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2021-11-02
Trieste vieta i cortei. «È ora di comprimere il diritto di protesta»
Ansa
Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso.
L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili.
È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri».
Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati.
D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza?
Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.
Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde
Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio.
L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti.
«È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
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Il prefetto interdice piazza Unità ai portuali fino al 31 dicembre. Il sindaco choc: «Restrizioni per i non vaccinati, sono disertori».Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde. Ben 23 positivi tra i 26 greci in villeggiatura a Venezia. E almeno 24 erano già inoculati.Lo speciale comprende due articoli. Ma quale regime? Il diritto di manifestare non sarà represso; sarà compresso. L'ha annunciato ieri, in conferenza stampa, il prefetto di Trieste, Valerio Valenti: «Per me in questo momento prevale il diritto alla salute». I rappresentanti del Viminale sul territorio sono chiamati a decidere la gerarchia dei beni protetti, no? «Dobbiamo», quindi, «trovare forme per non reprimere il diritto alla libera manifestazione, ma quanto meno comprimerlo». Niente paura: per salvare libertà e democrazia basta cambiare il prefisso a un verbo. Bisogna «adottare provvedimenti che anticipino, almeno per quanto riguarda cortei e manifestazioni, le misure da zona gialla, l'obbligo di mascherine e distanziamento. Oltretutto abbiamo visto che molte di queste persone vengono da fuori, e ci infettano». Naturalmente, non si tratta di migranti: quelli che arrivano sui barconi sono asettici; chi sconfina per protestare con i portuali, porta le malattie. «Dobbiamo individuare delle sanzioni particolarmente dure per gli organizzatori di manifestazioni in cui non vengono usate le mascherine». Che all'aperto non sono obbligatorie. «Altrimenti il rischio è quello di arrivare in fretta alla zona gialla. Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d'Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre». Appunto: niente più sit in dei camalli, come da auspicio bipartisan (da Maurizio Gasparri a Debora Serracchiani). Fino a fine anno. E magari oltre, perché l'orientamento del governo è di prolungare lo stato d'emergenza e il lasciapassare verde. Però, guai a voi se pensate che questo sia un regime: complottisti, negazionisti, irresponsabili. È il trattamento da «colonna infame»: d'emblée, Stefano Puzzer e compagni non sono più onesti cittadini, che - si condivida o meno la loro battaglia - reclamano il diritto di lavorare a prescindere dal tesserino sanitario. Che peraltro, con buona pace della telepropaganda, non dà alcuna garanzia di sicurezza e men che meno di libertà. Ormai, quella che all'inizio veniva snobbata come l'esibizione di una sparuta minoranza di invasati, incapace di ostacolare la normale attività dello scalo giuliano, è diventata una masnada di untori. «Siete liberi di non vaccinarvi, di fare tamponi ogni 48 ore», ha sbottato il prefetto, «ma lasciate vivere gli altri». Per fortuna, nell'area la gente non sta morendo a grappoli. È vero: tra i manifestanti no pass ci sarebbero 93 contagi e la provincia è di gran lunga quella con la più alta incidenza di casi. Nel capoluogo, i medici denunciano segnali di intasamento nelle strutture sanitarie. Il Friuli Venezia Giulia è la prima Regione per nuove infezioni in rapporto agli abitanti. E secondo Fabio Barbone, capo della task force anti Covid, è stata superata la soglia d'allarme del 10% di ricoveri in terapia intensiva. Nei reparti ordinari, però, peggio della Regione di Massimiliano Fedriga fanno Bolzano, Campania, Calabria, Lazio, Sicilia, mentre l'indice Rt, che misura il tasso di trasmissibilità del virus, è più basso in Friuli Venezia Giulia che a Bolzano, Trento, Basilicata, Calabria, Valle d'Aosta. Insomma, nel complesso, la situazione sanitaria appare critica ma gestibile. Barbone ha parlato di «dato che fa ritornare indietro all'autunno 2020». Sarà. Il primo novembre 2020, in Regione c'erano stati 403 contagi, un morto e c'erano 38 pazienti in terapia intensiva. Ieri ci sono stati 63 casi, nessun morto e in rianimazione sono 18 i posti letto occupati. D'altronde, la recrudescenza dell'epidemia, più che una colpa da rinfacciare ai Babau no vax, dovrebbe ridimensionare l'aura di santità cucita sopra a vaccino e green pass. Al contrario, il circo mediatico dribbla la questione: se i numeri peggiorano, non è perché la strategia del vaccino sola salus non ha funzionato, bensì è perché ci vogliono più iniezioni (terze dosi) e più lasciapassare (fino all'estate 2022). Comunque, il Friuli Venezia Giulia ha l'81,2% di cittadini completamente vaccinati, più di Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Sicilia, Calabria, Campania e altre Regioni del Sud. I vaccini non dovevano riportarci alla normalità? O nella «nuova normalità» sarà vietato il disaccordo? Evidentemente, il Covid dilaga tra i camalli ribelli, ma non nelle piazze ambientaliste, in quelle Lgbt, in quella della Cgil, nei rave abusivi (i fattoni si iniettano di tutto, si saranno iniettati pure il siero anticoronavirus). E nemmeno, tanto per dire, alla Barcolana di Trieste, la rassegna velica che si è svolta dall'1 al 10 ottobre, con grande successo di pubblico. Le foto visibili sul sito ritraggono folle ammassate lungo il molo: tanti certificati verdi, sicuramente, ma pure tante mascherine abbassate. Come mai il prefetto Valenti non si era preoccupato? E come mai il sindaco forzista, Roberto Dipiazza, si era fatto persino filmare mentre baciava e abbracciava una fan, senza protezioni in viso? Non è che il green pass dà un falso senso di sicurezza? Desta sconcerto, semmai, l'uscita del primo cittadino, che ha definito «disertori» i non vaccinati. Se non altro, perché i disertori violavano una legge, mentre i non vaccinati ricorrono a una facoltà che la legge accorda loro. La retorica bellica, della pandemia che è «come una guerra», con eroi e traditori della patria, avvelena il dibattito, distrugge la comunità e la possibilità di ragionare. È in virtù dell'ideologia dello stato d'eccezione, in fondo, che si chiede, come fa Dipiazza, che «il peso di eventuali nuove restrizioni gravi solo» su chi rifiuta le dosi, perché «la pazienza è finita». Il lockdown dei kulaki? Non sono bastati gli idranti, ora ci vuole la segregazione? «Qui non fuciliamo nessuno», ci ha tenuto a precisare il sindaco. E per assurdo, è questo uno degli aspetti più inquietanti della nuova repressione - pardon, «compressione»: per usare violenza sui dissenzienti, non è più necessario sparare un colpo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trieste-vieta-i-cortei-e-ora-di-comprimere-il-diritto-di-protesta-2655476181.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="focolaio-tra-i-turisti-avevano-tutti-la-card-verde" data-post-id="2655476181" data-published-at="1635811417" data-use-pagination="False"> Focolaio tra i turisti: avevano tutti la card verde Sono isolati e sotto osservazione i 26 turisti greci in visita a Venezia, di cui 23 positivi, che sabato pomeriggio si sono presentati, a bordo di un autobus da turismo, al drive through di Mestre. Tutti, particolare non secondario, avevano il green pass che, nonostante quanto continua a sostenere il governo, si conferma non in grado di controllare il contagio. A fare la differenza è stata invece la tempestività con cui ha reagito la macchina operativa veneziana che, in quattro ore, ha messo sotto controllo il nuovo focolaio. L'allarme è scattato alle 17 di sabato 30 ottobre, quando i 26 turisti si sono presentati al punto tamponi di piazzale Giustiniani a Mestre, a bordo di un grande autobus turistico. Avevano tutti appena effettuato un primo giro di tamponi rapidi in una farmacia mestrina, per verificare l'origine dei sintomi simili al raffreddore che presentavano due di loro. Al primo test rapido erano infatti risultati positivi in 18. Al drive trough, un team di sei professionisti sanitari dell'Usl 3 ha subito seguito il caso per test e tracciamento. Gli operatori hanno spiegato in inglese che sarebbero stati tutti sottoposti a tampone rapido di terza generazione e a tampone molecolare, e che avrebbero dovuto compilare un'anagrafica con tutte le informazioni utili. I turisti sono rimasti all'interno dell'autobus, mentre un medico e un infermiere, con la tuta integrale anticontagio, hanno eseguito i test a bordo. Il secondo round con test, tamponi rapidi e molecolari ha rivelato 23 soggetti positivi al Covid. Alle 21 di sabato, otto turisti sono stati sistemati al Covid hotel, 16 nell'Ospedale di comunità di Noale e due, provvisoriamente, nel reparto di pneumologia all'ospedale di Dolo. I medici dell'Unità speciale di continuità assistenziale (Usca) hanno visitato con ecografi portatili i turisti e continuano a monitorare lo stato di salute dei quattro viaggiatori che, nel frattempo, sono sintomatici. Per loro è stata predisposta la possibilità di somministrare gli anticorpi monoclonali, come viene fatto negli ultimi tempi per tutti i sintomatici eleggibili del territorio. Nel frattempo i tamponi dei viaggiatori sono in fase di sequenziamento per verificare la presenza di varianti. «È stato un grande lavoro di squadra. Ci siamo attivati su più fronti in contemporanea: di tracciamento, epidemiologico, di diagnosi, di isolamento, clinico e di sequenziamento», ha raccontato il direttore generale dell'azienda sanitaria Edgardo Contato osservando che si è trattato di un «cluster numeroso e improvviso» complicato dal dover «rassicurare utenti stranieri che si trovano fuori dal loro Paese». Sono intanto arrivati dal console onorario di Grecia a Venezia Bruno Bernardi, i ringraziamenti per «il trattamento e l'attenzione amichevole» ricevuti. Continua la verifica per capire quanti dei 26 turisti con green pass risultino vaccinati con doppia dose. Al momento sarebbero 24. Ulteriore dimostrazione che, se il vaccino protegge dalle forme gravi, il green pass non evita il contagio.
Rocco Maruotti, segretario generale dell'Anm (Imagoeconomica)
Vogliamo lavorare con il ministero e con gli avvocati sulle riforme necessarie per l’efficienza della giustizia, come le piante organiche e il tema degli applicativi informatici». «L’Anm», sottolinea Maruotti, gettando acqua sul fuoco, «non è un attore politico, ma è sempre intervenuta nel dibattito pubblico sui temi della giustizia con una certa postura e, come in questa occasione referendaria, evitando una contrapposizione frontale».
Anche Cesare Parodi, presidente dimissionario dell’Anm intervenuto a Rtl 102.5, rispondendo a una domanda sui cori dei magistrati con Bella ciao a Napoli dopo l’esito del referendum, ha cercato di stemperare il clima, ma senza attaccare i colleghi.
«Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione», ha detto Parodi, «credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto. Ma ognuno ha il suo carattere, io non critico nessuno, ognuno ha le sue reazioni, io non posso certamente richiamare nessuno, prendo atto di questo». «Secondo me non è un qualcosa di politico», ha aggiunto, «io sicuramente non ho mai avuto atteggiamenti di questo tipo e condivido le indicazioni del presidente Mattarella che ha detto a tutti, non solo ai magistrati, di mantenere sempre un contegno istituzionale e una compostezza che secondo me sono
assolutamente importanti. È stato, credo, non certamente un atteggiamento politico, un momento di sfogo dopo una lunga tensione».
Parodi ha poi chiarito che le sue dimissioni, rese pubbliche a cavallo tra la chiusura dei seggi e l’inizio dello spoglio, nascono da ragioni familiari: «Non c’è nessun nesso con il risultato, non sapevo di aver vinto quando l’ho comunicato, avevo un minuto di tempo per dirlo a urne chiuse e prima degli exit poll e in quel minuto l’ho detto». «È una motivazione personale, devo dire nemmeno troppo originale, legata a motivi di salute di una persona cara, quindi nulla di strano», ha ribadito, per poi escludere una sua entrata in politica: «Ho letto delle cose assurde sui social, che sarei stato minacciato o che mi hanno offerto posti politici, cose di questo tipo, ma assolutamente no».
Il successore di Parodi potrebbe essere eletto già sabato 28 marzo. La toga formalizzerà il passo indietro nella riunione del comitato direttivo centrale dell’Anm che era già fissata per sabato prossimo ma, a quanto risulta, all’ordine del giorno della riunione è stato inserito anche un punto relativo all’elezione del nuovo presidente.
A guastare i tentativi di distensione da parte della magistratura associata sono però arrivate le dichiarazioni dell’ex presidente dell’Anm Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano. Per la toga dal referendum sulla giustizia «esce travolta un’intera classe dirigente dell’avvocatura» e se «esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza» dentro al mondo dell’avvocatura e delle «camere penali» in una «campagna di violenta delegittimazione della magistratura» che si è alleata «con le posizioni più estreme e non di rado volgari». In un post sui social Poniz attacca chi non ha «esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta, anche in nome di avvocati che certo quel mandato non hanno mai conferito, come raccontano i tanti coraggiosi avvocati che si sono sottratti a un’operazione davvero sconcertante per l’insensibilità istituzionale che dimostrava». «Quale sia il destino dei dirigenti delle camere penali - ancora una volta battute su un tema che è diventato una ossessione e agitato come slogan, come esattamente compreso da chi ha detto No - è problema che riguarda loro», scrive la toga.
L’Ordine degli avvocati di Milano ha espresso «sconcerto e preoccupazione» per le parole di Poniz e ribadito «come la cultura della giurisdizione si indebolisca ogni volta che il confronto scivola nella contrapposizione, addirittura nella denigrazione di una categoria, e si comprometta quando si evocano logiche di resa dei conti, tanto più se affidate ai social». «Il rapporto tra avvocatura e magistratura è», prosegue la nota, «per sua natura, dialettico, ma deve restare fondato su rispetto, lealtà e verità» perché «è su questo terreno che si tutela davvero la giustizia».
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Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro (Ansa)
La decisione del sottosegretario arriva per via del suo coinvolgimento nella 5 Forchette srl, società che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma. La società era posseduta anche da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma. L’uomo infatti risulta legato al clan Senese. «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio», le parole di Delmastro.
La capo di gabinetto Bartolozzi si dimette invece per ragioni politiche. Nel mirino le sue frasi pronunciate contro le toghe in piena campagna referendaria, giudicate quanto meno inopportune per un alto funzionario del ministero della Giustizia, che aveva definito certe toghe paragonabili a «plotoni di esecuzione». In precedenza l’ex deputata era stata indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, indagini concluse però in un nulla di fatto, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio.
Queste dimissioni precedono il question time del ministro Nordio, previsto per oggi. Intervento che alle opposizioni non basta perché dopo gli ultimi avvenimenti hanno deciso di chiedere chiarimenti anche al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La prima a pretendere l’intervento in Aula del premier è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. Francesco Boccia, capo dei senatori dem, si domanda: «Fino a ieri Delmastro e Bartolozzi, nonostante le richieste delle opposizioni, sono rimasti al loro posto con il ministro Nordio a difendere il loro operato. Ora, nel giro di mezz'ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuto il presidente del Consiglio? Il ministro della Giustizia ha cambiato idea?».
Un treno di dimissioni gradito da Meloni , che «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla giustizia e del capo di gabinetto di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè». Chiedono nuovamente le sue dimissioni a gran voce anche i 5 stelle. «L’elenco degli orrori non è finito. L’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche il ministro Santanchè?», si domanda sui social Giuseppe Conte. Mentre il Pd annuncia una mozione di sfiducia.
Ed in serata la leader dem, Elly Schlein, a cercare di prendersi la scena: «Dimissioni tardive, il caso Delmastro è gravissimo e continueremo a seguirlo. Se la maggioranza non avesse perso avrebbe fatto queste scelte? La Meloni pensi agli interessi dell’Italia, non può più permettersi ministri leggeri».
Santanchè è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento di Bioera Spa. Un filone che si somma alle precedenti inchieste per bancarotta riguardanti Ki Group e per falso in bilancio e truffa aggravata inerenti alla gestione di Visibilia Editore.
La responsabilità politica per l’esito del voto, tuttavia, resta del ministro Nordio, che ieri con grande dignità nello studio di Start, su Sky Tg24, ha riconosciuto la paternità della sconfitta al referendum sulla riforma che, come ha ricordato lui stesso: «In gran parte porta il mio nome». Non ha parlato di sue dimissioni respingendole nel pomeriggio, ma circa l’ipotesi di un prosieguo del suo mandato in un eventuale futuro governo Meloni ha chiarito: «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby. Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno». E poi ha ribadito: «Sono stato chiamato a questo altissimo incarico, per il quale ringrazio e ringrazierò sempre il premier, per fare una serie di riforme, la più importante delle quali purtroppo non è andata bene, probabilmente anche per colpa mia».
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Ansa
La partecipazione al voto è stata importante: il 58,9% di affluenza indica che c’è stata un’attenzione particolare da parte degli italiani, anche se sicuramente in pochi hanno capito davvero i contenuti della riforma; chi ha votato No era più interessato alle conseguenze politiche che ne sarebbero derivate. Ovvero a fare uno sgambetto al governo. Colpa anche della campagna referendaria che, a detta di molti, la destra ha cannato completamente. È stata una campagna caratterizzata da offese e dichiarazioni fuori misura da parte di entrambi gli schieramenti. Ciò ha prodotto una maggiore mobilitazione degli elettori di sinistra in favore del No. Non pochi elettori dei partiti dell’opposizione, inizialmente, si dicevano orientati a votare per il Sì, poi l’inasprimento della campagna ha fatto loro cambiare idea mobilitando anche una parte degli elettori che si erano astenuti alle Politiche 2022 e alle Europee 2024, quasi tutti schierati per il No.
Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni di due anni fa è andato alle urne. Se una cosa positiva è uscita da questo referendum è quella di aver saputo rianimare la partecipazione politica in Italia, che da anni aveva l’elettroencefalogramma piatto.
Tuttavia, Elly Schlein e i suoi hanno poco da cantare Bella ciao. Se si votasse domani per le Politiche e tutti i No andassero al campo largo, la sinistra avrebbe una maggioranza risicata. Sempre se la ottiene. Lo dichiara un’analisi dell’Istituto Cattaneo: «È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione delle Politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso le opposizioni, le Politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo a una maggioranza relativa dei seggi», scrivono dall’Istituto. Insomma Maurizio Landini, capo della Cgil, e compagni hanno poco da festeggiare perché se si volessero usare i risultati del referendum come un «predittore del voto», dovrebbero essere almeno «corretti tenendo conto del diverso grado di partecipazione al voto dei vari elettorati», si spiega.
Come dicevamo, il massimo della partecipazione è stata tra gli studenti e in generale tra i più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. Se guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomer e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su. Infine, la partecipazione al voto, coinvolge meno gli elettori di centro. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi.
Per la sinistra votare No è stato invece come una chiamata alle armi contro il governo, anche se c’è stata una parte di elettori del Pd che ha scelto il Sì. Visto che Giuseppe Conte manda un avviso di sfratto a Giorgia Meloni abbiamo una notizia anche per lui: secondo l’analista Nando Pagnoncelli, tra chi dichiara di votare M5s, circa il 17% (ma era il 24% qualche mese fa) si è espresso per il Sì.
Nel centrodestra qualche «tradimento» si rileva tra gli elettori di Lega e Fi, rispettivamente con il 12% e il 10% circa, che vota No. Infine, tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, Avs, il Sì arriva al 31%. Anche Matteo Renzi e Nicola Fratoianni hanno perso il loro tocco magico?
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