Le due facce della giustizia. Inchieste flop sulle Ong, giudici inflessibili su Salvini
- Nel nuovo numero di Panorama, il doppio binario della magistratura italiana: gli attivisti sono sempre graziati mentre chi ha chiuso i porti rischia la galera.
- L'Aula decide sul processo all'ex ministro. Fdi aiuterà il Carroccio a stanare Pd e M5s.
Lo speciale contiene due articoli.
Inchieste flop sulle Ong, navi prima sequestrate e poi lasciate libere di tornare in mare a recuperare migranti. Talebani dell'accoglienza non perseguiti, il mirino è invece puntato su Guardia di finanza e Marina militare. L'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini, è sotto tiro per avere chiuso i porti. La giustizia funziona a intermittenza, se non alla rovescia, quando ci sono di mezzo le Organizzazioni non governative? «Il tema è se la politica dell'immigrazione spetti ancora a governo e Parlamento oppure se debba essere consegnata nelle mani dell'autorità giudiziaria. È un tema che dovrebbe interessare la politica nel suo insieme, e invece una parte della politica accetta di autolimitarsi pur di colpire l'avversario lasciando fare una parte della magistratura» è il j'accuse di Alfredo Mantovano, magistrato ed ex sottosegretario all'Interno.
Il 4 febbraio il tribunale di Palermo ha chiesto il dissequestro della Mare Jonio, la nave della Mediterranea Saving Humans, che lo scorso anno è stata bloccata tre volte e poi lasciata andare per tornare a recuperare migranti. [...] Nave Sea-Watch 3 dell'omonima Ong tedesca, bloccata due volte nel 2019, è stata di nuovo dissequestrata il 19 dicembre. «Sea-Watch 3 è libera!» ha scritto su Twitter Carola Rackete, che lo scorso giugno non aveva rispettato il divieto del Viminale di ingresso nelle acque territoriali italiane. E per far sbarcare i migranti ha quasi schiacciato contro la banchina una motovedetta della Guardia di finanza.
Il 17 gennaio la corte di Cassazione ha stabilito che l'arresto della «capitana» tedesca, la scorsa estate, era illegittimo. [...] Il 28 gennaio la stessa Procura di Agrigento ha chiesto l'archiviazione per il no global Luca Casarini e il comandante Pietro Marrone della nave Mare Jonio, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e di avere disobbedito all'ordine di una nave militare. Il caso riguarda lo sbarco a Lampedusa del 19 marzo 2019 di 50 migranti recuperati al largo della Libia. I pubblici ministeri Salvatore Vella e Cecilia Baravelli sono convinti che «la condotta degli indagati non risulta [...] antigiuridica». Al contrario, negli atti, si punta il dito contro nave Capri della Marina militare, che a Tripoli forniva appoggio alla Guardia costiera libica e un pattugliatore delle Fiamme gialle che ha cercato di fermare Mare Jonio. «Dagli elementi probatori acquisiti nel presente procedimento» scrivono i pm «sembra [...] che nave Capri e quindi la Marina militare italiana svolgano di fatto le funzioni di centro decisionale della c.d. Guardia costiera libica, siano cioè il reale centro operativo di comando». È la tesi «accusatoria» delle Ong, nonostante la missione in Libia sia approvata dal Parlamento su richiesta del governo fin dai tempi dell'esecutivo di Paolo Gentiloni.
I pm puntano il dito anche contro il comandante del pattugliatore Paolini della Guardia di finanza che ha intimato l'alt alla Mare Jonio sostenendo che «non siete autorizzati da autorità giudiziaria italiana all'ingresso in nostre acque nazionali». Nessun magistrato è intervenuto, ma i pm sono risaliti fino al tenente colonnello Alessandro Santarelli che da Palermo avrebbe dato l'ordine. Il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, si è affrettato a smentire che i finanzieri siano indagati, ma Fiamme gialle e Marina stanno finendo sulla graticola al posto delle Ong. Il bersaglio grosso è Salvini, accusato di sequestro di persona per aver bloccato la Gregoretti e la Open arms. Il 12 febbraio il Senato vota se mandare a processo l'ex ministro sul caso di questa nave. «È una schizofrenia». La Procura della Repubblica di Catania sollecita l'archiviazione perché «non sussistono i presupposti del delitto di sequestro di persona né di nessun altro delitto» fa notare Mantovano. Il Tribunale dei ministri, sempre di Catania, non ne tiene conto e chiede di processare Salvini. «Ha il potere di farlo, ma in un sistema processuale accusatorio l'inversione dei ruoli appare non poco singolare», spiega il magistrato, vicepresidente del Centro studi Livatino.
Il 4 febbraio è arrivata sulla testa di Salvini la seconda tegola dei 161 migranti trattenuti per 19 giorni in mare e poi sbarcati il 20 agosto, ma per Mantovano «il caso Open Arms non è diverso dalla Gregoretti».
Guerra in Senato. Il leader leghista è pronto a tutto
I senatori della Lega resteranno in Aula e il leader Matteo Salvini parlerà dai banchi di Palazzo Madama per difendere le decisioni prese da ministro sul caso Gregoretti. Al termine di una giornata estenuante, fatta di una lunga riunione con i senatori leghisti, l'ex numero uno del Viminale ha deciso di metterci la faccia. Lo aveva fatto intendere già in mattinata, da Venezia, durante una delle sue dirette su Facebook: «Domani (oggi, ndr) c'è il processo. Ribadisco: ritengo che un processo nei miei confronti sia privo di qualsiasi fondamento perché ho difeso l'interesse nazionale e ho protetto l'Italia e gli italiani, controllando chi entra e chi esce da questo Paese. Se M5s, Pd e Italia viva, invece, ritengono che sia un crimine, io non scappo, non ho paura. Voteranno per mandarmi a processo. I senatori della Lega ovviamente non si opporranno».
Salvini e i suoi si preparano così ad affrontare una giornata piena di insidie dal punto di vista politico e istituzionale. La riunione con i senatori è stata tra le più difficili di questa legislatura. Salvini ha ribadito ai suoi di non impedire il processo. Il leader della Lega ha deciso: vuole avere un chiarimento in tribunale sulla legittimità del proprio operato. Non teme le aule di tribunale né quello che potrebbe accadere dopo. Questa è la decisione. Il gruppo di senatori ha invece fatto resistenza. Sono in tanti a essere spaventati di fronte all'ipotesi di un lungo processo penale, dove il leader della Lega potrebbe essere condannato. E se dopo una sentenza sfavorevole di primo grado scattasse la legge Severino? E se poi diventasse ineleggibile? Sono tanti i dubbi che in queste ore attraversano non solo la Lega, ma tutta la coalizione di centrodestra che non vuole perdere un leader che è dato nei sondaggi oltre il 30%. La prima a esprimere dubbi è stata l'avvocato Giulia Bongiorno.
Lo ha ripetuto spesso: mandare Salvini alla sbarra può essere controproducente. Lo ripeterà, a quanto pare, anche in Aula. Anche lei prenderà la parola stamattina. Ma l'ex ministro dell'Interno ha insistito: «Non dovete opporvi», in linea con quanto deciso nelle ultime settimane. La situazione è al momento piena di incognite. I senatori saranno in Aula, ma potrebbero astenersi o comunque non partecipare al voto sull'ordine del giorno presentato da Fratelli D'Italia e Forza Italia. Il documento di 6 pagine viene presentato dal partito di Giorgia Meloni per evitare il processo al leader della coalizione. Serve il voto palese e la maggioranza dell'Aula. Difficile che passi, ma allo stesso tempo potrebbe stanare la maggioranza del governo giallorosso che in giunta si era defilata in occasione del voto. Ora Pd, Italia viva e 5 stelle dovrebbero in teoria votare contro l'ordine del giorno. In ogni caso durante la riunione con i senatori sono state affrontate anche le scelte politiche delle ultime settimane. L'errore, come ha più volte ribadito proprio la Bongiorno, è stato fatta proprio il 20 gennaio. Quando il leader della Lega, nel pieno della campagna elettorale in Emilia Romagna, chiese ai suoi di votare a favore dell'autorizzazione a procedere nella giunta di palazzo Madama. Quel voto rischia di pesare come un macigno sul futuro politico del leader leghista. Perché, finita la sbornia elettorale, restano sul tavolo i problemi istituzionali. Proprio Bongiorno ha spiegato che «l'idea che un uomo possa rimanere per anni e anni a processo non dovrebbe piacere a nessuno. Lui pensa di andare in Aula e dimostrare davanti a tutti in tempi brevi che ha ragione. Però, questo rischia di non succedere. I tempi potrebbero essere lunghissimi e c'è il problema di restare bloccati per anni, ostaggi del processo». Ma il leader leghista non ha voluto ascoltare. Stamattina inizierà i lavori la senatrice Erika Stefani, che presenterà una relazione su quanto deciso in giunta per le autorizzazioni. Poi sarà presentato l'ordine del giorno e quindi ci saranno gli interventi in Aula. Atteso l'intervento di Salvini come quello dei colleghi senatori. Una linea comune non c'è. Anche per questo non è stata una riunione semplice quella di ieri. Più volte Salvini ha parlato ai senatori dei propri figli e della necessità di spiegargli che «papà non è un delinquente».
Se questo processo s'ha da fare, sul banco degli imputati non ci si deve mettere solo l'ex ministro dell'Interno, ma l'intero governo gialloblù. Eh, già: se aver fermato una motonave della Guardia costiera con a bordo alcune decine di migranti, senza spalancare subito le porte ai cosiddetti profughi, è per la magistratura un reato e non una scelta politica, allora la colpa è di tutti quelli che hanno dato in qualche modo il loro avvallo all'operazione di blocco.
Il senso della difesa di Matteo Salvini davanti alle richieste del Tribunale dei ministri è tutto qui. Quella del capo della Lega è nella sostanza una chiamata di correità: se io sono colpevole per aver stoppato gli extracomunitari, impedendo loro di sbarcare prima che si fosse trovato un accordo sulla loro redistribuzione, lo sono anche i colleghi ministri che insieme a me si occuparono del caso senza contestare il mio operato.
Altro che lavarsene le mani, come ha fatto il presidente del Consiglio, il quale come è ovvio guarda con benevolenza l'iniziativa della magistratura perché non vede l'ora di levarsi una spina nel fianco come quella del leader dell'opposizione al governo. Macché diciamo sì all'autorizzazione a procedere, come ha spiegato Luigi Di Maio, perché si tratta di una faccenda diversa da quelle precedenti, in quanto è stato Salvini a decidere tutto, scavalcando la volontà dell'esecutivo. Purtroppo per il premier e per il ministro degli Esteri, carta canta e quella consegnata ieri alla giunta di Palazzo Madama che deve decidere se dire sì al processo all'ex ministro dell'Interno è una carta che parla chiaro. Salvini, insieme alla sua difesa, ha infatti consegnato le lettere che il suo ufficio ministeriale ha scambiato con Palazzo Chigi, con la Farnesina e gli altri ministeri, al fine di organizzare lo smistamento dei migranti. Difficile dunque sostenere che i partner di governo non sapessero nulla di ciò che stava combinando il numero uno del Viminale. Impossibile negare che sul caso della Gregoretti ci fu una condivisione nell'operazione di redistribuzione dei migranti, come invece vorrebbero oggi sostenere gli ex alleati. I quali, dopo la crisi del Conte uno, da compagni di viaggio si sono trasformati in nemici giurati, pronti a consegnare la corda con cui impiccare l'ex ministro.
Che la manovra sia un po' canagliesca e molto opportunistica lo dimostrano le date e i documenti forniti ieri da Salvini. Tutto comincia alla fine di luglio, quando ancora lo strappo nella maggioranza non c'è stato, anche se già si annunciano nubi sul governo. I migranti vengono soccorsi in mare in un'area di pertinenza della Guardia costiera maltese. Dopo un po' di rimpalli, gli extracomunitari vengono tratti a bordo di una motovedetta italiana. Nel frattempo altri profughi vendono soccorsi da un pattugliatore della Finanza, che come è noto non risponde agli ordini del Viminale, ma a quelli del titolare dell'Economia. Tutte le persone salvate vengono poi trasbordate sulla Gregoretti, nave della Guardia costiera che dipende dal ministro Danilo Toninelli. Già questo basterebbe per dire che almeno tre ministeri si sono occupati del caso, ma - come da documentazione esibita ieri - mentre sono in corso i passaggi da un gommone alle navi militari italiane, la presidenza del Consiglio, cioè gli uffici che dipendono direttamente da Giuseppe Conte (nelle persone del suo consigliere diplomatico e del rappresentante permanente a Bruxelles), ha già inoltrato richiesta formale ai Paesi Ue di smistamento dei profughi. Occhio alle date. Il salvataggio è del 26 luglio, l'arrivo nella rada di Catania è del 27 e il 29 una quindicina di minorenni viene fatta scendere nel porto di Augusta. Passa ancora un giorno e un migrante malato viene portato a terra alle dieci del mattino, ma già prima delle 16 arriva il via libera allo sbarco di tutti. In totale, tra salvataggio e smistamento sono trascorsi cinque giorni durante i quali, come si evidenzia dalle carte, il ministro dell'Interno tiene informati sia il collega delle Infrastrutture che quelli della Difesa e degli Esteri. La presidenza del Consiglio, cioè Conte, non può dire di non saperne nulla, come invece ha fatto, perché il 26, cioè un giorno prima dell'arrivo della Gregoretti, ha inviato una richiesta formale di redistribuzione dei migranti.
Tralascio per carità di patria le frasi del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il quale in tv il 30 luglio difendeva l'operato del governo, chiamando in causa l'Europa. Ora tutti, per convenienza e cinico calcolo politico, scaricano sulle spalle di Salvini. Ma a leggere le carte si capisce che bisogna scaricare il governo. Non davanti ai giudici, ma davanti agli italiani. Ai quali basterebbe un voto per decidere chi processare.
- Come dimostrano le dichiarazioni di luglio, Giuseppe Conte, Danilo Toninelli e gli altri big grillini erano allineati al ministro dell'Interno sulla gestione del caso. E per questo la sinistra definiva i suoi futuri alleati degli «usurpatori».
- Matteo Salvini avverte: «Possibili stranezze». La condanna finale lo farebbe decadere.
Lo speciale contiene due articoli.
«Gli interventi di salvataggio che hanno portato 135 migranti a bordo della nave Gregoretti sono stati sin dall'inizio concordati con il ministero dell'Interno per supportare Malta, già impegnata in altri eventi Sar (Search and rescue, ovvero ricerca e soccorso, ndr). Lo rimarcano fonti del ministero delle Infrastrutture. Anche sull'assegnazione del Pos (Place of safety, ovvero il porto sicuro, ndr) che fa capo al Viminale, si sta lavorando in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno, nell'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È il pomeriggio del 26 luglio 2019, le agenzie di stampa rilanciano questa nota del ministero guidato da Danilo Toninelli del M5s. La nave Gregoretti ha da poche ore preso a bordo i 135 migranti naufragati la notte precedente. Toninelli tiene a far sapere che sta lavorando «in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno»: altro che decisione individuale, tutti i passaggi dell'affaire Gregoretti sono condivisi da Salvini e Toninelli. «Anche sulla assegnazione del Pos» Toninelli afferma esplicitamente di agire «in perfetto coordinamento» con Salvini. Proprio la mancata assegnazione tempestiva del Pos, secondo il tribunale dei ministri di Catania, sarebbe il fulcro dell'ipotesi di reato di sequestro di persona: lo Stato italiano, secondo i giudici, aveva «l'obbligo di concludere la procedura con il trasferimento dei migranti in un luogo sicuro. Invece, l'omessa indicazione del Place of safety, da parte del dipartimento Immigrazione, dietro precise direttive del ministro dell'Interno, ha determinato una situazione di costrizione a bordo», aggiungono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere, «con limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l'elemento oggettivo del reato ipotizzato».
Toninelli, inoltre, già nelle prime ore dell'affaire Gregoretti, tiene a precisare «l'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È esattamente la stessa linea di Salvini: i migranti sbarcheranno solo quando l'Europa ci dirà chi se li prende. Toninelli, in quel periodo, è sulla graticola: si parla di rimpasto, la sua posizione al governo traballa e lui fa il duro, si allinea al ministro dell'Interno, in quel momento al top della popolarità per la battaglia contro l'immigrazione senza controllo. «Non darò nessun permesso allo sbarco», aveva twittato Salvini poco prima che dal ministero di Toninelli partisse la nota stampa, «finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Vediamo se alle parole seguiranno dei fatti. Io non mollo». Non molla neppure Toninelli, e ha una voglia matta di farlo sapere ai media. Due giorni dopo, Toninelli rincara la dose: «La nave Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 131 migranti soccorsi in mare», dice il riccioluto ministro, «ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente». È il 28 luglio, Toninelli dice chiaro e tondo che in assenza di risposte dall'Europa i migranti restano dove sono, ovvero a bordo della Gregoretti. Ci resteranno fino al 31 luglio. Il giorno precedente lo sbarco, ovvero il 30 luglio 2019, Augusta, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ai microfoni di In Onda su La 7, fa sapere che è in corso «un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell'Interno e della Difesa. La posizione del governo è sempre la stessa», chiarisce il ministro grillino, «vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevano scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa. Ringrazio il presidente Conte», aggiunge Bonafede, «che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa». Bonafede aggiunge un altro tassello importante: sull'affaire Gregoretti il dialogo in corso nel governo, in quei giorni, vede come protagonista, oltre a Salvini e Toninelli, anche il premier, Giuseppe Conte, e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, anche lei del M5s, anche lei perfettamente allineata alle decisioni del governo, non certo del solo Salvini. Il 28 luglio, il senatore Gregorio De Falco, ex M5s, ufficiale del corpo Capitanerie di porto della Marina militare, accusa Salvini e Toninelli. «La Gregoretti», dice De Falco, «come nave militare, è esclusa dalla disciplina del decreto Sicurezza bis. Salvini contravviene al proprio decreto e integra forse una vera e propria usurpazione di funzione pubblica mentre il ministro inutilmente competente di fatto abdica totalmente anche alla propria dignità». Inutile dire che il «ministro inutilmente competente» è Toninelli, che De Falco, espertissimo del settore, mette sullo stesso piano di Salvini. «La Gregoretti ad Augusta», twitta sempre il 28 luglio il deputato del Pd Filippo Sensi, «i giornalisti confinati lontano, prosegue la solita danza macabra sulla pelle di un centinaio di disperati e l'umiliazione della Guardia costiera. Mi vergogno per Salvini, Trenta e Toninelli». «Mi aspetto», incalza il 30 luglio il deputato di Leu, Nicola Fratoianni, «che nelle prossime ore i ministri Salvini e Toninelli siano trattati per quello che sono e cioè ministri che violano le leggi del nostro Paese». Uno dei due rischia di finire a processo, l'altro è diventato suo alleato di governo. Il colmo? Toninelli, senatore, dovrà votare per l'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.
Il leader leghista teme sgambetti. La legge Severino può farlo fuori
Mettere fuori gioco un avversario per via giudiziaria, oppure - piano B - tenerlo sulla graticola, costringendolo a condurre la sua battaglia con una spada di Damocle pendente sulla testa. È questo uno degli effetti dell'offensiva in corso contro Matteo Salvini.
Con trasparenza, è stato lo stesso leader leghista a porre il tema, in almeno due passaggi, nell'intervista rilasciata ieri al Corriere. Il primo passaggio è appena accennato, quando Salvini dice: «Per un certo verso, sarei curioso di finire in Aula», intesa come aula processuale, e nel caso, il leader leghista aggiunge che con lui «ci saranno milioni di italiani». Ma, in un inciso, Salvini annota: «Anche se gli avvocati mi suggeriscono il contrario». Più avanti, Salvini dice orgogliosamente: «Lo rifarei. E se gli italiani lo vorranno, lo rifarò», alludendo a decisioni dello stesso tipo che sarebbe pronto ad assumere se fosse di nuovo ministro dell'Interno o presidente del Consiglio. Anche qui, però, un'aggiunta: «Sempre che non ci siano stranezze legate alla legge Severino». Salvini fa anche notare (l'aveva già fatto martedì a Rete 4, ospite di Mario Giordano a Fuori dal coro) l'enormità della pena a cui è esposto: «Sarei peggio di uno stupratore: per lo stupro la pena è di 12 anni, per il sequestro gli anni sono 15».
Ma cosa prevede esattamente la Severino? Rende ineleggibili e non candidabili, oppure (se già eletti) li fa decadere dalla carica, coloro che siano stati condannati a più di due anni di reclusione per i reati punibili almeno fino a quattro anni. Attenzione: occorre che la condanna sia definitiva. Quindi, realisticamente, il senatore Salvini non solo non decadrebbe oggi, ma resterebbe candidabile anche in caso di nuove elezioni (e però, a rischio di decadenza una volta eletto, se nel frattempo si giungesse alla terza condanna).
Inoltre, esistono almeno due caveat che molto probabilmente rendono assai prudenti i consiglieri giuridici del leader leghista. Primo: nel caso di Salvini, è immaginabile che la macchina giudiziaria si metterebbe a correre all'impazzata, un po' come accadde per Silvio Berlusconi, bruciando le tappe e pronunciando le sentenze a tempi di record. Secondo: anche dopo una sola eventuale condanna in primo grado, è immaginabile la canea -nazionale e internazionale - che si scatenerebbe intorno a un leader politico condannato per sequestro di persona. Salvini avrebbe certamente un enorme sostegno popolare per l'ingiustizia subìta, ma dovrebbe spendere tempo ed energie per spiegare in Italia e all'estero l'assurdità della situazione. Esercizio mai facile con i media internazionali e con cancellerie estere non sempre benevole.
Restano due annotazioni conclusive. La prima: se passasse il principio della criminalizzabilità penale delle decisioni in materia di immigrazione di un ministro dell'Interno, si arriverebbe all'effetto paradossale (che dovrebbe indurre allo sconcerto tutti, a partire dalle alte cariche dello Stato) di sottrarre alla libera decisione degli elettori, e quindi alla democrazia, le scelte di difesa dei confini nazionali. In qualunque Paese, si fronteggiano legittimamente una linea più rigorosa e una più permissiva: rendere criminale la prima opzione significa togliere agli elettori la possibilità di votare per una politica migratoria più severa.
Il secondo paradosso riguarda Giuseppe Conte. Esiste infatti l'articolo 95 della Costituzione, secondo cui «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri». Dalla lettura di questo articolo, si evince che il premier ha (e aveva anche l'estate scorsa) tutti gli strumenti politici per dirigere e coordinare l'attività dei suoi ministri. Se era in dissenso da Salvini, perché non ha usato i poteri che gli derivano dall'articolo 95?







