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2025-02-11
Dazi Usa, Bruxelles strilla ma cerca l’intesa
Donald Trump (Ansa)
Arrivano altri dazi. Donald Trump domenica ha annunciato nuove tasse doganali del 25% su acciaio e alluminio in ingresso negli Usa. Ancora una volta saranno Messico e Canada i Paesi più colpiti: i due esportatori insieme rappresentano il 40% dell’import di acciaio degli Usa, con circa 10 milioni di tonnellate nel 2023 sui 25 milioni di totale importato, per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Nel 2023 il mercato statunitense ha richiesto circa 100 milioni di tonnellate di acciaio.
Nella classifica dei maggiori fornitori esteri di acciaio seguono il Brasile, con 3,6 milioni di tonnellate, la Corea del Sud, il Giappone, la Germania, Taiwan e Vietnam. Esiste già un dazio del 100% sull’acciaio cinese (imposto da Joe Biden lo scorso anno) che però rappresenta solo il 2% dell’import. Anche sull’alluminio per il Canada saranno dolori: dei 5,5 milioni di tonnellate di alluminio importato dagli Usa nel 2024, ben 3,2 arrivavano dal Canada (il 58%), per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Molto distaccati seguono gli Emirati Arabi, Cina, Russia e Bahrain. A Wall Street ieri le azioni dei produttori statunitensi di acciaio e alluminio sono salite vigorosamente: Nucor, Steel Dynamics, U.S. Steel e Alcoa sono salite tra il 4% e il 6%, mentre Cleveland-Cliffs ha visto decollare le quotazioni fino a un ragguardevole +19,2%. Trump ha altresì detto domenica che sono pronti dazi reciproci verso tutti i Paesi che attualmente applicano dazi sulle merci americane. In questo contesto, dovrebbero essere pronti anche i dazi sulle merci esportate dall’Unione europea.
Non è chiaro come questi nuovi dazi sui metalli si inseriscano nella partita già in corso con Messico e Canada, dopo quelli imposti dieci giorni fa e poi temporaneamente sospesi. Nel frattempo, la ventilata telefonata tra Trump e Xi Jinping per parlare di dazi non c’è stata. «Non ho fretta» ha detto il presidente americano, annunciando che i dazi del 10% sulla Cina sono solo un inizio e che presto seguiranno provvedimenti molto più corposi diretti verso Pechino. Dunque, Trump prosegue nella sua strategia di dare robusti scossoni alla globalizzazione (shock and awe). Per ora sono i vicini Messico e Canada a farne le spese, ma sullo sfondo, oltre alla Cina, c’è l’Unione europea. Tra i Paesi europei messa peggio c’è la Germania, che fa più di un terzo del proprio surplus negli Usa (circa 80 dei 240 miliardi di surplus tedesco nel 2024), mentre per la Cina gli Usa rappresentano il 15% circa del surplus. Il 2 febbraio, parlando con i giornalisti, Trump aveva definito il commercio con l’Europa un’ «atrocità» e aveva annunciato imminenti dazi sulle merci provenienti dall’Unione europea.
L’Ue, nel frattempo, si attesta su dichiarazioni in ordine sparso, facendo la voce grossa ma, sotto sotto, aprendo al negoziato. Ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha scritto su X: «Lo dico con grande prudenza ma anche con grande chiarezza: come Unione europea possiamo agire velocemente ai dazi, se questo dovesse diventare necessario». Da Bruxelles ufficialmente c’è silenzio: «Non reagiremo ad annunci vaghi finché non ci sarà una conferma scritta», dice la Commissione.
Una miscela di toni duri e aperture arriva invece dal presidente della commissione per il commercio al Parlamento europeo, l’europarlamentare socialdemocratico Bernd Lange: «Se Trump impone dazi su acciaio e alluminio come annunciato, allora si applicheranno automaticamente contro-dazi del 50% su motociclette Harley Davidson, bourbon e motoscafi» ha detto ieri. «Le contromisure possono essere riattivate immediatamente, con un atto attuativo veloce della Commissione», ha concluso Lange. Si parla di riattivazione perché si tratterebbe delle stesse contromisure che l’Ue aveva già imposto nel 2018, all’epoca dei primi dazi imposti da Trump su acciaio e alluminio provenienti dall’Europa. Le ritorsioni europee furono sospese dopo un accordo raggiunto con il presidente Joe Biden, ma possono essere riattivate in qualsiasi momento con un semplice atto della Commissione. Inoltre, la sospensione in vigore attualmente scadrà il 31 marzo prossimo. Però, sempre secondo il parlamentare tedesco, l’Unione europea è disposta ad abbassare le attuali tasse d’importazione sulle auto dagli Usa dall’attuale 10% al 2,5%. In effetti il balzello europeo non è applicato alle auto da Giappone e Corea del Sud, ad esempio. «Possiamo cercare di raggiungere un accordo prima che i costi e i dazi aumentino», ha detto Lange, parlando al Financial Times. Sul tavolo negoziale l’Ue metterebbe anche la disponibilità a comprare dagli Stati Uniti maggiori quantitativi di gas naturale liquefatto e sistemi di difesa.
Proprio in questi giorni in Europa arriva il trio di massimi funzionari dell’amministrazione americana, inviati da Trump a tre eventi particolarmente importanti che si svolgono in questi giorni. Il vicepresidente J.D. Vance è da ieri a Parigi per una conferenza sull’intelligenza artificiale, a margine della quale incontrerà Ursula von der Leyen. Vi sono inoltre gli incontri Nato a Bruxelles e la conferenza sulla sicurezza internazionale a Monaco, dove si parlerà di Ucraina, con la presenza del segretario alla difesa Pete Hegseth e del segretario di Stato Marco Rubio. Sono i primi contatti tra i vertici dell’Ue e la nuova amministrazione americana. Tra guerra in Ucraina, spese militari, Intelligenza artificiale e commercio l’agenda è assai ricca.
Pechino dà il via alla contromossa: balzelli su macchine agricole e gas
Pechino risponde con fermezza alle nuove tariffe imposte da Donald Trump, scatenando una nuova ondata di tensioni in un conflitto commerciale che sembra non avere via d’uscita. Il governo cinese ha infatti annunciato un pacchetto di misure che prevede dazi del 15% su carbone e gas naturale liquefatto, e del 10% su petrolio, veicoli di grossa cilindrata e attrezzature agricole. Oltre a queste tariffe, Pechino ha deciso di restringere l’export di tungsteno, tellurio e altri metalli rari, materiali fondamentali per la produzione di tecnologie d’avanguardia.
L’annuncio, fatto appena un minuto dopo l’entrata in vigore delle tariffe statunitensi del 10% sui beni prodotti in Cina - è stato accompagnato da un forte messaggio diplomatico. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha dichiarato: «In una guerra dei dazi non c’è vincitore. Non esiste via d’uscita per il protezionismo, né per una guerra commerciale e tariffaria».
Il ministero del Commercio cinese ha definito l’azione statunitense una grave violazione delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, accusando gli Usa di unilateralismo e protezionismo. Anche il ministero delle Finanze ha sottolineato come la condotta Usa non solo non contribuisca a risolvere le proprie problematiche interne, ma interrompa la normale cooperazione economica e commerciale tra le due potenze. Nel frattempo, Washington ha scelto di sospendere per un mese i dazi del 25% applicati a Canada e Messico, continuando però la sua linea dura contro la Cina. Un accordo temporaneo è stato raggiunto con il Messico, il quale, in cambio della sospensione delle tariffe su tutti gli import, si impegna a inviare 10.000 soldati al confine per contenere i flussi migratori e il traffico di fentanyl. Un patto analogo è stato siglato con il Canada, dove il primo ministro Justin Trudeau ha promesso un maggiore coordinamento per la gestione dei confini. Il nodo dell’Unione europea, invece, resta irrisolto. La Commissione europea ha dichiarato di non aver ricevuto notifiche ufficiali riguardo all’imposizione dei nuovi dazi da parte dell’amministrazione statunitense e ha annunciato di non voler rispondere ad annunci generici privi di dettagli. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha, inoltre, affermato che l’Ue interverrà per difendere i propri interessi, sottolineando che non esiste alcuna esitazione nel proteggere il mercato europeo.
Questa nuova fase del conflitto commerciale dimostra ancora una volta quanto le relazioni economiche tra le due maggiori economie mondiali siano complesse e cariche di tensione, con ripercussioni che rischiano di farsi sentire ben oltre i confini di Washington e Pechino.
Del resto, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti non passa solo dalle tariffe sulle materie prime. In ballo c’è anche il social media cinese TikTok, fondato da ByteDance, colosso che entro il 5 aprile dovrebbe vendere l’app di video brevi a un acquirente americano. Se così non sarà, infatti, il social media smetterà di funzionare negli States.
Il punto è che Pechino non intende mollare la presa su quello che ritiene un asset strategico e preferirebbe che le operazioni americane di TikTok cessassero di esistere piuttosto che darle in pasto agli Yankee. Senza considerare il danno economico per ByteDance: secondo quanto riportato dal Washington Post, TikTok ha incassato negli Stati Uniti circa 9 miliardi di dollari lo scorso anno. Questa somma rappresenta il 25% del totale degli introiti previsti per il 2024 dal social media.
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L’Europa fa la voce grossa per le tariffe sui metalli imposte da Trump, ipotizzando contromisure su moto e bourbon. Il «Ft», però, rivela che l’Ue è pronta a tagliare le tasse sulle auto statunitensi e comprare più metano liquido per evitare la guerra commerciale.In Cina rialzi anche su carbone e petrolio americani. Xi verso lo stop alla vendita di TikTok.Lo speciale contiene due articoli.Arrivano altri dazi. Donald Trump domenica ha annunciato nuove tasse doganali del 25% su acciaio e alluminio in ingresso negli Usa. Ancora una volta saranno Messico e Canada i Paesi più colpiti: i due esportatori insieme rappresentano il 40% dell’import di acciaio degli Usa, con circa 10 milioni di tonnellate nel 2023 sui 25 milioni di totale importato, per un valore di circa 20 miliardi di dollari. Nel 2023 il mercato statunitense ha richiesto circa 100 milioni di tonnellate di acciaio.Nella classifica dei maggiori fornitori esteri di acciaio seguono il Brasile, con 3,6 milioni di tonnellate, la Corea del Sud, il Giappone, la Germania, Taiwan e Vietnam. Esiste già un dazio del 100% sull’acciaio cinese (imposto da Joe Biden lo scorso anno) che però rappresenta solo il 2% dell’import. Anche sull’alluminio per il Canada saranno dolori: dei 5,5 milioni di tonnellate di alluminio importato dagli Usa nel 2024, ben 3,2 arrivavano dal Canada (il 58%), per un valore di circa 10 miliardi di dollari. Molto distaccati seguono gli Emirati Arabi, Cina, Russia e Bahrain. A Wall Street ieri le azioni dei produttori statunitensi di acciaio e alluminio sono salite vigorosamente: Nucor, Steel Dynamics, U.S. Steel e Alcoa sono salite tra il 4% e il 6%, mentre Cleveland-Cliffs ha visto decollare le quotazioni fino a un ragguardevole +19,2%. Trump ha altresì detto domenica che sono pronti dazi reciproci verso tutti i Paesi che attualmente applicano dazi sulle merci americane. In questo contesto, dovrebbero essere pronti anche i dazi sulle merci esportate dall’Unione europea.Non è chiaro come questi nuovi dazi sui metalli si inseriscano nella partita già in corso con Messico e Canada, dopo quelli imposti dieci giorni fa e poi temporaneamente sospesi. Nel frattempo, la ventilata telefonata tra Trump e Xi Jinping per parlare di dazi non c’è stata. «Non ho fretta» ha detto il presidente americano, annunciando che i dazi del 10% sulla Cina sono solo un inizio e che presto seguiranno provvedimenti molto più corposi diretti verso Pechino. Dunque, Trump prosegue nella sua strategia di dare robusti scossoni alla globalizzazione (shock and awe). Per ora sono i vicini Messico e Canada a farne le spese, ma sullo sfondo, oltre alla Cina, c’è l’Unione europea. Tra i Paesi europei messa peggio c’è la Germania, che fa più di un terzo del proprio surplus negli Usa (circa 80 dei 240 miliardi di surplus tedesco nel 2024), mentre per la Cina gli Usa rappresentano il 15% circa del surplus. Il 2 febbraio, parlando con i giornalisti, Trump aveva definito il commercio con l’Europa un’ «atrocità» e aveva annunciato imminenti dazi sulle merci provenienti dall’Unione europea.L’Ue, nel frattempo, si attesta su dichiarazioni in ordine sparso, facendo la voce grossa ma, sotto sotto, aprendo al negoziato. Ieri il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha scritto su X: «Lo dico con grande prudenza ma anche con grande chiarezza: come Unione europea possiamo agire velocemente ai dazi, se questo dovesse diventare necessario». Da Bruxelles ufficialmente c’è silenzio: «Non reagiremo ad annunci vaghi finché non ci sarà una conferma scritta», dice la Commissione. Una miscela di toni duri e aperture arriva invece dal presidente della commissione per il commercio al Parlamento europeo, l’europarlamentare socialdemocratico Bernd Lange: «Se Trump impone dazi su acciaio e alluminio come annunciato, allora si applicheranno automaticamente contro-dazi del 50% su motociclette Harley Davidson, bourbon e motoscafi» ha detto ieri. «Le contromisure possono essere riattivate immediatamente, con un atto attuativo veloce della Commissione», ha concluso Lange. Si parla di riattivazione perché si tratterebbe delle stesse contromisure che l’Ue aveva già imposto nel 2018, all’epoca dei primi dazi imposti da Trump su acciaio e alluminio provenienti dall’Europa. Le ritorsioni europee furono sospese dopo un accordo raggiunto con il presidente Joe Biden, ma possono essere riattivate in qualsiasi momento con un semplice atto della Commissione. Inoltre, la sospensione in vigore attualmente scadrà il 31 marzo prossimo. Però, sempre secondo il parlamentare tedesco, l’Unione europea è disposta ad abbassare le attuali tasse d’importazione sulle auto dagli Usa dall’attuale 10% al 2,5%. In effetti il balzello europeo non è applicato alle auto da Giappone e Corea del Sud, ad esempio. «Possiamo cercare di raggiungere un accordo prima che i costi e i dazi aumentino», ha detto Lange, parlando al Financial Times. Sul tavolo negoziale l’Ue metterebbe anche la disponibilità a comprare dagli Stati Uniti maggiori quantitativi di gas naturale liquefatto e sistemi di difesa.Proprio in questi giorni in Europa arriva il trio di massimi funzionari dell’amministrazione americana, inviati da Trump a tre eventi particolarmente importanti che si svolgono in questi giorni. Il vicepresidente J.D. Vance è da ieri a Parigi per una conferenza sull’intelligenza artificiale, a margine della quale incontrerà Ursula von der Leyen. Vi sono inoltre gli incontri Nato a Bruxelles e la conferenza sulla sicurezza internazionale a Monaco, dove si parlerà di Ucraina, con la presenza del segretario alla difesa Pete Hegseth e del segretario di Stato Marco Rubio. Sono i primi contatti tra i vertici dell’Ue e la nuova amministrazione americana. 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Oltre a queste tariffe, Pechino ha deciso di restringere l’export di tungsteno, tellurio e altri metalli rari, materiali fondamentali per la produzione di tecnologie d’avanguardia. L’annuncio, fatto appena un minuto dopo l’entrata in vigore delle tariffe statunitensi del 10% sui beni prodotti in Cina - è stato accompagnato da un forte messaggio diplomatico. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha dichiarato: «In una guerra dei dazi non c’è vincitore. Non esiste via d’uscita per il protezionismo, né per una guerra commerciale e tariffaria». Il ministero del Commercio cinese ha definito l’azione statunitense una grave violazione delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, accusando gli Usa di unilateralismo e protezionismo. Anche il ministero delle Finanze ha sottolineato come la condotta Usa non solo non contribuisca a risolvere le proprie problematiche interne, ma interrompa la normale cooperazione economica e commerciale tra le due potenze. Nel frattempo, Washington ha scelto di sospendere per un mese i dazi del 25% applicati a Canada e Messico, continuando però la sua linea dura contro la Cina. Un accordo temporaneo è stato raggiunto con il Messico, il quale, in cambio della sospensione delle tariffe su tutti gli import, si impegna a inviare 10.000 soldati al confine per contenere i flussi migratori e il traffico di fentanyl. Un patto analogo è stato siglato con il Canada, dove il primo ministro Justin Trudeau ha promesso un maggiore coordinamento per la gestione dei confini. Il nodo dell’Unione europea, invece, resta irrisolto. La Commissione europea ha dichiarato di non aver ricevuto notifiche ufficiali riguardo all’imposizione dei nuovi dazi da parte dell’amministrazione statunitense e ha annunciato di non voler rispondere ad annunci generici privi di dettagli. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha, inoltre, affermato che l’Ue interverrà per difendere i propri interessi, sottolineando che non esiste alcuna esitazione nel proteggere il mercato europeo. Questa nuova fase del conflitto commerciale dimostra ancora una volta quanto le relazioni economiche tra le due maggiori economie mondiali siano complesse e cariche di tensione, con ripercussioni che rischiano di farsi sentire ben oltre i confini di Washington e Pechino. Del resto, la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti non passa solo dalle tariffe sulle materie prime. In ballo c’è anche il social media cinese TikTok, fondato da ByteDance, colosso che entro il 5 aprile dovrebbe vendere l’app di video brevi a un acquirente americano. Se così non sarà, infatti, il social media smetterà di funzionare negli States. Il punto è che Pechino non intende mollare la presa su quello che ritiene un asset strategico e preferirebbe che le operazioni americane di TikTok cessassero di esistere piuttosto che darle in pasto agli Yankee. Senza considerare il danno economico per ByteDance: secondo quanto riportato dal Washington Post, TikTok ha incassato negli Stati Uniti circa 9 miliardi di dollari lo scorso anno. Questa somma rappresenta il 25% del totale degli introiti previsti per il 2024 dal social media.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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