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2018-06-01
Trump sfida la Merkel e fa partire il governo Conte
ANSA
Martedì sera, mercoledì e pure ieri. I grandi fondi americani hanno dato il via ad acquisti massicci di titoli di Stato italiani. A far scattare il «buy» sono stati inizialmente gli algoritmi che hanno letto lo sfondamento della soglia al ribasso e hanno azionato le operazioni automatiche.
Bridgewater, Aqr, Glg e Ahl sono in prima fila, ma a ingrossare il gruppo, dopo gli avanposti, di Citi e Jp Morgan, si sono messi nella giornata di ieri Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox. Tutti fondi pronti a entrare nella fase due degli acquisti: attendere che la volatilità si stabilizzi al ribasso per fare man bassa di titoli a prezzi scontati. Per chi operino, soprattutto le banche d'affari come Citi e Jp Morgan, non è dato sapere. Sono infatti dealer primari che si muovono per conto di terzi. Certamente interessati al nostro debito deprezzato ci sono i fondi pensione americani, ma anche quelli inglesi. Il primo effetto dell'ingresso massiccio americano è stato quello di bilanciare i rendimenti e di mitigare al ribasso l'andamento dello spread sul bund tedesco.
Ben 4 miliardi di Bot su un paniere di poco superiore ai 5 scriveva ieri Il Messaggero sarebbe finito a Citi e Jp Morgan. Ma a indicare che oltre al fattore prezzo c'è anche un segnale politico è il prosieguo del trend e ancor più l'intenzione di entrare con posizioni lunghe e di medio termine. Alcuni osservatori suggeriscono che tra i nomi dei buyer spuntano manager vicini al mondo repubblicano. Non è un caso se nella lista non compaia Goldman Sachs, storico simpatizzante del versante democratico. Probabilmente è una coincidenza, che rispecchia però le nuove posizioni del Partito repubblicano degli States. Una parte, allineata a Donald Trump, vedrebbe l'Italia sempre più allontanarsi dalla Germania, mentre gli uomini del partito che ancora oggi rispondono alla famiglia Bush preferirebbero che Roma rimanesse in scia a Berlino. O meglio che il nostro Paese mantenesse un ruolo complementare all'economia tedesca per evitare che la Germania abbia contraccolpi economici. L'Italia resta infatti il primo partner commerciale di Angela Merkel. In questo preciso momento geopolitico aiutare il nostro Paese a evitare un tracollo finanziario con acquisti mirati e ancor più con un segnale di fiducia (Se gli Usa credono nel nostro debito perché altre nazioni dovrebbero dubitarne?).
Lungi da noi fare fantafinanza. Al contrario basta unire i puntini per comprendere come l'aria sia cambiata improvvisamente con una ventata di sostegno che deve essere arrivata sicuramente fin dentro le stanze di Sergio Mattarella. La giornata di ieri è stata, infatti, anche caratterizzata da una guerra aperta tra Washington da una parte e Berlino con Bruxelles dall'altra. Una bomba diplomatica oltre che politica. L'amministrazione Trump applica da oggi importanti dazi doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio dall'Ue, dal Messico e dal Canada.
Gli Stati Uniti hanno deciso di non prorogare l'esenzione temporanea concessa all'Europa due mesi fa di applicare imposte del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Una batosta per il Vecchio continente per il quale si è espresso il presidente Ue Jean Claude Juncker con un'uscita abbastanza bolsa: «Puro e semplice protezionismo, non ci resta che prendere contromisure». Angela Merkel ha parlato di «tariffe illegali» e di «rischio escalation» senza specificare che cosa debba attendersi Trump. In realtà Berlino sa benissimo che su questo specifico fronte l'Ue non ha armi da affilare così come si aspetta che trascorso un mesetto la Casa Bianca, probabilmente per voce di Wilbur Ross, il segretario al Commercio degli Usa, avvierà trattative parallele con l'intento di rivedere l'intero impianto commerciale tra i due blocchi. Proprio quello che gli Usa stanno facendo con la Cina che, dopo aver accusato il colpo dei dazi e lo stop -seppur temporaneo - alle vendite dei telefoni Zte in America ha avviato un tavolo parallelo.
Pechino ha messo in campo ieri misure di segno opposto in risposta al rinnovato protezionismo americano: il Consiglio di Stato, presieduto dal premier Li Keqiang, ha annunciato che dal primo luglio verranno tagliati i dazi sull'importazione di una serie di beni di consumo. Abbigliamento, lavatrici, cosmetici: il ventaglio è ampio. Non solo: in arrivo anche la nuova black list degli investimenti stranieri, che secondo il Financial Times risulterà di gran lunga sfoltita, allentando le restrizioni in settori tradizionalmente protetti: energia e trasporti in primis. Per arrivare a occupare una posizione di forza, Trump sa che prima bisogna colpire duro. E ciò che è stato per la Cina Zte, è per la Germania Deutsche Bank. Praticamente in contemporanea con l'annuncio dei dazi mirati alla Germania più che alla Francia e all'Italia, la Federal Reserve ha definito come «problematiche» le condizioni delle attività americane dell'istituto di Francoforte. Lo status «condizioni problematiche» - il gradino più basso espresso dalla Fed - ha condizionato le scelte dell'istituto di credito nel ridurre l'assunzione di rischi in aree come il trading e la concessione dei prestiti. Questo status significa anche che le decisioni del gruppo tedesco sulle assunzioni e sui licenziamenti di top manager in Usa devono passare dalla Fed. Una sorta di commissariamento che sembra avere poche motivazioni al di fuori di quelle politiche. Difficoltà della banca tedesca negli Usa vanno indietro negli anni, ma chi segue il dossier sa che il ramo estero è stato da diverso tempo messo in ordine e in sicurezza. Il titolo alla Borsa di Francoforte ha perso il 7% raggiungendo il minimo storico di 9,16 euro. Se si considera che la Casa Bianca ha pronte una serie di misure «straordinarie» per penalizzare anche Volkswagen e tutte le vetture di lusso tedesche, appare ormai chiaro che gli Usa non vogliono mollare l'osso. In questo panorama rivoluzionario per il Vecchio continente, Donald Trump non ha avuto problemi a dare un segnale netto a favore dell'Italia. Essere percepito come una sorta di prestatore di ultima istanza fiducioso nei titoli di Stato italiani ha dato una spallata finale e ha favorito definitivamente la nascita del governo gialloblu. Non più considerata come un'entità reietta da tutta l'Europa ma come un blocco politico che in caso di necessità potrebbe avere un santo nel paradiso a stelle e strisce.
Claudio Antonelli
Sui motori Berlino accusa il colpo
Donald Trump non ha ritenuto necessario prolungare nuovamente il congelamento dell'innalzamento delle tariffe sull'importazione dell'acciaio e dell'alluminio. Dopo vari rinvii, l'ultimo ad aprile per dar modo ad Angela Merkel di parlarne di persona alla Casa Bianca durante la sua visita di fine mese, il presidente americano ha varato la ghigliottina economica che colpirà circa 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 rappresentati da prodotti finiti e 1,5 da prodotti semi-finiti come i cavi e i tubi. La mossa ha come scopo finale quello di costringere l'Ue ad intavolare una serie di trattative sui dazi che ribilancino a favore degli Stati Uniti lo scambio commerciale tra le due sponde dell'Atlantico esattamente come avvenuto con la Cina la quale da diverse settimane, dopo le iniziali proteste e minacce di guerra economica, discute proattivamente con le autorità di Washington per trovare una soluzione comune. Per far notare la sua maggiore considerazione nei confronti dell'Unione europea, Trump ha rinviato più volte l'attuazione dei dazi nella speranza che a Bruxelles qualcuno comprendesse l'antifona, ma la nostra passività e le prese di posizione tedesche non hanno favorito il dialogo. Tuttavia, l'attuazione dei dazi è tendenzialmente diretta a colpire la Germania il cui surplus commerciale non solo rappresenta da diversi anni una grave violazione delle regole dell'Unione, ma irrita assai il presidente degli Stati Uniti. L'avanzo di bilancio è al tempo l'obiettivo ed il mezzo. Gli strateghi di Washington rifuggono l'idea di dover ancora una volta, in un ipotetico futuro, gestire un Vecchio Continente sotto il controllo egemone di un'unica potenza, seppur economica, e preferiscono indebolire in anticipo l'eventuale Paese destabilizzatore magari favorendone altri meno problematici dal punto di vista geopolitico. La Germania rappresenta per Trump il problema e la poca stima espressa nei suoi confronti dai vertici tedeschi fin dalla campagna elettorale unitamente al chiaro propendere della Merkel a favore della Clinton non hanno fatto che cementare le reciproche distanze. A Berlino, Washington rimprovera il fatto che dal 2006 in avanti l'avanzo del conto correnti non abbia fatto che aumentare e che nel 2016 abbia raggiunto l'8,6% del Pil. In termini di liquidità ciò significa 287 miliardi di dollari ovvero più del doppio dell'avanzo cinese che si ferma a 135 miliardi. Washington vuole rivedere tali rapporti e nonostante i dazi sull'acciaio e l'alluminio rappresentino solo 1,5 miliardi di scambio tra Eu ed Usa dei 600 totali registrato lo scorso anno si tratta di un campo che permette di porre sotto pressione proprio la Germania che con le sue 952.000 tonnellate annue di prodotti finiti è il primo esportatore europeo, quasi cinque volte superiore all'Italia. A trainare ovviamente è il settore automobilistico e proprio ieri Donald Trump, temendo che l'antifona potesse non essere compresa nelle capitali dell'Unione, per aumentare la pressione ha annunciato di valutare seriamente l'idea d'istituire una commissione che valuti l'impatto sulla sicurezza nazionale dell'importazione degli autoveicoli. L'abile commerciante americano sta delineando i contorni della negoziazione. L'Unione europea è rimasta fino ad ora passiva e non ha saputo cogliere le aperture concesse durante il congelamento dei dazi. Il tempo è scaduto. Trump intende riequilibrare le relazioni transatlantiche. Il suo obiettivo è l'abbassamento dei dazi sulle automobili praticato in Europa, in gran parte proprio a favore delle aziende tedesche, e l'alleggerimento delle certificazioni sanitarie per i prodotti alimentari richieste dall'Ue in modo da favorire l'export americano. In pratica Trump sta cercando di far tornare l'Unione verso gli accordi Ttip di libero scambio tra Eu ed Usa da noi cassati nel 2016 e che avrebbero dato luogo al più grande e potente mercato al mondo.
Ma oltre a riequilibrare il rapporto, Trump spera di indebolire la leadership tedesca in Europa. Motivo per cui l'Italia insieme a tutti i Paesi della fascia meridionale del Vecchio Continente, insoddisfatti della gestione teutonica dell'Ue, ritornano ad essere partner attraenti per Washington e motivo per cui proprio ieri Angela Merkel si è precipitata in Portogallo che - insieme alla Spagna - da Paese vicino a Berlino viene sempre più affascinato da Washington, per inaugurare la nuova sede di produzione di componentistica automobilistica della Bosch. La cancelliera tedesca ha colto l'occasione per informare il mondo che desidera instaurare un dialogo costruttivo con l'Italia. Quell'Italia sostenuta sui mercati in questi giorni turbolenti proprio dai fondi americani, dato che per Trump conta di più un legame geopolitico che quello rappresentato dai criteri di Maastricht.
Laris Gaiser
Stavolta non sbagliamoci e stiamo con gli americani
L'Italia ha una chance più unica che rara, un'opportunità assolutamente da non mancare: scegliere la parte giusta nel «derby» geopolitico (ed economico) in corso tra Washington e Berlino, tra Trump e la Merkel, destinato a farsi sempre più duro. È uno di quei momenti in cui bisogna decidere dove collocarsi: e sarebbe paradossale schierarsi dalla parte sbagliata della storia.
Inutile girarci intorno: gli Stati Uniti non vogliono un'Europa ridotta a giardino di casa della Germania. La costruzione europea, da loro fortemente appoggiata nel secondo dopoguerra, aveva l'obiettivo di europeizzare la Germania. Oggi, diversi decenni dopo, il rischio percepito da Washington è che si stia producendo l'effetto opposto: germanizzare l'Europa. Con un mix (assai poco gradito a Trump) di egemonia tedesca nell'Ue e perfino di progressivo disimpegno di Berlino dalla Nato: non a caso la Germania è lontanissima dall'obiettivo del 2% del Pil da destinare alla spesa militare, e spinge per un progetto di difesa europea separato rispetto all'ombrello atlantico. A questi elementi geopolitici, se ne aggiunge uno - economico - letteralmente vitale per l'amministrazione di Donald Trump: l'eccesso di export tedesco (soprattutto automobili). Mettendo insieme questi elementi, il quadro risulta assolutamente indigesto per Washington: Germania troppo forte nell'Ue, prepotente nelle esportazioni, e perfino «scroccona» (in inglese, free rider: non dispiaccia ai signori dello Spiegel) in termini di sicurezza e difesa, ai danni dei contribuenti americani.
Per tutte queste ragioni, a dispetto della caricatura isolazionista che i critici di Trump fanno della sua amministrazione, la Casa Bianca è assolutamente interessata a tutte le partite che possano togliere frecce all'arco di Berlino. E cerca costantemente nuove interlocuzioni e altri soggetti da sostenere, in funzione di «contrappeso» e «riequilibrio» nel teatro europeo. Non è un caso se, pur nel dissenso su diversi dossier (a partire dall'Iran e dai temi del riscaldamento globale e del mutilateralismo), Trump abbia avuto interesse a valorizzare il dialogo con Macron, ospitato a Washington in modo solenne, a differenza della freddissima accoglienza riservata qualche giorno dopo alla Merkel: proprio per dimostrare che in Europa non c'è solo la Germania.
Morale: l'Italia dovrebbe investire molto in questa direzione, schierandosi senza equivoci, senza furbizie, senza retropensieri, dalla parte di Trump. E ricordando che in questo caso l'appartenenza atlantica non è solo un valore di principio, ma una precisa e specifica convenienza per il nostro interesse nazionale. È infatti scontato che, nei prossimi mesi, a partire dai conti pubblici e dalla legge di bilancio, per non parlare dell'immigrazione, l'Italia avrà confronti non facili né simpatici con Bruxelles: a maggior ragione, in quel momento, una sponda a Washington (e a Londra, e a Gerusalemme) sarà di enorme utilità.
Tra l'altro, più o meno consapevolmente, il grosso dell'Europa che non ci ama (Merkel in testa) attende con ansia il prossimo novembre, quando ci saranno le elezioni di mid-term americane: appuntamento che molti antitrumpiani europei cercheranno di interpretare come un segnale della forza o (auspicano loro) di un indebolimento di Trump, cogliendo così una tendenza in vista delle nuove presidenziali statunitensi del 2020. Troppe capitali europee, ancora «vedove» di Barack Obama e poi di Hillary Clinton, che sostennero sfacciatamente in campagna elettorale, non si sono riprese dal trauma della sconfitta, e adesso sognano di poter archiviare la presidenza di Trump come una «parentesi» che si chiuderà presto. Se così fosse - pensano - sarebbe più facile riprendere il progetto europeo in chiave «berlinocentrica», e procedere come se nulla fosse accaduto.
Triplo errore. Primo: perché, comunque vadano, non è affatto detto che le elezioni Usa di medio termine prefigurino l'esito delle presidenziali di due anni dopo. Secondo: perché al momento non si intravvede un candidato democratico in grado di sfidare Trump con successo. Terzo: perché, al di là della sorte personale di Trump, restano i suoi elettori, un umore, una tendenza che è ormai propria di un vastissimo elettorato occidentale, che certi «espertoni» farebbero bene ad ascoltare, anziché giudicare.
Per tutte queste ragioni, l'Italia farà bene da subito a cercare un filo diretto con la Casa Bianca, a coltivarlo seriamente e anche a non esagerare con il putinismo, a non fare affari opachi con l'Iran, e a non farsi attrarre in modo eccessivo dalla Cina.
Su tutte queste partite, è legittimo voler giocare un ruolo intelligente: ma meglio farlo in modo concordato con la Casa Bianca. E, a novembre, occorre tifare per Trump e per i Repubblicani: se venisse un esito elettorale per loro confortante, anche in Europa qualcuno potrebbe mettersi il cuore in pace e accettare una riscrittura delle regole europee meno improntata all'uniformità e all'omogeneizzazione forzata, e più orientata a un ragionevole riconoscimento delle diversità dei 27 Paesi membri.
Daniele Capezzone
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Dazi, Borse, auto. Il presidente muove guerra all'Ue secondo Berlino. Gli States colpiscono il mercato delle vetture e Deutsche Bank, che cala del 7%. Mano tesa all'Italia: rastrellati in nostri titoli. Washington vuole mettere le case automobilistiche fra le competenze della Sicurezza nazionale. La cancelliera è in ansia e si fionda in Portogallo, alla nuova fabbrica Bosch.La Casa Bianca vuole frenare la germanizzazione del Vecchio Continente: per noi è un'occasione unica. Appoggiare il colosso a stelle e strisce può aiutare a rialzarci. Lo speciale contiene tre articoli Martedì sera, mercoledì e pure ieri. I grandi fondi americani hanno dato il via ad acquisti massicci di titoli di Stato italiani. A far scattare il «buy» sono stati inizialmente gli algoritmi che hanno letto lo sfondamento della soglia al ribasso e hanno azionato le operazioni automatiche. Bridgewater, Aqr, Glg e Ahl sono in prima fila, ma a ingrossare il gruppo, dopo gli avanposti, di Citi e Jp Morgan, si sono messi nella giornata di ieri Blackrock, Pimco, Prudential e Dodge & Cox. Tutti fondi pronti a entrare nella fase due degli acquisti: attendere che la volatilità si stabilizzi al ribasso per fare man bassa di titoli a prezzi scontati. Per chi operino, soprattutto le banche d'affari come Citi e Jp Morgan, non è dato sapere. Sono infatti dealer primari che si muovono per conto di terzi. Certamente interessati al nostro debito deprezzato ci sono i fondi pensione americani, ma anche quelli inglesi. Il primo effetto dell'ingresso massiccio americano è stato quello di bilanciare i rendimenti e di mitigare al ribasso l'andamento dello spread sul bund tedesco. Ben 4 miliardi di Bot su un paniere di poco superiore ai 5 scriveva ieri Il Messaggero sarebbe finito a Citi e Jp Morgan. Ma a indicare che oltre al fattore prezzo c'è anche un segnale politico è il prosieguo del trend e ancor più l'intenzione di entrare con posizioni lunghe e di medio termine. Alcuni osservatori suggeriscono che tra i nomi dei buyer spuntano manager vicini al mondo repubblicano. Non è un caso se nella lista non compaia Goldman Sachs, storico simpatizzante del versante democratico. Probabilmente è una coincidenza, che rispecchia però le nuove posizioni del Partito repubblicano degli States. Una parte, allineata a Donald Trump, vedrebbe l'Italia sempre più allontanarsi dalla Germania, mentre gli uomini del partito che ancora oggi rispondono alla famiglia Bush preferirebbero che Roma rimanesse in scia a Berlino. O meglio che il nostro Paese mantenesse un ruolo complementare all'economia tedesca per evitare che la Germania abbia contraccolpi economici. L'Italia resta infatti il primo partner commerciale di Angela Merkel. In questo preciso momento geopolitico aiutare il nostro Paese a evitare un tracollo finanziario con acquisti mirati e ancor più con un segnale di fiducia (Se gli Usa credono nel nostro debito perché altre nazioni dovrebbero dubitarne?). Lungi da noi fare fantafinanza. Al contrario basta unire i puntini per comprendere come l'aria sia cambiata improvvisamente con una ventata di sostegno che deve essere arrivata sicuramente fin dentro le stanze di Sergio Mattarella. La giornata di ieri è stata, infatti, anche caratterizzata da una guerra aperta tra Washington da una parte e Berlino con Bruxelles dall'altra. Una bomba diplomatica oltre che politica. L'amministrazione Trump applica da oggi importanti dazi doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio dall'Ue, dal Messico e dal Canada. Gli Stati Uniti hanno deciso di non prorogare l'esenzione temporanea concessa all'Europa due mesi fa di applicare imposte del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio. Una batosta per il Vecchio continente per il quale si è espresso il presidente Ue Jean Claude Juncker con un'uscita abbastanza bolsa: «Puro e semplice protezionismo, non ci resta che prendere contromisure». Angela Merkel ha parlato di «tariffe illegali» e di «rischio escalation» senza specificare che cosa debba attendersi Trump. In realtà Berlino sa benissimo che su questo specifico fronte l'Ue non ha armi da affilare così come si aspetta che trascorso un mesetto la Casa Bianca, probabilmente per voce di Wilbur Ross, il segretario al Commercio degli Usa, avvierà trattative parallele con l'intento di rivedere l'intero impianto commerciale tra i due blocchi. Proprio quello che gli Usa stanno facendo con la Cina che, dopo aver accusato il colpo dei dazi e lo stop -seppur temporaneo - alle vendite dei telefoni Zte in America ha avviato un tavolo parallelo. Pechino ha messo in campo ieri misure di segno opposto in risposta al rinnovato protezionismo americano: il Consiglio di Stato, presieduto dal premier Li Keqiang, ha annunciato che dal primo luglio verranno tagliati i dazi sull'importazione di una serie di beni di consumo. Abbigliamento, lavatrici, cosmetici: il ventaglio è ampio. Non solo: in arrivo anche la nuova black list degli investimenti stranieri, che secondo il Financial Times risulterà di gran lunga sfoltita, allentando le restrizioni in settori tradizionalmente protetti: energia e trasporti in primis. Per arrivare a occupare una posizione di forza, Trump sa che prima bisogna colpire duro. E ciò che è stato per la Cina Zte, è per la Germania Deutsche Bank. Praticamente in contemporanea con l'annuncio dei dazi mirati alla Germania più che alla Francia e all'Italia, la Federal Reserve ha definito come «problematiche» le condizioni delle attività americane dell'istituto di Francoforte. Lo status «condizioni problematiche» - il gradino più basso espresso dalla Fed - ha condizionato le scelte dell'istituto di credito nel ridurre l'assunzione di rischi in aree come il trading e la concessione dei prestiti. Questo status significa anche che le decisioni del gruppo tedesco sulle assunzioni e sui licenziamenti di top manager in Usa devono passare dalla Fed. Una sorta di commissariamento che sembra avere poche motivazioni al di fuori di quelle politiche. Difficoltà della banca tedesca negli Usa vanno indietro negli anni, ma chi segue il dossier sa che il ramo estero è stato da diverso tempo messo in ordine e in sicurezza. Il titolo alla Borsa di Francoforte ha perso il 7% raggiungendo il minimo storico di 9,16 euro. Se si considera che la Casa Bianca ha pronte una serie di misure «straordinarie» per penalizzare anche Volkswagen e tutte le vetture di lusso tedesche, appare ormai chiaro che gli Usa non vogliono mollare l'osso. In questo panorama rivoluzionario per il Vecchio continente, Donald Trump non ha avuto problemi a dare un segnale netto a favore dell'Italia. Essere percepito come una sorta di prestatore di ultima istanza fiducioso nei titoli di Stato italiani ha dato una spallata finale e ha favorito definitivamente la nascita del governo gialloblu. Non più considerata come un'entità reietta da tutta l'Europa ma come un blocco politico che in caso di necessità potrebbe avere un santo nel paradiso a stelle e strisce. Claudio Antonelli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-merkel-conte-2574003513.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sui-motori-berlino-accusa-il-colpo" data-post-id="2574003513" data-published-at="1767738821" data-use-pagination="False"> Sui motori Berlino accusa il colpo Donald Trump non ha ritenuto necessario prolungare nuovamente il congelamento dell'innalzamento delle tariffe sull'importazione dell'acciaio e dell'alluminio. Dopo vari rinvii, l'ultimo ad aprile per dar modo ad Angela Merkel di parlarne di persona alla Casa Bianca durante la sua visita di fine mese, il presidente americano ha varato la ghigliottina economica che colpirà circa 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 rappresentati da prodotti finiti e 1,5 da prodotti semi-finiti come i cavi e i tubi. La mossa ha come scopo finale quello di costringere l'Ue ad intavolare una serie di trattative sui dazi che ribilancino a favore degli Stati Uniti lo scambio commerciale tra le due sponde dell'Atlantico esattamente come avvenuto con la Cina la quale da diverse settimane, dopo le iniziali proteste e minacce di guerra economica, discute proattivamente con le autorità di Washington per trovare una soluzione comune. Per far notare la sua maggiore considerazione nei confronti dell'Unione europea, Trump ha rinviato più volte l'attuazione dei dazi nella speranza che a Bruxelles qualcuno comprendesse l'antifona, ma la nostra passività e le prese di posizione tedesche non hanno favorito il dialogo. Tuttavia, l'attuazione dei dazi è tendenzialmente diretta a colpire la Germania il cui surplus commerciale non solo rappresenta da diversi anni una grave violazione delle regole dell'Unione, ma irrita assai il presidente degli Stati Uniti. L'avanzo di bilancio è al tempo l'obiettivo ed il mezzo. Gli strateghi di Washington rifuggono l'idea di dover ancora una volta, in un ipotetico futuro, gestire un Vecchio Continente sotto il controllo egemone di un'unica potenza, seppur economica, e preferiscono indebolire in anticipo l'eventuale Paese destabilizzatore magari favorendone altri meno problematici dal punto di vista geopolitico. La Germania rappresenta per Trump il problema e la poca stima espressa nei suoi confronti dai vertici tedeschi fin dalla campagna elettorale unitamente al chiaro propendere della Merkel a favore della Clinton non hanno fatto che cementare le reciproche distanze. A Berlino, Washington rimprovera il fatto che dal 2006 in avanti l'avanzo del conto correnti non abbia fatto che aumentare e che nel 2016 abbia raggiunto l'8,6% del Pil. In termini di liquidità ciò significa 287 miliardi di dollari ovvero più del doppio dell'avanzo cinese che si ferma a 135 miliardi. Washington vuole rivedere tali rapporti e nonostante i dazi sull'acciaio e l'alluminio rappresentino solo 1,5 miliardi di scambio tra Eu ed Usa dei 600 totali registrato lo scorso anno si tratta di un campo che permette di porre sotto pressione proprio la Germania che con le sue 952.000 tonnellate annue di prodotti finiti è il primo esportatore europeo, quasi cinque volte superiore all'Italia. A trainare ovviamente è il settore automobilistico e proprio ieri Donald Trump, temendo che l'antifona potesse non essere compresa nelle capitali dell'Unione, per aumentare la pressione ha annunciato di valutare seriamente l'idea d'istituire una commissione che valuti l'impatto sulla sicurezza nazionale dell'importazione degli autoveicoli. L'abile commerciante americano sta delineando i contorni della negoziazione. L'Unione europea è rimasta fino ad ora passiva e non ha saputo cogliere le aperture concesse durante il congelamento dei dazi. Il tempo è scaduto. Trump intende riequilibrare le relazioni transatlantiche. Il suo obiettivo è l'abbassamento dei dazi sulle automobili praticato in Europa, in gran parte proprio a favore delle aziende tedesche, e l'alleggerimento delle certificazioni sanitarie per i prodotti alimentari richieste dall'Ue in modo da favorire l'export americano. In pratica Trump sta cercando di far tornare l'Unione verso gli accordi Ttip di libero scambio tra Eu ed Usa da noi cassati nel 2016 e che avrebbero dato luogo al più grande e potente mercato al mondo. Ma oltre a riequilibrare il rapporto, Trump spera di indebolire la leadership tedesca in Europa. Motivo per cui l'Italia insieme a tutti i Paesi della fascia meridionale del Vecchio Continente, insoddisfatti della gestione teutonica dell'Ue, ritornano ad essere partner attraenti per Washington e motivo per cui proprio ieri Angela Merkel si è precipitata in Portogallo che - insieme alla Spagna - da Paese vicino a Berlino viene sempre più affascinato da Washington, per inaugurare la nuova sede di produzione di componentistica automobilistica della Bosch. La cancelliera tedesca ha colto l'occasione per informare il mondo che desidera instaurare un dialogo costruttivo con l'Italia. Quell'Italia sostenuta sui mercati in questi giorni turbolenti proprio dai fondi americani, dato che per Trump conta di più un legame geopolitico che quello rappresentato dai criteri di Maastricht. Laris Gaiser <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-merkel-conte-2574003513.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stavolta-non-sbagliamoci-e-stiamo-con-gli-americani" data-post-id="2574003513" data-published-at="1767738821" data-use-pagination="False"> Stavolta non sbagliamoci e stiamo con gli americani L'Italia ha una chance più unica che rara, un'opportunità assolutamente da non mancare: scegliere la parte giusta nel «derby» geopolitico (ed economico) in corso tra Washington e Berlino, tra Trump e la Merkel, destinato a farsi sempre più duro. È uno di quei momenti in cui bisogna decidere dove collocarsi: e sarebbe paradossale schierarsi dalla parte sbagliata della storia. Inutile girarci intorno: gli Stati Uniti non vogliono un'Europa ridotta a giardino di casa della Germania. La costruzione europea, da loro fortemente appoggiata nel secondo dopoguerra, aveva l'obiettivo di europeizzare la Germania. Oggi, diversi decenni dopo, il rischio percepito da Washington è che si stia producendo l'effetto opposto: germanizzare l'Europa. Con un mix (assai poco gradito a Trump) di egemonia tedesca nell'Ue e perfino di progressivo disimpegno di Berlino dalla Nato: non a caso la Germania è lontanissima dall'obiettivo del 2% del Pil da destinare alla spesa militare, e spinge per un progetto di difesa europea separato rispetto all'ombrello atlantico. A questi elementi geopolitici, se ne aggiunge uno - economico - letteralmente vitale per l'amministrazione di Donald Trump: l'eccesso di export tedesco (soprattutto automobili). Mettendo insieme questi elementi, il quadro risulta assolutamente indigesto per Washington: Germania troppo forte nell'Ue, prepotente nelle esportazioni, e perfino «scroccona» (in inglese, free rider: non dispiaccia ai signori dello Spiegel) in termini di sicurezza e difesa, ai danni dei contribuenti americani. Per tutte queste ragioni, a dispetto della caricatura isolazionista che i critici di Trump fanno della sua amministrazione, la Casa Bianca è assolutamente interessata a tutte le partite che possano togliere frecce all'arco di Berlino. E cerca costantemente nuove interlocuzioni e altri soggetti da sostenere, in funzione di «contrappeso» e «riequilibrio» nel teatro europeo. Non è un caso se, pur nel dissenso su diversi dossier (a partire dall'Iran e dai temi del riscaldamento globale e del mutilateralismo), Trump abbia avuto interesse a valorizzare il dialogo con Macron, ospitato a Washington in modo solenne, a differenza della freddissima accoglienza riservata qualche giorno dopo alla Merkel: proprio per dimostrare che in Europa non c'è solo la Germania. Morale: l'Italia dovrebbe investire molto in questa direzione, schierandosi senza equivoci, senza furbizie, senza retropensieri, dalla parte di Trump. E ricordando che in questo caso l'appartenenza atlantica non è solo un valore di principio, ma una precisa e specifica convenienza per il nostro interesse nazionale. È infatti scontato che, nei prossimi mesi, a partire dai conti pubblici e dalla legge di bilancio, per non parlare dell'immigrazione, l'Italia avrà confronti non facili né simpatici con Bruxelles: a maggior ragione, in quel momento, una sponda a Washington (e a Londra, e a Gerusalemme) sarà di enorme utilità. Tra l'altro, più o meno consapevolmente, il grosso dell'Europa che non ci ama (Merkel in testa) attende con ansia il prossimo novembre, quando ci saranno le elezioni di mid-term americane: appuntamento che molti antitrumpiani europei cercheranno di interpretare come un segnale della forza o (auspicano loro) di un indebolimento di Trump, cogliendo così una tendenza in vista delle nuove presidenziali statunitensi del 2020. Troppe capitali europee, ancora «vedove» di Barack Obama e poi di Hillary Clinton, che sostennero sfacciatamente in campagna elettorale, non si sono riprese dal trauma della sconfitta, e adesso sognano di poter archiviare la presidenza di Trump come una «parentesi» che si chiuderà presto. Se così fosse - pensano - sarebbe più facile riprendere il progetto europeo in chiave «berlinocentrica», e procedere come se nulla fosse accaduto. Triplo errore. Primo: perché, comunque vadano, non è affatto detto che le elezioni Usa di medio termine prefigurino l'esito delle presidenziali di due anni dopo. Secondo: perché al momento non si intravvede un candidato democratico in grado di sfidare Trump con successo. Terzo: perché, al di là della sorte personale di Trump, restano i suoi elettori, un umore, una tendenza che è ormai propria di un vastissimo elettorato occidentale, che certi «espertoni» farebbero bene ad ascoltare, anziché giudicare. Per tutte queste ragioni, l'Italia farà bene da subito a cercare un filo diretto con la Casa Bianca, a coltivarlo seriamente e anche a non esagerare con il putinismo, a non fare affari opachi con l'Iran, e a non farsi attrarre in modo eccessivo dalla Cina. Su tutte queste partite, è legittimo voler giocare un ruolo intelligente: ma meglio farlo in modo concordato con la Casa Bianca. E, a novembre, occorre tifare per Trump e per i Repubblicani: se venisse un esito elettorale per loro confortante, anche in Europa qualcuno potrebbe mettersi il cuore in pace e accettare una riscrittura delle regole europee meno improntata all'uniformità e all'omogeneizzazione forzata, e più orientata a un ragionevole riconoscimento delle diversità dei 27 Paesi membri. Daniele Capezzone
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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