Il ceo snobba gli incontri al ministero del Made in Italy presenziando, invece, a quelli sulla mobilità green promossi dal gruppo. Adolfo Urso e sindacati chiedono almeno 200.000 auto e un nuovo modello per Mirafiori. L’ex Fca non dà certezze ma pretende incentivi.
Il ceo snobba gli incontri al ministero del Made in Italy presenziando, invece, a quelli sulla mobilità green promossi dal gruppo. Adolfo Urso e sindacati chiedono almeno 200.000 auto e un nuovo modello per Mirafiori. L’ex Fca non dà certezze ma pretende incentivi.Al tavolo Stellantis apparecchiato ieri al ministero del Made in Italy sul futuro di Mirafiori non si è seduto Carlos Tavares. Assente, come a quello su Melfi. C’era Davide Mele, responsabile corporate affairs del gruppo, ma non il ceo. Il manager portoghese doveva infatti partecipare nelle stesse ore al dibattito green promosso dal Freedom of mobility forum, laboratorio digitale lanciato nel 2023 dallo stesso gruppo automobilistico. Laboratorio che peraltro, come ha fatto notare ieri Il Giornale, ha inserito nel programma gli studenti di tre importanti atenei di Francia, Usa e Marocco, ignorando l’Italia. Zero relatori italiani anche nei dibattiti con Tavares su come il pianeta Terra riuscirà a soddisfare le esigenze di mobilità di 8 miliardi di persone.Tra futuro del pianeta e futuro di Mirafiori, il ceo di Stellantis ha comunque scelto di confrontarsi sul primo parlando di decarbonizzazione e di car sharing sostenibile. Del secondo si è invece parlato al Mimit, con scarsi risultati in termini di garanzie sulle condizioni poste congiuntamente dal ministro Adolfo Urso e dai sindacati: produrre nella fabbrica piemontese almeno 200.000 veicoli all’anno e subito un nuovo modello di auto che sia in grado di fare ampi volumi e risponda alle esigenze del mercato italiano. «In una logica nazionale significa raggiungere l’obiettivo, confermato più volte dall’azienda, di un milione di veicoli realizzati in Italia», ha affermato Urso. Ricordando che a Torino si producono modelli, come la 500 elettrica e la Maserati, rivolte sostanzialmente al mercato estero. «A Mirafiori si deve ripartire con una prospettiva condivisa e per fare questo è necessario che l’azienda chiarisca con quali modelli, con quale produzione e quindi, di conseguenza, con quali livelli occupazionali, si possa raggiungere questo obiettivo», ha aggiunto Urso, perché «abbiamo la necessità di risposte chiare sulle basi delle quali si possa realizzare un piano nazionale sull’automotive che consenta la salvaguardia della filiera di un indotto gioiello del made in Italy». A Mirafiori nel 2023 sono state prodotte 86.000 auto, ma per l’anno in corso si annuncia una forte contrazione perché la Fiat 500 elettrica, oltre a essere un modello con una tecnologia vecchia e costosa, ha poca domanda e le linee Maserati sono quasi del tutto ferme.Ma cosa ha risposto il gruppo? «Senza voler sembrare troppo campanilista ma semplicemente oggettivo, Torino, con Mirafiori e tutto il Piemonte, è, e lo sarà anche in futuro, la città o la Regione da cui parte tutto, il cuore pulsante di decisioni che non si limitano soltanto al nostro Paese ma che coinvolgono tutta l’attività mondiale di Stellantis», ha assicurato Mele. Convinto che ci sia la «potenzialità di raggiungere target ambiziosi a Mirafiori con la 500 elettrica portandola a numeri a tre cifre». Per quanto riguarda Maserati, «il calo del mercato cinese, che rappresenta uno dei mercati principali del marchio Maserati con il 21% delle vendite globali, ha influito notevolmente. L’obiettivo è di recuperare con le vetture GranTurismo e GranCabrio del programma elettrico Folgore. La prima è già disponibile e ordinabile in Italia e anche in altri mercati Ue. Maserati GranCabrio Folgore verrà, invece, lanciata entro la prima metà dell’anno in corso. Due modelli prodotti a Mirafiori su cui contiamo vendite in rialzo nel corso dell’anno», ha spiegato Mele, aggiungendo che «tutti i modelli attualmente in produzione e quelli futuri sono e saranno 100% disegnati, sviluppati e prodotti in Italia».Il manager ha, però, anche aggiunto che «lo scorso primo febbraio, dopo un anno di gestazione, sono stati annunciati nuovi incentivi importanti per lo sviluppo del settore automotive» ma, «a oggi non abbiamo ancora certezza di quando questi provvedimenti saranno effettivamente operativi. E, nel frattempo, il mercato continua a perdere colpi, relegando l’Italia a fanalino di coda europeo nello sviluppo dell’elettrificazione a quattro ruote con un mix del mercato elettrico intorno al 2-3%, rispetto a una media europea del 13% e una quota del 16% di mercati incentivati come la Francia».Insomma, dal gruppo si continua a parlare della necessità degli incentivi per aumentare i volumi della 500 elettrica ma non di nuovi modelli. Il problema è che senza un nuovo modello aggiuntivo, che risponda alle effettive esigenze del mercato nazionale, si assisterà solo al declino produttivo del polo di Mirafiori. La 500 elettrica realizzata per l’export (nel 2023, il 93%), così come la Maserati, risente delle crescenti difficoltà del mercato internazionale, mentre non sono previsti modelli rivolti al mercato nazionale che possano, quindi, essere stimolati in modo significativo dagli incentivi che il governo ha predisposto.Nessuna risposta, poi, è arrivata sulla possibilità di realizzare in quella sede un modello ibrido confacente al mercato interno, né sul destino di Grugliasco e neppure sul sito in cui saranno realizzate le auto elettriche del partner cinese Leapmotor, che sembrava dovesse approdare proprio a Mirafiori. Mele si sarebbe limitato a dire ieri che Leapmotor non ha ancora deciso se produrre un’auto elettrica in Polonia, contrariamente alle indiscrezioni rilanciate a fine marzo dall’agenzia Reuters.Insoddisfatti i rappresentanti di Fims Cisl e Uilm, anche per la Fiom il contributo di Stellantis al tavolo di ieri è stato «imbarazzante». La tensione, dunque, sale in prossimità dello sciopero unitario del 12 aprile a Torino.
Lucetta Scaraffia (Ansa)
In questo clima di violenza a cui la sinistra si ispira, le studiose Concia e Scaraffia scrivono un libro ostile al pensiero dominante. Nel paradosso woke, il movimento, nato per difendere i diritti delle donne finisce per teorizzare la scomparsa delle medesime.
A uno sguardo superficiale, viene da pensare che il bilancio non sia positivo, anzi. Le lotte femministe per la dignità e l’eguaglianza tramontano nei patetici casi delle attiviste da social pronte a ribadire luoghi comuni in video salvo poi dedicarsi a offendere e minacciare a telecamere spente. Si spengono, queste lotte antiche, nella sottomissione all’ideologia trans, con riviste patinate che sbattono in copertina maschi biologici appellandoli «donne dell’anno». Il femminismo sembra divenuto una caricatura, nella migliore delle ipotesi, o una forma di intolleranza particolarmente violenta nella peggiore. Ecco perché sul tema era necessaria una riflessione profonda come quella portata avanti nel volume Quel che resta del femminismo, curato per Liberilibri da Anna Paola Concia e Lucetta Scaraffia. È un libro ostile alla corrente e al pensiero dominante, che scardina i concetti preconfezionati e procede tetragono, armato del coraggio della verità. Che cosa resta, oggi, delle lotte femministe?
Federica Picchi (Ansa)
Il sottosegretario di Fratelli d’Italia è stato sfiduciato per aver condiviso un post della Casa Bianca sull’eccesso di vaccinazioni nei bimbi. Più che la reazione dei compagni, stupiscono i 20 voti a favore tra azzurri e leghisti.
Al Pirellone martedì pomeriggio è andata in scena una vergognosa farsa. Per aver condiviso a settembre, nelle storie di Instagram (che dopo 24 ore spariscono), un video della Casa Bianca di pochi minuti, è stata sfiduciata la sottosegretaria allo Sport Federica Picchi, in quota Fratelli d’Italia. A far sobbalzare lorsignori consiglieri non è stato il proclama terroristico di un lupo solitario o una sequela di insulti al governo della Lombardia, bensì una riflessione del presidente americano Donald Trump sull’eccessiva somministrazione di vaccini ai bambini piccoli. Nessuno, peraltro, ha visto quel video ripostato da Picchi, come hanno confermato gli stessi eletti al Pirellone, eppure è stata montata ad arte la storia grottesca di un Consiglio regionale vilipeso e infangato.
Jannik Sinner (Ansa)
Alle Atp Finals di Torino, in programma dal 9 al 16 novembre, il campione in carica Jannik Sinner trova Zverev, Shelton e uno tra Musetti e Auger-Aliassime. Nel gruppo opposto Alcaraz e Djokovic: il duello per il numero 1 mondiale passa dall'Inalpi Arena.
Il 24enne di Sesto Pusteria, campione in carica e in corsa per chiudere l’anno da numero 1 al mondo, è stato inserito nel gruppo Bjorn Borg insieme ad Alexander Zverev, Ben Shelton e uno tra Felix Auger-Aliassime e Lorenzo Musetti. Il toscano, infatti, saprà soltanto dopo l’Atp 250 di Atene - in corso in questi giorni in Grecia - se riuscirà a strappare l’ultimo pass utile per entrare nel tabellone principale o se resterà la prima riserva.
Il simulatore a telaio basculante di Amedeo Herlitzka (nel riquadro)
Negli anni Dieci del secolo XX il fisiologo triestino Amedeo Herlitzka sperimentò a Torino le prime apparecchiature per l'addestramento dei piloti, simulando da terra le condizioni del volo.
L'articolo contiene una gallery fotografica.
Gli anni Dieci del secolo XX segnarono un balzo in avanti all’alba della storia del volo. A pochi anni dal primo successo dei fratelli Wright, le macchine volanti erano diventate una sbalorditiva realtà. Erano gli anni dei circuiti aerei, dei raid, ma anche del primissimo utilizzo dell’aviazione in ambito bellico. L’Italia occupò sin da subito un posto di eccellenza nel campo, come dimostrò la guerra Italo-Turca del 1911-12 quando un pilota italiano compì il primo bombardamento aereo della storia in Libia.
Il rapido sviluppo dell’aviazione portò con sé la necessità di una crescente organizzazione, in particolare nella formazione dei piloti sul territorio italiano. Fino ai primi anni Dieci, le scuole di pilotaggio si trovavano soprattutto in Francia, patria dei principali costruttori aeronautici.
A partire dal primo decennio del nuovo secolo, l’industria dell’aviazione prese piede anche in Italia con svariate aziende che spesso costruivano su licenza estera. Torino fu il centro di riferimento anche per quanto riguardò la scuola piloti, che si formavano presso l’aeroporto di Mirafiori.
Soltanto tre anni erano passati dalla guerra Italo-Turca quando l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale, la prima guerra tecnologica in cui l’aviazione militare ebbe un ruolo primario. La necessità di una formazione migliore per i piloti divenne pressante, anche per il dato statistico che dimostrava come la maggior parte delle perdite tra gli aviatori fossero determinate più che dal fuoco nemico da incidenti, avarie e scarsa preparazione fisica. Per ridurre i pericoli di quest’ultimo aspetto, intervenne la scienza nel ramo della fisiologia. La svolta la fornì il professore triestino Amedeo Herlitzka, docente all’Università di Torino ed allievo del grande fisiologo Angelo Mosso.
Sua fu l’idea di sviluppare un’apparecchiatura che potesse preparare fisicamente i piloti a terra, simulando le condizioni estreme del volo. Nel 1917 il governo lo incarica di fondare il Centro Psicofisiologico per la selezione attitudinale dei piloti con sede nella città sabauda. Qui nascerà il primo simulatore di volo della storia, successivamente sviluppato in una versione più avanzata. Oltre al simulatore, il fisiologo triestino ideò la campana pneumatica, un apparecchio dotato di una pompa a depressione in grado di riprodurre le condizioni atmosferiche di un volo fino a 6.000 metri di quota.
Per quanto riguardava le capacità di reazione e orientamento del pilota in condizioni estreme, Herlitzka realizzò il simulatore Blériot (dal nome della marca di apparecchi costruita a Torino su licenza francese). L’apparecchio riproduceva la carlinga del monoplano Blériot XI, dove il candidato seduto ai comandi veniva stimolato soprattutto nel centro dell’equilibrio localizzato nell’orecchio interno. Per simulare le condizioni di volo a visibilità zero l’aspirante pilota veniva bendato e sottoposto a beccheggi e imbardate come nel volo reale. All’apparecchio poteva essere applicato un pannello luminoso dove un operatore accendeva lampadine che il candidato doveva indicare nel minor tempo possibile. Il secondo simulatore, detto a telaio basculante, era ancora più realistico in quanto poteva simulare movimenti di rotazione, i più difficili da controllare, ruotando attorno al proprio asse grazie ad uno speciale binario. In seguito alla stimolazione, il pilota doveva colpire un bersaglio puntando una matita su un foglio sottostante, prova che accertava la capacità di resistenza e controllo del futuro aviatore.
I simulatori di Amedeo Herlitzka sono oggi conservati presso il Museo delle Forze Armate 1914-45 di Montecchio Maggiore (Vicenza).
Continua a leggereRiduci











