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2021-08-26
Pure l’Fbi demolisce gli anti Trump. A Capitol Hill nessun colpo di Stato
Getty Images
No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza».
Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili».
Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti».
Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno.
C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni.
Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza).
È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione.
In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini).
Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem.
Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump.
Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
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Per l'agenzia «il 90-95% dei manifestanti ha agito senza regia». Smontata la teoria della sinistra sulla lunga mano del tycoon.La Corte Suprema rimette in vigore la norma che impone ai richiedenti asilo di aspettare l'esito della domanda in Messico. È la legge di The Donald che i dem volevano affossare.Lo speciale contiene due articoli.No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza». Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili». Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti». Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno. C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni. Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-campidoglio-assalto-2654800716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2654800716" data-published-at="1629983586" data-use-pagination="False"> È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione. In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini). Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem. Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump. Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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