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2025-08-12
Trump molla Zelensky: «Non l’ho invitato al vertice in Alaska»
Donald Trump si sta preparando al vertice di venerdì con Vladimir Putin in Alaska. Ieri, la Cnn ha riferito che i funzionari americani si stanno affrettando a definire i dettagli in vista del summit che, secondo alcune indiscrezioni della stampa locale, potrebbe tenersi a Girdwood: una località situata nei pressi della città di Anchorage. «Parlerò con Putin, gli dirò di mettere fine alla guerra», ha detto l’inquilino della Casa Bianca, augurandosi un dialogo «costruttivo» con lo zar e il celere raggiungimento di un cessate il fuoco. «Incontrerò Putin. Vedremo quali sono i parametri, e poi chiamerò il presidente Zelensky e i leader europei e spiegherò loro che tipo di accordo si vuole raggiungere. Non ho intenzione di fare un accordo. Non spetta a me fare un accordo», ha proseguito. «Il prossimo incontro sarà fra Zelensky e Putin, o Zelensky, Putin e me», ha anche dichiarato, aggiungendo che il presidente ucraino non è stato invitato al summit di venerdì. «Io direi che può venire ma lui è andato a tanti incontri, sapete è lì da tre anni e mezzo, e non è successo niente». Trump ha inoltre precisato che «ci saranno degli scambi di territori»: a tal proposito ha, sì, aggiunto che cercherà di far sì che una parte dell’area occupata dai russi venga restituita a Kiev, ma si è anche detto «un po’ infastidito» da Zelensky per la sua ostilità alle cessioni territoriali.
Nel frattempo, Friedrich Merz ha convocato per domani un vertice in videoconferenza a cui parteciperanno lo stesso Trump e il presidente ucraino, oltre ai leader di Finlandia, Italia, Regno Unito, Francia e Polonia. A essere presenti saranno il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Nelle intenzioni di Berlino, si tratta di un’iniziativa volta a tentare di creare un coordinamento transatlantico in vista del faccia a faccia tra il presidente americano e il capo del Cremlino. È sempre più evidente come il Vecchio Continente tema di restare tagliato fuori dal processo diplomatico. E sta quindi cercando di recuperare terreno. In tal senso, sta tentando di fare pressione sulla Casa Bianca, per indurla ad adottare un approccio duro nei confronti di Mosca. Lo stesso Zelensky si sta mostrando meno aperto a possibili compromessi. «La Russia si rifiuta di fermare le uccisioni e pertanto non deve ricevere alcuna ricompensa o beneficio. Questa non è solo una posizione morale, è razionale. Le concessioni non convincono un assassino», ha dichiarato.
Sennonché il presidente ucraino si è anche reso conto dello scarso peso geopolitico dei leader europei. È probabilmente in tal senso che, ieri, si è sentito telefonicamente con il premier indiano, Narendra Modi, e con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Ricordiamo che, a giugno 2024, India e Arabia Saudita furono tra i Paesi che, in occasione della conferenza di pace convocata in Svizzera sulla crisi ucraina, si rifiutarono di firmare la dichiarazione finale, in cui si sosteneva la necessità di salvaguardare l’integrità territoriale dell’Ucraina. Tra i Paesi che declinarono, figuravano anche Brasile, Sudafrica ed Emirati arabi: tutti membri dei Brics. Quei Brics di cui fanno notoriamente parte anche Cina e Russia e che, come anche un pezzo consistente del Sud Globale, non hanno rotto i rapporti con Mosca a seguito della sua invasione dell’Ucraina nel 2022. Non è quindi da escludere che Zelensky stia cercando una sponda con alcuni Paesi del Sud Globale. Il nodo per lui risiede nel fatto che Nuova Delhi, Pechino e Riad risultano tra i principali acquirenti di prodotti energetici russi.
Ma attenzione: il tema del Sud Globale è ben presente anche a Trump. Probabilmente è un caso, ma il prossimo 15 agosto, data del summit in Alaska, saranno quattro anni esatti dalla caduta di Kabul. Quell’episodio segnò una svolta geopolitica drammatica, portando a un netto peggioramento dei rapporti tra gli Usa e gran parte dello stesso Sud Globale: un trend che l’attuale Casa Bianca sta ora cercando di invertire. È in tal senso che, a maggio, il presidente americano tenne un tour mediorientale, in cui inaugurò un nuovo approccio nelle relazioni di Washington con Arabia Saudita, Emirati e Qatar: un approccio paritetico e in netto contrasto con il paternalismo in salsa neocon del passato. Il nodo per Trump è tuttavia rappresentato attualmente dai Brics, di cui teme i progetti di de-dollarizzazione. Questo spiega le recenti tensioni che gli Usa hanno avuto tanto con l’India quanto con il Brasile. In tal senso, la Casa Bianca ha necessità di recuperare terreno nei suoi rapporti con i Brics. E il vertice con Putin potrebbe riguardare anche questo dossier. Senza ovviamente trascurare che i due potrebbero discutere anche di specifiche problematiche mediorientali: dal nucleare iraniano all’eventuale ricostruzione di Gaza.
Tornando alla questione ucraina, molti danno per scontato un appeasement del presidente americano verso il Cremlino. Senza dubbio, Putin cercherà di mantenere il controllo su quasi tutti i territori occupati. Tuttavia bisogna fare attenzione. Innanzitutto, mediando il recente accordo tra Armenia e Azerbaigian, Trump ha inferto un duro colpo all’influenza russa sul Caucaso del Sud. In secondo luogo, la pressione tariffaria americana su India e Cina ha delle ripercussioni sulla stessa Mosca, che è a sua volta soggetta alla minaccia di dazi secondari sull’energia. Inoltre, Trump potrebbe offrire allo zar una sponda in Siria per ottenere un suo ammorbidimento sull’Ucraina. Non solo. Ieri il presidente americano ha anche auspicato un ripristino dei rapporti commerciali tra Usa e Russia.
Solo un contentino per Bruxelles: telefonata con il tycoon e Vance
Con gli occhi dell’Ue puntati sul vertice in Alaska, continuano gli sforzi di Bruxelles per avere un margine di influenza sul bilaterale tra il presidente americano, Donald Trump, e l’omologo russo, Vladimir Putin.
Per ora i leader europei hanno ottenuto un colloquio telefonico con il tycoon e con il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, mercoledì pomeriggio su iniziativa tedesca. Stando a quanto annunciato dal portavoce del governo della Germania, Stefan Kornelius, a partecipare saranno i vertici dell’Ue e della Nato, quindi il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, il segretario generale della Nato, Mark Rutte. A prendere parte saranno anche il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il primo ministro britannico, Keir Starmer, il presidente francese, Emmanuel Macron e i capi di governo di Italia, Finlandia e Polonia. Tra gli argomenti che saranno affrontati, oltre ovviamente al summit di Ferragosto, anche «la preparazione di possibili negoziati di pace e la questione di rivendicazioni territoriali e di sicurezza», ma anche «ulteriori opzioni per esercitare pressione sulla Russia».
Nel frattempo, dopo l’intenso weekend diplomatico, ieri è proseguita l’attività dei Paesi europei per elaborare una strategia comune nel tentativo di aver voce in capitolo al vertice di venerdì. Dunque, l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha radunato in fretta e furia in una videoconferenza i ministri degli Esteri dell’Ue per «consolidare» la posizione europea e insistere sulla «massima pressione» contro Mosca.
A tal proposito, durante la riunione d’emergenza, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, pur ribadendo: «Sosteniamo gli sforzi del presidente Trump e vediamo alcuni progressi», ha puntualizzato che la sicurezza in Europa «è a rischio», quindi è fondamentale «partecipare ai negoziati» tra Mosca e Kiev e mantenere «l’unità dell’Europa». Il vicepremier ha anche reso noto che alcune richieste russe sono «inaccettabili, come l’imposizione della lingua russa nei territori occupati o le rivendicazioni territoriali». E ha ripetuto che prima dei negoziati serve un cessate il fuoco. Su X, poi, Kallas, ha commentato il risultato della riunione: «I ministri degli Esteri dell’Ue hanno espresso oggi il loro sostegno alle misure adottate dagli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta». E ha aggiunto: «Nel frattempo, stiamo lavorando per imporre maggiori sanzioni contro la Russia, aumentare il sostegno militare all’Ucraina, sostenere le esigenze di bilancio dell’Ucraina e il processo di adesione all’Ue». Di certo, Bruxelles ha ricevuto venerdì 1,6 miliardi di euro di profitti straordinari generati dagli asseti russi congelati. E nonostante «gli asset restino bloccati», «gli interessi sui saldi in contanti possono essere utilizzati per sostenere Kiev».
Tornando all’attività diplomatica, pure Macron, Starmer e Merz hanno organizzato ieri «una riunione in videoconferenza della coalizione dei volenterosi» sempre per «coordinarsi» in vista del bilaterale tra Trump e Putin.
L’Europa ha anche tentato fino all’ultimo di convincere la Casa Bianca a includere Zelensky al summit di Ferragosto in Alaska, senza portare a casa il risultato. Anzi, il tycoon, da una parte ha rassicurato i leader europei, sostenendo che saranno aggiornati sul risultato del bilaterale con Putin, ma dall’altra ha affermato che «sono andati in overdose» nel tentativo di risolvere la guerra. In ogni caso, poco prima che Trump rendesse noto che non sarà aggiunto alcun posto al primo tavolo russo-americano, la Polonia si era invece detta ottimista in tal senso. Il vice primo ministro polacco, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, aveva infatti detto: «Credo che il presidente Zelensky sarà invitato» al vertice tra Trump e Putin. Varsavia ha comunque confermato di essere pronta a fornire assistenza logistica e infrastrutturale a Kiev nella cornice di un’eventuale missione di peacekeeping, pur negando lo stanziamento di truppe polacche sul suolo ucraino.
Ma le richieste di fondo da parte dell’Ue per arrivare alla pace restano sempre le stesse: nessuna concessione territoriale a Mosca. A tornare sulla posizione è stato il premier polacco, Donald Tusk, durante una conferenza stampa. Ha infatti sentenziato che «l’Occidente non accetterà richieste russe che equivalgano semplicemente alla conquista del territorio ucraino» e che «per la Polonia e i nostri partner europei deve essere chiaro che non si possono modificare i confini con la forza». Ha quindi ribadito che «Kiev deve essere coinvolta nei colloqui di pace in Ucraina, e alla Russia non deve essere permesso di sfidare i confini impunemente».
Ad accodarsi all’appello di Bruxelles, anche il Regno Unito. Un portavoce del premier laburista ha infatti sottolineato che Londra «sosterrà ovviamente il presidente Trump e le nazioni europee mentre si entra nei negoziati» sulla guerra in Ucraina, senza dimenticare di essere guardinghi: «Mai fidarsi di Putin». E sempre sulla stessa linea europea, il portavoce ha sottolineato che «qualsiasi pace deve essere costruita con l’Ucraina, non imposta» e dunque non sarà premiata «l’aggressione» e non sarà «compromessa la sovranità» dell’Ucraina.
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Il presidente: «Parlerò con lui e con l’Europa dopo l’incontro». E auspica una ripresa dei rapporti commerciali con Mosca.I leader dell’Unione saranno ascoltati mercoledì. Ma Kaja Kallas insiste con le sanzioni.Lo speciale contiene due articoliDonald Trump si sta preparando al vertice di venerdì con Vladimir Putin in Alaska. Ieri, la Cnn ha riferito che i funzionari americani si stanno affrettando a definire i dettagli in vista del summit che, secondo alcune indiscrezioni della stampa locale, potrebbe tenersi a Girdwood: una località situata nei pressi della città di Anchorage. «Parlerò con Putin, gli dirò di mettere fine alla guerra», ha detto l’inquilino della Casa Bianca, augurandosi un dialogo «costruttivo» con lo zar e il celere raggiungimento di un cessate il fuoco. «Incontrerò Putin. Vedremo quali sono i parametri, e poi chiamerò il presidente Zelensky e i leader europei e spiegherò loro che tipo di accordo si vuole raggiungere. Non ho intenzione di fare un accordo. Non spetta a me fare un accordo», ha proseguito. «Il prossimo incontro sarà fra Zelensky e Putin, o Zelensky, Putin e me», ha anche dichiarato, aggiungendo che il presidente ucraino non è stato invitato al summit di venerdì. «Io direi che può venire ma lui è andato a tanti incontri, sapete è lì da tre anni e mezzo, e non è successo niente». Trump ha inoltre precisato che «ci saranno degli scambi di territori»: a tal proposito ha, sì, aggiunto che cercherà di far sì che una parte dell’area occupata dai russi venga restituita a Kiev, ma si è anche detto «un po’ infastidito» da Zelensky per la sua ostilità alle cessioni territoriali.Nel frattempo, Friedrich Merz ha convocato per domani un vertice in videoconferenza a cui parteciperanno lo stesso Trump e il presidente ucraino, oltre ai leader di Finlandia, Italia, Regno Unito, Francia e Polonia. A essere presenti saranno il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il segretario generale della Nato, Mark Rutte. Nelle intenzioni di Berlino, si tratta di un’iniziativa volta a tentare di creare un coordinamento transatlantico in vista del faccia a faccia tra il presidente americano e il capo del Cremlino. È sempre più evidente come il Vecchio Continente tema di restare tagliato fuori dal processo diplomatico. E sta quindi cercando di recuperare terreno. In tal senso, sta tentando di fare pressione sulla Casa Bianca, per indurla ad adottare un approccio duro nei confronti di Mosca. Lo stesso Zelensky si sta mostrando meno aperto a possibili compromessi. «La Russia si rifiuta di fermare le uccisioni e pertanto non deve ricevere alcuna ricompensa o beneficio. Questa non è solo una posizione morale, è razionale. Le concessioni non convincono un assassino», ha dichiarato.Sennonché il presidente ucraino si è anche reso conto dello scarso peso geopolitico dei leader europei. È probabilmente in tal senso che, ieri, si è sentito telefonicamente con il premier indiano, Narendra Modi, e con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Ricordiamo che, a giugno 2024, India e Arabia Saudita furono tra i Paesi che, in occasione della conferenza di pace convocata in Svizzera sulla crisi ucraina, si rifiutarono di firmare la dichiarazione finale, in cui si sosteneva la necessità di salvaguardare l’integrità territoriale dell’Ucraina. Tra i Paesi che declinarono, figuravano anche Brasile, Sudafrica ed Emirati arabi: tutti membri dei Brics. Quei Brics di cui fanno notoriamente parte anche Cina e Russia e che, come anche un pezzo consistente del Sud Globale, non hanno rotto i rapporti con Mosca a seguito della sua invasione dell’Ucraina nel 2022. Non è quindi da escludere che Zelensky stia cercando una sponda con alcuni Paesi del Sud Globale. Il nodo per lui risiede nel fatto che Nuova Delhi, Pechino e Riad risultano tra i principali acquirenti di prodotti energetici russi.Ma attenzione: il tema del Sud Globale è ben presente anche a Trump. Probabilmente è un caso, ma il prossimo 15 agosto, data del summit in Alaska, saranno quattro anni esatti dalla caduta di Kabul. Quell’episodio segnò una svolta geopolitica drammatica, portando a un netto peggioramento dei rapporti tra gli Usa e gran parte dello stesso Sud Globale: un trend che l’attuale Casa Bianca sta ora cercando di invertire. È in tal senso che, a maggio, il presidente americano tenne un tour mediorientale, in cui inaugurò un nuovo approccio nelle relazioni di Washington con Arabia Saudita, Emirati e Qatar: un approccio paritetico e in netto contrasto con il paternalismo in salsa neocon del passato. Il nodo per Trump è tuttavia rappresentato attualmente dai Brics, di cui teme i progetti di de-dollarizzazione. Questo spiega le recenti tensioni che gli Usa hanno avuto tanto con l’India quanto con il Brasile. In tal senso, la Casa Bianca ha necessità di recuperare terreno nei suoi rapporti con i Brics. E il vertice con Putin potrebbe riguardare anche questo dossier. Senza ovviamente trascurare che i due potrebbero discutere anche di specifiche problematiche mediorientali: dal nucleare iraniano all’eventuale ricostruzione di Gaza.Tornando alla questione ucraina, molti danno per scontato un appeasement del presidente americano verso il Cremlino. Senza dubbio, Putin cercherà di mantenere il controllo su quasi tutti i territori occupati. Tuttavia bisogna fare attenzione. Innanzitutto, mediando il recente accordo tra Armenia e Azerbaigian, Trump ha inferto un duro colpo all’influenza russa sul Caucaso del Sud. In secondo luogo, la pressione tariffaria americana su India e Cina ha delle ripercussioni sulla stessa Mosca, che è a sua volta soggetta alla minaccia di dazi secondari sull’energia. Inoltre, Trump potrebbe offrire allo zar una sponda in Siria per ottenere un suo ammorbidimento sull’Ucraina. Non solo. Ieri il presidente americano ha anche auspicato un ripristino dei rapporti commerciali tra Usa e Russia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-esclude-zelensky-vertice-alaska-2673876432.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solo-un-contentino-per-bruxelles-telefonata-con-il-tycoon-e-vance" data-post-id="2673876432" data-published-at="1754956239" data-use-pagination="False"> Solo un contentino per Bruxelles: telefonata con il tycoon e Vance Con gli occhi dell’Ue puntati sul vertice in Alaska, continuano gli sforzi di Bruxelles per avere un margine di influenza sul bilaterale tra il presidente americano, Donald Trump, e l’omologo russo, Vladimir Putin.Per ora i leader europei hanno ottenuto un colloquio telefonico con il tycoon e con il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, mercoledì pomeriggio su iniziativa tedesca. Stando a quanto annunciato dal portavoce del governo della Germania, Stefan Kornelius, a partecipare saranno i vertici dell’Ue e della Nato, quindi il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, il segretario generale della Nato, Mark Rutte. A prendere parte saranno anche il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, il primo ministro britannico, Keir Starmer, il presidente francese, Emmanuel Macron e i capi di governo di Italia, Finlandia e Polonia. Tra gli argomenti che saranno affrontati, oltre ovviamente al summit di Ferragosto, anche «la preparazione di possibili negoziati di pace e la questione di rivendicazioni territoriali e di sicurezza», ma anche «ulteriori opzioni per esercitare pressione sulla Russia».Nel frattempo, dopo l’intenso weekend diplomatico, ieri è proseguita l’attività dei Paesi europei per elaborare una strategia comune nel tentativo di aver voce in capitolo al vertice di venerdì. Dunque, l’alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, ha radunato in fretta e furia in una videoconferenza i ministri degli Esteri dell’Ue per «consolidare» la posizione europea e insistere sulla «massima pressione» contro Mosca.A tal proposito, durante la riunione d’emergenza, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, pur ribadendo: «Sosteniamo gli sforzi del presidente Trump e vediamo alcuni progressi», ha puntualizzato che la sicurezza in Europa «è a rischio», quindi è fondamentale «partecipare ai negoziati» tra Mosca e Kiev e mantenere «l’unità dell’Europa». Il vicepremier ha anche reso noto che alcune richieste russe sono «inaccettabili, come l’imposizione della lingua russa nei territori occupati o le rivendicazioni territoriali». E ha ripetuto che prima dei negoziati serve un cessate il fuoco. Su X, poi, Kallas, ha commentato il risultato della riunione: «I ministri degli Esteri dell’Ue hanno espresso oggi il loro sostegno alle misure adottate dagli Stati Uniti per raggiungere una pace giusta». E ha aggiunto: «Nel frattempo, stiamo lavorando per imporre maggiori sanzioni contro la Russia, aumentare il sostegno militare all’Ucraina, sostenere le esigenze di bilancio dell’Ucraina e il processo di adesione all’Ue». Di certo, Bruxelles ha ricevuto venerdì 1,6 miliardi di euro di profitti straordinari generati dagli asseti russi congelati. E nonostante «gli asset restino bloccati», «gli interessi sui saldi in contanti possono essere utilizzati per sostenere Kiev».Tornando all’attività diplomatica, pure Macron, Starmer e Merz hanno organizzato ieri «una riunione in videoconferenza della coalizione dei volenterosi» sempre per «coordinarsi» in vista del bilaterale tra Trump e Putin.L’Europa ha anche tentato fino all’ultimo di convincere la Casa Bianca a includere Zelensky al summit di Ferragosto in Alaska, senza portare a casa il risultato. Anzi, il tycoon, da una parte ha rassicurato i leader europei, sostenendo che saranno aggiornati sul risultato del bilaterale con Putin, ma dall’altra ha affermato che «sono andati in overdose» nel tentativo di risolvere la guerra. In ogni caso, poco prima che Trump rendesse noto che non sarà aggiunto alcun posto al primo tavolo russo-americano, la Polonia si era invece detta ottimista in tal senso. Il vice primo ministro polacco, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, aveva infatti detto: «Credo che il presidente Zelensky sarà invitato» al vertice tra Trump e Putin. Varsavia ha comunque confermato di essere pronta a fornire assistenza logistica e infrastrutturale a Kiev nella cornice di un’eventuale missione di peacekeeping, pur negando lo stanziamento di truppe polacche sul suolo ucraino.Ma le richieste di fondo da parte dell’Ue per arrivare alla pace restano sempre le stesse: nessuna concessione territoriale a Mosca. A tornare sulla posizione è stato il premier polacco, Donald Tusk, durante una conferenza stampa. Ha infatti sentenziato che «l’Occidente non accetterà richieste russe che equivalgano semplicemente alla conquista del territorio ucraino» e che «per la Polonia e i nostri partner europei deve essere chiaro che non si possono modificare i confini con la forza». Ha quindi ribadito che «Kiev deve essere coinvolta nei colloqui di pace in Ucraina, e alla Russia non deve essere permesso di sfidare i confini impunemente».Ad accodarsi all’appello di Bruxelles, anche il Regno Unito. Un portavoce del premier laburista ha infatti sottolineato che Londra «sosterrà ovviamente il presidente Trump e le nazioni europee mentre si entra nei negoziati» sulla guerra in Ucraina, senza dimenticare di essere guardinghi: «Mai fidarsi di Putin». E sempre sulla stessa linea europea, il portavoce ha sottolineato che «qualsiasi pace deve essere costruita con l’Ucraina, non imposta» e dunque non sarà premiata «l’aggressione» e non sarà «compromessa la sovranità» dell’Ucraina.
Una vista generale mentre gli anelli olimpici si uniscono per uno spettacolo pirotecnico durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 allo stadio San Siro (Getty Images)
Davanti a 67.000 spettatori, la cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026 celebra l’arte, la musica e la creatività italiana. Dall’omaggio a Raffaella Carrà e Modugno ai cinque cerchi olimpici che brillano in cielo, uno spettacolo che unisce città e montagne sotto il filo conduttore dell’armonia.
San Siro si trasforma in un teatro a cielo aperto e Milano accende ufficialmente la fiamma delle Olimpiadi invernali 2026. Davanti a 67.000 spettatori, record assoluto per un’edizione invernale, la cerimonia di apertura sceglie il linguaggio del racconto e delle immagini per presentare al mondo i Giochi «diffusi» tra città e montagne, con un filo conduttore dichiarato: l’armonia. Il cuore scenico è un grande cerchio, omaggio alla storia urbana di Milano, da cui partono traiettorie ideali verso le altre sedi dei Giochi. Un modo per raccontare, senza parole, l’idea di un’Olimpiade che unisce luoghi diversi sotto un’unica narrazione.
Lo stadio è pieno fin dal tardo pomeriggio, colorato dalle bandiere di decine di Paesi e da un pubblico arrivato da ogni parte del mondo. L’attesa è scandita dal pre show tra musica e intrattenimento, poi il messaggio del segretario generale dell’Onu António Guterres richiama il valore universale dei Giochi come spazio di incontro e unità. Fuori, a distanza di sicurezza, si muove anche una protesta annunciata: un corteo di qualche centinaio di manifestanti attraversa il quartiere San Siro senza incidenti, mentre dentro lo stadio la scena è tutta per lo spettacolo.
Come anticipato nel pomeriggio dalla Verità, il prologo istituzionale è affidato a un filmato che sorprende il pubblico: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella arriva idealmente a San Siro a bordo di un tram, seduto tra cittadini comuni, orchestrali e atleti con gli sci. Il mezzo percorre una Milano notturna e simbolica, fino al capolinea dello stadio. Solo alla fine si scopre il conducente speciale: Valentino Rossi, in divisa da tranviere. Un ingresso sobrio e ironico, prima che il Capo dello Stato prenda posto in tribuna accanto alla presidente del Cio Kirsty Coventry.
Alle 20 in punto si alza il sipario. La cerimonia si apre con la danza: Claudio Coviello e Antonella Albano, ballerini della Scala, portano in scena Amore e Psiche, passione e razionalità che si cercano e si rincorrono sul prato di San Siro. È il primo tassello di una narrazione che intreccia arte, musica e identità italiana. A guidare idealmente il racconto è Matilda De Angelis, che entra con la bacchetta da direttrice d’orchestra mentre attorno a lei sfilano i volti dei grandi compositori della tradizione. Poco dopo, il prato si riempie di colori per l’omaggio alla creatività italiana e a una delle sue icone popolari: Raffaella Carrà, evocata tra figuranti e costumi sgargianti. La parte musicale alterna registri e generazioni. Mariah Carey, in abito chiaro, sceglie di omaggiare l’Italia cantando in italiano Nel blu dipinto di blu, trasformando San Siro in un grande coro. Subito dopo, lo stadio si tinge di tricolore per il tributo a Giorgio Armani, con Vittoria Ceretti che porta in scena la bandiera italiana, consegnata poi ai corazzieri. È Laura Pausini a dare voce all’inno nazionale, mentre il tricolore viene issato e lo stadio si ferma per qualche istante in un silenzio carico di attesa. C’è spazio anche per la parola, con Pierfrancesco Favino che presta la voce ai versi dell’Infinito di Leopardi, prima che la scena si apra ai simboli olimpici: i cinque cerchi si avvicinano nel cielo di San Siro e si accendono tra i fuochi d’artificio, suggellando visivamente l’inizio dei Giochi.
A quel punto tocca agli atleti. La sfilata delle delegazioni si apre, come da tradizione, con la Grecia e scorre tra gli applausi, in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’Italia, attesa per ultima. Gli azzurri sono 146 in totale, distribuiti tra Milano, Cortina, Predazzo e Livigno, con Arianna Fontana e Federico Pellegrino a guidare il gruppo presente a San Siro.
La giornata olimpica era iniziata già molte ore prima, tra diplomazia e passerelle istituzionali: la visita del vicepresidente americano J.D. Vance in città, il ricevimento a Palazzo Reale con capi di Stato e di governo, la parata di ospiti illustri. Ma è qui, dentro lo stadio, che Milano e Cortina consegnano al mondo il loro biglietto da visita. I Giochi sono cominciati e l’Italia prova a presentarli così, con uno spettacolo che mescola arte, simboli e identità, affidando all’«armonia» il compito di tenere insieme sport, città e montagne.
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Se il disegno di legge verrà approvato, sarà la prima volta che lo Statuto dei lavoratori includerà una disposizione specifica sul congedo per l’eutanasia. Della serie, mi prendo un giorno per assistere una persona che vuol farla finita, la mattina mi metto a disposizione per la pratica ferale e il pomeriggio faccio shopping o vado al mare.
Il ministero del Lavoro, guidato da Yolanda Díaz, intende elaborare questa legge come un decreto legge reale, che entrerebbe in vigore immediatamente dopo l’approvazione del Consiglio dei ministri. L’accordo prevede anche 15 giorni di congedo per l’assistenza a coniugi, partner o familiari stretti in cure palliative, unico provvedimento sensato. La misura, presa d’intesa con i sindacati, è stata approvata senza l’accordo con le associazioni imprenditoriali, furibonde perché in questo modo, trattandosi di congedi retribuiti, si scarica sulle imprese il costo dei lavoratori assenti che dovrebbe essere sostenuto dal governo. Il Pp ha già annunciato che voterà contro la proposta. Nel frattempo, l’Autorità indipendente per la responsabilità fiscale (AIReF) ha rilevato una mancanza di controllo in Spagna sulla spesa per congedi per malattia, che è aumentata del 60% dal 2017 raggiungendo i 16,5 miliardi di euro nel 2024. L’astensione dal lavoro per motivi di salute è diventata la seconda voce più grande del sistema di sicurezza sociale, seconda solo alle pensioni ed è dovuto in gran parte all’aumento delle patologie legate alla salute mentale, cresciute vertiginosamente a partire dalla pandemia e che stanno diventando più durature. I disturbi mentali hanno la durata media più lunga, passando da 67 giorni nel 2017 a 98,5 giorni nel 2024. Clamorosamente, in Spagna il monitoraggio dei congedi per malattia da parte della Previdenza sociale per i lavoratori parte solo dopo i 365 giorni.
E se il premier Pedro Sánchez sottolinea la «occupazione di qualità» promossa in Spagna, sostenendo che «per la prima volta sta emergendo un’economia produttiva e sana», la Ceoe, Confederazione spagnola delle organizzazioni dei datori di lavoro segnala: «La Spagna continua a essere il Paese con il tasso di disoccupazione più alto nell’Ocse e conta oltre mezzo milione di persone in situazioni di disponibilità limitata o con richieste di lavoro specifiche, il che riflette fenomeni strutturali che restano irrisolti […] Le piccole imprese continuano a essere le più colpite dall’aumento dei costi del lavoro, dell’energia, delle tasse e dei finanziamenti, nonché da un quadro normativo instabile».
Non va meglio per Sánchez nemmeno quando attacca Musk. Al vertice mondiale dei governi a Dubai ha annunciato che vieterà l’accesso ai social media ai minori di 16 anni e adotterà altre misure per aumentare il controllo sulle piattaforme digitali, come quelle dell’imprenditore sudafricano.
Sul suo profilo X, Musk non perdeva tempo: «Sánchez lo scorretto è un tiranno e un traditore del popolo di Spagna». Ma al di là degli scontri sui social, ancora una volta il premier parla e promette ma non fa. Il Regolamento europeo sui servizi digitali, che avrebbe dovuto essere in vigore in Spagna da febbraio 2024, rimane bloccato al Congresso. Un ritardo di due anni. La Cnmc, Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza non è ancora in grado di «monitorare il rispetto degli obblighi imposti ai fornitori di servizi mediatici statali che offrono notizie e contenuti di attualità». Ha le mani legate anche sul monitoraggio delle piattaforme digitali.
Brutte notizie anche dal Lussemburgo, dove i giudici non mettono fine alle rivendicazioni del movimento di indipendenza catalana. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha annullato il procedimento con cui il Tribunale dell’Unione europea il 5 luglio 2023 aveva revocato l’immunità al leader di Junts, Carles Puigdemont, e agli ex ministri del governo della Comunità autonoma di Catalogna, Toni Comín e Clara Ponsatí, tutti residenti a Waterloo (Belgio).
La motivazione della decisione è che il relatore nominato per le richieste di sospensione dell’immunità «potrebbe essere percepito come non imparziale». Si trattava di Angel Dzhambazki, europarlamentare bulgaro dei conservatori europei (Ecr), lo stesso gruppo di cui fa parte il partito spagnolo Vox, promotore delle azioni legali contro Puigdemont, Comín e Ponsatí in seguito al referendum illegale del 1° ottobre 2017. I tre erano stati poi eletti al Parlamento europeo nel 2019, e la Corte suprema spagnola aveva chiesto all’Europarlamento di revocare la loro immunità. Revoca votata a marzo 2021, ma ora quella decisione e la sentenza del 2023 sono state annullate.
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Jeffrey Epstein (Ansa)
Dalle carte, consultabili online sul sito del Doj, emerge che due ragazze straniere sarebbero morte per strangolamento dopo sesso estremo nel ranch del predatore sessuale in New Messico, per poi essere sepolte su suo ordine nei dintorni della tenuta. In una email, inviata il 21 novembre 2019 da una persona che afferma di aver lavorato per Epstein a un uomo di nome Eddy Aragon, ci sono diversi link che mostrerebbero il defunto pedofilo filmato durante performances sessuali con ragazze minorenni e la confessione di un tentato omicidio di una delle ragazze. Nel testo il mittente scrive che due ragazze sono state sepolte su ordine di Epstein e «Madam G», verosimilmente la complice del faccendiere, Ghislaine Maxwell, tuttora reclusa in un carcere di massima sicurezza in Texas, nella vasta proprietà in New Mexico già nota come parco giochi privato del faccendiere per abusi sessuali e traffico di minori.
«Edward, questa vicenda è delicata, quindi sarà la prima e ultima mail, a seconda della tua discrezione. Puoi scegliere se tenerla o buttarla via, ma questo materiale viene da una persona che è stata lì e ha visto tutto, come ex membro dello staff dello Zorro Ranch. Il materiale che ti allego è stato preso dalla casa di Jeffrey Epstein come mia assicurazione in caso di eventuali contenziosi tra me e lui. Non mi fare domande», chiosa in stampatello l’uomo. «Le cose più terribili su Jeffrey Epstein devono ancora essere scritte. Sapevi che da qualche parte nelle colline fuori dallo Zorro, due ragazze straniere sono state sepolte per ordine di Jeffrey e Madam G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish», scrive l’uomo. L’email è stata inoltrata all’Fbi tre mesi dopo il decesso di Epstein, ufficialmente morto suicida mentre era detenuto al Metropolitan Correctional Center di New York City.
Il finanziere pedofilo intendeva lasciare il suo Zorro Ranch, acquistato nel 1993 dall’ex governatore democratico del New Mexico Bruce King, alla sua ragazza bielorussa Karyna Shuliak. La tenuta di 13 miglia quadrate in mezzo al deserto vicino a Santa Fe includeva una residenza di circa 2.500 metri quadri. Secondo quanto riferisce il Daily Mail, Epstein usava lo Zorro Ranch per i suoi appuntamenti segreti, dato che gli ospiti potevano andare e venire più discretamente rispetto a quanto potessero fare a Little St James, l’isola caraibica privata di Epstein al largo di St Thomas. Uno degli ospiti più importanti nel ranch degli orrori è, come noto, il principe Andrew d’Inghilterra, duca di York, insieme con sua moglie Sarah Ferguson.
Continuano nel frattempo le reazioni a catena dopo la pubblicazione dei file. Ed è ancora un quotidiano inglese, il Times, a riferire che la poltrona del primo ministro inglese Keir Starmer sarebbe in bilico dopo le rivelazioni sul caso dell’ex ambasciatore Peter Mandelson. Secondo quanto appreso, il premier ha deciso di confermare la sua nomina a rappresentante diplomatico del Regno Unito negli Stati Uniti, avvenuta ad aprile del 2025, nonostante i rapporti tra Mandelson ed Epstein fossero ampiamente noti a Downing Street. Un rapporto del Cabinet Office aveva infatti evidenziato, già prima della nomina, quale fosse la natura delle relazioni tra i due, facendo riferimento a un dossier confidenziale di JP Morgan che diceva che i due uomini avevano rapporti «particolarmente stretti». L’Ufficio del Gabinetto aveva presentato il dossier a Starmer, ma il primo ministro decise di credere «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson. I funzionari coinvolti nel processo di controllo hanno detto di aver trovato l’approccio di Starmer «sconcertante». «Le informazioni ora disponibili rendono chiaro che le risposte che ha dato Mandelson erano bugie», si è difeso il premier britannico. «Mi ha descritto Epstein come qualcuno che conosceva a malapena. Tale inganno non è compatibile con il servizio pubblico», ha dichiarato il primo ministro inglese. La vicenda però ha aperto un dibattito sulla sua affidabilità: la decisione di credere alle smentite dell’ambasciatore anziché ai documentati dossier su di lui è una scelta che l’opposizione conservatrice e parte del Partito laburista ritengono incompatibile con il ruolo di capo del governo, ma il premier ha chiarito che non intende dimettersi. Il filone rischia comunque di mantenere alta la pressione politica su Downing Street ancora per molto.
Non poteva mancare il tormentone sulle spie venute dal freddo mandate da Vladimir Putin. Questa, perlomeno, è la versione del premier polacco Donald Tusk, secondo il quale il defunto faccendiere pedofilo statunitense avrebbe collaborato con il Cremlino per raccogliere materiale compromettente sulle élite occidentali, usando la trappola della seduzione, la cosiddetta «esca dolce». »La stampa globale ruota intorno al sospetto che questo scandalo di pedofilia senza precedenti sia stato co-organizzato dai servizi segreti russi», ha concluso Donald Tusk e così le autorità polacche hanno aperto un’inchiesta, proprio mentre dall’altra parte dell’emisfero, in America, sono usciti alcuni file che mostrano con chiarezza che Epstein stava lavorando per rovesciare il presidente russo. «Dovremo andare presto in Russia», scriveva infatti Boris Nicolic, consulente e socio di Bill Gates alla Bill and Melinda Gates Foundation, a Epstein, «per incontrare Ilja Ponomarev (imprenditore e ex deputato della Duma, ndr) e la sua ragazza Alyona, che sono i principali organizzatori della rivolta contro Putin. Ho paura per quanto può succedergli», continuava Nicolic, «qualche idea per aiutarlo? Non con Davos», suggerisce l’uomo di Bill Gates a Epstein. «È impossibile studiare i materiali relativi al caso Epstein senza provare nausea», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, paragonando la lettura dei documenti alla visione di film thriller e polizieschi. «Ma tutto ha un limite morale».
I magistrati turchi stanno intanto passando al setaccio decine di migliaia di documenti emersi dai file del finanziere pedofilo, con l’obiettivo di ricostruire un traffico di minori dalla Turchia. A rendere drammatico il quadro ci sono i dati diffusi dall’Istituto Nazionale di statistica turco Tuik), secondo cui tra il 2008 e il 2016 si sono perse le tracce di 104,531 minori. «Bisogna capire se sono stati contattati politici, funzionari o rappresentanti delle istituzioni. Bisogna risalire agli orfanotrofi e centri di accoglienza», ha dichiarato Dogan Bekin, parlamentare del partito conservatore Refah.
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«Salvador» (Netflix)
Otto episodi su Netflix per raccontare un padre e una figlia: lui ex medico, lei coinvolta in un gruppo neonazista. La serie spagnola evita la retorica e indaga fragilità, responsabilità e bisogno di appartenenza con uno sguardo sobrio.
Otto episodi, disponibili, in un'unica soluzione, su Netflix, a partire da venerdì 6 febbraio. Salvador non è lunga, né promette (per ora) di proseguire oltre questa prima stagione. Eppure, è capace, in uno spazio breve e curato, di raffigurare un quadro complesso: quello di una genitorialità in crisi, di figli incapaci di trovare un'identità rappresentativa, del disperato bisogno di appartenere a qualcosa, a qualcuno.
Salvador, serie tv di origine spagnola, muove dal caso particolare di un padre, un ex medico demansionato, costretto - nonostante gli studi e il curriculum - a guidare le ambulanze. Salvador Aguirre ha un passato complicato, fatto di dipendenze che, piano piano, gli hanno eroso la vita. Ha una figlia, Milena, e con lei un rapporto travagliato. Un rapporto che, come il passato di Salvador, non è, però, al vaglio della serie.
Lo show, come già Adolescence, non sembra andare a ritroso, ma guardare avanti, muovendosi tra strade già battute, già note.
Salvador è la storia di un padre che, in una notte di lavoro, senza nessuna avvisaglia precedente, scopre la figlia essere parte di un gruppo di disadattati, violenti e pericolosi. Decisi, soprattutto, a rivendicare l'esatto opposto di quel che lui, per una vita intera, ha cercato di insegnarle. Milena si è unita ad una frangia di estrema destra, razzista e omofoba, una frangia all'interno della quale si nascondono anche svariati Incel. Odiano gli stranieri, i gay e le donne. Sono neonazisti. Fuor di retorica, però, perché quello che la serie vuole fare è provare ad indagare le ragioni che possano preludere ad una tale scelta.
Salvador cerca di scavare oltre la superficie, andando a fondo delle insicurezze, dei bisogni degli adolescenti. Chiedendosi quali e quante responsabilità abbiano i genitori, quante e quali la società nella quale cresciamo. Il risultato non è perfetto, ma convincente. Gli otto episodi della serie televisiva spagnola sono scorrevoli e ben costruiti, pensati per poter essere visti senza pruriti e ritrosie. Non c'è politica, non c'è grande giudizio. Solo la ricostruzione, piuttosto fedele e dettagliata, di uno spaccato che dimora vicino a tutti noi.
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