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2021-08-26
Pure l’Fbi demolisce gli anti Trump. A Capitol Hill nessun colpo di Stato
Getty Images
No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza».
Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili».
Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti».
Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno.
C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni.
Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza).
È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione.
In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini).
Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem.
Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump.
Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
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Per l'agenzia «il 90-95% dei manifestanti ha agito senza regia». Smontata la teoria della sinistra sulla lunga mano del tycoon.La Corte Suprema rimette in vigore la norma che impone ai richiedenti asilo di aspettare l'esito della domanda in Messico. È la legge di The Donald che i dem volevano affossare.Lo speciale contiene due articoli.No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l'Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l'irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l'agenzia di stampa ha riportato che «l'Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell'allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell'edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l'Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell'organizzazione della violenza». Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili». Tra l'altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell'irruzione, nessuno fosse stato accusato - almeno sino ad allora - di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l'esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti». Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell'«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un'accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d'accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un'insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all'insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell'Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un'insurrezione, per l'appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un'irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d'Inverno. C'è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d'inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l'incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall'asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d'inchiesta sugli attentati dell'11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell'Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni. Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest'ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l'irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza). <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-campidoglio-assalto-2654800716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2654800716" data-published-at="1629983586" data-use-pagination="False"> È uno schiaffo doloroso quello che la Corte Suprema ha inferto alla Casa Bianca. Martedì scorso, il massimo organo giudiziario statunitense ha infatti imposto il ripristino di una delle principali politiche migratorie di Donald Trump: una politica che Joe Biden aveva sospeso appena poco dopo essersi insediato. Stiamo parlando della cosiddetta Remain in Mexico policy: un programma che - entrato in vigore nel 2019 - impone ai richiedenti asilo al confine meridionale degli Stati Uniti di attendere in territorio messicano l'esito della loro domanda di ammissione. In questo quadro, un giudice federale del Texas aveva di recente ordinato il ripristino del programma, portando l'amministrazione Biden a fare ricorso e a chiedere la sospensione della sentenza texana. Una richiesta che la Corte Suprema l'altro ieri ha respinto. In sostanza, secondo la maggioranza dei giudici, l'amministrazione avrebbe bloccato la Remain in Mexico policy in modo arbitrario. Una motivazione similare venne tra l'altro fornita dalla Corte l'anno scorso, quando bocciò il tentativo, avanzato da Donald Trump, di abrogare il Deferred action for childhood arrivals (il programma -istituito da Barack Obama - volto alla protezione dai rimpatri di circa 700.000 figli di immigrati clandestini). Se il Dipartimento per la sicurezza interna ha espresso ovviamente la propria contrarietà alla decisone dei supremi giudici, per Biden si prospettano adesso delle grane sul fronte politico. Lo smantellamento della Remain in Mexico policy era infatti considerato da lui un elemento fondamentale, per placare i malumori dell'ala sinistra del Partito democratico: quell'ala sinistra che ha spesso accusato l'attuale presidente di scarso coraggio in materia migratoria, invocando una più netta discontinuità rispetto ai tempi di Trump. Una discontinuità che effettivamente Biden non è sempre riuscito a garantire. Non solo, mesi fa, scatenò polemiche il fatto che avesse riaperto alcune strutture di accoglienza per minorenni che il predecessore aveva chiuso nel 2019 tra le critiche. Ma, a inizio agosto, il governo statunitense ha stabilito di mantenere in vigore la politica trumpiana dei rimpatri rapidi a causa dei rischi legati al Covid-19: una decisione, questa, che ha irritato significativamente la sinistra dem. Ecco che ora la sconfessione della Remain in Mexico policy rischia di creare nuove fibrillazioni. In tal senso, è già intervenuta l'associazione per i diritti civili American civil liberties union (Aclu), secondo cui «il governo deve adottare tutte le misure disponibili per porre fine completamente a questo programma illegale, anche rescindendolo con una spiegazione più completa». «Quello che non deve fare», ha aggiunto l'associazione, «è usare questa decisione come copertura per abbandonare il suo impegno a ripristinare un sistema di asilo equo». Ricordiamo che, in passato, l'Aclu si sia mostrata particolarmente severa sulle politiche migratorie di Biden: politiche che l'associazione giudica troppo tiepide e non abbastanza in discontinuità con quelle di Trump. Ma il presidente non rischia solo gli strali della sinistra. La situazione alla frontiera meridionale continua infatti a rivelarsi fortemente problematica: basti pensare che il numero degli arrivi a luglio sia ulteriormente aumentato rispetto al mese precedente. È anche per questo che i repubblicani sono sul piede di guerra, mentre - anche a causa del dossier afghano - l'inquilino della Casa Bianca risulta in caduta nei sondaggi. Un nodo significativo, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno tra poco più di un anno.
Suez, novembre 1956: relitti di navi affondate bloccano il canale (Getty Images)
Un tassello della Guerra fredda fu all’origine della crisi che, alla fine del 1956, interessò il Canale di Suez. Per la costruzione della diga di Assuan, il presidente egiziano Abdel Nasser aveva richiesto finanziamenti A Stati Uniti e Regno Unito. Questi ultimi ritirarono la disponibilità quando Nasser si rivolse all’Unione Sovietica per l’acquisto di armamenti. In risposta, il presidente egiziano proclamò la nazionalizzazione di Suez, fino ad allora gestito da un consorzio anglo-francese.
Attraverso il canale lungo 193 chilometri ed aperto dal 1869, nel 1956 assicurava il transito di circa 2 milioni di barili di petrolio verso un mercato europeo allora fortemente dipendente dall’oro nero. All’ intervento militare di Regno Unito, Francia e Israele, Nasser rispose con la chiusura del canale (che fu minato) e con l’affondamento delle 40 navi presenti nelle acque di Suez. All’inizio delle ostilità, oltre il 60% del traffico di greggio verso occidente fu bloccato.
In Italia la crisi del 1956 fece temere una battuta d’arresto in pieno «boom» economico, sia per l’industria in forte crescita sia per i consumi privati che seguivano la parabola ascendente dell’economia italiana. Il governo, allora guidato dal democristiano Antonio Segni, fu subito attivo in due direzioni: quella diplomatica, dove abbracciò l’atlantismo della «dottrina Eisenhower» (che considerava pericolosa l’azione di Israele e delle potenze coloniali in Medio Oriente in quanto spingevano i Paesi arabi verso l’Unione Sovietica) prendendo decisamente le distanze dalla soluzione armata di Francia e Regno Unito e presentandosi come mediatore internazionale grazie ai consolidati rapporti politici ed economici con l’Egitto.
Sull’emergenza energetica il governo, rappresentato nel settore dal ministro dell’Industria Guido Cortese (Pli), scelse di caricare sulle spalle dello Stato il maggior costo del greggio in modo mirato. Deliberò di evitare gli aumenti dei derivati fondamentali per il funzionamento dell’industria e per la produzione di energia come l’olio combustibile, che sarebbe aumentato di molto a causa dell’impennata dei noli delle navi che erano costrette alla rotta Africana. Applicò invece un aumento del costo della benzina, ma anche in questo caso intervenne per limitarne il rincaro risultante dagli effetti della crisi. Nel 1956, prima della crisi di Suez, un litro di benzina costava 128 lire al litro, di cui ben 91 di oneri fiscali. Gli aumenti dovuti alla crescita del prezzo del greggio e al costo dei trasporti avrebbero fatto crescere di ben 30 lire al litro il prezzo della benzina. Il governo italiano decise di sacrificare una parte degli introiti fiscali e scelse di applicare un aumento di sole 14 lire al litro (7 per i taxisti e i turisti), destinando parte dei proventi dell’aumento ai raffinatori nazionali per compensare i maggiori costi alla fonte. La formula funzionò, impedendo la battuta d’arresto nella crescita industriale ed economica italiana. Il 1956 si chiuse infatti con un bilancio positivo, con una crescita della produzione industriale tra il 7 e l’8%, pur terminando l’anno con l’incognita della durata del blocco di Suez. Peggio andò per le due grandi potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, che avevano deciso di intervenire militarmente rigettando l’idea diplomatica di una gestione multinazionale del canale. Oltre ad aver dovuto affrontare il prezzo della guerra, il blocco dei carburanti e la crescita dei prezzi costrinsero Londra e Parigi a misure ben più drastiche di quelle di Roma, con razionamenti forzati dell’energia, crescita dell’inflazione e conseguente tensione politica. La crisi del 1956 sarà il tramonto definitivo della colonizzazione anglo-francese in Medio Oriente, sostituita dall’egemonia economica degli Usa. La piccola Italia, pur in crescita, era riuscita a reggere meglio il colpo anche per la ancora limitata diffusione di beni privati energivori come automobili ed elettrodomestici (nel 1956 la motorizzazione di massa era ancora agli albori, con poco più di 1 milione di auto circolanti).
Fu nel periodo della crisi di Suez che l’Eni sviluppò la sua presenza in Medio Oriente, gettando le basi della coraggiosa e spregiudicata «dottrina Mattei». Già alla salita al potere di Nasser il presidente dell’ente italiano Enrico Mattei aveva stretto legami con il governo egiziano, offrendo tecnologia e know-how. Con Saipem aveva vinto in breve la gara per la costruzione dell’oleodotto tra Suez e il Cairo. Poco prima della crisi, Mattei entrò nella nuova società petrolifera di Stato egiziana, la International Egyptian Oil Company – IEOC), offrendo al governo del Cairo condizioni molto vantaggiose in termini economici, una formula che ripeté nel 1957 con l’Iran, aggirando la storica egemonia delle Sette Sorelle grazie alla partecipazione ad una società a capitale pubblico.
L’italia ebbe un ruolo importante anche nell’epilogo della crisi del Canale di Suez. Dal 31 ottobre 1956 ben 44 relitti di grandi navi ostruivano il passaggio. Serviva una task force per una bonifica urgente, per non prolungare ulteriormente il blocco. Tra le italiane fu scelta dalle Nazioni Unite la compagnia milanese Micoperi, con sede operativa a Ravenna. Dal 1946 si occupava di bonifica di relitti della guerra. A Suez operò con i pontoni «Squalo» e «Pegaso», affiancata dalle navi delle due società triestine Banfield e Tripcovich. Gli specialisti italiani lavorarono talmente bene da meritare un encomio solenne da parte del consorzio internazionale di bonifica a guida Danese e Olandese. Nell’aprile del 1957 il canale di Suez era libero. Ed il petrolio passò nuovamente, ma lasciando l’Europa con il sapore di una catastrofe economica devastante se solamente il blocco fosse stato prolungato solo di qualche mese.
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Così il premier durante l'informativa alla Camera sull'azione del governo, che ha toccato anche i temi di Hormuz, della crisi in Medio Oriente e del rapporto con gli Stati Uniti.
Quindi la stoccata alla leader Pd sul rapporto Europa-Usa e l'unità dell'Occidente: «Mi verrebbe da dire, prendendo a prestito una frase cara a Elly Schlein, che noi siamo testardamente unitari. E se può permettersi di esserlo lei rispetto alle variopinte forze politiche che compongono il campo largo, potrò ben permettermelo io rispetto a Europa e Stati Uniti che stanno insieme da molto, molto tempo».