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2021-08-26
Pure l’Fbi demolisce gli anti Trump. A Capitol Hill nessun colpo di Stato
Getty Images
No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza».
Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili».
Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti».
Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno.
C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni.
Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza).
È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione.
In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini).
Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem.
Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump.
Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
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Per l'agenzia «il 90-95% dei manifestanti ha agito senza regia». Smontata la teoria della sinistra sulla lunga mano del tycoon.La Corte Suprema rimette in vigore la norma che impone ai richiedenti asilo di aspettare l'esito della domanda in Messico. È la legge di The Donald che i dem volevano affossare.Lo speciale contiene due articoli.No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza». Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili». Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti». Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno. C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni. Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-campidoglio-assalto-2654800716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2654800716" data-published-at="1629983586" data-use-pagination="False"> È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione. In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini). Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem. Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump. Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
Roberto Gualtieri (Ansa)
Tutte fesserie, noi lo sapevamo e ora lo cominciano a pensare anche gli allocchi che in buona fede o meno ci avevano creduto. Era puro euro-fanatismo. La moda dell’elettrico dunque potrebbe subire un brusco stop. La svolta imposta dall’Europa sulla transizione green non solo ha scombussolato le programmazioni dei grandi marchi automobilistici ma ha soprattutto rovinato la filiera della componentistica meccanica italiana, il cuore pulsante dell’automotive, ciò che ci ha resi e che ci rende una eccellenza nel mondo (si prega di evitare le battute sull’andamento della Ferrari nei gran premi di Formula 1...); ma ora quella svolta non è degna nemmeno di una zona franca dal punto di vista economico. Anche le auto ecologiche devono versare l’obolo come tutte le altre, quelle vecchie e inquinanti: mille euro per ottenere il pass annuale che consente il passaggio nelle zone a traffico limitato. Una stangata vera e propria, non c’è che dire. Che si accoppia alla seconda misura - il pagamento dei parcheggi con le strisce blu per le mild hybrid - che sta dentro lo stesso provvedimento firmato dall’assessore alla mobilità, Eugenio Patané, il quale si è così giustificato: l’obiettivo è decongestionare il centro. No, l’obiettivo è fare cassa. E fregare coloro che si erano fidati della politica e dei suoi incoraggiamenti cambiando l’auto e passando al miracolo elettrico. L’elettrico non è un miracolo più per nessuno, anzi inizia a diventare un problema: gli incentivi non ci sono, l’usato non tira e i benefit si stanno esaurendo. Per non dire del costo dell’energia e delle scomodità della ricarica, specie nelle aree dove ora vogliono far pagare l’accesso. Come sempre accade quando c’è di mezzo l’Europa la fregatura è servita: fanno di tutto per portarti dentro la «loro» scelta e poi ti lasciano col cerino in mano, un po’ come quando hanno ridotto il denaro contante a favore delle carte elettroniche salvo poi lasciarci in balia dei loro «padroni» quasi tutti americani. Con le auto elettriche e con le batterie invece ci stanno facendo invadere dai cinesi, le cui quote di export in Europa e in Italia sono in continua crescita: complimenti alla Von Der Leyen e al suo vecchio sodale che era l’olandese Frans Tiemmerman! Per colpa delle scelte di quella Europa si è creato il crash che stiamo vivendo: dopo aver realizzato lo scambio prima industriale poi commerciale verso l’elettrico vendendo la favola del cambiamento climatico, la gente li ha seguiti convinta di essere premiata e ora ecco che proprio i sindaci dem li frega uniformando i balzelli, tanto per i motori termici quanto per i veicoli Bev! «L’incremento significativo delle elettriche in circolazione ha portato un conseguente aumento delle autorizzazioni di accesso alle Ztl», spiega in una nota il Comune, «Con le macchine a batteria che viaggiano in quelle aree, il traffico sale e la disponibilità di stalli di sosta diminuisce, specie nel centro storico». Non ho capito: si aspettavano quindi che la gente non comprasse auto elettriche oppure l’unico scenario che avrebbero voluto e che vorrebbero è far scomparire le auto dalla scena? Suvvia, la morale è presto fatta: la somma di sinistra, verdi e Unione Europea scatena il caos. E produce danni all’economia. Come al solito.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 febbraio 2026. La deputata di Azione Federica Onori, dalla conferenza sulla sicurezza di Monaco, commenta la posizione dell'Europa (e dell'Italia) sull'Ucraina.
Christine Lagarde (Ansa)
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
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La banca del Vaticano offre due Etf che puntano sulle Borse, uno per l’Europa e uno per Wall Street. Tra i titoli preferiti c’è Nvidia, ma pure Deutsche Telecom, un colosso del lusso, ma un solo titolo di Piazza Affari. Ecco su chi punta la finanza cattolica.