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2024-12-13
Trump avverte Netanyahu: «Voglio la pace»
Donald Trump (Getty Images)
Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran.
In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile».
Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa».
Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste.
E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani.
È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente.
Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa
Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
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Il presidente Usa eletto: «Deve finire tutto, Bibi lo sa ma non mi fido di nessuno». Passi avanti a Doha nella trattativa tra il Mossad e Hamas per liberare gli ostaggi . The Donald intanto mette pressione anche sugli ayatollah: «Non escludo un conflitto con l’Iran». Ankara media con successo tra Addis Abeba e Mogadiscio. Ora tremano gli Huthi.Lo speciale contiene due articoli.Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran. In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile». Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa». Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste. E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani. È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-avverte-netanyahu-voglio-pace-2670448421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tregua-turca-tra-etiopia-e-somalia-erdogan-sallarga-nel-corno-dafrica" data-post-id="2670448421" data-published-at="1734093484" data-use-pagination="False"> Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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