
Luca Palamara e il suo amico Stefano Fava, pure lui pm a Roma e pure lui indagato, durante gli incontri riservati parlavano e sparlavano di magistratura, intrighi, pettegolezzi e giornali. Le ore di registrazione sono fitte di risentimento, accuse e perfino di oscure minacce contro i colleghi delle Procure. Ma tutto ciò, inspiegabilmente, negli articoli pubblicati dalla grande stampa non si trova, come se qualcuno, prima di passare le indiscrezioni ai giornali, avesse scelto che cosa rendere pubblico e che cosa nascondere in quanto troppo imbarazzante se non diffamatorio. In qualche caso, addirittura, si è aggiunto ciò che agli atti non si trova, come la famosa frase dei 30.000 euro pagati al sottosegretario leghista Armando Siri. In una intercettazione a cui si è dato ampio risalto, ad esempio, non c'è alcun riferimento alla Verità, come invece ha scritto Carlo Bonini su Repubblica, attribuendo addirittura al nostro giornale l'intenzione di voler punire il vice della Procura della Capitale, Paolo Ielo, quando in realtà il numero due di Giuseppe Pignatone era stato la stessa persona che ci aveva consentito di confermare l'inesistenza di un virgolettato scritto proprio da Bonini (dunque più che punirlo avremmo voluto ringraziarlo). Già, perché in quella che appare sempre più una guerra interna alle toghe, i giornalisti non sono assenti. Qualche volta, come è accaduto a noi, vengono tirati in ballo quando invece non c'entrano proprio nulla. Altre volte sono chiamati in causa dalle conversazioni degli indagati. Ma in questo caso, essendo colleghi dei giornaloni, dai resoconti dei cronisti d'assalto il loro nome curiosamente scompare, protetto dalla privacy che evidentemente funziona a corrente alternata.
Questo naturalmente è un dettaglio della vicenda, ma spiega quale sia la macchina del fango e in quali redazioni venga messa in funzione a seconda del bisogno. Il cuore del problema però rimane la guerra senza quartiere che è stata dichiarata in nome dei nuovi equilibri dei principali uffici giudiziari italiani. Dalle frasi intercettate si capisce non soltanto a che livello di degrado sia giunto il conflitto, ma soprattutto emerge un fiume di veleni e di incredibili accuse. Tutto ciò da parte di chi dice di amministrare la giustizia, ovvero di agire in nome della legge. Palamara parla con Fava senza alcun freno, lasciando intravedere ricatti e giochi di potere, complotti e pressioni. I brogliacci delle intercettazioni rappresentano un mondo oscuro, dove risulta difficile orientarsi, fra pettegolezzi e calunnie, verità e fatti penalmente rilevanti. È evidente che qualcuno ha preferito tacere una parte di quelle parole ed enfatizzarne altre. E dunque risulta comprensibile il disegno, ovvero il tentativo di orientare l'opinione pubblica, rinunciando però a scoperchiare un mondo sommerso, quello del mercato dei giudici.
Sergio Mattarella, che del Consiglio superiore della magistratura è presidente, ieri intervenendo al plenum del parlamentino dei giudici ha detto che, dopo il caso Palamara e gli incontri notturni con alcuni parlamentari del Pd per decidere i vertici della magistratura è necessario voltare pagina, per restituire autorevolezza e prestigio alla giustizia. Parole condivisibili. Ma forse, prima di voltare pagina sarebbe opportuno leggerla fino in fondo quella pagina, per capire che cosa sia successo e di chi siano le responsabilità di quello che lo stesso capo dello Stato ha definito un «quadro sconcertante e inaccettabile».

















