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2024-12-13
Trump avverte Netanyahu: «Voglio la pace»
Donald Trump (Getty Images)
Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran.
In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile».
Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa».
Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste.
E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani.
È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente.
Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa
Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
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Il presidente Usa eletto: «Deve finire tutto, Bibi lo sa ma non mi fido di nessuno». Passi avanti a Doha nella trattativa tra il Mossad e Hamas per liberare gli ostaggi . The Donald intanto mette pressione anche sugli ayatollah: «Non escludo un conflitto con l’Iran». Ankara media con successo tra Addis Abeba e Mogadiscio. Ora tremano gli Huthi.Lo speciale contiene due articoli.Per Donald Trump, guerra e pace sono inestricabilmente intrecciate in Medio Oriente. Nella sua intervista a Time, il presidente americano in pectore ha chiesto la cessazione delle ostilità a Gaza ma, al contempo, non ha escluso un conflitto con l’Iran. In particolare, parlando della crisi nella Striscia e riferendosi a Benjamin Netanyahu, ha dichiarato: «Penso che abbia fiducia in me e che sappia che voglio che finisca. Voglio che tutto finisca. Non voglio che vengano uccise persone». Quando gli è stato chiesto se si fida del premier israeliano, il tycoon ha replicato: «Non mi fido di nessuno». Trump ha anche rivendicato gli Accordi di Abramo (da lui mediati nel 2020), non ha chiarito le sue intenzioni sulla Cisgiordania e, pur non escludendola a priori, ha rifiutato di impegnarsi totalmente a favore della soluzione a due Stati. «Io sostengo qualsiasi soluzione possiamo adottare per ottenere la pace. Ci sono altre idee oltre ai due Stati, ma sostengo qualsiasi cosa, qualsiasi cosa sia necessaria per ottenere non solo la pace, ma una pace duratura», ha affermato, specificando di voler evitare un nuovo 7 ottobre, da lui definito «un giorno tragico». Tuttavia attenzione: pur invocando una cessazione delle ostilità a Gaza, Trump non ha escluso un conflitto con l’Iran. Quando gli è stato chiesto quali sono le probabilità di una guerra contro Teheran durante la sua nuova amministrazione, ha infatti risposto: «Tutto può succedere. Tutto può succedere. È una situazione molto volatile». Nel frattempo, la diplomazia continua a muoversi. Mercoledì, il direttore del Mossad, David Barnea, ha incontrato a Doha il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere di un accordo su ostaggi e cessate il fuoco a Gaza. Tutto questo, mentre, nello stesso giorno, il Wall Street Journal rivelava che Hamas avrebbe aperto alla possibilità che, nell’ambito di un’intesa per la tregua, le truppe dell’Idf restino temporaneamente nella Striscia. Se le cose stessero veramente così, l’organizzazione terroristica avrebbe accettato una delle principali richieste avanzate da Israele. La stessa testata ha inoltre riferito che l’accordo attualmente sul tavolo prevedrebbe un cessate il fuoco di 60 giorni. Verrebbero poi liberati prigionieri (tra cui cittadini americani) da entrambe le parti, mentre Israele permetterebbe un incremento degli aiuti umanitari nella Striscia. In questo quadro, ieri, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha detto che Netanyahu «è pronto a raggiungere un’intesa». Tali recenti sviluppi sono frutto degli ultimi avvenimenti. In primis, a inizio dicembre, Trump aveva minacciato Hamas, dicendo che avrebbe «scatenato l’inferno» se gli ostaggi non fossero stati rilasciati entro la data del suo insediamento alla Casa Bianca. In secondo luogo, la crisi siriana ha avuto impatti profondi. La caduta di Bashar Al Assad ha indebolito ulteriormente l’Iran che, in questi anni, è stato tra i principali finanziatori della stessa Hamas. L’organizzazione terroristica ha quindi fatto buon viso a cattivo gioco. Ha esultato, sì, per il crollo del dittatore siriano ma lo ha fatto per una ragione ben precisa: per tornare, cioè, pienamente sotto l’ombrello del suo altro storico sponsor, il Qatar. Parliamo di quel Qatar che, assieme alla Turchia, ha di fatto spalleggiato gli insorti siriani che hanno abbattuto il regime ba’thista di Damasco: un regime che - ricordiamolo - era il principale alleato mediorientale di Teheran. Con l’Iran così debole, Doha, che vuole ritagliarsi il ruolo di mediatore cruciale, ha quindi adesso più leva per convincere Hamas ad accettare anche le condizioni maggiormente indigeste. E qui veniamo alla neppur troppo velata minaccia di Trump nei confronti dell’Iran, formulata durante la sua intervista a Time. Primo: il presidente americano in pectore vuole mettere sotto pressione gli ayatollah per evitare che spingano nuovamente Hamas a far deragliare non solo l’intesa su ostaggi e cessate il fuoco ma anche il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese: stiamo parlando del cosiddetto «accordo del secolo», che il tycoon aveva presentato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva frettolosamente archiviato. Secondo qualcuno, Trump sarebbe ora intenzionato a rispolverarlo e stavolta potrebbe avere successo, visto che i suoi rapporti con Abu Mazen - ricevuto ieri da papa Francesco - sembrano migliorati. In secondo luogo, e qui veniamo agli Accordi di Abramo, Trump punta a spegnere le ambizioni nucleari di Teheran, che sono temute tanto da Israele quanto dall’Arabia Saudita. Il timore è che, per ripristinare la deterrenza a seguito dell’indebolimento subìto, il regime khomeinista possa accelerare nel suo tentativo di dotarsi dell’arma atomica. Guarda caso, proprio ieri, alcuni funzionari israeliani hanno fatto sapere al Times of Israel che lo Stato ebraico sarebbe pronto a bombardare i siti nucleari iraniani. È chiaro che sia Trump che Netanyahu guardano di buon occhio all’indebolimento di Teheran promosso da Qatar e Turchia. Tuttavia, dall’altra parte, Doha e Ankara sono storici sostenitori della Fratellanza musulmana. Il che è fonte di preoccupazione per Israele e per i Paesi sunniti che hanno sottoscritto gli Accordi di Abramo (come gli Emirati) o che potrebbero sottoscriverli (come l’Arabia Saudita). E proprio la Fratellanza musulmana rappresenta la grande sfida che attende Trump in Medio Oriente. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-avverte-netanyahu-voglio-pace-2670448421.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tregua-turca-tra-etiopia-e-somalia-erdogan-sallarga-nel-corno-dafrica" data-post-id="2670448421" data-published-at="1734093484" data-use-pagination="False"> Tregua «turca» tra Etiopia e Somalia. Erdogan s’allarga nel Corno d’Africa Non solo Siria e Ucraina. Recep Tayyip Erdogan punta a rivelarsi decisivo anche nel Corno d’Africa. Mercoledì, il leader turco ha ricevuto ad Ankara il presidente somalo, Hassan Sheikh Mohamud, e il premier etiope, Abiy Ahmed, mediando con successo un’intesa tra i due. In particolare, Addis Abeba e Mogadiscio hanno concordato di risolvere per via diplomatica la loro grave disputa sul Somaliland. «I leader di Somalia ed Etiopia hanno riaffermato il loro rispetto e impegno verso la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, superando malintesi e conflitti per progredire insieme verso un benessere condiviso», recita una dichiarazione congiunta dei due Paesi, pubblicata dopo i loro incontri separati con il sultano. Il documento aggiunge che Somalia ed Etiopia «hanno accolto con favore l’assistenza della Turchia nell’attuazione di questi impegni e si sono impegnati a risolvere eventuali differenze in modo pacifico». Ricordiamo che, a gennaio, il Somaliland aveva garantito all’Etiopia l’accesso al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento diplomatico da parte del governo di Addis Abeba. L’intesa aveva irritato notevolmente Mogadiscio, che considera il Somaliland come parte del proprio territorio. Ne erano sorte notevoli tensioni, tanto che si paventava l’esplodere di un conflitto armato. In questo clima, a ottobre, la Somalia aveva rafforzato i legami di sicurezza con Eritrea ed Egitto in chiave anti etiope. Ma che cosa ci guadagna Erdogan da questa mediazione? Innanzitutto, il sultano aveva consolidato significativamente i propri rapporti nel settore della Difesa sia con l’Etiopia (nel 2021), sia con la Somalia (nel 2024). Non ha quindi alcun interesse che i due Paesi si facciano la guerra. In secondo luogo, incrementando la propria influenza sulla Somalia, il presidente turco potrà, grazie soprattutto al porto di Bosaso, esercitare una maggiore proiezione verso il Golfo di Aden e, dunque, verso lo Yemen. Il che gli consente di mettere sotto pressione gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati dall’Iran. Quello stesso Iran a cui Erdogan ha recentemente sferrato un duro colpo, appoggiando de facto l’offensiva dei ribelli siriani contro Bashar Al Assad. D’altronde, l’assistenza militare turca a Mogadiscio è anche finalizzata alla lotta contro l’organizzazione jihadista Al Shabaab: era lo scorso luglio, quando la Cnn riportò che, secondo l’intelligence americana, gli Huthi sarebbero stati in trattative con questo gruppo per fornirgli armamenti. In terzo luogo, più in generale, Erdogan sta rafforzando la propria influenza sul continente africano. Non a caso, sta promuovendo un disgelo nei confronti di alcuni governi con cui è stato in passato ai ferri corti a causa del suo sostegno alla Fratellanza musulmana. A novembre, il sultano ha mandato un proprio inviato a Bengasi per incontrare i vertici delle forze militari del generale Khalifa Haftar. A settembre, ha ricevuto il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, siglando con lui numerosi accordi e avviando uno Strategic cooperation council tra Turchia ed Egitto. Il mese scorso, Ankara e Il Cairo hanno inoltre concordato di cooperare per una stabilizzazione dei rapporti tra Mogadiscio e Addis Abeba. Sembrerebbe che, dopo averle assestato un colpo in Siria, il sultano voglia arginare la Russia sia in Nord Africa (Egitto ed Est libico) sia nel Corno d’Africa (Somalia ed Etiopia). La sua strategia è sempre la stessa: combinare forza e diplomazia, usando l’attività di mediazione per acquisire centralità geopolitica.
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.