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2021-08-26
Pure l’Fbi demolisce gli anti Trump. A Capitol Hill nessun colpo di Stato
Getty Images
No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza».
Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili».
Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti».
Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno.
C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni.
Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza).
È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione.
In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini).
Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem.
Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump.
Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
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Per l'agenzia «il 90-95% dei manifestanti ha agito senza regia». Smontata la teoria della sinistra sulla lunga mano del tycoon.La Corte Suprema rimette in vigore la norma che impone ai richiedenti asilo di aspettare l'esito della domanda in Messico. È la legge di The Donald che i dem volevano affossare.Lo speciale contiene due articoli.No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza». Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili». Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti». Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno. C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni. Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-campidoglio-assalto-2654800716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2654800716" data-published-at="1629983586" data-use-pagination="False"> È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione. In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini). Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem. Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump. Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.