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2024-12-13
Trump avverte Netanyahu: «Voglio la pace»
Donald Trump (Getty Images)
Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran.
In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile».
Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa».
Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste.
E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani.
È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente.
Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa
Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
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Il presidente Usa eletto: «Deve finire tutto, Bibi lo sa ma non mi fido di nessuno». Passi avanti a Doha nella trattativa tra il Mossad e Hamas per liberare gli ostaggi . The Donald intanto mette pressione anche sugli ayatollah: «Non escludo un conflitto con l’Iran». Ankara media con successo tra Addis Abeba e Mogadiscio. Ora tremano gli Huthi.Lo speciale contiene due articoli.Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran. In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile». Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa». Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste. E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani. È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-avverte-netanyahu-voglio-pace-2670448421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tregua-turca-tra-etiopia-e-somalia-erdogan-sallarga-nel-corno-dafrica" data-post-id="2670448421" data-published-at="1734093484" data-use-pagination="False"> Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.