True
2024-12-13
Trump avverte Netanyahu: «Voglio la pace»
Donald Trump (Getty Images)
Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran.
In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile».
Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa».
Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste.
E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani.
È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente.
Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa
Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
Continua a leggereRiduci
Il presidente Usa eletto: «Deve finire tutto, Bibi lo sa ma non mi fido di nessuno». Passi avanti a Doha nella trattativa tra il Mossad e Hamas per liberare gli ostaggi . The Donald intanto mette pressione anche sugli ayatollah: «Non escludo un conflitto con l’Iran». Ankara media con successo tra Addis Abeba e Mogadiscio. Ora tremano gli Huthi.Lo speciale contiene due articoli.Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran. In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile». Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa». Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste. E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani. È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-avverte-netanyahu-voglio-pace-2670448421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tregua-turca-tra-etiopia-e-somalia-erdogan-sallarga-nel-corno-dafrica" data-post-id="2670448421" data-published-at="1734093484" data-use-pagination="False"> Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
Andrea Martella, candidato sindaco del Pd per le elezioni comunali di Venezia (Ansa)
Se il risultato di Salerno, con Vincenzo De Luca in campo, era scontato e quello di Prato anche, riconquistare Venezia dopo i due mandati di Luigi Brugnaro era un passaggio vitale. Per questo il Pd aveva schierato un esponente di primo piano del partito, ovvero Andrea Martella, nato e cresciuto nel Pci, con oltre 25 anni di esperienza in parlamento e un passato perfino da sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Conte bis. E per questo aveva giocato perfino la carta del voto musulmano. Tuttavia, spendere il nome di un pezzo da novanta del partito non è bastato, perché a sbarrargli la strada ci ha pensato un illustre sconosciuto, quasi un ragazzo, con un passato da scout e una storia politica tutta consumata in laguna. Simone Venturini, curriculum da moderato, assessore di Brugnaro per ben due mandati, con delega alla coesione sociale, alla casa e al turismo. Bisogna essere sinceri: i sondaggi non lo davano in vantaggio, ma le urne hanno ribaltato le previsioni. La sua lista ha fatto il pieno di consensi, arrivando da sola allo stesso livello raggiunto da Martella, ma con dietro tutto il campo largo, vale dire Pd, 5 stelle, Avs e compagnia bella.
Venturini ha vinto al primo turno e la sinistra ha perso alla sua prima prova vera, quella di Venezia. In laguna tutto sembrava remare contro un successo del centrodestra. Prima una serie di inchieste contro il sindaco uscente, accusato per la vendita di un terreno di sua proprietà e per la gestione dei fondi della precedente campagna elettorale. Poi le polemiche per la nomina di Beatrice Venezi come direttore della Fenice, con successiva rimozione dall’incarico. Infine, lo scontro sulla partecipazione della delegazione russa alla Biennale, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli contro il presidente dell’istituzione artistica Pietrangelo Buttafuoco, entrambi esponenti di un’area vicina a Fratelli d’Italia. Divisioni e passi falsi che sembravano non predire un successo per il centrodestra, anche in considerazione del disimpegno dell’ex governatore Luca Zaia, a lungo ritenuto il migliore candidato per sostituire Brugnaro.
Ma lo sconosciuto Venturini ha scompaginato i giochi, sorprendendo perfino la stessa Giorgia Meloni, che ha definito mondiale la vittoria al primo turno.
A un risultato che fa esultare una parte, corrisponde però la delusione dell’altra, che non può certo consolarsi con De Luca e Biffoni, due dei cinque sindaci passati al primo turno. Infatti, il successo di Salerno con Vincenzo De Luca non è attribuibile a Elly Schlein e ai 5 stelle. L’ex governatore si è candidato contro il parere della segretaria del Partito democratico, che non gli ha concesso neppure il simbolo nella speranza di liberarsi dell’ex governatore una volta per tutte. Nemmeno Matteo Biffoni è un uomo che faccia la gioia della segretaria.
Al Nazareno fino all’ultimo hanno avversato la candidatura del consigliere regionale e Marco Furfaro, plenipotenziario di Elly in Toscana, ha provato a farla saltare, arrendendosi all’ultimo di fronte al pericolo di una sconfitta. Per non parlare poi di Mirello Crisafulli a Enna, altro cacicco che la segretaria avrebbe volentieri lasciato a casa. Dunque, il bilancio di questa prima tornata di amministrative si chiude per il Pd con la riconquista di Pistoia e la perdita di Reggio Calabria, con tre vincitori poco amati dai vertici del partito, e Venezia di nuovo saldamente in mano al centrodestra. Insomma, in laguna sono annegati i sogni della remuntada. E probabilmente è morta anche l’idea di un partito islamico da affiancare a quello democratico. Aver arruolato candidati musulmani infatti non ha portato bene a Elly Schlein. Evidentemente non si possono sostituire gli elettori italiani con quelli d’importazione.
Continua a leggereRiduci
Papa Leone XIV (Ansa)
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
Continua a leggereRiduci
Tra fine inverno e inizio primavera del 2000 a Palazzo Chigi c’era il primo premier post comunista: Massimo D’Alema. Ora la prima presidente post missina. Ai mercati piacciono gli estremi? In realtà la politica conta fino a un certo punto in Borsa. Conta se è stabile, certo, ma soprattutto se non rompe le scatole al mercato e agli investitori. Perché in realtà a chi compra titoli piacciono altre cose: gli utili, i dividendi e la liquidità, specie se a costi (tassi) bassi. E a Milano ora è pieno di azioni che pagano belle cedole, con profitti record e buone prospettive. Tipo le banche, ma anche Eni o Enel. E pure le utilities. O Ferrari, per dirne una.
La politica conta e non conta, ma a rileggere certe frasi pre-elezioni Politiche del 2022, quelle che hanno portato Giorgia Meloni a diventare il primo presidente del Consiglio donna, viene da ridere per non piangere. «Se vince la destra sarà a rischio la libertà. Ci sono tentativi di interferenza russa. La destra al governo porterà l’Italia in braccio a Putin e Orbàn», diceva Luigi Di Maio. Lorenzo Guerini (Pd) parlava invece di «rischio default per l’Italia con la destra al governo». Stesso pensiero di Enrico Letta: «La destra al governo ci porterà alla bancarotta». Romano Prodi tremava: con la destra «al governo conti in pericolo». Altra perla, targata Piero Fassino: «Se vince la destra sovranista e populista, l’Italia verrà isolata in Europa e nel mondo». Invece il 25 settembre il centrodestra vince, E da quel giorno l’indice dei principali 40 titoli di Piazza Affari è passato da 21.000 punti circa a 52.200 punti. Un rialzo di quasi il 140%. Senza contare i dividendi pagati dalle società quotate ai loro azionisti, grandi e piccoli. E la «bancarotta»? E il «default»? E «l’isolamento» internazionale? C’è da ridere per non piangere anche perché queste cassandrate finite male erano uscite da esponenti di uno schieramento che la Borsa non l’aveva tirata su. Anzi... Quando arrivò Mario Monti al governo si toccò il minimo storico intorno ai 12.000 punti. Altro che salvatore della patria... e poi con Renzi, Gentiloni, Conte e pure Draghi, non avevamo rivisto i massimi. Si era tornati in zona 20.000, ma i 50.000 sembravano irraggiungibili. Un miraggio. Il Dax di Francoforte invece aveva recuperato e oltrepassato i record già oltre 10 anni fa. E poi Parigi, Londra. Non parliamo di Wall Street. Come mai allora la nostra Borsa ci ha messo una vita per superare se stessa?
Innanzitutto va detto che 26 anni fa la geografia dei titoli più forti era completamente diversa: dominavano i Tmt - tecnologia, media e telecomunicazioni. Telecom e Tim, all’epoca, regnavano con una capitalizzazione complessiva sui 150 miliardi. Vi ricordate l’Opa di Telecom su Seat Pagine Gialle per poi fondere Seat con Tin.it? Dopo crollò tutto, in scia al ko del Nasdaq. Valutazioni troppo alte rispetto agli utili. Solo che da quel falò di migliaia di miliardi in America nacquero i colossi di adesso: Amazon, Apple, Microsoft, per dirle alcuni. Interpreti della vera new economy. Noi, Italia ed Europa, siamo invece rimasti indietro. I big delle tlc tricolori sono state poi spolpate e svendute. Ciò nonostante, governo Berlusconi, Piazza Affari tentò la rimonta verso il record. Purtroppo arrivarono il crac Lehman Brothers e il taroccamento dei conti pubblici greci che dimostrò la pochezza del sistema eurocentrico. Crisi finanziarie che portarono a un decennio di tassi bassi, o negativi, che notoriamente non fanno guadagnare le banche, grandi protagoniste del Ftse Mib. Poi il Covid, la guerra, il mega rialzo dei tassi americani ed europei. Fino al momento Liz Truss, la premier britannica che voleva tagliare le tasse facendo debito impegnando ulteriormente i già deboli conti pubblici del Regno Unito. Durò poco, pochissimo. Fu spazzata via dalle vendite sui titoli di stato della Corona. Era inizio autunno 2022. E Giorgia Meloni capì che non si scherza con i mercati: troppo indebitati, i governi, per sfidarli. Memore anche dei colpi di spread contro il governo Berlusconi. E allora le nuove parole d’ordine: stabilità e serietà sui conti.
Se a questo ci mettiamo che dal settembre 2022 i tassi hanno iniziato a scendere e la recessione, spesso annunciata, in realtà non s’è mai vista, ecco spiegato il rally della Borsa. Durerà? Due le condizioni: liquidità e crescita (anche poca) del Pil. Basta vedere quello che accade in Giappone: il record del 1990 a oltre 40.000 punti è stato riacciuffato solo un paio di anni fa. Ora siamo a 65.000 punti. Occhio però: va bene la liquidità per evitare la recessione, ma prima o poi i debiti si pagano...
Continua a leggereRiduci
Giorgia Meloni (Ansa)
La dimostrazione che i dibattiti nazionali calati sul territorio sui cittadini non hanno alcuna presa. La prima reazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni la raccoglie il senatore e coordinatore in Veneto di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, che di fronte al comitato elettorale ai giornalisti mostra un messaggio inviato dal premier: «Sarebbe un miracolo mondiale», con riferimento al passaggio al primo turno del centrodestra a Venezia. Più tardi sui social Meloni scrive: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Lo scrive a margine degli auguri inviati «ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa».
«Per come era stata raccontata la situazione in questa città e le percentuali che erano attribuite ai vari candidati sindaco la possibilità per il centrodestra di vincere al primo turno era esclusa da ogni ipotesi ma noi ci abbiamo creduto» ha spiegato Speranzon, e sulla sinistra: «Non credevamo che fosse così indietro il candidato del centrosinistra... Forse, e non è una battuta, la presenza in città contemporanea o quasi di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato al candidato del centrosinistra».
«Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli», è la stoccata del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «Si infrangono sogni della sinistra» per Giovanni Donzelli deputato di Fdi che poi punzecchia la segretaria dem Elly Schlein: «Prendo atto che la Schlein aveva dichiarato: da Venezia arriverà un messaggio per Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato, andiamo avanti così. Perché mi sembra che il messaggio sia arrivato con chiarezza».
Critico il capo della segreteria nazionale di Azione Osvaldo Napoli: «L’impressione però è che Schlein, Conte e gli altri esponenti del centrosinistra hanno sbagliato a politicizzare il voto di Venezia recandosi sulla laguna in campagna elettorale, con ciò esponendosi al rischio di una sconfitta politica evitabile, indotto dalla vittoria del No al referendum, abbia spinto più del centrodestra per politicizzare il voto amministrativo con ciò esponendosi a una sconfitta del tutto evitabile. La varietà delle alleanze e la presenza massiccia di liste civiche rendono quanto meno temeraria ogni valutazione che volesse proiettare il dato locale sul piano nazionale».
Per Maurizio Gasparri, responsabile nazionale enti locali di Forza Italia, «nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare, pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sostiene che l’errore della sinistra sia stato credere che «dopo la vicenda referendaria si sarebbe figurato uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro. Io resto cauto e inviterei anche i miei avversari alla prudenza. Le partite sono tante, i risultati richiedono tempo e spesso c’è la tendenza a leggere tutto in chiave politica nazionale. Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà».
Sulla difensiva Francesco Boccia, senatore del Partito democratico: «In Veneto non è mai semplice. Non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Il quadro politico nazionale non cambia». Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, commenta così: «Noi continuiamo a ritenere che la partita per le elezioni politiche del prossimo anno sia aperta, lo abbiamo detto dopo le regionali, lo abbiamo detto dopo il referendum, lo continuiamo a dire oggi. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. I conti dovremo farli alla fine».
Per Italia Viva commenta Maria Elena Boschi. «Non c’è stata la spallata del centrodestra. Queste amministrative raccontano una realtà molto articolata in cui i risultati dei partiti della maggioranza mostrano numeri ben lontani dai trionfalismi di queste ore».
Giuseppe Conte? Non pervenuto. Parla Paola Taverna, vicepresidente vicario del M5s: «Questa tornata elettorale offre risultati in chiaroscuro: alcuni risultati ci rallegrano altri non ci soddisfano».
Continua a leggereRiduci