I colori sparati come spray, il pubblico digitale, le musichette marziali, ogni partita che diventa «evento». Ma dentro la cornice dorata, uno specchio buio resterà sempre uno specchio buio. E tuttavia, a essere onesti, il calcio né vive né muore con il golpe della Superlega. Saranno almeno 20 anni che il dio pallone è sempre più falso e drogato. Retorica e denaro, messi insieme, ucciderebbero qualunque sentimento. Ma se ci si aggiunge l'ipocrisia, la colpa non è tutta di Florentino Perez o di Andrea Agnelli, o di altri presidentissimi che stavano per portare i libri in tribunale. Parlare oggi di «Superlega dei ricchi», come stanno facendo i club che non sono riusciti a entrare nel salotto globale è pura mistificazione.
Il simbolo dell'ipocrisia è il signor Aleksander Ceferin, presidente dell'Uefa, che ieri non si è limitato a parlare di «progetto orribile», ma ha affermato che «i pochi club sono mossi da avidità». Questo avvocato sloveno che da cinque anni guida il calcio (a questo punto, «lealista») del Vecchio continente, nell'ultimo ventennio forse seguiva il ping pong. Il progetto, più che «orribile», sembra infantile e meschino, ma «l'avidità» che divora il calcio non è certo nata a mezzanotte e dieci minuti di ieri, con il comunicato degli scissionisti miliardari. Sarà stato anche un contropiede, che forse non ci si aspettava nella notte tra il 18 e il 19 aprile 2021, però, stupirsene e strillare come aquile oggi è come prendere un gol da Cristiano Ronaldo e Kylian Mbappè ed essere increduli. Così, è davvero intollerabile sentire gli esclusi dal circoletto dei Rich Clubs piagnucolare che «contano solo i soldi», o «comandano le tv».
Ciò detto, nella cosiddetta Nba del pallone ci sono tanti elementi veramente penosi. Compreso il +17,85% segnato a Piazza Affari dalla Juve, che fino a ieri vantava uno dei bilanci più imbarazzanti di Milano e un balzo del genere poteva sognarselo giusto se per caso avesse mai vinto la Champions. Denaro e retorica c'erano da tempo, ma ora si uniscono assoluto disprezzo del merito, distruzione economica e vittoria definitiva del pallone globalizzato.
Dev'essere stato davvero seccante, in questi anni, per club dalle disponibilità finanziarie praticamente illimitate, investire centinaia di milioni, costruire stadi, quotarsi in Borsa e poi giocare con il Crotone, o il Benevento (match che gli sponsor e le tv non amano perché anche l'occhio vuole la sua parte) e poi magari perdere per un fallaccio il proprio top player. O peggio, perdere pure tre punti su un campo di patate e contro una rosa il cui costo totale arriva a metà della loro panchina. Ecco, con la Superlega, si gioca solo tra ricchi, fighi, sponsorizzati fino alle mutande e quando perdi, perdi con un tuo simile e quindi limiti la figuraccia. Lasciamo perdere la meritocrazia, ma chi gioca a poker sa che è bello non avere mai la certezza del punto più forte in mano. I Rich Clubs, invece, sono tutti scale reali di cuori, ma con la certezza che una scala reale minima di fiori che possa batterli, semplicemente, non esiste per contratto. Quanto al fatto che poi vada nella nuova finta Champions una squadra che magari non vince nulla da 10 anni, mentre resta fuori un'Atalanta, che tra l'altro gioca un calcio spettacolare, si commenta da solo.
Una volta, del ragazzino poco sportivo, si diceva che si portava a casa il pallone, o lo sgonfiava, se non vinceva. Qui siamo oltre. I Rich Clubs danno anche fuoco ai giardinetti. Ossia, i campionati di serie «A», senza di loro o con le loro terze file, da un punto di vista commerciale diventano una mezza fregatura e che nessuno più guarderà. Una tv o uno sponsor che fino a ieri erano disposti a svenarsi per vedere giocare anche Lautaro Martinez o Zlatan Ibrahimovich, ovviamente vorranno un ricco sconto se gli lasci solo Simone Zaza o Antonio Mirante. E campioni come Andrea Belotti o Matteo Pessina come potranno restare a Torino o a Bergamo? Nel giro di tre anni, avremo un campionato di scamorze. Oppure, che dura 20 giorni, si gioca ad agosto a Dubai e con 60 gradi.
Le nazionali di calcio sopravviveranno all'Nba del pallone? Forse sì, se gli sponsor ne avranno interesse. Ma i campionati come quello di Italia, Francia o Germania faranno la fine di quello olandese, che da 30 anni nessuno guarda perché o vince l'Ajax o vince il Feyenord (in Italia è così da 10 anni, Inter a parte). Poi non è che l'identità di una nazione sia custodita solo dal locale campionato di calcio. Però, un pallone globale con 20 squadre e 20 magliette, dove un cinese tifa per un centravanti olandese e un italiano si appassiona per un'ala giapponese, non è proprio una meraviglia. Ma se nessuno li ferma, rischiamo di vederci giocare stabilmente Milan-Inter a Madrid, o a Pechino. E che qualche idiota dica pure: «Domani c'è la stracittadina». Ok, ma dove?
Draghi, Bojo e Macron in scivolata. «Difendiamo i campionati nazionali»
<div class="GN4_subheadline"><br></div><div class="GN4_body"><p>L'ipotesi di un maxi torneo continentale di calcio destinato a fare a brandelli le realtà nazionali ha provocato uno smottamento oltre i confini sportivi. Le reazioni sono da tsunami. L'ultima, in ordine di tempo, arriva da <strong>Mario Draghi</strong>: «Il governo segue con attenzione il dibattito intorno al progetto della Superlega e sostiene con determinazione le posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport», rimarca il presidente del Consiglio, dopo lo sfogo bipartisan del segretario federale della Lega, <strong>Matteo Salvini</strong>, e di quello del Pd, <strong>Enrico Letta</strong>. «Da tifoso milanista, dovrei essere contento che la mia squadra possa partecipare a una Superlega europea, incassando un sacco di soldi, a prescindere da merito, impegno e risultati. Ma da sportivo e da italiano dico che il denaro non è tutto, e i milioni non sono sufficienti per azzerare simboli, storia, merito, cuore e passione. Il calcio e lo sport sono di tutti, non di pochi privilegiati. Mi piacciono le vittorie conquistate con il sudore sul campo, non quelle comprate coi milioni in Borsa», ha scritto il capo del Carroccio, in sintonia con il tweet del leader piddino: «L'idea di una Superlega per i più ricchi club europei di calcio? Sbagliata e decisamente intempestiva. In Europa il modello Nba non può funzionare. Nel calcio e nello sport la forza sta nella diffusione, non nella concentrazione. E nelle belle storie come Atalanta, Ajax, Leicester».
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Prima di loro, era stato <strong>Boris Johnson </strong>a entrare a gamba tesa nel dibattito: «Il progetto sarà molto dannoso per il calcio, appoggiamo le autorità che intraprendono misure per contrastarlo. Colpirà al cuore il gioco e darà un dispiacere ai tifosi di tutto il Regno Unito. I club devono rispondere ai propri tifosi e alla più ampia comunità calcistica prima di compiere ulteriori passi», commentava il numero uno di Downing Street, spalleggiato dal presidente francese, <strong>Emmanuel Macron</strong>, che pensa addirittura a una «direttiva europea» per sostenere la Uefa: «Non c'è spazio per pochi club ricchi e potenti che vogliono recidere legami con tutto ciò che le associazioni rappresentano: campionati nazionali, promozione, retrocessione e sostegno al calcio dilettantistico di base. Universalità, inclusione e diversità sono elementi chiave dello sport europeo e del nostro stile di vita». Anche <strong>Margaritis Schinas</strong>, vicepresidente della Commissione europea, ha sottolineato l'importanza di «Difendere un modello basato su valori, diversità e inclusione», mentre in una nota congiunta, Uefa, Federazioni nazionali, Leghe, con l'appoggio della Fifa starebbero studiando una causa da 60 miliardi di euro per danni da eventuali mancati guadagni, con la conseguente esclusione da tutte le altre competizioni delle società e dei giocatori che abbracciassero il nuovo Leviatano del pallone. <strong>Aleksander Ceferin</strong>, presidente Uefa, è durissimo con <strong>Andrea Agnelli</strong>: «Una delusione. Mai vista una persona capace di mentire come lui. Mi aveva detto di non preoccuparmi, che erano solo voci, che mi avrebbe chiamato entro un'ora. Invece ha spento il telefono. L'avidità è così forte da sconfiggere i giusti valori umani».
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Nella miriade di risposte avverse, c'è pure quella del patron del Paris St. Germain, <strong>Nasser Ghanim Al Khelaifi</strong>, defilatosi dal progetto di <strong>Agnelli </strong>e compagni. Le ragioni sono strategiche. Lo sceicco ieri ha votato a favore dell'allargamento a 36 squadre della Champions league tradizionale, occupa un ruolo nella Fifa, fa parte del comitato esecutivo Uefa e dirige Bein Media Group, la rete tv del Qatar che ha pagato milioni per i diritti di trasmissione proprio delle partite di Champions e di diversi campionati nazionali. Senza contare che tra un anno i Mondiali si svolgeranno proprio in Qatar e un incidente con la Fifa sarebbe rovinoso.
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I conti del circolino sono da Serie B
L'Idea dell'Nba del calcio sembra piacere solo alle squadre con i conti in rosso. La Superlega annunciata ieri pare infatti avere l'unico scopo di alzare ancora una volta l'asticella del mondo del calcio con l'intenzione di sanare i conti dei 12 club che l'hanno voluta: in Italia ci sono Milan, Inter e Juventus. A queste si aggiungono diverse squadre inglesi come l'Arsenal, il Chelsea, il Liverpool, Il Manchester City e il Manchester United. Senza dimenticare alcune stelle del firmamento calcistico spagnolo: il Real Madrid, l'Atletico Madrid e il Barcellona.
Tanto per cominciare, a Piazza Affari il solo annuncio della Superlega ha fatto guadagnare ieri alla Juventus il 17,8%, portando il titolo a 0,91 euro. Del resto, mai come alla squadra presieduta da Andrea Agnelli serve nuova liquidità dopo la costosissima decisione di portare Cristiano Ronaldo in squadra. I tre anni bianconeri del calciatore portoghese sono stati un macigno per la società sotto il profilo finanziario: ogni anno CR7 è costato alla squadra 86,2 milioni (circa 28,8 di ammortamenti e 57,3 di stipendio lordo, che sale intorno ai 64 considerando il costo azienda). L'indubbio interesse commerciale che desta negli sponsor, però, non è bastato a far salire i conti dei bianconeri. Basta guardare l'ultima semestrale a fine 2020 per capirlo: perdite raddoppiate con un passivo a 113 milioni e ricavi giù del 20% a 258 milioni.
La situazione non è certo migliore per le tasche dell'Inter. La società nerazzurra avrebbe bisogno di 175 milioni di euro in vista delle prossime scadenze di fine marzo, quando ci saranno da regolare le pendenze con la Uefa per non perdere l'iscrizione alla Champions e da pagare gli stipendi ai giocatori per evitare penalizzazioni (gli ultimi compensi pagati sono quelli di gennaio).
Il problema è noto: al presidente Zhang è stato vietato di spendere anche un solo euro per il calcio. Il governo cinese ha messo il veto sull'esportazione di valuta e sugli investimenti nel calcio in presenza della crisi economica globale dovuta alla pandemia.
Per chiudere la tripletta italiana della Superlega non si può non prendere in considerazione il Milan. La società ha chiuso la stagione 2019-20 con una perdita netta a bilancio di 195 milioni di euro, dopo che la squadra aveva già saltato una stagione di coppe per aver violato le regole del «fair play finanziario», le norme da seguire per essere economicamente sostenibili. La Superlega potrebbe però essere una soluzione ai mali che affliggono i rossoneri.
Poi ci sono le squadre spagnole. Anche loro in grande difficoltà. Real Madrid e Barcellona l'anno scorso hanno perso insieme circa 300 milioni a causa della pandemia.
La squadra della Capitale spagnola nel 2020 prevedeva ricavi per 822 milioni di euro. Invece l'anno si è chiuso con introiti per 715 milioni di euro e utili per 320.000 euro. Con 100 milioni circa in meno in tasca l'unica soluzione è stata quella di tagliare gli stipendi del 10%. Niente a che vedere, insomma, con i circa 33 milioni di utile delle cinque stagioni precedenti.
Il problema è che il peggio deve ancora venire: la batosta arriverà con i conti della stagione 2020/2021. Il Real, infatti, ha previsto un reddito complessivo di 617 milioni di euro, con una riduzione di 300 milioni di euro legata alla crisi per l'emergenza coronavirus.
A Barcellona i conti sono in rosso da tempo. Il club naviga da anni tra debiti e a ottobre 2020 il vicepresidente Jordi Moix aveva reso noto che l'indebitamento aveva raggiunto quota 820 milioni. Senza considerare gli effetti della pandemia: nell'anno fiscale appena concluso i ricavi sono stati di 855 milioni contro il miliardo sperato.
Si capisce, dunque, perché la Superlega faccia gola a molti: grazie ai capitali americani garantiti dal colosso Jp Morgan (6 miliardi di euro) si prospettano incassi ben più alti rispetto alla Champions league, senza considerare i 3,5 miliardi che arriveranno alle squadre per sostenere i piani di investimento. Un piatto ricco a cui molte squadre in crisi non vogliono rinunciare.