(Totaleu)
«I flussi migratori non siano utilizzati per creare problemi». Lo ha dichiarato il ministro italiano da Bruxelles a margine del Consiglio affari esteri della Ue.
«I flussi migratori non siano utilizzati per creare problemi». Lo ha dichiarato il ministro italiano da Bruxelles a margine del Consiglio affari esteri della Ue.
Il vero nodo del problema, in fondo, è sempre stato quello: la difesa dei confini esterni. Tutti i nostri guai iniziano da lì, e purtroppo in questi mesi si sono amplificati e sono divenuti sempre più evidenti a tutti. Al 30 giugno, gli sbarchi sulle coste italiane hanno raggiunto la ragguardevole cifra di 64.930 unità: decisamente troppe per un governo di destra che ha fatto della lotta all’immigrazione di massa uno dei pilastri della sua azione politica, almeno in campagna elettorale. Nello stesso giorno di un anno fa gli arrivi erano fermi a 27.633 e nel 2021 a 20.532. Significa che il numero dei migranti in ingresso è più che raddoppiato. L’opposizione, in effetti, gongola ma nemmeno troppo: chi per anni ha predicato l’apertura delle frontiere certo non ha il diritto di lamentarsi per l’affollamento dei porti, e a sinistra lo sanno.
L’altro punto su cui i progressisti insistono - stavolta con più convinzione - riguarda gli accordi europei sulla gestione dei flussi. Da un paio di giorni i quotidiani insistono sul «fallimento» di Giorgia Meloni, la quale sarebbe colpevole di non aver convinto gli «amici sovranisti» di Polonia e Ungheria a sottoscrivere il regolamento sull’accoglienza che l’8 giugno in Lussemburgo anche l’Italia ha firmato. Tale patto prevede il ricollocamento facoltativo dei migranti che giungono dal Mediterraneo e contempla una sanzione di 20.000 euro per ogni straniero rifiutato, particolare che polacchi e ungheresi non gradiscono affatto.
Secondo l’accusa, poiché la Meloni non è riuscita a convincere i colleghi destrorsi ad accettare le nuove regole, staremmo assistendo al plateale fallimento della «internazionale sovranista». Di più: sarebbero proprio i nazionalisti di Ungheria e Polonia a danneggiare l’Italia. È, questo, un ritornello che sentiamo da anni, e che meriterebbe d’essere stroncato una volta per tutte.
Spieghiamo. Quello dei cosiddetti ricollocamenti è da sempre, per noi, un falso problema. A crearci difficoltà, in sostanza, non sono i profughi (cioè coloro che hanno diritto all’accoglienza) bensì i clandestini. Ciò che serve all’Italia, dunque, è che si blocchino gli ingressi ovvero che si lavori sulle frontiere esterne. Nel passato - quando secondo il Pd a Bruxelles si andava tutti d’amore e d’accordo - da questo orecchio l’Europa è sempre rimasta sorda. Anzi, i nostri amabili (presunti) alleati hanno pensato bene di tutelare sé stessi a nostro discapito. La Germania, per proteggere i suoi confini, ha costretto tutti gli Stati membri a pagare fior di miliardi di euro alla Turchia. La Francia si è limitata a sbarrare le frontiere e a rispedirci indietro - più o meno legalmente - i migranti sgraditi. Insomma, coloro che dettavano legge le barriere esterne le hanno alzate eccome. Quando il governo italiano (nell’era gialloblù) ha provato a fare altrettanto, sappiamo a quali opere di sabotaggio si sia esposto.
L’attuale esecutivo ha optato per un approccio più trattativista, che senz’altro è più macchinoso, ma che sta portando alcuni risultati. Il nuovo accordo europeo, infatti, è quasi interamente orientato alla difesa dei confini esterni. Il cambio di approccio rispetto al passato è radicale, perché si è riconosciuto - dopo anni - che gli arrivi dal mare sono un fardello di tutti e non solo delle nazioni di primo sbarco.
Ovvio: al comune cittadino interessano poco orientamenti e visioni, perché a cambiargli davvero l’esistenza sono i fatti concreti, in particolare la riduzione del numero degli stranieri irregolari. Ed è esattamente qui che si gioca la vera, delicatissima, partita. Per capire quale sia la situazione reale i dati ci danno una grande mano. Stando ai documenti ufficiali del Viminale, la grandissima parte dei migranti arrivati quest’anno non proviene da zone in cui imperversino guerre o carestie. Le prime quattro nazioni di provenienza sono infatti Costa d’Avorio, Guinea, Egitto e Pakistan. Tradotto: parliamo di persone che, con tutta probabilità, non avrebbero diritto all’accoglienza (a ulteriore dimostrazione di quanto poco ci interessino i ricollocamenti). Ancora più interessante è però l’esame dei Paesi di partenza. Gli stranieri - benché di altre nazionalità - prendono il largo per lo più da Tunisia e Libia (seguono a una certa distanza Turchia e Algeria). Significa che, per l’Italia, è fondamentale chiudere accordi con queste nazioni al fine di bloccare il traffico. Come noto, l’Ue su questo terreno ha iniziato a seguirci, aprendo allo stanziamento di fondi e approvando di fatto la nostra linea d’intervento in Nord Africa. In parte, i rapporti con Tunisia e Libia hanno già portato frutti: se è vero che fin troppi barconi sono già approdati qui, è vero anche che moltissimi sono stati fermati dalle autorità dei Paesi di partenza e senza quell’intervento la nostra situazione sarebbe persino peggiore. Certo, adesso bisogna chiudere il cerchio. Il principale obiettivo è rafforzare l’intesa con la Tunisia, le cui difficoltà - è noto - sono causate da complessi equilibri internazionali. Il caso libico è addirittura più intricato, e per questo dobbiamo ancora una volta ringraziare gli amici francesi, delle cui brillanti iniziative seguitiamo a pagare le conseguenze.
In ogni caso, la via d’uscita per noi è una soltanto: lavorare sull’Africa e soprattutto con l’Africa, costruendo relazioni stabili e rispettose, nel mutuo interesse. I nostri vicini europei, per lungo tempo, hanno agito molto diversamente e oggi ne pagano il fio. Quanto accade in Francia, lo abbiamo in parte già scritto, è il frutto velenoso di varie sfumature di ipocrisia. Nel fuoco di Parigi ardono l’ambiguo passato coloniale, i successivi rapporti padronali con il Continente nero e il fallimento dell’assimilazionismo, a cui si è tentato di rimediare concedendo ai ghetti periferici soldi a pioggia e impunità. Se non vogliamo finire allo stesso modo nel giro di qualche anno, dobbiamo riuscire in una operazione molto difficile: diventare interlocutori privilegiati, attenti ma inflessibili per l’Africa. Per quella che già abbiamo in casa e per quella che, giustamente, vorrebbe essere padrona a casa sua.
All’indomani dall’annuncio della Bce di un piano a sostegno dei Paesi più in difficoltà con lo spread si sono scatenate le reazioni. Sia politiche sia azionarie. Le borse sono di nuovo crollate, tra l’altro sotto il peso di tutte le altre mosse delle Banche centrali. Sempre ieri alla lista di chi aziona la stretta monetaria si è aggiunta la Bns. Berna, senza alcun preavviso, ha alzato i tassi di ben 50 punti. A ruota Bank of England che è al suo quinto rialzo, mentre oggi sarà il turno dei giapponesi. Tutti in scia alla storica scelta della Fed di applicare in un sol colpo ben 75 punti base aggiuntivi. È logico immaginare che tali sterzate implichino reazioni tecniche sulle Borse, sui prezzi e sui rendimenti dei titoli di Stato. Quanto tutto ciò potrà portare a una recessione è un interrogativo che a questo punto ci saremmo dovuti porre molto prima. Più complicata invece la questione italiana.
E qui veniamo alle reazioni politiche. Non a caso a intervenire ieri è stato il governatore di Bankitalia Ignazio Visco. Secondo il quale l’obiettivo di Francoforte dovrebbe essere uno spread sotto i 150 punti base. Sul come arrivarci i comitati tecnici lavorano in vista del consiglio Bce del 21 luglio per risolvere alcuni nodi: l’importo e il tipo di bazooka; la decisione se sterilizzare o meno i nuovi acquisti di Bond; le eventuali condizioni per i Paesi beneficiari. Secondo alcune indiscrezioni la Banca centrale sarebbe intenzionata a rivendere titoli mentre compra, con il futuro scudo, i Bond dei Paesi fragili. Il primo pensiero degli investitori è andato all’ipotesi che la Bce possa decidere di acquistare Bond italiani, e al contempo rivendere quelli tedeschi o di altri Paesi dal rating a tripla A.
E così hanno venduto Bund, facendo calare i prezzi e salire i rendimenti, e ridotto il premio pagato dai Btp. Il meccanismo servirebbe a non immettere liquidità aggiuntiva, consentendo alla Bce di concentrarsi sulla lotta all’inflazione. Alzare i tassi per frenare i prezzi, continuando a immettere liquidità che alimenta inflazione, agli occhi di molti osservatori, è però un controsenso. Idealmente, lo scudo non dovrebbe avere limiti specifici: così, data la potenza di fuoco illimitata della Banca centrale, non ci sarebbe neanche bisogno di attivarlo. Ma il meccanismo della sterilizzazione costituisce un limite intrinseco e il nodo andrà sciolto con la massima chiarezza. Idem per l’uso dei reinvestimenti dei 1.700 miliardi di bond comprati con il programma pandemico Pepp, definiti «prima linea di difesa». Circolano stime di un potenziale di acquisti per 17 miliardi al mese, e la Bce si darebbe la possibilità di anticipare gli acquisti di Bond a prima della scadenza di quelli che andranno a finanziarli.
Il nodo politico resta però quello delle condizioni. Robin Brooks, capo economista dell’Institute of international finance, si chiede retoricamente «cosa c’è che non va con lo strumento anticrisi che già esiste, l’Omt» di Mario Draghi. La risposta che Brooks si dà è che dopo il Qe «i Paesi si sono abituati a essere finanziati senza condizioni», ma uno scudo senza condizioni rischia di «incatenare l’area euro in un equilibrio» che si regge sulla Bce. I tempi, però, sono cambiati dal whatever it takes di un decennio fa. L’Eurozona è più integrata, il Recovery e il Pnrr di fatto legano i Paesi a un programma di riforme accelerato. La soluzione a cui l’Eurotower starebbe lavorando potrebbe essere una condizionalità soft, legata all’adempimento delle raccomandazioni della Commissione Ue. Come applicarle è la domanda che infiammerà il Paese nelle prossime settimane. L’impressione è che il polverone sollevato dalle dichiarazioni di Christine Lagarde e la contromossa del direttivo puntino ad alzare l’allarme nei confronti dell’Italia fino a dimostrare che Roma necessiti di strumenti più specifici, quali il Mes. Alzare il polverone aiuterebbe anche chi vuole sottoporre al Parlamento l’approvazione del Meccanismo di stabilità. La scorsa settimana in occasione dell’incontro tra Mario Draghi ed Emmanuel Macron si è discusso di nomine e di Mes. Il ministro Daniele Franco si è fermato a Parigi un giorno in più per lavorare con il collega Bruno Le Maire. Il Trattato del Quirinale prevede che Francia e Italia affrontino temi europei prima dei vertici comunitari.
In questo caso la trattativa sul futuro presidente del Mes non sarebbe andata in porto. Ieri pomeriggio si è infatti tenuto il Consiglio dei governatori senza arrivare al quorum. Per nominare il nuovo direttore serve avere almeno l’80% dei voti. Ma i candidati in lizza restano il portoghese Joao Leao, che avrebbe il sostegno della Francia, il lussemburghese Pierre Gramegna, appoggiato dalla Germania. E l’italiano Marco Buti sostenuto da Roma. Il titolare del Mef è sempre più intenzionato a risolvere la pratica entro la fine di luglio. Serve l’appoggio di Parigi per chiudere la nomina e al tempo stesso per avviare un canale di debito alternativo. Non bastava il Pnrr per legarci mani e piedi all’Ue. Per capire come potrebbe finire basta andare a rileggersi la lettera a quattro mani dei consiglieri Francesco Giavazzi e Charles Henri Weymuller pubblicata dal Ft lo scorso inverno. Per i governi di Roma e Parigi è il caso di sottrarre Btp allo schema delle emissioni pandemiche e darli al Mes che tanto è sottoutilizzato. Ballano 400 miliardi, esattamente la nostra taglia. O tagliola, per essere più precisi.
Questo è un periodo storico dove la politica monetaria è il decisore principale dei destini di Stati e individui perché i governi devono finanziare con debito la tenuta di economia e redditi colpiti dalle conseguenze della pandemia. Le Banche centrali ne sono consapevoli e forniscono liquidità illimitata in modi sempre più innovativi e non conformisti.
La statunitense Federal Reserve (Fed), guidata da Jerome Powell, ha fatto un passo in più in tale processo di adattamento degli standard monetari allo scenario di (mega) crisi, annunciando l'abbandono dell'obiettivo rigido di inflazione con limite al 2% in favore di uno più morbido dove all'inflazione stessa è «permesso» di salire oltre tale percentuale per un periodo (non specificato) pur mantenendo l'obiettivo (stabilità dei prezzi) di riportarla entro il 2% stesso, prima o poi.
Motivi. Nell'ultimo decennio la priorità è stata più quella di evitare la deflazione che di controllare l'inflazione (al momento, in dollari, attorno all'1%) e il consenso degli analisti è che ci vorrà molto tempo prima di vedere tendenze inflazionistiche rilevanti. La ripresa post Covid richiederà un'alluvione di ulteriore liquidità, considerando che, diversamente dalla Bce, la missione della Fed include anche quella di creare le condizioni di minima disoccupazione oltre a quelle di bassa inflazione, e che questa massa di denaro avrà un qualche impatto inflazionistico: per evitare di raffreddare l'economia proprio nel momento in cui è necessario resti calda a lungo per riportare la disoccupazione al 3-4% (ora è attorno al 17%) bisognerà accettare picchi temporanei di inflazione oltre il 2%, cioè lasciare il costo del denaro a quasi zero anche in caso di forte crescita. Il mercato finanziario aveva bisogno di ricevere il messaggio che la politica monetaria in dollari resterà espansiva a lungo: ciò significa liquidità abbondante per pompare le Borse, che specialmente nel sistema statunitense producono un traino rilevante per l'economia reale, e tassi minimi che riducono il costo del debito, permettendo di farne di più. Ciò è anche un assist alla politica: potrà fare debito pubblico stimolativo senza il timore che la politica monetaria debba interrompere la crescita per motivi di stabilità. Valutazione: Powell ha mostrato di avere il coraggio e il giusto pragmatismo di rinunciare temporaneamente alla stabilità - prendendo un rischio - per difendere la fiducia, dando correttamente priorità a questa.
Ma probabilmente c'è anche un motivo non dicibile: la svalutazione competitiva del dollaro, utile a ridurre le importazioni e a favorire le produzioni nazionali. Già l'euro si è alzato di circa il 10% sul dollaro negli ultimi mesi. Se andasse, per dire, verso l'1,50 per un dollaro, l'export in euro sarebbe pesantemente colpito. Da un lato, non è interesse dell'America una svalutazione eccessiva perché ciò potrebbe compromettere lo status di moneta di riferimento globale, già per altro aggredito per motivi geostrategici da Cina e altri. Dall'altro, la super-crescita americana via dollaro debole potrebbe mettere in crisi le nazioni molto dipendenti dall'export, Cina ed europei in particolare, e favorire il dominio globale degli attori economici e finanziari statunitensi. Se poi inseriamo la guerra tra America e Cina e l'indecisione europea nello schierarsi con la prima, la mossa svalutativa combinata con protezionismo avrebbe una forte motivazione di potere condizionante e dissuasivo. Se aggiungiamo la forte enfasi sia dei repubblicani sia dei democratici sul ritorno a casa delle produzioni delocalizzate, tale scenario passa dalla fantapolitica a un rischio reale che bisogna considerare. Da un lato, è probabile che l'America torni locomotiva globale e ciò è benefico per l'export europeo. Dall'altro, l'uso strategico di svalutazione e protezionismo sarebbe catastrofico per l'Ue e per Germania e Italia in particolare. La soluzione più razionale per l'Ue è siglare un trattato economico di libero scambio con gli Stati Uniti che preveda un'integrazione crescente tra i due mercati, con enfasi sulla simmetria del dare e dell'avere reciproco. Nel momento in cui aumenta la connettività tra le due aree non sarebbe interesse di alcuno destabilizzare i flussi via differenziali eccessivi di cambio. Pertanto un trattato commerciale simmetrico sarebbe la premessa di una convergenza prospettica tra euro e dollaro e di un reciproco rafforzamento delle due monete. Tale soluzione implica la piena (ri)convergenza politica e militare euroamericana. Per gli europei, Germania in particolare, il costo sarebbe quello di ridurre il surplus commerciale nei confronti dell'America e di aprire i mercati protetti alle merci statunitensi. Ma tale costo sarebbe più che compensato dalla formazione di un mercato integrato euroamericano con effetti economici stimolativi, anticipati dalla profezia di sua fattibilità pur lunghe e complesse le trattative. Il punto: l'aumento del «capitale politico» euroamericano, via convergenza, si trasformerebbe in un maggior volume di «capitale finanziario» utile a sostenere il ciclo economico e l'occupazione di ambedue. Se separate, America ed Europa avranno problemi interni e di potere esterno, perché impoverite e ormai «piccole» in relazione al globo, che eccedono la loro capacità singola di risolverli, alla fine con vantaggio della Cina autoritaria e aggressiva. Per questo sarebbe ora di elaborare sia un americanismo sia un europeismo pragmatici e dialoganti.
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Il via libera al Meccanismo di stabilità calpesta la risoluzione votata dai giallorossi a dicembre. Il premier farfuglia senza smentire e attacca la Lega: «Si sono risvegliati?»
Pare che siamo ormai prossimi alla firma della riforma del trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes). L'Ansa, citando fonti Ue, ha battuto alle 12.55 di ieri la notizia che «il trattato è chiuso e sarà firmato ad aprile dagli ambasciatori dei Paesi Ue, come già previsto dalla tabella di marcia dell'Eurogruppo… Ci sono alcuni punti da risolvere… L'obiettivo è avviare la procedura di firma a partire da marzo».
Non deve sorprendere il fatto che siano gli ambasciatori a firmare tale trattato. Allo stesso modo, nessuna sorpresa per i lettori del nostro giornale che, unica voce isolata, seguita solo il 6 febbraio da Milano Finanza, sia l'1 sia il 4 febbraio avevano avuto modo di leggere quanto il presidente dell'Eurogruppo, Mário Centeno, aveva affermato in una lettera del 30 gennaio ai suoi colleghi, riassumibile in due punti fondamentali:
1 Sul Mes c'era già un accordo in linea di massima sin da dicembre, e c'erano solo da definire aspetti relativi allo status legale delle famigerate clausole di azione collettiva (Cac). Entro marzo si sarebbe definito il tutto.
2 Sul rafforzamento dell'Unione bancaria, il cui pilastro principale è la garanzia comune sui depositi, c'erano linee guida definite dal gruppo di lavoro presso l'Eurogruppo, da implementare entro la fine del ciclo istituzionale in corso (2024). In particolare, erano già prefigurati alcuni aspetti penalizzanti per l'eccessiva concentrazione di titoli di Stato nelle banche, davvero preoccupanti per il debito pubblico e gli istituti del nostro Paese.
Ma la novità - e il problema -è invece pesante come un macigno per i rapporti tra il Parlamento e il governo Conte bis. Senza voler risalire alla risoluzione gialloblù del giugno 2019, ampiamente disattesa dai successivi vertici europei, è sufficiente rifarsi alla risoluzione dell'attuale maggioranza approvata dal Parlamento l'11 dicembre 2019, appena prima dell'Eurosummit dei due giorni successivi, per ritrovare clamorosamente ignorati, per tabulas, i temi su cui l'Aula aveva chiesto al governo di impegnarsi.
Riguardo al Mes, che ieri si è pure portato avanti annunciando la nomina del nuovo capo economista, un danese che avrà un ruolo decisivo nel valutare preventivamente la sostenibilità del debito pubblico, il problema è sia di metodo sia di merito. La citata risoluzione parla infatti di «mantenere la logica di pacchetto (Mes, Bicc, Unione bancaria) alla quale accompagnare ogni tappa mirata ad assicurare l'equilibrio complessivo dei diversi elementi al centro del processo di riforma dell'Unione economica e monetaria, approfondendo i punti critici…». Alla luce delle ultime parole provenienti da Bruxelles, ci si chiede come ci possa essere un pacchetto equilibrato tra il Mes da approvare subito (peraltro senza alcuna modifica alle criticità emerse nel tardivo dibattito) e le altre due componenti del pacchetto, che invece avranno tempi molto più lunghi. Quale potere contrattuale si potrà avere su Bicc e Unione bancaria, quando una rilevante componente del negoziato è già stata definita?
La risoluzione parla inoltre di «assicurare la coerenza della posizione del governo con gli indirizzi definiti dalle Camere, e il pieno coinvolgimento del Parlamento in tutti i passaggi del negoziato sul futuro dell'Unione economica e monetaria e sulla conclusione della riforma del Mes». Anche in questo caso, lo stridore generato dal contrasto con le parole di Bruxelles è assordante. Di coerenza e di coinvolgimento non ce n'è neanche l'ombra.
Nel metodo, poi, si deve sottolineare un enorme problema di trasparenza, anch'esso evidenziato su queste colonne da Antonio Grizzuti e oggetto di un'interrogazione parlamentare della Lega illustrata proprio giovedì 6 dal senatore Alberto Bagnai. A essa il presidente Giuseppe Conte ha risposto ribadendo la riservatezza e il segreto professionale per i lavori dell'Eurogruppo e i verbali dell'Eurosummit. Ma questo è il meno. Conte ha incredibilmente sostenuto che non c'è «alcuna finalizzazione del pacchetto di riforma del Mes», facendo riferimento alla dichiarazione dell'Eurogruppo di dicembre. Peccato che il 30 gennaio - e ieri - sia stato clamorosamente smentito da documenti ufficiali e fonti autorevoli. Tanto che le frasi di circostanza di ieri («La Lega si è risvegliata? Nessuna firma prevista...») non chiariscono affatto.
Da un lato, infatti, c'è un chiaro mandato parlamentare, dall'altro le conclusioni delle istituzioni europee, che sembrano ignorare del tutto tale mandato. In più, parlamentari e cittadini italiani non è possibile nemmeno sapere se e come i mandatari abbiano adempiuto al mandato stesso.

