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2018-04-27
Tesoro e Bce, la fregatura è servita
ANSA
Pronti, via, casino. Il comitato Edufin per l'educazione finanziaria, quello che dovrebbe «rieducare» i risparmiatori italiani in modo che la smettano di perdere soldi stupidamente con le banche, rischia di dover rinunciare alla copertura delle associazioni dei consumatori a neppure dieci giorni dalla partenza del portale varato da ministero dell'Economia, Consob, Bankitalia e via vigilando.
Il rappresentante del coordinamento dei consumatori nel comitato Edufin, Antonio Tanza, nell'ultima riunione ha criticato pesantemente tutto l'impianto dell'operazione, sia dal punto di vista dell'impostazione ideologica (tutta «filo banche»), sia della trasparenza nell'uso dei fondi pubblici. E ha scritto alla ventina di associazioni che rappresenta, da Adusbef a Federconsumatori, passando per Cittadinanzattiva e Adiconsum, aprendo un dibattito che potrebbe portare all'uscita dei consumatori dall'iniziativa.
L'antefatto di questa trovata del governo Gentiloni sono le crisi bancarie di questi ultimi anni, che si sono mangiate i risparmi di oltre mezzo milione di italiani in avventure che La Verità ha raccontato fin dalla sua nascita, come Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banca Etruria. In un Paese normale, sarebbero stati messi sul banco degli imputati i banchieri che hanno violato la legge e, eventualmente, i vigilanti che non hanno vigilato. Da noi, invece, il centrosinistra è riuscito a far passare un messaggio subliminale ben diverso: se uno ha perso i soldi, per esempio nei bond convertibili di Banca Etruria, il problema non è che qualcuno lo ha truffato, ma che lui è ignorante.
Il comitato per l'educazione finanziaria è stato istituito ad agosto 2017 con apposito decreto del ministro Pier Carlo Padoan, che ha nominato come presidente l'economista Annamaria Lusardi e altre dieci personalità tra le quali spiccano il proprio portavoce Roberto Basso e i rappresentanti di Bankitalia, Consob, Covip (fondi pensione), Ivass (assicurazioni), Ocf (consulenti finanziari). E l'avvocato Tanza, presidente di Adusbef, su indicazione di tutta la galassia dei consumatori. Bilancio annuo: 1 milione di euro.
Lo scorso 16 aprile è finalmente partito il portale www.quellocheconta.gov.it, ma nella riunione del 13 aprile il rappresentante dei consumatori ha sollevato varie questioni che ha poi riversato in una lettera ai propri mandatari e che La Verità ha potuto leggere.
Tanza ha innanzitutto contestato l'impostazione del sito, dove «si mira esclusivamente a promuovere le magnifiche e progressive sorti del sistema bancario, nel tentativo di acquisire gli ultimi 3 o 4 milioni di cittadini non ancora bancarizzati». Quando si apre il sito, ci sono subito alcuni video che presentano in ordine alfabetico i vari strumenti bancari e di risparmio, anziché in ordine di popolarità e complessità. Nel primo modulo, ad esempio, ci si imbatte subito nel bonifico sepa, ma Tanza fa notare che non è esattamente la prima cosa con cui introdurre il cittadino al magico mondo bancario. «Le guide già presenti sul sito di Bankitalia, dai mutui per la casa al credito al consumo, sono addirittura più accattivanti di quelle sfornate dal comitato», scrive il presidente di Adusbef. Che poi definisce il sito «carente» perché «non è stato studiato tenendo conto delle ampie conoscenze dei consumatori».
Quello che dovrebbe connotare un'iniziativa del genere dovrebbe essere almeno la trasparenza, ma secondo i consumatori manca anche quella. Il bilancio 2017 non è stato ancora consegnato ai membri del comitato, anche se è stato loro detto che una copia sarebbe stata pubblicata sul sito del ministero dell'Economia. Anche qui Tanza allarga le braccia e scrive: «Pare sia nella sezione Trasparenza del sito del Mef, ma io non sono stato capace di trovarlo». A dire il vero, non è riuscito neppure a noi.
In ogni caso, si sa che circa 750.000 euro sono stati spesi per attrezzature varie e per far partire il portale, mentre il resto del milione sarebbe finito in borse di studio e consulenze.
Ma è la proposta di bilancio per il 2018 che è già ritenuta «inaccettabile» dai consumatori. Le loro associazioni, in prima fila nell'assistere decine di migliaia di truffati, sono contemplate solo in quanto riceveranno 100.000 calendari, che dovranno poi distribuire gratuitamente. «Ho lottato perché i calendari arrivassero almeno a spese del comitato presso le sedi delle associazioni: inizialmente avremmo dovuto curare noi anche il ritiro», scrive Tanza ai colleghi.
Per gestire il portale, secondo Tanza, si spenderanno invece 13.500 euro al mese, ovvero molto di più quanto spendono le associazioni per i propri siti, mentre ben 640.000 euro se ne andranno in campagne informative. Di questi, ben 400.000 euro andranno in acquisto di spazi pubblicitari. Ma non mancheranno anche 15.000 penne a sfera con il logo Edufin da regalare qua e là.
Sul budget 2018 hanno espresso perplessità anche altri quattro consiglieri, ma è con i consumatori, che si vedranno il 3 maggio, che si rischia lo strappo più doloroso.
Il tutto mentre da oltre quattro mesi si attende lo sblocco di 10 milioni di euro derivanti dalle multe Antitrust, in buona parte frutto delle denunce dei consumatori.
Francesco Bonazzi
Npl, la Bce rischia il disastro ma non sa più come fermarsi
Clamoroso dietrofront della Banca centrale europea nella politica sui crediti deteriorati. Stando alle indiscrezioni fornite da Reuters lunedì, Francoforte sarebbe sul punto di abbandonare il piano per la riduzione dello stock esistente di non performing loans (crediti deteriorati) in carico alle banche europee. Misure che nelle intenzioni della Vigilanza si sarebbero dovute affiancare a quelle sui nuovi flussi di Npl (il cosiddetto addendum) già dal primo trimestre 2018, ma slittate per la netta opposizione del Parlamento europeo. Decisivo per il cambio di rotta sarebbe stato l'esito di una valutazione d'impatto che, in caso di introduzione delle norme, avrebbe evidenziato «rischi per l'intero sistema finanziario». Voci di corridoio parlano di conseguenze sul capitale degli istituti finanziari per decine di miliardi di euro. Una vera e propria mazzata per il sistema bancario continentale, sul quale gravano oggi crediti deteriorati per l'astronomica cifra di 759 miliardi, pari al 5% del Pil dell'intera Unione europea.
Rimane in piedi l'addendum presentato lo scorso marzo, che riguarda però solamente i crediti destinati a deteriorarsi dal 1° aprile in poi. Le regole introdotte dalla Vigilanza bancaria europea prevedono la copertura totale da parte delle banche degli Npl in sette anni in caso di crediti garantiti (cioè assistiti da garanzia reale, come ad esempio un'ipoteca) e in soli due anni in caso di crediti non garantiti. Norme non vincolanti, ma che di fatto rappresentano un benchmark di riferimento quasi imprescindibile per gli istituti di dimensioni rilevanti, quelli cioè nel mirino della Vigilanza. Le regole della Bce, in ogni caso, sono destinate a essere «sovrascritte» da quelle che verranno emanate dalla Commissione europea, una volta che questa terminerà i lavori sul tema. Una situazione di totale confusione normativa che non lascia tranquille banche e governi.
La decisione finale verrà presa a giugno, ma sul verdetto pesano le forti pressioni dei Paesi più esposti, in particolare Grecia, Portogallo e Italia. Una soluzione, suggerisce la fonte di Reuters, potrebbe essere quella di rimandare l'introduzione delle regole sullo stock al termine degli stress test che si chiuderanno a novembre, una data considerata però troppo vicina alla scadenza del mandato della responsabile della Vigilanza europea, Danièle Nouy. Qualora il piano venisse definitivamente stralciato, la Bce adotterebbe l'approccio «caso per caso», valutando i progressi compiuti da parte della singola banca.
L'Italia sta provando a giocare un ruolo chiave nella partita per i crediti deteriorati. Lo scorso 19 marzo l'eurodeputato Marco Zanni (Enf) ha presentato un'interrogazione nella quale chiedeva chiarimenti sulla decisione da parte della Bce di non rendere nota la valutazione di impatto sull'addendum. Nel corso dell'audizione alla commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo svoltasi il 26 marzo, incalzata dalle domande dei nostri eurodeputati, la Nouy aveva definito l'analisi sull'addendum «inutile, se non del tutto infattibile». Qualche giorno dopo, uno studio di Mediobanca securities stimava invece un aumento del 20% nei tassi dei prestiti alle piccole e medie imprese italiane a seguito dell'introduzione delle nuove regole.
Per quanto auspicabile, ritrattare a questo punto la strategia sugli Npl equivarrebbe a minare la credibilità stessa della Vigilanza europea, che negli ultimi anni ha fatto di questo tema un vero e proprio cavallo di battaglia. Una linea durissima portata avanti in prima persona da Danièle Nouy, la quale non ha perso occasione per bacchettare gli istituti. La numero uno della supervisione europea ha ribadito più volte che gli alti volumi di Npl hanno effetti negativi sull'erogazione di nuovo credito e sull'economia in generale. Un pregiudizio smontato punto per punto da Banca d'Italia per mezzo di uno studio pubblicato recentemente a firma Paolo Angelini (vice capo della Vigilanza di via Nazionale) e nel quale si mette in dubbio l'esistenza di legame diretto tra Npl e calo dei flussi dei prestiti.
Per sapere se il voltafaccia sui crediti deteriorati ci sarà occorre dunque attendere giugno. Tuttavia i Paesi del nord Europa sono già sul piede di guerra, convinti che una linea più «soft» sugli Npl rappresenterebbe una pericolosa scappatoia per i Paesi con le esposizioni più alte, tra cui il nostro. I «falchi», Germania e Olanda in testa, chiedono che vengano applicati agli stock di Npl esistenti le stesse coperture previste per l'addendum. Considerate le premesse, quella tra i due blocchi si preannuncia dunque una battaglia molto aspra.
Sullo sfondo la partita per la successione di Danièle Nouy, che dovrà cedere lo scranno più alto della Vigilanza il 31 dicembre 2018. Senza dimenticare che entro il 2019 scadranno altri quattro importanti mandati: quello della sua vice Sabine Lautenschläger (febbraio), di Peter Praet (membro consiglio direttivo Bce, maggio), Mario Draghi (ottobre) e Benoit Cœuré (membro consiglio direttivo Bce, dicembre). Il pronostico è difficile da azzeccare, considerata anche la situazione attuale e gli inevitabili incastri politici. Volendo provare a fare qualche ipotesi, risulta verosimile la candidatura dell'irlandese Philip Lane, «trombato» a febbraio per la vicepresidenza della Bce andata poi allo spagnolo Luis De Guindos. Quella della Vigilanza potrebbe essere una buona poltrona per un paese dell'Est, magari con il lettone Peters Putnins che a marzo ha guidato la liquidazione della banca Ablv. Difficile ma non impossibile, infine, uno scambio tra Berlino e Roma, con Jens Weidmann a capo della Bce e l'Italia a occupare la Vigilanza. Papabili a quel punto i nomi di Fabio Panetta, vice direttore generale di Banca d'Italia e già membro del Consiglio di Vigilanza, Carmelo Barbagallo (capo dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria di via Nazionale) oppure lo stesso Paolo Angelini.
Antonio Grizzuti
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Antonio Tanza, rappresentante dei consumatori nel comitato Edufin, responsabile del portale creato dal governo per dire agli italiani come usare i loro risparmi, minaccia l'addio: «Strumento per convincere tutti ad aprire un conto corrente» Francoforte in una morsa: le nuove regole sui crediti deteriorati penalizzano le nostre banche. Fare retromarcia, però, azzererebbe la credibilità della Vigilanza europea. Lo speciale contiene due articoli. Pronti, via, casino. Il comitato Edufin per l'educazione finanziaria, quello che dovrebbe «rieducare» i risparmiatori italiani in modo che la smettano di perdere soldi stupidamente con le banche, rischia di dover rinunciare alla copertura delle associazioni dei consumatori a neppure dieci giorni dalla partenza del portale varato da ministero dell'Economia, Consob, Bankitalia e via vigilando. Il rappresentante del coordinamento dei consumatori nel comitato Edufin, Antonio Tanza, nell'ultima riunione ha criticato pesantemente tutto l'impianto dell'operazione, sia dal punto di vista dell'impostazione ideologica (tutta «filo banche»), sia della trasparenza nell'uso dei fondi pubblici. E ha scritto alla ventina di associazioni che rappresenta, da Adusbef a Federconsumatori, passando per Cittadinanzattiva e Adiconsum, aprendo un dibattito che potrebbe portare all'uscita dei consumatori dall'iniziativa. L'antefatto di questa trovata del governo Gentiloni sono le crisi bancarie di questi ultimi anni, che si sono mangiate i risparmi di oltre mezzo milione di italiani in avventure che La Verità ha raccontato fin dalla sua nascita, come Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Banca Etruria. In un Paese normale, sarebbero stati messi sul banco degli imputati i banchieri che hanno violato la legge e, eventualmente, i vigilanti che non hanno vigilato. Da noi, invece, il centrosinistra è riuscito a far passare un messaggio subliminale ben diverso: se uno ha perso i soldi, per esempio nei bond convertibili di Banca Etruria, il problema non è che qualcuno lo ha truffato, ma che lui è ignorante. Il comitato per l'educazione finanziaria è stato istituito ad agosto 2017 con apposito decreto del ministro Pier Carlo Padoan, che ha nominato come presidente l'economista Annamaria Lusardi e altre dieci personalità tra le quali spiccano il proprio portavoce Roberto Basso e i rappresentanti di Bankitalia, Consob, Covip (fondi pensione), Ivass (assicurazioni), Ocf (consulenti finanziari). E l'avvocato Tanza, presidente di Adusbef, su indicazione di tutta la galassia dei consumatori. Bilancio annuo: 1 milione di euro. 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Nel primo modulo, ad esempio, ci si imbatte subito nel bonifico sepa, ma Tanza fa notare che non è esattamente la prima cosa con cui introdurre il cittadino al magico mondo bancario. «Le guide già presenti sul sito di Bankitalia, dai mutui per la casa al credito al consumo, sono addirittura più accattivanti di quelle sfornate dal comitato», scrive il presidente di Adusbef. Che poi definisce il sito «carente» perché «non è stato studiato tenendo conto delle ampie conoscenze dei consumatori». Quello che dovrebbe connotare un'iniziativa del genere dovrebbe essere almeno la trasparenza, ma secondo i consumatori manca anche quella. Il bilancio 2017 non è stato ancora consegnato ai membri del comitato, anche se è stato loro detto che una copia sarebbe stata pubblicata sul sito del ministero dell'Economia. Anche qui Tanza allarga le braccia e scrive: «Pare sia nella sezione Trasparenza del sito del Mef, ma io non sono stato capace di trovarlo». A dire il vero, non è riuscito neppure a noi. In ogni caso, si sa che circa 750.000 euro sono stati spesi per attrezzature varie e per far partire il portale, mentre il resto del milione sarebbe finito in borse di studio e consulenze. Ma è la proposta di bilancio per il 2018 che è già ritenuta «inaccettabile» dai consumatori. Le loro associazioni, in prima fila nell'assistere decine di migliaia di truffati, sono contemplate solo in quanto riceveranno 100.000 calendari, che dovranno poi distribuire gratuitamente. «Ho lottato perché i calendari arrivassero almeno a spese del comitato presso le sedi delle associazioni: inizialmente avremmo dovuto curare noi anche il ritiro», scrive Tanza ai colleghi. Per gestire il portale, secondo Tanza, si spenderanno invece 13.500 euro al mese, ovvero molto di più quanto spendono le associazioni per i propri siti, mentre ben 640.000 euro se ne andranno in campagne informative. Di questi, ben 400.000 euro andranno in acquisto di spazi pubblicitari. Ma non mancheranno anche 15.000 penne a sfera con il logo Edufin da regalare qua e là. Sul budget 2018 hanno espresso perplessità anche altri quattro consiglieri, ma è con i consumatori, che si vedranno il 3 maggio, che si rischia lo strappo più doloroso. Il tutto mentre da oltre quattro mesi si attende lo sblocco di 10 milioni di euro derivanti dalle multe Antitrust, in buona parte frutto delle denunce dei consumatori. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesoro-bce-fregata-servita-2563766174.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="npl-la-bce-rischia-il-disastro-ma-non-sa-piu-come-fermarsi" data-post-id="2563766174" data-published-at="1774144573" data-use-pagination="False"> Npl, la Bce rischia il disastro ma non sa più come fermarsi Clamoroso dietrofront della Banca centrale europea nella politica sui crediti deteriorati. Stando alle indiscrezioni fornite da Reuters lunedì, Francoforte sarebbe sul punto di abbandonare il piano per la riduzione dello stock esistente di non performing loans (crediti deteriorati) in carico alle banche europee. Misure che nelle intenzioni della Vigilanza si sarebbero dovute affiancare a quelle sui nuovi flussi di Npl (il cosiddetto addendum) già dal primo trimestre 2018, ma slittate per la netta opposizione del Parlamento europeo. Decisivo per il cambio di rotta sarebbe stato l'esito di una valutazione d'impatto che, in caso di introduzione delle norme, avrebbe evidenziato «rischi per l'intero sistema finanziario». Voci di corridoio parlano di conseguenze sul capitale degli istituti finanziari per decine di miliardi di euro. Una vera e propria mazzata per il sistema bancario continentale, sul quale gravano oggi crediti deteriorati per l'astronomica cifra di 759 miliardi, pari al 5% del Pil dell'intera Unione europea. Rimane in piedi l'addendum presentato lo scorso marzo, che riguarda però solamente i crediti destinati a deteriorarsi dal 1° aprile in poi. Le regole introdotte dalla Vigilanza bancaria europea prevedono la copertura totale da parte delle banche degli Npl in sette anni in caso di crediti garantiti (cioè assistiti da garanzia reale, come ad esempio un'ipoteca) e in soli due anni in caso di crediti non garantiti. Norme non vincolanti, ma che di fatto rappresentano un benchmark di riferimento quasi imprescindibile per gli istituti di dimensioni rilevanti, quelli cioè nel mirino della Vigilanza. Le regole della Bce, in ogni caso, sono destinate a essere «sovrascritte» da quelle che verranno emanate dalla Commissione europea, una volta che questa terminerà i lavori sul tema. Una situazione di totale confusione normativa che non lascia tranquille banche e governi. La decisione finale verrà presa a giugno, ma sul verdetto pesano le forti pressioni dei Paesi più esposti, in particolare Grecia, Portogallo e Italia. Una soluzione, suggerisce la fonte di Reuters, potrebbe essere quella di rimandare l'introduzione delle regole sullo stock al termine degli stress test che si chiuderanno a novembre, una data considerata però troppo vicina alla scadenza del mandato della responsabile della Vigilanza europea, Danièle Nouy. Qualora il piano venisse definitivamente stralciato, la Bce adotterebbe l'approccio «caso per caso», valutando i progressi compiuti da parte della singola banca. L'Italia sta provando a giocare un ruolo chiave nella partita per i crediti deteriorati. Lo scorso 19 marzo l'eurodeputato Marco Zanni (Enf) ha presentato un'interrogazione nella quale chiedeva chiarimenti sulla decisione da parte della Bce di non rendere nota la valutazione di impatto sull'addendum. Nel corso dell'audizione alla commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo svoltasi il 26 marzo, incalzata dalle domande dei nostri eurodeputati, la Nouy aveva definito l'analisi sull'addendum «inutile, se non del tutto infattibile». Qualche giorno dopo, uno studio di Mediobanca securities stimava invece un aumento del 20% nei tassi dei prestiti alle piccole e medie imprese italiane a seguito dell'introduzione delle nuove regole. Per quanto auspicabile, ritrattare a questo punto la strategia sugli Npl equivarrebbe a minare la credibilità stessa della Vigilanza europea, che negli ultimi anni ha fatto di questo tema un vero e proprio cavallo di battaglia. Una linea durissima portata avanti in prima persona da Danièle Nouy, la quale non ha perso occasione per bacchettare gli istituti. La numero uno della supervisione europea ha ribadito più volte che gli alti volumi di Npl hanno effetti negativi sull'erogazione di nuovo credito e sull'economia in generale. Un pregiudizio smontato punto per punto da Banca d'Italia per mezzo di uno studio pubblicato recentemente a firma Paolo Angelini (vice capo della Vigilanza di via Nazionale) e nel quale si mette in dubbio l'esistenza di legame diretto tra Npl e calo dei flussi dei prestiti. Per sapere se il voltafaccia sui crediti deteriorati ci sarà occorre dunque attendere giugno. Tuttavia i Paesi del nord Europa sono già sul piede di guerra, convinti che una linea più «soft» sugli Npl rappresenterebbe una pericolosa scappatoia per i Paesi con le esposizioni più alte, tra cui il nostro. I «falchi», Germania e Olanda in testa, chiedono che vengano applicati agli stock di Npl esistenti le stesse coperture previste per l'addendum. Considerate le premesse, quella tra i due blocchi si preannuncia dunque una battaglia molto aspra. Sullo sfondo la partita per la successione di Danièle Nouy, che dovrà cedere lo scranno più alto della Vigilanza il 31 dicembre 2018. Senza dimenticare che entro il 2019 scadranno altri quattro importanti mandati: quello della sua vice Sabine Lautenschläger (febbraio), di Peter Praet (membro consiglio direttivo Bce, maggio), Mario Draghi (ottobre) e Benoit Cœuré (membro consiglio direttivo Bce, dicembre). Il pronostico è difficile da azzeccare, considerata anche la situazione attuale e gli inevitabili incastri politici. Volendo provare a fare qualche ipotesi, risulta verosimile la candidatura dell'irlandese Philip Lane, «trombato» a febbraio per la vicepresidenza della Bce andata poi allo spagnolo Luis De Guindos. Quella della Vigilanza potrebbe essere una buona poltrona per un paese dell'Est, magari con il lettone Peters Putnins che a marzo ha guidato la liquidazione della banca Ablv. Difficile ma non impossibile, infine, uno scambio tra Berlino e Roma, con Jens Weidmann a capo della Bce e l'Italia a occupare la Vigilanza. Papabili a quel punto i nomi di Fabio Panetta, vice direttore generale di Banca d'Italia e già membro del Consiglio di Vigilanza, Carmelo Barbagallo (capo dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria di via Nazionale) oppure lo stesso Paolo Angelini. Antonio Grizzuti
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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