(Totaleu)
«I flussi migratori non siano utilizzati per creare problemi». Lo ha dichiarato il ministro italiano da Bruxelles a margine del Consiglio affari esteri della Ue.
«I flussi migratori non siano utilizzati per creare problemi». Lo ha dichiarato il ministro italiano da Bruxelles a margine del Consiglio affari esteri della Ue.
In Libia la situazione peggiora. E rappresenta un grosso problema per il nostro Paese e per il governo di Giorgia Meloni.
Dalle coste libiche arriva più della metà degli immigrati clandestini, mentre sui territori dove governava Gheddafi la situazione tra le varie fazioni resta tesa, anche se al momento sono state smentite le ipotesi di secessione da parte del generale Khalifa Haftar. Come noto, la capitale Tripoli ed il Nord-ovest del Paese sono controllati dal Governo di unità nazionale (Gnu), guidato dal premier Abdul Hamid Dbeibah, mentre la Cirenaica e il Fezzan sono governati da Fathi Bashaga, anche se in realtà a comandare da queste parti è il generale dell’esercito nazionale libico Haftar, sostenuto dalla Russia di Vladimir Putin. Le ultime elezioni si sono svolte nel 2014. Lo scorso anno ci fu un tentativo di organizzare una tornata elettorale proprio il 24 dicembre, poi andato a vuoto e rinviato a data da destinarsi. La guerra civile non sembra imminente, ma la situazione continua a rimanere instabile: anche ieri un gruppo armato guidato dalle forze di Haftar ha aperto il fuoco su due cittadini nella città di Al-Bayda, nel Nord del Paese.
La scorsa settimana erano circolate alcune voci rispetto a una possibile dichiarazione di secessione e di autogoverno da parte di Haftar. Ma nel suo discorso in piazza Keesh a Bengasi alla vigilia di Natale (il 24 dicembre si ricorda il giorno dell’indipendenza del 1951), il generale ha tranquillizzato la comunità internazionale. Questo passo indietro, stando a The Libya Observer, sarebbe dovuto al fatto che il presidente della Camera dei rappresentanti, Aqila Saleh, e il numero uno dell’Alto Consiglio di Stato, Khalid Al-Mishri, hanno annunciato la ripresa del dialogo per raggiungere un nuovo accordo costituzionale per lo svolgimento delle elezioni: sarebbe stata una mossa preventiva per fermare Haftar.
Nel suo discorso di sabato, il generale ha parlato di «ultima possibilità» per tracciare una tabella di marcia che preveda, appunto, lo svolgimento delle elezioni. Ha poi sottolineato la necessità di un’equa distribuzione delle entrate petrolifere, ricordando che «solo i libici sono in grado di risolvere il loro problema e formare uno stato libico unificato». A quanto apprende La Verità, tutto ruota come sempre intorno alla ricerca di risorse economiche da parte di Haftar, sia per mantenere il suo potere sia in vista di una prossima campagna elettorale. Il generale, infatti, non può vendere petrolio direttamente sui mercati internazionali, ma può intervenire sulla produzione. In questo modo continua a tenere in scacco il governo di Tripoli.
Ma non basta. Non a caso, negli anni passati, il generale ha chiesto alla Russia di stampare dinari libici. Di questi, già un miliardo è stato sequestrato a Malta, su richiesta degli Stati Uniti. Per di più, a fine novembre, è stato licenziato Ali al Hibri dalla carica di vicegovernatore della Banca centrale libica. Ufficialmente sarebbe stato accusato di corruzione, ma in realtà si sarebbe opposto all’immissione di nuovi dinari stampati in Russia nel sistema economico finanziario della Cirenaica. Non solo. Il sito web African Intelligence, ritenuto vicino ai servizi segreti francesi (Dgse), segnalava a metà dicembre che Saddam Haftar, il figlio del generale, stesse cercando di prendere il controllo delle istituzioni bancarie nella Libia orientale per usarle come fonte di finanziamento per rafforzare la sua base di potere e pagare gli stipendi delle sue forze militari. Saddam Haftar è la mente economica del padre e sta, appunto, cercando di raccogliere nuove risorse in vista di una possibile competizione elettorale.
In questa situazione, a farne le spese è il nostro Paese. Secondo il bollettino pubblicato dal ministero dell’Interno il 23 dicembre, nel 2022 sono sbarcati in Italia ben 101.127 immigrati clandestini, molti in più rispetto ai 64.612 del 2021 e ai 33.863 del 2020. La maggior parte di loro sono egiziani (20.486), poi ci sono i tunisini (17.931), quindi quelli del Bangladesh (14.381). Cinquantunmila arrivano proprio dalla Libia, paese di transito.
Fonti del Viminale segnalano che il numero di migranti potrebbe aumentare durante l’estate, arrivando ai livelli del 2015, quando sulle coste del nostro Paese arrivarono 150.000 immigrati. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani sta lavorando a un accordo proprio con il ministro degli Esteri libico Najla Al-Mangoush. Ma, allo stesso tempo, il nostro Paese guarda anche alla situazione del Fezzan, porta dell’Africa. Qui, secondo il vicepremier del governo di unità nazionale di Tripoli Ramadan Ahmed Boujenah (in visita a Roma nelle scorse settimane), l’Italia dovrebbe avviare nuovi progetti «economici utili a favorire stabilità e sicurezza» nella regione «ricca di risorse naturali, come uranio, oro, gas e petrolio».
Da queste parti a comandare è proprio il figlio del generale Haftar, sempre più ago della bilancia della situazione libica. E se Bengasi non dovesse trovare nel breve un suo punto di equilibrio, c’è da scommettere che appiccherà nuovo fuoco proprio nel Fezzan. Nuovi scontri, meno flussi di materie prime e ancor più traffico di esseri umani.
Nel 1930 i francesi costruirono un forte in Niger, vicino ad Agadez e a due passi dalla Libia. All’epoca venne tirato in piedi per fermare l’espansione italiana dalla Libia al Fezzan e poi a Sud nel Sahel. A distanza di quasi 100 anni, l’Europa è cambiata così tanto che adesso i ministri francesi, se vogliono (grazie al Trattato del Quirinale), possono partecipare ai nostri cdm. Ma in Africa i cambiamenti sono diversi.
Il forte esiste ancora e al suo fianco è stata costruita una moderna base militare che, inserita in un programma congiunto Ue avrebbe dovuto ospitare fino a 500 nostri militari. Cosa praticamente mai avvenuta. Il condizionale è d’obbligo perché le vicende successive al 2018 hanno travolto i vecchi equilibri. L’ascesa di Khalifa Haftar in Cirenaica, il potenziamento del terzo incomodo di Misurata e soprattutto l’arrivo di turchi e russi nell’area hanno destabilizzato l’intero deserto e cancellato (in Mali) o drasticamente ridotto (in Niger, Burkina Faso e Mauritania) il potere francese. Ma la base Madama vicino al forte in realtà è servita sempre per contenere qualunque avanzata italiana nell’area.
Come? Semplice evitando di fermare i flussi di migranti verso Nord e quindi diretti alle coste dell’Europa via Italia. Nel forte Madama la missione dei legionari era quella di contrastare le mosse dei jihadisti. La base militare è, però, posta su una strada carovaniera. Nel 2016, sotto gli occhi dei militari francesi, sono passati, secondo fonti Iom, qualcosa come 291.000 migranti. Nessuno è mai stato fermato o controllato, nonostante le dotazioni della base: dai Mirage ai droni. Nessuno si è mai premurato di bloccarli nel tratto più a Nord, nel Fezzan. Dove, già durante l’era di Muhammar Gheddafi, c’era una certa anarchia e dopo la sua uccisione è scoppiata una faida tribale dal nome singolare: «guerra della scimmia». Guerra dai duplici risvolti. Da un lato il tentativo, da parte delle milizie basate sulla costa, di ampliare la propria influenza nelle aree meridionali attraverso una strategia di alleanze variabili con le tribù del Fezzan. Dall’altro sulla «tradizionale conflittualità tra Tebu e Tuareg si innesta così una dimensione di scontro ulteriore, che vede nelle due fazioni un’estensione, rispettivamente, dell’Enl e del governo di Tripoli», si legge in un interessante report del Cesi. Dinamica dispiegata nell’evoluzione degli scontri della zona di Sebha. In una prima fase, tra il 2012 e il 2014, la contrapposizione verteva essenzialmente sul controllo dei traffici e vedeva schierate da un lato le tribù Tuareg e Awlad Suleiman (che nel 2011 avevano combattuto contro Gheddafi) e dall’altro quelle Tebu e Qadhafa (quest’ultima è la tribù di origine del Colonnello e lo ha difeso fino agli ultimi giorni della rivolta). «Il rapporto di forza è sensibilmente mutato con l’arrivo della potente milizia di Misurata che ha preso il controllo delle basi militari di Brak al-Shati e Tamenhint», scriveva sempre il Cesi all’inizio del 2017. Formalmente inviato con la funzione di arrestare gli scontri, il gruppo misuratino ha di fatto appoggiato gli Awlad Suleiman, eminenza del luogo, con il duplice scopo di garantire riaprire i collegamenti logisitici e indebolire gli avversari. In questo complicatissimo scenario vanno inseriti gli accordi targati Marco Minniti, l’abile ministro dell’Interno che ha cercato di inserirsi a metà strada tra la costa e la presenza militare francese. Va ricordato che la dottrina di Parigi è sempre stata basata sulla presenza militare. La nostra purtroppo no. Così Minniti ha giocato di sponda. L’intento era quello di trovare qualcuno in grado di regolare i flussi. A gennaio del 2017 i primi abboccamenti e poi a marzo la firma tra l’Italia e una sessantina di capi tribù. Denaro, protezione e sostegno in loco. Ad aprile i flussi registrati verso l’Italia erano ancora in forte crescita. Oltre un 40% in più rispetto allo stesso mese del 2016. A luglio è iniziato il calo. Dai 23.000 dello stesso mese 2016 a poco più di 11.000. Un trend rimasto calante per tutto l’anno. Al tempo stesso, gli sbarchi sulle coste della Spagna aumentarono di oltre il 100%.
Ovviamente non è possibile sigillare i confini, ma indirizzare i flussi sì. Purtroppo non è stato possibile scoprire sul lungo termine gli effetti della mediazione dell’ex esponente Pd. Perché qualcuno è intervenuto per farli saltare: i francesi, ovviamente. Parigi, all’epoca, tramite alcuni giornali, accusò l’Italia di fare accordi sottobanco. Cioè esattamente quello che i francesi fanno da secoli. Da lì l’idea di scardinare pezzo a pezzo ciascuno dei 60 sotto accordi firmati. Il motivo dell’intervento contro la nostra sicurezza nazionale si spiega per un semplice motivo. L’altro lato della medaglia dell’accordo in Fezzan era un aumento della presa italiana nella regione, come abbiamo scritto sopra, fondamentale per lo scontro tra Tripoli e Bengasi. Questo non è piaciuto e da lì l’intervento che in quegli anni il premier di allora, Paolo Gentiloni, si è ben guardato dal denunciare per evitare il rischio di veder diminuire a Roma o nell’Ue il numero di chi sfoggia la Légion d’honneur.
Il resto è cronaca quotidiana. Sbarchi dopo sbarchi. E quindi alle repliche stizzite dei francesi, finti sostenitori dei diritti dei migranti, si risponde solo in un modo. Riprendendo a siglare accordi in Africa. Va bene sia sopra che sotto il banco.
Mentre si addensano le nubi sulla possibilità che gli scafisti trafficanti di esseri umani, partiti con i due gommoni da Khoms nonostante le condizioni del mare avverse, avessero in mente di raggiungere un punto preciso, equidistante a circa 140 miglia da Lampedusa e da Malta e a 30 miglia dalla costa libica e non difficile da raggiungere per la Ocean Viking, dalla Marina libica arriva una dura replica alla campagna di accuse che la vulgata pro Ong ha mosso nelle ultime ore. Il portavoce della Marina libica, Massoud Abdelsamad, ha confermato che la Guardia costiera di Tripoli ha fatto tutto il possibile per salvare i migranti finiti in mare nella notte tra mercoledì e giovedì. Una tragedia nella quale sono morte 130 persone.
Alarm Phone aveva segnalato tre imbarcazioni in pericolo per il mare grosso: un barchino, mai rintracciato, con a bordo, si presume, 40 persone, e due gommoni con 100 e 120 passeggeri a testa. Uno dei quali è stato soccorso dalla motovedetta della Guardia costiera di Tripoli, che ha riportato indietro 104 migranti vivi e i corpi senza vita di una donna e di un bambino. Abdelsamad ricostruisce quelle difficili ore: «Abbiamo ricevuto la chiamata di emergenza e abbiamo inviato un'imbarcazione da Khoms direttamente sulla posizione che abbiamo ricevuto da Mrcc Malta ed Mrcc Italia». Si tratta dei Centri di coordinamento del soccorso marittimo italiano e maltese. Una versione, quella ufficiale della Marina libica, che smentirebbe quella fornita da Alessandro Porro, direttore di Sos Méditerranée, al Corriere della Sera. Porro sostiene che nessuno, da Tripoli o da Roma, abbia coordinato i soccorsi. «Eravamo soli», ha affermato. I libici, invece, seguendo i protocolli, hanno messo in pratica le indicazioni degli Mrcc: «Ci siamo coordinati, abbiamo collaborato e abbiamo inviato un'imbarcazione», ha spiegato Abdelsamad. Il mare sembrava impazzito. «C'erano forti venti e onde alte», ricorda Abdelsamad, «che rendevano quasi impossibile l'operazione». Ma nonostante le difficoltà, rivendica il commodoro libico, «abbiamo tratto in salvo i 106 che erano su uno dei gommoni, recuperando due corpi senza vita e portando a terra i sopravvissuti, tra cui donne incinta».
Dopo il primo recupero sono cominciate le ricerche del secondo gommone. E a questo punto le versioni del commodoro libico e quelle della Ong si scontrano di nuovo. Abdelsamad sostiene che, coordinandosi «con gli Mrcc di Italia e Malta» la Guardia costiera di Tripoli è «riuscita a far convergere sull'area tre navi mercantili per compiere ricerche». Lo storytelling di Porro, invece, è questo: «Per fortuna quando è arrivato il Mayday, che crediamo essere stato inviato da parte di un aereo, con le coordinate del target, tre navi commerciali hanno cambiato rotta e si sono unite al salvataggio. E così ci siamo auto organizzati. Abbiamo fatto quello che i marinai devono fare: soccorso in mare». Sprezzante con la Guardia costiera libica e incurante delle indicazioni fornite proprio dagli Mrcc, poi, ha ipotizzato che la tragedia si poteva evitare. «Con un coordinamento degli interventi, avevamo un mezzo prezioso per salvare vite umane che era il soccorso in mare. Ma di fatto, l'Europa l'ha smantellato lasciandolo ai libici, nonostante non siano in grado di gestire questo compito». Ed è arrivato a negare l'esistenza del soccorso di Tripoli: «Sappiamo da Alarm Phone che (la Guardia costiera libica ndr) ha risposto alle mail di non aver condotto alcun tipo di intervento a causa del maltempo». Abdelsamad non è d'accordo: «La mattina dopo, nonostante il vento forte e il mare grosso, abbiamo inviato di nuovo la nostra imbarcazione nell'area ma sfortunatamente non abbiamo trovato nulla e abbiamo dovuto interrompere le operazioni di ricerca». Un particolare, questo, confermato anche dall'autorità italiane. Dalla Ong, invece, sostengono di essere arrivati tardi sul punto indicato, perché la Ocean Viking si trovava a dieci ore di navigazione. Ma come ha svelato ieri La Verità, in base ai punti nave registrati dal transponder di bordo, la nave della Ong era salpata da Siracusa alle 12 di domenica 18 aprile puntando dritta verso Sud. Alle 10 del giorno dopo la nave si trovava già 60 miglia (110 chilometri) al largo delle coste libiche, sulla verticale del porto di Khoms. A quel punto, la pattugliatrice umanitaria di Sos Méditerranée aveva rallentato la corsa ed era ancora scesa a Sud: alle 9 della mattina di martedì 20 aprile era 30 miglia a nord di Khoms. Da quel momento, e per circa 24 ore, la Ocean Viking naviga a passo lento in quel tratto di mare: fa avanti e indietro, da Est a Ovest e da Ovest a Est.
Quando i due gommoni dei trafficanti di uomini lasciano il porto di Khoms, alle 22 di martedì 20 aprile, le condizioni meteo sconsigliavano già la partenza. Ma non è difficile immaginare che in quel momento sappiano che l'Ocean Viking non è lontana: è a una cinquantina di miglia a Nord-Nordest. Agli scafisti non serve né un informatore, né un contatto con le Ong. Per conoscere il punto esatto in cui si trova ogni nave basta usare una semplice app gratuita. Qualcosa, però, deve essere andato storto. E alla fine è dovuta partire la motovedetta dalla Libia. L'unica a disposizione. «I due mezzi disponibili erano impegnati su tre casi: uno al confine con la Tunisia e due, compreso quello tragico, al largo di Khoms», ricorda Abdelsamad, che le filippiche delle Ong proprio non le accetta: «Non capisco perché vogliano metterci nell'angolo sostenendo che la Guardia costiera libica non si coordina con le altre istituzioni». Ma la campagna di Sos Méditerranée contro «Italia, Malta e Libia» è appena ricominciata. Con tanto di hashtag: #BastaMortiInMare.
«La guardia costiera libica spara sui migranti», è il titolo che campeggiava sulle prime pagine e sui siti di alcuni quotidiani italiani lo scorso martedì. A seguire un resoconto della tragica notizia diffusa dall'Oim, organizzazione internazionale per le migrazioni e subito rilanciata dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati. «Questo incidente dimostra chiaramente che la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco», ha dichiarato sulle colonne dell'Avvenire l'inviato speciale dell'Unhcr nel Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, sottolineando la necessità di una «maggiore solidarietà tra gli Stati costieri del Mediterraneo».
A poche ore dalla denuncia, la ricostruzione del Comitato internazionale di soccorso (Irc), partner di Unhcr, sembrava portare s sulla stessa strada, facendo capire che la sparatoria si sarebbe verificata durante lo sbarco, presso il porto di Homs, di più di 70 persone; «alcune scese da poco a terra hanno cercato di dileguarsi per evitare di essere portati nei campi libici di detenzione per profughi», si poteva leggere sui giornali. Due dei migranti sudanesi, raggiunti dai colpi d'arma da fuoco, sarebbero morti sul momento mentre un terzo è deceduto durante il trasporto in ospedale e altri due - cinque secondo l'Oim - sarebbero rimasti feriti. La notizia ha trovato una ampia eco in Italia, per un fatto di natura prettamente politica. la scorsa settimana il Parlamento ha approvato in continuità il finanziamento della Guardia costiera libica da parte dell'Italia.
Uno schema portato avanti dagli ultimi governi e in quest'ultima votazione appoggiato anche dal Pd, nonostante più volte avesse dichiarato di voler cambiare strategia.
L'ok al rifinanziamento ha però mandato in confusione gran parte della sinistra che in quell'atto ha visto una sorta di reato di favoreggiamento verso i «criminali» libici. Il virgolettato in questo caso è una sintesi proprio delle accuse alla Guardia costiera libica da parte del mondo delle Ong, che martedì alla notizia della sparatoria avrebbe festeggiato se non ci fossero stati di mezzo dei morti. Avrebbe festeggiato per chiedere lo stop delle relazioni Italia-Libia e la conseguente impennata dei flussi di clandestini verso le coste tricolori. Peccato che a distanza la ricostruzione dei fatti di Homs sia un po' diversa dallo storytelling diffuso tramite le principali testate italiane. Lunedì sera intorno alle 20,30 la motovedetta Zuwara rientra al porto dopo aver recuperato una settantina di immigrati. Una volta sbarcati e mentre stavano salendo sui bus diretti al centro di accoglienza di Suq Al Khamis, un gruppo di sudanesi è scappato.
A quel punto, come riferisce alla Verità un portavoce del dipartimento contro il terrorismo di Misurata, si sono mossi uomini della stessa unità guidata dal generale Mohammed Al Zein. La ricerca è andata avanti fino a circa mezzanotte, quando il gruppo di sudanesi è stato individuato nelle retrovie del porto.
A quel punto i militari sono stati assaliti con una lancio di sassi, dopo alcuni spari in aria i proiettili hanno finito per colpire e assassinare tre persone e ferirne altre due. I militari dell'unità avrebbero detto di aver reagito pensando che i fuggitivi fossero armati.
Nessuno ha modo di verificare le intenzioni effettive e anche se fosse un pessimo tentativo di scrollarsi di dosso il sangue di quei cadaveri dal punto di vista politico il fatto è che a sparare non è stata la Guardia costiera. Ma uomini di un'altra unità che con i fondi italiani nulla hanno a che fare. Sappiamo che la Libia è in guerra e purtroppo i diritti umani sono un optional. Ma il distinguo è importante. Il personale della Guardia costiera è addestrato da noi e si muove secondo norme internazionali e prassi che derivano dalla medesima partnership tra i due Paesi. Se il flusso dei nostri fondi venisse interrotto e con esso i rapporti tra personale in uniforme, l'indomani si presenterebbe subito la Turchia. E la situazione peggiorerebbe visibilmente. Non solo dal punto di vista degli sbarchi ma anche della tutela dei diritti umani. E solo chi è cieco non vuole ammetterlo perché oscurato dall'ideologia. Oppure è in mala fede e vuole a tutti i costi che il business dei migranti torni a fiorire. Il dramma di Homs insegna anche che prima di buttarsi sulle notizia bisogna sezionarle, soprattutto se il contesto è quello di un Paese in guerra.

