei dazi mirati alla Germania più che alla Francia e all'Italia, la Federal Reserve ha definito come «problematiche» le condizioni delle attività americane dell'istituto di Francoforte. Lo status «condizioni problematiche» - il gradino più basso espresso dalla Fed - ha condizionato le scelte dell'istituto di credito nel ridurre l'assunzione di rischi in aree come il trading e la concessione dei prestiti. Questo status significa anche che le decisioni del gruppo tedesco sulle assunzioni e sui licenziamenti di top manager in Usa devono passare dalla Fed. Una sorta di commissariamento che sembra avere poche motivazioni al di fuori di quelle politiche. Difficoltà della banca tedesca negli Usa vanno indietro negli anni, ma chi segue il dossier sa che il ramo estero è stato da diverso tempo messo in ordine e in sicurezza. Il titolo alla Borsa di Francoforte ha perso il 7% raggiungendo il minimo storico di 9,16 euro. Se si considera che la Casa Bianca ha pronte una serie di misure «straordinarie» per penalizzare anche Volkswagen e tutte le vetture di lusso tedesche, appare ormai chiaro che gli Usa non vogliono mollare l'osso. In questo panorama rivoluzionario per il Vecchio continente, Donald Trump non ha avuto problemi a dare un segnale netto a favore dell'Italia. Essere percepito come una sorta di prestatore di ultima istanza fiducioso nei titoli di Stato italiani ha dato una spallata finale e ha favorito definitivamente la nascita del governo gialloblu. Non più considerata come un'entità reietta da tutta l'Europa ma come un blocco politico che in caso di necessità potrebbe avere un santo nel paradiso a stelle e strisce.
Claudio Antonelli
Sui motori Berlino accusa il colpo
Donald Trump non ha ritenuto necessario prolungare nuovamente il congelamento dell'innalzamento delle tariffe sull'importazione dell'acciaio e dell'alluminio. Dopo vari rinvii, l'ultimo ad aprile per dar modo ad Angela Merkel di parlarne di persona alla Casa Bianca durante la sua visita di fine mese, il presidente americano ha varato la ghigliottina economica che colpirà circa 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 rappresentati da prodotti finiti e 1,5 da prodotti semi-finiti come i cavi e i tubi. La mossa ha come scopo finale quello di costringere l'Ue ad intavolare una serie di trattative sui dazi che ribilancino a favore degli Stati Uniti lo scambio commerciale tra le due sponde dell'Atlantico esattamente come avvenuto con la Cina la quale da diverse settimane, dopo le iniziali proteste e minacce di guerra economica, discute proattivamente con le autorità di Washington per trovare una soluzione comune. Per far notare la sua maggiore considerazione nei confronti dell'Unione europea, Trump ha rinviato più volte l'attuazione dei dazi nella speranza che a Bruxelles qualcuno comprendesse l'antifona, ma la nostra passività e le prese di posizione tedesche non hanno favorito il dialogo. Tuttavia, l'attuazione dei dazi è tendenzialmente diretta a colpire la Germania il cui surplus commerciale non solo rappresenta da diversi anni una grave violazione delle regole dell'Unione, ma irrita assai il presidente degli Stati Uniti. L'avanzo di bilancio è al tempo l'obiettivo ed il mezzo. Gli strateghi di Washington rifuggono l'idea di dover ancora una volta, in un ipotetico futuro, gestire un Vecchio Continente sotto il controllo egemone di un'unica potenza, seppur economica, e preferiscono indebolire in anticipo l'eventuale Paese destabilizzatore magari favorendone altri meno problematici dal punto di vista geopolitico. La Germania rappresenta per Trump il problema e la poca stima espressa nei suoi confronti dai vertici tedeschi fin dalla campagna elettorale unitamente al chiaro propendere della Merkel a favore della Clinton non hanno fatto che cementare le reciproche distanze. A Berlino, Washington rimprovera il fatto che dal 2006 in avanti l'avanzo del conto correnti non abbia fatto che aumentare e che nel 2016 abbia raggiunto l'8,6% del Pil. In termini di liquidità ciò significa 287 miliardi di dollari ovvero più del doppio dell'avanzo cinese che si ferma a 135 miliardi. Washington vuole rivedere tali rapporti e nonostante i dazi sull'acciaio e l'alluminio rappresentino solo 1,5 miliardi di scambio tra Eu ed Usa dei 600 totali registrato lo scorso anno si tratta di un campo che permette di porre sotto pressione proprio la Germania che con le sue 952.000 tonnellate annue di prodotti finiti è il primo esportatore europeo, quasi cinque volte superiore all'Italia. A trainare ovviamente è il settore automobilistico e proprio ieri Donald Trump, temendo che l'antifona potesse non essere compresa nelle capitali dell'Unione, per aumentare la pressione ha annunciato di valutare seriamente l'idea d'istituire una commissione che valuti l'impatto sulla sicurezza nazionale dell'importazione degli autoveicoli. L'abile commerciante americano sta delineando i contorni della negoziazione. L'Unione europea è rimasta fino ad ora passiva e non ha saputo cogliere le aperture concesse durante il congelamento dei dazi. Il tempo è scaduto. Trump intende riequilibrare le relazioni transatlantiche. Il suo obiettivo è l'abbassamento dei dazi sulle automobili praticato in Europa, in gran parte proprio a favore delle aziende tedesche, e l'alleggerimento delle certificazioni sanitarie per i prodotti alimentari richieste dall'Ue in modo da favorire l'export americano. In pratica Trump sta cercando di far tornare l'Unione verso gli accordi Ttip di libero scambio tra Eu ed Usa da noi cassati nel 2016 e che avrebbero dato luogo al più grande e potente mercato al mondo.
Ma oltre a riequilibrare il rapporto, Trump spera di indebolire la leadership tedesca in Europa. Motivo per cui l'Italia insieme a tutti i Paesi della fascia meridionale del Vecchio Continente, insoddisfatti della gestione teutonica dell'Ue, ritornano ad essere partner attraenti per Washington e motivo per cui proprio ieri Angela Merkel si è precipitata in Portogallo che - insieme alla Spagna - da Paese vicino a Berlino viene sempre più affascinato da Washington, per inaugurare la nuova sede di produzione di componentistica automobilistica della Bosch. La cancelliera tedesca ha colto l'occasione per informare il mondo che desidera instaurare un dialogo costruttivo con l'Italia. Quell'Italia sostenuta sui mercati in questi giorni turbolenti proprio dai fondi americani, dato che per Trump conta di più un legame geopolitico che quello rappresentato dai criteri di Maastricht.
Laris Gaiser
Stavolta non sbagliamoci e stiamo con gli americani
L'Italia ha una chance più unica che rara, un'opportunità assolutamente da non mancare: scegliere la parte giusta nel «derby» geopolitico (ed economico) in corso tra Washington e Berlino, tra Trump e la Merkel, destinato a farsi sempre più duro. È uno di quei momenti in cui bisogna decidere dove collocarsi: e sarebbe paradossale schierarsi dalla parte sbagliata della storia.
Inutile girarci intorno: gli Stati Uniti non vogliono un'Europa ridotta a giardino di casa della Germania. La costruzione europea, da loro fortemente appoggiata nel secondo dopoguerra, aveva l'obiettivo di europeizzare la Germania. Oggi, diversi decenni dopo, il rischio percepito da Washington è che si stia producendo l'effetto opposto: germanizzare l'Europa. Con un mix (assai poco gradito a Trump) di egemonia tedesca nell'Ue e perfino di progressivo disimpegno di Berlino dalla Nato: non a caso la Germania è lontanissima dall'obiettivo del 2% del Pil da destinare alla spesa militare, e spinge per un progetto di difesa europea separato rispetto all'ombrello atlantico. A questi elementi geopolitici, se ne aggiunge uno - economico - letteralmente vitale per l'amministrazione di Donald Trump: l'eccesso di export tedesco (soprattutto automobili). Mettendo insieme questi elementi, il quadro risulta assolutamente indigesto per Washington: Germania troppo forte nell'Ue, prepotente nelle esportazioni, e perfino «scroccona» (in inglese, free rider: non dispiaccia ai signori dello Spiegel) in termini di sicurezza e difesa, ai danni dei contribuenti americani.
Per tutte queste ragioni, a dispetto della caricatura isolazionista che i critici di Trump fanno della sua amministrazione, la Casa Bianca è assolutamente interessata a tutte le partite che possano togliere frecce all'arco di Berlino. E cerca costantemente nuove interlocuzioni e altri soggetti da sostenere, in funzione di «contrappeso» e «riequilibrio» nel teatro europeo. Non è un caso se, pur nel dissenso su diversi dossier (a partire dall'Iran e dai temi del riscaldamento globale e del mutilateralismo), Trump abbia avuto interesse a valorizzare il dialogo con Macron, ospitato a Washington in modo solenne, a differenza della freddissima accoglienza riservata qualche giorno dopo alla Merkel: proprio per dimostrare che in Europa non c'è solo la Germania.
Morale: l'Italia dovrebbe investire molto in questa direzione, schierandosi senza equivoci, senza furbizie, senza retropensieri, dalla parte di Trump. E ricordando che in questo caso l'appartenenza atlantica non è solo un valore di principio, ma una precisa e specifica convenienza per il nostro interesse nazionale. È infatti scontato che, nei prossimi mesi, a partire dai conti pubblici e dalla legge di bilancio, per non parlare dell'immigrazione, l'Italia avrà confronti non facili né simpatici con Bruxelles: a maggior ragione, in quel momento, una sponda a Washington (e a Londra, e a Gerusalemme) sarà di enorme utilità.
Tra l'altro, più o meno consapevolmente, il grosso dell'Europa che non ci ama (Merkel in testa) attende con ansia il prossimo novembre, quando ci saranno le elezioni di mid-term americane: appuntamento che molti antitrumpiani europei cercheranno di interpretare come un segnale della forza o (auspicano loro) di un indebolimento di Trump, cogliendo così una tendenza in vista delle nuove presidenziali statunitensi del 2020. Troppe capitali europee, ancora «vedove» di Barack Obama e poi di Hillary Clinton, che sostennero sfacciatamente in campagna elettorale, non si sono riprese dal trauma della sconfitta, e adesso sognano di poter archiviare la presidenza di Trump come una «parentesi» che si chiuderà presto. Se così fosse - pensano - sarebbe più facile riprendere il progetto europeo in chiave «berlinocentrica», e procedere come se nulla fosse accaduto.
Triplo errore. Primo: perché, comunque vadano, non è affatto detto che le elezioni Usa di medio termine prefigurino l'esito delle presidenziali di due anni dopo. Secondo: perché al momento non si intravvede un candidato democratico in grado di sfidare Trump con successo. Terzo: perché, al di là della sorte personale di Trump, restano i suoi elettori, un umore, una tendenza che è ormai propria di un vastissimo elettorato occidentale, che certi «espertoni» farebbero bene ad ascoltare, anziché giudicare.
Per tutte queste ragioni, l'Italia farà bene da subito a cercare un filo diretto con la Casa Bianca, a coltivarlo seriamente e anche a non esagerare con il putinismo, a non fare affari opachi con l'Iran, e a non farsi attrarre in modo eccessivo dalla Cina.
Su tutte queste partite, è legittimo voler giocare un ruolo intelligente: ma meglio farlo in modo concordato con la Casa Bianca. E, a novembre, occorre tifare per Trump e per i Repubblicani: se venisse un esito elettorale per loro confortante, anche in Europa qualcuno potrebbe mettersi il cuore in pace e accettare una riscrittura delle regole europee meno improntata all'uniformità e all'omogeneizzazione forzata, e più orientata a un ragionevole riconoscimento delle diversità dei 27 Paesi membri.
Daniele Capezzone
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Dazi, Borse, auto. Il presidente muove guerra all'Ue secondo Berlino. Gli States colpiscono il mercato delle vetture e Deutsche Bank, che cala del 7%. Mano tesa all'Italia: rastrellati in nostri titoli. Washington vuole mettere le case automobilistiche fra le competenze della Sicurezza nazionale. La cancelliera è in ansia e si fionda in Portogallo, alla nuova fabbrica Bosch.La Casa Bianca vuole frenare la germanizzazione del Vecchio Continente: per noi è un'occasione unica. Appoggiare il colosso a stelle e strisce può aiutare a rialzarci. Lo speciale contiene tre articoli Martedì sera, mercoledì e pure ieri. I grandi fondi americani hanno dato il via ad acquisti massicci di titoli di Stato italiani. A far scattare il «buy» sono stati inizialmente gli algoritmi che hanno letto lo sfondamento della soglia al ribasso e hanno azionato le operazioni automatiche. Bridgewater, Aqr, Glg e Ahl sono in prima fila, ma a ingrossare il gruppo, dopo gli avanposti, di Citi e Jp Morgan, si sono messi nella giornata di ieri Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox. Tutti fondi pronti a entrare nella fase due degli acquisti: attendere che la volatilità si stabilizzi al ribasso per fare man bassa di titoli a prezzi scontati. Per chi operino, soprattutto le banche d'affari come Citi e Jp Morgan, non è dato sapere. Sono infatti dealer primari che si muovono per conto di terzi. Certamente interessati al nostro debito deprezzato ci sono i fondi pensione americani, ma anche quelli inglesi. Il primo effetto dell'ingresso massiccio americano è stato quello di bilanciare i rendimenti e di mitigare al ribasso l'andamento dello spread sul bund tedesco. Ben 4 miliardi di Bot su un paniere di poco superiore ai 5 scriveva ieri Il Messaggero sarebbe finito a Citi e Jp Morgan. Ma a indicare che oltre al fattore prezzo c'è anche un segnale politico è il prosieguo del trend e ancor più l'intenzione di entrare con posizioni lunghe e di medio termine. Alcuni osservatori suggeriscono che tra i nomi dei buyer spuntano manager vicini al mondo repubblicano. Non è un caso se nella lista non compaia Goldman Sachs, storico simpatizzante del versante democratico. Probabilmente è una coincidenza, che rispecchia però le nuove posizioni del Partito repubblicano degli States. Una parte, allineata a Donald Trump, vedrebbe l'Italia sempre più allontanarsi dalla Germania, mentre gli uomini del partito che ancora oggi rispondono alla famiglia Bush preferirebbero che Roma rimanesse in scia a Berlino. O meglio che il nostro Paese mantenesse un ruolo complementare all'economia tedesca per evitare che la Germania abbia contraccolpi economici. L'Italia resta infatti il primo partner commerciale di Angela Merkel. In questo preciso momento geopolitico aiutare il nostro Paese a evitare un tracollo finanziario con acquisti mirati e ancor più con un segnale di fiducia (Se gli Usa credono nel nostro debito perché altre nazioni dovrebbero dubitarne?). Lungi da noi fare fantafinanza. Al contrario basta unire i puntini per comprendere come l'aria sia cambiata improvvisamente con una ventata di sostegno che deve essere arrivata sicuramente fin dentro le stanze di Sergio Mattarella. La giornata di ieri è stata, infatti, anche caratterizzata da una guerra aperta tra Washington da una parte e Berlino con Bruxelles dall'altra. Una bomba diplomatica oltre che politica. L'amministrazione Trump applica da oggi importanti dazi doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio dall'Ue, dal Messico e dal Canada. Gli Stati Uniti hanno deciso di non prorogare l'esenzione temporanea concessa all'Europa due mesi fa di applicare imposte del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Una batosta per il Vecchio continente per il quale si è espresso il presidente Ue Jean Claude Juncker con un'uscita abbastanza bolsa: «Puro e semplice protezionismo, non ci resta che prendere contromisure». Angela Merkel ha parlato di «tariffe illegali» e di «rischio escalation» senza specificare che cosa debba attendersi Trump. In realtà Berlino sa benissimo che su questo specifico fronte l'Ue non ha armi da affilare così come si aspetta che trascorso un mesetto la Casa Bianca, probabilmente per voce di Wilbur Ross, il segretario al Commercio degli Usa, avvierà trattative parallele con l'intento di rivedere l'intero impianto commerciale tra i due blocchi. Proprio quello che gli Usa stanno facendo con la Cina che, dopo aver accusato il colpo dei dazi e lo stop -seppur temporaneo - alle vendite dei telefoni Zte in America ha avviato un tavolo parallelo. Pechino ha messo in campo ieri misure di segno opposto in risposta al rinnovato protezionismo americano: il Consiglio di Stato, presieduto dal premier Li Keqiang, ha annunciato che dal primo luglio verranno tagliati i dazi sull'importazione di una serie di beni di consumo. Abbigliamento, lavatrici, cosmetici: il ventaglio è ampio. Non solo: in arrivo anche la nuova black list degli investimenti stranieri, che secondo il Financial Times risulterà di gran lunga sfoltita, allentando le restrizioni in settori tradizionalmente protetti: energia e trasporti in primis. Per arrivare a occupare una posizione di forza, Trump sa che prima bisogna colpire duro. E ciò che è stato per la Cina Zte, è per la Germania Deutsche Bank. Praticamente in contemporanea con l'annuncio dei dazi mirati alla Germania più che alla Francia e all'Italia, la Federal Reserve ha definito come «problematiche» le condizioni delle attività americane dell'istituto di Francoforte. Lo status «condizioni problematiche» - il gradino più basso espresso dalla Fed - ha condizionato le scelte dell'istituto di credito nel ridurre l'assunzione di rischi in aree come il trading e la concessione dei prestiti. Questo status significa anche che le decisioni del gruppo tedesco sulle assunzioni e sui licenziamenti di top manager in Usa devono passare dalla Fed. Una sorta di commissariamento che sembra avere poche motivazioni al di fuori di quelle politiche. Difficoltà della banca tedesca negli Usa vanno indietro negli anni, ma chi segue il dossier sa che il ramo estero è stato da diverso tempo messo in ordine e in sicurezza. Il titolo alla Borsa di Francoforte ha perso il 7% raggiungendo il minimo storico di 9,16 euro. Se si considera che la Casa Bianca ha pronte una serie di misure «straordinarie» per penalizzare anche Volkswagen e tutte le vetture di lusso tedesche, appare ormai chiaro che gli Usa non vogliono mollare l'osso. In questo panorama rivoluzionario per il Vecchio continente, Donald Trump non ha avuto problemi a dare un segnale netto a favore dell'Italia. Essere percepito come una sorta di prestatore di ultima istanza fiducioso nei titoli di Stato italiani ha dato una spallata finale e ha favorito definitivamente la nascita del governo gialloblu. Non più considerata come un'entità reietta da tutta l'Europa ma come un blocco politico che in caso di necessità potrebbe avere un santo nel paradiso a stelle e strisce. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-merkel-conte-2574003513.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sui-motori-berlino-accusa-il-colpo" data-post-id="2574003513" data-published-at="1781856894" data-use-pagination="False"> Sui motori Berlino accusa il colpo Donald Trump non ha ritenuto necessario prolungare nuovamente il congelamento dell'innalzamento delle tariffe sull'importazione dell'acciaio e dell'alluminio. Dopo vari rinvii, l'ultimo ad aprile per dar modo ad Angela Merkel di parlarne di persona alla Casa Bianca durante la sua visita di fine mese, il presidente americano ha varato la ghigliottina economica che colpirà circa 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 rappresentati da prodotti finiti e 1,5 da prodotti semi-finiti come i cavi e i tubi. La mossa ha come scopo finale quello di costringere l'Ue ad intavolare una serie di trattative sui dazi che ribilancino a favore degli Stati Uniti lo scambio commerciale tra le due sponde dell'Atlantico esattamente come avvenuto con la Cina la quale da diverse settimane, dopo le iniziali proteste e minacce di guerra economica, discute proattivamente con le autorità di Washington per trovare una soluzione comune. Per far notare la sua maggiore considerazione nei confronti dell'Unione europea, Trump ha rinviato più volte l'attuazione dei dazi nella speranza che a Bruxelles qualcuno comprendesse l'antifona, ma la nostra passività e le prese di posizione tedesche non hanno favorito il dialogo. Tuttavia, l'attuazione dei dazi è tendenzialmente diretta a colpire la Germania il cui surplus commerciale non solo rappresenta da diversi anni una grave violazione delle regole dell'Unione, ma irrita assai il presidente degli Stati Uniti. L'avanzo di bilancio è al tempo l'obiettivo ed il mezzo. Gli strateghi di Washington rifuggono l'idea di dover ancora una volta, in un ipotetico futuro, gestire un Vecchio Continente sotto il controllo egemone di un'unica potenza, seppur economica, e preferiscono indebolire in anticipo l'eventuale Paese destabilizzatore magari favorendone altri meno problematici dal punto di vista geopolitico. La Germania rappresenta per Trump il problema e la poca stima espressa nei suoi confronti dai vertici tedeschi fin dalla campagna elettorale unitamente al chiaro propendere della Merkel a favore della Clinton non hanno fatto che cementare le reciproche distanze. A Berlino, Washington rimprovera il fatto che dal 2006 in avanti l'avanzo del conto correnti non abbia fatto che aumentare e che nel 2016 abbia raggiunto l'8,6% del Pil. In termini di liquidità ciò significa 287 miliardi di dollari ovvero più del doppio dell'avanzo cinese che si ferma a 135 miliardi. Washington vuole rivedere tali rapporti e nonostante i dazi sull'acciaio e l'alluminio rappresentino solo 1,5 miliardi di scambio tra Eu ed Usa dei 600 totali registrato lo scorso anno si tratta di un campo che permette di porre sotto pressione proprio la Germania che con le sue 952.000 tonnellate annue di prodotti finiti è il primo esportatore europeo, quasi cinque volte superiore all'Italia. A trainare ovviamente è il settore automobilistico e proprio ieri Donald Trump, temendo che l'antifona potesse non essere compresa nelle capitali dell'Unione, per aumentare la pressione ha annunciato di valutare seriamente l'idea d'istituire una commissione che valuti l'impatto sulla sicurezza nazionale dell'importazione degli autoveicoli. L'abile commerciante americano sta delineando i contorni della negoziazione. L'Unione europea è rimasta fino ad ora passiva e non ha saputo cogliere le aperture concesse durante il congelamento dei dazi. Il tempo è scaduto. Trump intende riequilibrare le relazioni transatlantiche. Il suo obiettivo è l'abbassamento dei dazi sulle automobili praticato in Europa, in gran parte proprio a favore delle aziende tedesche, e l'alleggerimento delle certificazioni sanitarie per i prodotti alimentari richieste dall'Ue in modo da favorire l'export americano. In pratica Trump sta cercando di far tornare l'Unione verso gli accordi Ttip di libero scambio tra Eu ed Usa da noi cassati nel 2016 e che avrebbero dato luogo al più grande e potente mercato al mondo. Ma oltre a riequilibrare il rapporto, Trump spera di indebolire la leadership tedesca in Europa. Motivo per cui l'Italia insieme a tutti i Paesi della fascia meridionale del Vecchio Continente, insoddisfatti della gestione teutonica dell'Ue, ritornano ad essere partner attraenti per Washington e motivo per cui proprio ieri Angela Merkel si è precipitata in Portogallo che - insieme alla Spagna - da Paese vicino a Berlino viene sempre più affascinato da Washington, per inaugurare la nuova sede di produzione di componentistica automobilistica della Bosch. La cancelliera tedesca ha colto l'occasione per informare il mondo che desidera instaurare un dialogo costruttivo con l'Italia. Quell'Italia sostenuta sui mercati in questi giorni turbolenti proprio dai fondi americani, dato che per Trump conta di più un legame geopolitico che quello rappresentato dai criteri di Maastricht. Laris Gaiser <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-merkel-conte-2574003513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stavolta-non-sbagliamoci-e-stiamo-con-gli-americani" data-post-id="2574003513" data-published-at="1781856894" data-use-pagination="False"> Stavolta non sbagliamoci e stiamo con gli americani L'Italia ha una chance più unica che rara, un'opportunità assolutamente da non mancare: scegliere la parte giusta nel «derby» geopolitico (ed economico) in corso tra Washington e Berlino, tra Trump e la Merkel, destinato a farsi sempre più duro. È uno di quei momenti in cui bisogna decidere dove collocarsi: e sarebbe paradossale schierarsi dalla parte sbagliata della storia. Inutile girarci intorno: gli Stati Uniti non vogliono un'Europa ridotta a giardino di casa della Germania. La costruzione europea, da loro fortemente appoggiata nel secondo dopoguerra, aveva l'obiettivo di europeizzare la Germania. Oggi, diversi decenni dopo, il rischio percepito da Washington è che si stia producendo l'effetto opposto: germanizzare l'Europa. Con un mix (assai poco gradito a Trump) di egemonia tedesca nell'Ue e perfino di progressivo disimpegno di Berlino dalla Nato: non a caso la Germania è lontanissima dall'obiettivo del 2% del Pil da destinare alla spesa militare, e spinge per un progetto di difesa europea separato rispetto all'ombrello atlantico. A questi elementi geopolitici, se ne aggiunge uno - economico - letteralmente vitale per l'amministrazione di Donald Trump: l'eccesso di export tedesco (soprattutto automobili). Mettendo insieme questi elementi, il quadro risulta assolutamente indigesto per Washington: Germania troppo forte nell'Ue, prepotente nelle esportazioni, e perfino «scroccona» (in inglese, free rider: non dispiaccia ai signori dello Spiegel) in termini di sicurezza e difesa, ai danni dei contribuenti americani. Per tutte queste ragioni, a dispetto della caricatura isolazionista che i critici di Trump fanno della sua amministrazione, la Casa Bianca è assolutamente interessata a tutte le partite che possano togliere frecce all'arco di Berlino. E cerca costantemente nuove interlocuzioni e altri soggetti da sostenere, in funzione di «contrappeso» e «riequilibrio» nel teatro europeo. Non è un caso se, pur nel dissenso su diversi dossier (a partire dall'Iran e dai temi del riscaldamento globale e del mutilateralismo), Trump abbia avuto interesse a valorizzare il dialogo con Macron, ospitato a Washington in modo solenne, a differenza della freddissima accoglienza riservata qualche giorno dopo alla Merkel: proprio per dimostrare che in Europa non c'è solo la Germania. Morale: l'Italia dovrebbe investire molto in questa direzione, schierandosi senza equivoci, senza furbizie, senza retropensieri, dalla parte di Trump. E ricordando che in questo caso l'appartenenza atlantica non è solo un valore di principio, ma una precisa e specifica convenienza per il nostro interesse nazionale. È infatti scontato che, nei prossimi mesi, a partire dai conti pubblici e dalla legge di bilancio, per non parlare dell'immigrazione, l'Italia avrà confronti non facili né simpatici con Bruxelles: a maggior ragione, in quel momento, una sponda a Washington (e a Londra, e a Gerusalemme) sarà di enorme utilità. Tra l'altro, più o meno consapevolmente, il grosso dell'Europa che non ci ama (Merkel in testa) attende con ansia il prossimo novembre, quando ci saranno le elezioni di mid-term americane: appuntamento che molti antitrumpiani europei cercheranno di interpretare come un segnale della forza o (auspicano loro) di un indebolimento di Trump, cogliendo così una tendenza in vista delle nuove presidenziali statunitensi del 2020. Troppe capitali europee, ancora «vedove» di Barack Obama e poi di Hillary Clinton, che sostennero sfacciatamente in campagna elettorale, non si sono riprese dal trauma della sconfitta, e adesso sognano di poter archiviare la presidenza di Trump come una «parentesi» che si chiuderà presto. Se così fosse - pensano - sarebbe più facile riprendere il progetto europeo in chiave «berlinocentrica», e procedere come se nulla fosse accaduto. Triplo errore. Primo: perché, comunque vadano, non è affatto detto che le elezioni Usa di medio termine prefigurino l'esito delle presidenziali di due anni dopo. Secondo: perché al momento non si intravvede un candidato democratico in grado di sfidare Trump con successo. Terzo: perché, al di là della sorte personale di Trump, restano i suoi elettori, un umore, una tendenza che è ormai propria di un vastissimo elettorato occidentale, che certi «espertoni» farebbero bene ad ascoltare, anziché giudicare. Per tutte queste ragioni, l'Italia farà bene da subito a cercare un filo diretto con la Casa Bianca, a coltivarlo seriamente e anche a non esagerare con il putinismo, a non fare affari opachi con l'Iran, e a non farsi attrarre in modo eccessivo dalla Cina. Su tutte queste partite, è legittimo voler giocare un ruolo intelligente: ma meglio farlo in modo concordato con la Casa Bianca. E, a novembre, occorre tifare per Trump e per i Repubblicani: se venisse un esito elettorale per loro confortante, anche in Europa qualcuno potrebbe mettersi il cuore in pace e accettare una riscrittura delle regole europee meno improntata all'uniformità e all'omogeneizzazione forzata, e più orientata a un ragionevole riconoscimento delle diversità dei 27 Paesi membri. Daniele Capezzone
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Avvicinandosi il 2028 - data oltre la quale la Commissione avrà esaurito i pagamenti agli Stati membri e dovrà cominciare a rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati finanziari - si fanno sempre più nitidi i contorni del conto in arrivo da Bruxelles, dove da mesi è in corso una febbrile trattativa per trovare la quadra del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2028-2034. Mercoledì è stata la professoressa Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, a snocciolare le cifre, i cui tratti essenziali erano chiari da tempo, in audizione parlamentare: in assenza di nuovo debito (che è stato solo un’eccezione temporanea), il bilancio Ue deve munirsi di nuove entrate per rimborsare i debiti. Una voce che incide, solo fino al 2034, per 168 miliardi, aggiuntivi rispetto a quanto già versato dagli Stati membri. Ma andremo avanti così fino al 2056.
Per l’Italia ciò significa - in base alla quota di contribuzione nazionale storica del 12-13% - un primo versamento aggiuntivo di circa 21 miliardi. Che vanno ad aggiungersi ai rimborsi che dovremo effettuare direttamente alla Commissione fino al 2056 per i prestiti ricevuti (123 miliardi fino ad aprile).
I danni finanziari non si fermano qua. Infatti, il Qfp presentato dalla Commissione ha un volume di 1.985 miliardi a prezzi correnti, gonfiati appunto dei 168 miliardi di rimborsi. In proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, una misura simile ma non identica al Pil) si tratta dell’1,26%, rispetto all’1,13% del precedente Qfp 2021-2027. Ma si tratta di un aumento illusorio perché, al netto dei rimborsi del debito Nextgen Ue, si ritorna al 1,15% del Rnl. Quindi nessuna nuova capacità di spesa «reale». Con l’essenziale differenza che, rispetto al passato, Ursula von der Leyen ha ampliato notevolmente alcuni capitoli di spesa, soprattutto competitività e difesa, a scapito di agricoltura e coesione. In particolare, scende di molto la quota destinata ad agricoltura e coesione (dal 67% al 49% del bilancio) e aumenta dal 17% al 32% quella destinata a competitività e difesa. Quella rubrica scenderà per l’Italia (a prezzi costanti 2025) da 82 a 72 miliardi.
Questi spostamenti - ripetiamo, in un bilancio sostanzialmente invariato in termini reali - non sono neutrali, poiché aumentano di molto i fondi a gestione diretta e indiretta della Commissione, a scapito di quelli preassegnati agli Stati membri, come appunto l’agricoltura.
La conseguenza è il rischio che questi «bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita» siano assorbiti in modo molto disomogeneo da parte degli Stati, con evidenti sperequazioni a danno di quelli dotati di minore capacità amministrativa. In altre parole, se in passato la quota di fondi in arrivo da Bruxelles era relativamente prevedibile, in quanto preassegnata, per il futuro è tutto molto più incerto e tutto molto più accentrato presso la Commissione. Ciò che è invece certo è il fatto che il nostro Paese dovrà contribuire pesantemente al bilancio Ue, gonfiato dai rimborsi dei debiti.
Da tempo la Commissione stava ragionando su un aumento delle cosiddette «risorse proprie», che alla fine non sono altro che entrate (come Iva e dazi) riscosse dagli Stati e girate alla Ue. Infatti, il ricorso ai contributi nazionali in base al Rnl, tuttora circa il 70% delle entrate Ue, oggi è sempre meno sostenibile soprattutto davanti alle accresciute esigenze di spesa. Così la Commissione si è letteralmente inventata altri cinque tipi di imposte (quote emissioni CO2, rifiuti elettronici, tabacco, prelievo societario europeo, ecc…) per complessivi 44 miliardi e rimodulando le altre risorse proprie già esistenti, per un totale di 58 miliardi. Promettendo però di ridurre i contributi nazionali in base al Rnl. Ma, alla fine, come fa rilevare l’Upb, si tratta sempre di «contributi nazionali ai bilanci degli Stati membri e non si configurano come fonti autonome di finanziamento per la Ue». Insomma, è sempre denaro attinto dal bilancio italiano.
Ma, come per le spese, anche in questo caso il cambiamento non è neutrale sotto il profilo finanziario e l’Upb stesso non si sbilancia nel prevedere le conseguenze per l’Italia. Tutto dipenderà da come le basi imponibili di queste imposte si distribuiranno tra gli Stati membri. Insomma, è certo che gli Stati membri sborseranno altri 51 miliardi, è del tutto incerto come saranno ripartiti.
Nei 58 miliardi, spiccano 6,8 miliardi di entrate per il prelievo sulle società europee (Core) con oltre 100 milioni di fatturato, che inciderà sulle società italiane per circa 800 milioni. Un obbrobrio giuridico, perché colpisce il fatturato e quindi anche le società in perdita e il prelievo è una cifra fissa (si parte da 100.000 euro) crescente al crescere degli scaglioni di fatturato, con effetto regressivo all’interno di ciascuno scaglione. Un goffo e tardivo tentativo dopo che sono miseramente falliti i tentativi in sede Ocse di tassare nei mercati di destinazione (la Ue è da questo punto di vista un mercato ricchissimo) le multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi.
A Bruxelles hanno deciso di rimescolare le carte per non rivelare il bluff del prossimo bilancio.
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JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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