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2025-02-11
Dazi Usa, Bruxelles strilla ma cerca l’intesa
Donald Trump (Ansa)
Arrivano altri dazi. Donald Trump domenica ha annunciato nuove tasse doganali del 25% su acciaio e alluminio in ingresso negli Usa. Ancora una volta saranno Messico e Canada i Paesi più colpiti: i due esportatori insieme rappresentano il 40% dell’import di acciaio degli Usa, con circa 10 milioni di tonnellate nel 2023 sui 25 milioni di totale importato, per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Nel 2023 il mercato statunitense ha richiesto circa 100 milioni di tonnellate di acciaio.
Nella classifica dei maggiori fornitori esteri di acciaio seguono il Brasile, con 3,6 milioni di tonnellate, la Corea del Sud, il Giappone, la Germania, Taiwan e Vietnam. Esiste già un dazio del 100% sull’acciaio cinese (imposto da Joe Biden lo scorso anno) che però rappresenta solo il 2% dell’import. Anche sull’alluminio per il Canada saranno dolori: dei 5,5 milioni di tonnellate di alluminio importato dagli Usa nel 2024, ben 3,2 arrivavano dal Canada (il 58%), per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Molto distaccati seguono gli Emirati Arabi, Cina, Russia e Bahrain. A Wall Street ieri le azioni dei produttori statunitensi di acciaio e alluminio sono salite vigorosamente: Nucor, Steel Dynamics, U.S. Steel e Alcoa sono salite tra il 4% e il 6%, mentre Cleveland-Cliffs ha visto decollare le quotazioni fino a un ragguardevole +19,2%. Trump ha altresì detto domenica che sono pronti dazi reciproci verso tutti i Paesi che attualmente applicano dazi sulle merci americane. In questo contesto, dovrebbero essere pronti anche i dazi sulle merci esportate dall’Unione europea.
Non è chiaro come questi nuovi dazi sui metalli si inseriscano nella partita già in corso con Messico e Canada, dopo quelli imposti dieci giorni fa e poi temporaneamente sospesi. Nel frattempo, la ventilata telefonata tra Trump e Xi Jinping per parlare di dazi non c’è stata. «Non ho fretta» ha detto il presidente americano, annunciando che i dazi del 10% sulla Cina sono solo un inizio e che presto seguiranno provvedimenti molto più corposi diretti verso Pechino. Dunque, Trump prosegue nella sua strategia di dare robusti scossoni alla globalizzazione (shock and awe). Per ora sono i vicini Messico e Canada a farne le spese, ma sullo sfondo, oltre alla Cina, c’è l’Unione europea. Tra i Paesi europei messa peggio c’è la Germania, che fa più di un terzo del proprio surplus negli Usa (circa 80 dei 240 miliardi di surplus tedesco nel 2024), mentre per la Cina gli Usa rappresentano il 15% circa del surplus. Il 2 febbraio, parlando con i giornalisti, Trump aveva definito il commercio con l’Europa un’ «atrocità» e aveva annunciato imminenti dazi sulle merci provenienti dall’Unione europea.
L’Ue, nel frattempo, si attesta su dichiarazioni in ordine sparso, facendo la voce grossa ma, sotto sotto, aprendo al negoziato. Ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha scritto su X: «Lo dico con grande prudenza ma anche con grande chiarezza: come Unione europea possiamo agire velocemente ai dazi, se questo dovesse diventare necessario». Da Bruxelles ufficialmente c’è silenzio: «Non reagiremo ad annunci vaghi finché non ci sarà una conferma scritta», dice la Commissione.
Una miscela di toni duri e aperture arriva invece dal presidente della commissione per il commercio al Parlamento europeo, l’europarlamentare socialdemocratico Bernd Lange: «Se Trump impone dazi su acciaio e alluminio come annunciato, allora si applicheranno automaticamente contro-dazi del 50% su motociclette Harley Davidson, bourbon e motoscafi» ha detto ieri. «Le contromisure possono essere riattivate immediatamente, con un atto attuativo veloce della Commissione», ha concluso Lange. Si parla di riattivazione perché si tratterebbe delle stesse contromisure che l’Ue aveva già imposto nel 2018, all’epoca dei primi dazi imposti da Trump su acciaio e alluminio provenienti dall’Europa. Le ritorsioni europee furono sospese dopo un accordo raggiunto con il presidente Joe Biden, ma possono essere riattivate in qualsiasi momento con un semplice atto della Commissione. Inoltre, la sospensione in vigore attualmente scadrà il 31 marzo prossimo. Però, sempre secondo il parlamentare tedesco, l’Unione europea è disposta ad abbassare le attuali tasse d’importazione sulle auto dagli Usa dall’attuale 10% al 2,5%. In effetti il balzello europeo non è applicato alle auto da Giappone e Corea del Sud, ad esempio. «Possiamo cercare di raggiungere un accordo prima che i costi e i dazi aumentino», ha detto Lange, parlando al Financial Times. Sul tavolo negoziale l’Ue metterebbe anche la disponibilità a comprare dagli Stati Uniti maggiori quantitativi di gas naturale liquefatto e sistemi di difesa.
Proprio in questi giorni in Europa arriva il trio di massimi funzionari dell’amministrazione americana, inviati da Trump a tre eventi particolarmente importanti che si svolgono in questi giorni. Il vicepresidente J.D. Vance è da ieri a Parigi per una conferenza sull’intelligenza artificiale, a margine della quale incontrerà Ursula von der Leyen. Vi sono inoltre gli incontri Nato a Bruxelles e la conferenza sulla sicurezza internazionale a Monaco, dove si parlerà di Ucraina, con la presenza del segretario alla difesa Pete Hegseth e del segretario di Stato Marco Rubio. Sono i primi contatti tra i vertici dell’Ue e la nuova amministrazione americana. Tra guerra in Ucraina, spese militari, Intelligenza artificiale e commercio l’agenda è assai ricca.
Pechino dà il via alla contromossa: balzelli su macchine agricole e gas
Pechino risponde con fermezza alle nuove tariffe imposte da Donald Trump, scatenando una nuova ondata di tensioni in un conflitto commerciale che sembra non avere via d’uscita. Il governo cinese ha infatti annunciato un pacchetto di misure che prevede dazi del 15% su carbone e gas naturale liquefatto, e del 10% su petrolio, veicoli di grossa cilindrata e attrezzature agricole. Oltre a queste tariffe, Pechino ha deciso di restringere l’export di tungsteno, tellurio e altri metalli rari, materiali fondamentali per la produzione di tecnologie d’avanguardia.
L’annuncio, fatto appena un minuto dopo l’entrata in vigore delle tariffe statunitensi del 10% sui beni prodotti in Cina - è stato accompagnato da un forte messaggio diplomatico. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha dichiarato: «In una guerra dei dazi non c’è vincitore. Non esiste via d’uscita per il protezionismo, né per una guerra commerciale e tariffaria».
Il ministero del Commercio cinese ha definito l’azione statunitense una grave violazione delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, accusando gli Usa di unilateralismo e protezionismo. Anche il ministero delle Finanze ha sottolineato come la condotta Usa non solo non contribuisca a risolvere le proprie problematiche interne, ma interrompa la normale cooperazione economica e commerciale tra le due potenze. Nel frattempo, Washington ha scelto di sospendere per un mese i dazi del 25% applicati a Canada e Messico, continuando però la sua linea dura contro la Cina. Un accordo temporaneo è stato raggiunto con il Messico, il quale, in cambio della sospensione delle tariffe su tutti gli import, si impegna a inviare 10.000 soldati al confine per contenere i flussi migratori e il traffico di fentanyl. Un patto analogo è stato siglato con il Canada, dove il primo ministro Justin Trudeau ha promesso un maggiore coordinamento per la gestione dei confini. Il nodo dell’Unione europea, invece, resta irrisolto. La Commissione europea ha dichiarato di non aver ricevuto notifiche ufficiali riguardo all’imposizione dei nuovi dazi da parte dell’amministrazione statunitense e ha annunciato di non voler rispondere ad annunci generici privi di dettagli. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha, inoltre, affermato che l’Ue interverrà per difendere i propri interessi, sottolineando che non esiste alcuna esitazione nel proteggere il mercato europeo.
Questa nuova fase del conflitto commerciale dimostra ancora una volta quanto le relazioni economiche tra le due maggiori economie mondiali siano complesse e cariche di tensione, con ripercussioni che rischiano di farsi sentire ben oltre i confini di Washington e Pechino.
Del resto, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti non passa solo dalle tariffe sulle materie prime. In ballo c’è anche il social media cinese TikTok, fondato da ByteDance, colosso che entro il 5 aprile dovrebbe vendere l’app di video brevi a un acquirente americano. Se così non sarà, infatti, il social media smetterà di funzionare negli States.
Il punto è che Pechino non intende mollare la presa su quello che ritiene un asset strategico e preferirebbe che le operazioni americane di TikTok cessassero di esistere piuttosto che darle in pasto agli Yankee. Senza considerare il danno economico per ByteDance: secondo quanto riportato dal Washington Post, TikTok ha incassato negli Stati Uniti circa 9 miliardi di dollari lo scorso anno. Questa somma rappresenta il 25% del totale degli introiti previsti per il 2024 dal social media.
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L’Europa fa la voce grossa per le tariffe sui metalli imposte da Trump, ipotizzando contromisure su moto e bourbon. Il «Ft», però, rivela che l’Ue è pronta a tagliare le tasse sulle auto statunitensi e comprare più metano liquido per evitare la guerra commerciale.In Cina rialzi anche su carbone e petrolio americani. Xi verso lo stop alla vendita di TikTok.Lo speciale contiene due articoli.Arrivano altri dazi. Donald Trump domenica ha annunciato nuove tasse doganali del 25% su acciaio e alluminio in ingresso negli Usa. Ancora una volta saranno Messico e Canada i Paesi più colpiti: i due esportatori insieme rappresentano il 40% dell’import di acciaio degli Usa, con circa 10 milioni di tonnellate nel 2023 sui 25 milioni di totale importato, per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Nel 2023 il mercato statunitense ha richiesto circa 100 milioni di tonnellate di acciaio.Nella classifica dei maggiori fornitori esteri di acciaio seguono il Brasile, con 3,6 milioni di tonnellate, la Corea del Sud, il Giappone, la Germania, Taiwan e Vietnam. Esiste già un dazio del 100% sull’acciaio cinese (imposto da Joe Biden lo scorso anno) che però rappresenta solo il 2% dell’import. Anche sull’alluminio per il Canada saranno dolori: dei 5,5 milioni di tonnellate di alluminio importato dagli Usa nel 2024, ben 3,2 arrivavano dal Canada (il 58%), per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Molto distaccati seguono gli Emirati Arabi, Cina, Russia e Bahrain. A Wall Street ieri le azioni dei produttori statunitensi di acciaio e alluminio sono salite vigorosamente: Nucor, Steel Dynamics, U.S. Steel e Alcoa sono salite tra il 4% e il 6%, mentre Cleveland-Cliffs ha visto decollare le quotazioni fino a un ragguardevole +19,2%. Trump ha altresì detto domenica che sono pronti dazi reciproci verso tutti i Paesi che attualmente applicano dazi sulle merci americane. In questo contesto, dovrebbero essere pronti anche i dazi sulle merci esportate dall’Unione europea.Non è chiaro come questi nuovi dazi sui metalli si inseriscano nella partita già in corso con Messico e Canada, dopo quelli imposti dieci giorni fa e poi temporaneamente sospesi. Nel frattempo, la ventilata telefonata tra Trump e Xi Jinping per parlare di dazi non c’è stata. «Non ho fretta» ha detto il presidente americano, annunciando che i dazi del 10% sulla Cina sono solo un inizio e che presto seguiranno provvedimenti molto più corposi diretti verso Pechino. Dunque, Trump prosegue nella sua strategia di dare robusti scossoni alla globalizzazione (shock and awe). Per ora sono i vicini Messico e Canada a farne le spese, ma sullo sfondo, oltre alla Cina, c’è l’Unione europea. Tra i Paesi europei messa peggio c’è la Germania, che fa più di un terzo del proprio surplus negli Usa (circa 80 dei 240 miliardi di surplus tedesco nel 2024), mentre per la Cina gli Usa rappresentano il 15% circa del surplus. Il 2 febbraio, parlando con i giornalisti, Trump aveva definito il commercio con l’Europa un’ «atrocità» e aveva annunciato imminenti dazi sulle merci provenienti dall’Unione europea.L’Ue, nel frattempo, si attesta su dichiarazioni in ordine sparso, facendo la voce grossa ma, sotto sotto, aprendo al negoziato. Ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha scritto su X: «Lo dico con grande prudenza ma anche con grande chiarezza: come Unione europea possiamo agire velocemente ai dazi, se questo dovesse diventare necessario». Da Bruxelles ufficialmente c’è silenzio: «Non reagiremo ad annunci vaghi finché non ci sarà una conferma scritta», dice la Commissione. Una miscela di toni duri e aperture arriva invece dal presidente della commissione per il commercio al Parlamento europeo, l’europarlamentare socialdemocratico Bernd Lange: «Se Trump impone dazi su acciaio e alluminio come annunciato, allora si applicheranno automaticamente contro-dazi del 50% su motociclette Harley Davidson, bourbon e motoscafi» ha detto ieri. «Le contromisure possono essere riattivate immediatamente, con un atto attuativo veloce della Commissione», ha concluso Lange. Si parla di riattivazione perché si tratterebbe delle stesse contromisure che l’Ue aveva già imposto nel 2018, all’epoca dei primi dazi imposti da Trump su acciaio e alluminio provenienti dall’Europa. Le ritorsioni europee furono sospese dopo un accordo raggiunto con il presidente Joe Biden, ma possono essere riattivate in qualsiasi momento con un semplice atto della Commissione. Inoltre, la sospensione in vigore attualmente scadrà il 31 marzo prossimo. Però, sempre secondo il parlamentare tedesco, l’Unione europea è disposta ad abbassare le attuali tasse d’importazione sulle auto dagli Usa dall’attuale 10% al 2,5%. In effetti il balzello europeo non è applicato alle auto da Giappone e Corea del Sud, ad esempio. «Possiamo cercare di raggiungere un accordo prima che i costi e i dazi aumentino», ha detto Lange, parlando al Financial Times. Sul tavolo negoziale l’Ue metterebbe anche la disponibilità a comprare dagli Stati Uniti maggiori quantitativi di gas naturale liquefatto e sistemi di difesa.Proprio in questi giorni in Europa arriva il trio di massimi funzionari dell’amministrazione americana, inviati da Trump a tre eventi particolarmente importanti che si svolgono in questi giorni. Il vicepresidente J.D. Vance è da ieri a Parigi per una conferenza sull’intelligenza artificiale, a margine della quale incontrerà Ursula von der Leyen. Vi sono inoltre gli incontri Nato a Bruxelles e la conferenza sulla sicurezza internazionale a Monaco, dove si parlerà di Ucraina, con la presenza del segretario alla difesa Pete Hegseth e del segretario di Stato Marco Rubio. Sono i primi contatti tra i vertici dell’Ue e la nuova amministrazione americana. 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Oltre a queste tariffe, Pechino ha deciso di restringere l’export di tungsteno, tellurio e altri metalli rari, materiali fondamentali per la produzione di tecnologie d’avanguardia. L’annuncio, fatto appena un minuto dopo l’entrata in vigore delle tariffe statunitensi del 10% sui beni prodotti in Cina - è stato accompagnato da un forte messaggio diplomatico. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha dichiarato: «In una guerra dei dazi non c’è vincitore. Non esiste via d’uscita per il protezionismo, né per una guerra commerciale e tariffaria». Il ministero del Commercio cinese ha definito l’azione statunitense una grave violazione delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, accusando gli Usa di unilateralismo e protezionismo. Anche il ministero delle Finanze ha sottolineato come la condotta Usa non solo non contribuisca a risolvere le proprie problematiche interne, ma interrompa la normale cooperazione economica e commerciale tra le due potenze. Nel frattempo, Washington ha scelto di sospendere per un mese i dazi del 25% applicati a Canada e Messico, continuando però la sua linea dura contro la Cina. Un accordo temporaneo è stato raggiunto con il Messico, il quale, in cambio della sospensione delle tariffe su tutti gli import, si impegna a inviare 10.000 soldati al confine per contenere i flussi migratori e il traffico di fentanyl. Un patto analogo è stato siglato con il Canada, dove il primo ministro Justin Trudeau ha promesso un maggiore coordinamento per la gestione dei confini. Il nodo dell’Unione europea, invece, resta irrisolto. La Commissione europea ha dichiarato di non aver ricevuto notifiche ufficiali riguardo all’imposizione dei nuovi dazi da parte dell’amministrazione statunitense e ha annunciato di non voler rispondere ad annunci generici privi di dettagli. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha, inoltre, affermato che l’Ue interverrà per difendere i propri interessi, sottolineando che non esiste alcuna esitazione nel proteggere il mercato europeo. Questa nuova fase del conflitto commerciale dimostra ancora una volta quanto le relazioni economiche tra le due maggiori economie mondiali siano complesse e cariche di tensione, con ripercussioni che rischiano di farsi sentire ben oltre i confini di Washington e Pechino. Del resto, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti non passa solo dalle tariffe sulle materie prime. In ballo c’è anche il social media cinese TikTok, fondato da ByteDance, colosso che entro il 5 aprile dovrebbe vendere l’app di video brevi a un acquirente americano. Se così non sarà, infatti, il social media smetterà di funzionare negli States. Il punto è che Pechino non intende mollare la presa su quello che ritiene un asset strategico e preferirebbe che le operazioni americane di TikTok cessassero di esistere piuttosto che darle in pasto agli Yankee. Senza considerare il danno economico per ByteDance: secondo quanto riportato dal Washington Post, TikTok ha incassato negli Stati Uniti circa 9 miliardi di dollari lo scorso anno. Questa somma rappresenta il 25% del totale degli introiti previsti per il 2024 dal social media.
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Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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