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2021-11-02
Trieste vieta i cortei. «È ora di comprimere il diritto di protesta»
Ansa
Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso.
L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili.
È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri».
Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati.
D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza?
Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.
Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde
Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio.
L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti.
«È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
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Il prefetto interdice piazza Unità ai portuali fino al 31 dicembre. Il sindaco choc: «Restrizioni per i non vaccinati, sono disertori».Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde. Ben 23 positivi tra i 26 greci in villeggiatura a Venezia. E almeno 24 erano già inoculati.Lo speciale comprende due articoli. Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso. L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili. È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri». Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati. D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza? Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-vieta-i-cortei-e-ora-di-comprimere-il-diritto-di-protesta-2655476181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="focolaio-tra-i-turisti-avevano-tutti-la-card-verde" data-post-id="2655476181" data-published-at="1635811417" data-use-pagination="False"> Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio. L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti. «È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.