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2021-11-02
Trieste vieta i cortei. «È ora di comprimere il diritto di protesta»
Ansa
Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso.
L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili.
È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri».
Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati.
D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza?
Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.
Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde
Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio.
L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti.
«È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
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Il prefetto interdice piazza Unità ai portuali fino al 31 dicembre. Il sindaco choc: «Restrizioni per i non vaccinati, sono disertori».Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde. Ben 23 positivi tra i 26 greci in villeggiatura a Venezia. E almeno 24 erano già inoculati.Lo speciale comprende due articoli. Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso. L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili. È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri». Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati. D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza? Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-vieta-i-cortei-e-ora-di-comprimere-il-diritto-di-protesta-2655476181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="focolaio-tra-i-turisti-avevano-tutti-la-card-verde" data-post-id="2655476181" data-published-at="1635811417" data-use-pagination="False"> Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio. L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti. «È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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