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2021-11-02
Trieste vieta i cortei. «È ora di comprimere il diritto di protesta»
Ansa
Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso.
L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili.
È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri».
Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati.
D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza?
Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.
Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde
Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio.
L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti.
«È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
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Il prefetto interdice piazza Unità ai portuali fino al 31 dicembre. Il sindaco choc: «Restrizioni per i non vaccinati, sono disertori».Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde. Ben 23 positivi tra i 26 greci in villeggiatura a Venezia. E almeno 24 erano già inoculati.Lo speciale comprende due articoli. Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso. L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili. È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri». Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati. D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza? Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-vieta-i-cortei-e-ora-di-comprimere-il-diritto-di-protesta-2655476181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="focolaio-tra-i-turisti-avevano-tutti-la-card-verde" data-post-id="2655476181" data-published-at="1635811417" data-use-pagination="False"> Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio. L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti. «È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
Reza Pahlavi (Getty Images)
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
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«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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