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2021-11-02
Trieste vieta i cortei. «È ora di comprimere il diritto di protesta»
Ansa
Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso.
L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili.
È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri».
Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati.
D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza?
Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.
Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde
Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio.
L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti.
«È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
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Il prefetto interdice piazza Unità ai portuali fino al 31 dicembre. Il sindaco choc: «Restrizioni per i non vaccinati, sono disertori».Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde. Ben 23 positivi tra i 26 greci in villeggiatura a Venezia. E almeno 24 erano già inoculati.Lo speciale comprende due articoli. Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso. L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili. È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri». Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati. D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza? Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-vieta-i-cortei-e-ora-di-comprimere-il-diritto-di-protesta-2655476181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="focolaio-tra-i-turisti-avevano-tutti-la-card-verde" data-post-id="2655476181" data-published-at="1635811417" data-use-pagination="False"> Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio. L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti. «È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 1° giugno con Carlo Cambi
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Ancora una volta la Francia paga la «colpa» dei campioni. Al fischio finale di Psg-Arsenal, con la squadra parigina che ha conquistato la sua seconda e consecutiva Champions, in 15 città si è scatenata la guerriglia urbana. Gli scontri più violenti si sono avuti a Parigi con un bilancio terrificante: un morto e uno in fin di vita, altri 219 feriti di cui almeno 8 gravissimi, secondo il bilancio del ministro dell’Interno Laurent Nuñez, che ha affermato: «Sono stati eseguiti 457 arresti, le persone fermate sono 780. La stragrande maggioranza è uscita di casa per festeggiare e tutto è andato benissimo. Ma qualche individuo, e non si tratta di tifosi del Psg, ma di gente che neppure guarda le partite, è uscito per creare incidenti e disordini. Noi siamo qui per impedirglielo».
Ci sono molti feriti anche tra gli uomini delle Gendarmerie: un bilancio parla di 8, un altro di oltre 200. È la seconda volta che accade. Lo scorso anno, quando il Psg superò l’Inter, ci furono le stesse scene di violenza: oltre 200 feriti e gli arrestati furono poco meno di 500. È evidente che chi vuole scatenare i disordini attende le manifestazioni di massa spontanee come i festeggiamenti dei tifosi per mettere a ferro e fuoco le città. Come è del tutto evidente che a fomentare e a dare braccia a questi disordini sono i «cattivi ragazzi» delle banlieue. La strategia è infiltrarsi nel tifo: i luoghi in cui sono scoppiati i disordini sono il Parco dei Principi, dove migliaia di persone si erano radunate per assistere alla finale del Psg contro i Gunners che si è disputata a Budapest, e gli Champs-Élysées, dove sabato sera si sono date appuntamento per festeggiare non meno di 20.000 persone. S’è detto che il disagio delle banlieue nasce dalla mancata integrazione: una cosa è sicura, questi sono dediti alla disintegrazione. Almeno un centinaio di auto è stato distrutto, negozi assaltati, cassonetti dati alle fiamme. Tutta la cintura parigina è stata interessata dai tafferugli con centinaia di cariche della polizia. Sono state organizzate finte partite di calcio sulla tangenziale Nord di Parigi per bloccare il traffico. Scontri si sono avuti a Barbès, Strasbourg-Saint-Denis e Porte Maillot. Ci sono stati blocchi stradali nei quartieri periferici, sono saltate le corse degli autobus e sono state chiuse alcune stazioni della metropolitana. Solo a metà della notte, tra sabato e domenica, la polizia è riuscita a riprendere il controllo della situazione.
Ma se Parigi è stata l’epicentro di questa guerra delle banlieue contro la Gendarmerie, altri scontri ci sono stati a Rennes, Strasburgo, Grenoble, Clermont-Ferrand, Tolosa, Nancy e Pau. Bordeaux e Montpellier sono state teatro di una vera rivolta urbana dopo che alcuni infiltrati nei cortei dei tifosi hanno incendiato cassonetti e animato una mini «intifada» contro gli agenti. A Tolosa vetrine infrante, cassonetti bruciati, autobus presi di mira, con le forze dell’ordine che hanno dovuto sparare lacrimogeni per fermare i disordini. Che il clima fosse pessimo è confermato dal fatto che erano stati preventivamente reclutati 22.000 agenti, solo a Parigi erano 8.000. E si è stati col fiato sospeso per tutta la giornata di ieri quando il pullman scoperto con a bordo la squadra del Psg ha percorso le strade della capitale che era blindatissima prima di incontrare il presidente Emmanuel Macron all’Eliseo e poi recarsi al Parco dei Principi in una cornice di almeno 100.000 supporter.
«Stavolta», ha detto il ministro dell’Interno Nuñez, «non tollereremo alcun eccesso, niente disordini. Continueremo ad esercitare la massima fermezza». E, almeno fino al momento in cui scriviamo, pare avere funzionato. Anche in Francia la notte è lunga.
Il vicepremier Matteo Salvini, che già un anno fa era stato molto critico sugli scontri, ha affidato a X un suo commento: «Parigi dopo la vittoria del Psg in Champions. Guerriglia urbana, molti fermati ovviamente sono di quelle “seconde generazioni” ben integrate e che ci pagheranno le pensioni… Bardella e Le Pen, l’anno prossimo tocca a voi provare a rimediare ai disastri di Macron e dei socialisti». Marine Le Pen ha subito raccolto l’invito e anche lei su X commenta: «Solo in Francia la vittoria di un club di calcio scatena rivolte. Solo in Francia tutti si sentono costretti a chiudersi in casa la sera di una vittoria per evitare di trovarsi di fronte alla violenza». Durissimo Jordan Bardella, che ha parlato «di un’atmosfera di violenza insopportabile in Francia, ci sono delle bande che mettono nel mirino i beni pubblici, i commerci, le forze dell’ordine sempre con lo stesso modo di operare; distruggere, provocare violenza. Ma non si può tacere che di fronte a queste violenze ci sono due tipi di uomini politici: coloro che si preoccupano per ciò che sta diventando la Francia, e quelli che stanno nella bambagia del potere e considerano che tutto va bene». Il riferimento più che esplicito è a tutto lo schieramento non di destra rimasto muto di fronte al sabato di guerriglia. Solo Macron, come riferisce Le Figaro , ricevendo la squadra del Psg ha commentato: «Abbiamo visto delle scene inaccettabili, non voglio che ci abituiamo a Parigi e nelle altre città a questo clima e voglio ringraziare il ministro dell’Interno per l’azione di contrasto». Ma i francesi tra un anno votano e si ricorderanno di quel che è accaduto.
L’ascia dei magrebini ferisce Trento
Quella di sabato doveva essere una bella serata nel centro di Pergine Valsugana, città di 21.000 abitanti in provincia di Trento. Era stato organizzato tutto nel dettaglio: concerti in piazza, street food e tanti giovani impegnati nel «boulder», l’arrampicata verticale, sui muri dei palazzi storici.
Poi, all’improvviso, il caos in piazza Garibaldi, dove un gruppo di giovani magrebini non ha voluto più saperne dell’atmosfera festaiola. Iniziano a girare per il centro, infastidendo chiunque capiti loro a tiro. Vanno da un kebabbaro e gli mostrano un’ascia, che poi ripongono. Si spostano. Infastidiscono. Sono un branco. Forse sono anche un po’ invidiosi di quella bella festa, che gli altri si stanno godendo mentre loro sono incapaci di farlo. A un certo punto, incontrano dei biker. Scoppia un diverbio. I magrebini estraggono una bottiglia di vetro da un cestino e la mostrano, come a dire: questa ve la possiamo spaccare sulla testa. Non succede nulla, però, almeno per il momento. Il gruppo si allontana, urlando improperi incomprensibili ai più. Poco dopo, però, ritorna. Uno tiene in mano un’ascia. Un altro, invece, una chiave a croce (quella, per capirci, per cambiare le gomme delle auto). Il diverbio tra i magrebini e i biker si riaccende. La lama, fortunatamente non troppo affilata, comincia a girare nell’aria. Un uomo, preoccupato per le proprie figlie, cerca di fare da scudo e viene colpito alla schiena. «C’era parecchio sangue», racconta Daniele Lazzeri, presidente della fondazione Nodo di Gordio che in quel momento si trovava alla festa. «Le forze dell’ordine sono intervenute subito», prosegue Lazzeri, «dicevano all’aggressore di stare fermo e lo hanno tenuto lì per più di un’ora, che lui ha utilizzato per fare un comizio, dicendo “trentini di merda, dovete morire tutti”. La gente, a un certo punto, ha cominciato ad avvicinarsi molto all’aggressore perché non ce la faceva più».
Ciò che colpisce, in questa vicenda, è pure l’arrivo a tutta velocità di una macchina, chiamata da uno dei magrebini, poco dopo il primo diverbio. Il mezzo è arrivato contromano, forse con l’obiettivo di colpire, senza riuscirci, le moto dei biker. E andando vicino, troppo vicino, a un gruppo di bambini che giocava lì vicino.
Per Francesca Gerosa, presidente di Fratelli d’Italia in Trentino, «poteva essere una strage in una serata affollata. Auspico che si faccia presto chiarezza su quanto accaduto e che per i colpevoli siano riservate pene esemplari, senza attenuanti di alcun tipo. Nessuna giustificazione, nessuna pietà, nessuna tolleranza. Questa è casa nostra, e ci dobbiamo poter vivere serenamente».
Kevin Toller, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Pergine Valsugana, racconta alla Verità: «Una bellissima festa in paese rovinata da un gruppo di nordafricani che prima prende ad accettate un ragazzo, si schianta con la macchina ad altissima velocità entrando in contromano con il rischio di investire i bambini che stavano giocando per poi scagliarsi contro i “trentini di merda”. È un fatto gravissimo che conferma la necessità di una stretta sempre maggiore contro l’immigrazione. Abbiamo rischiato un secondo attentato come a Modena, potremmo contare i morti in questo momento».
Già, perché per alcuni istanti i più hanno temuto il peggio. Vedendo quella macchina sfrecciare contromano e le lame che tagliavano la notte hanno pensato a un attentato. Questa volta non è andata così, grazie a Dio. Ma è comunque un sintomo. Molti terroristi prima di fare il «grande passo» e abbracciare la jihad erano semplici casseurs, teppistelli di periferia. Vuoti, in una società che, secondo loro, non li accettava. E così hanno trovato rifugio nella guerra santa, in un ideale di morte in grado di dare un senso alla loro vita. Piccoli segni che qualcosa nel sistema dell’integrazione non sta funzionando. E di cui sarebbe bene prenderne atto e agire di conseguenza. Prima che sia troppo tardi. Ammesso che non lo sia già.
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