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2019-12-21
La linea dura sulla nave Gregoretti porta anche la firma dei 5 stelle
Gettyimages
«Gli interventi di salvataggio che hanno portato 135 migranti a bordo della nave Gregoretti sono stati sin dall'inizio concordati con il ministero dell'Interno per supportare Malta, già impegnata in altri eventi Sar (Search and rescue, ovvero ricerca e soccorso, ndr). Lo rimarcano fonti del ministero delle Infrastrutture. Anche sull'assegnazione del Pos (Place of safety, ovvero il porto sicuro, ndr) che fa capo al Viminale, si sta lavorando in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno, nell'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È il pomeriggio del 26 luglio 2019, le agenzie di stampa rilanciano questa nota del ministero guidato da Danilo Toninelli del M5s. La nave Gregoretti ha da poche ore preso a bordo i 135 migranti naufragati la notte precedente. Toninelli tiene a far sapere che sta lavorando «in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno»: altro che decisione individuale, tutti i passaggi dell'affaire Gregoretti sono condivisi da Salvini e Toninelli. «Anche sulla assegnazione del Pos» Toninelli afferma esplicitamente di agire «in perfetto coordinamento» con Salvini. Proprio la mancata assegnazione tempestiva del Pos, secondo il tribunale dei ministri di Catania, sarebbe il fulcro dell'ipotesi di reato di sequestro di persona: lo Stato italiano, secondo i giudici, aveva «l'obbligo di concludere la procedura con il trasferimento dei migranti in un luogo sicuro. Invece, l'omessa indicazione del Place of safety, da parte del dipartimento Immigrazione, dietro precise direttive del ministro dell'Interno, ha determinato una situazione di costrizione a bordo», aggiungono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere, «con limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l'elemento oggettivo del reato ipotizzato».
Toninelli, inoltre, già nelle prime ore dell'affaire Gregoretti, tiene a precisare «l'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È esattamente la stessa linea di Salvini: i migranti sbarcheranno solo quando l'Europa ci dirà chi se li prende. Toninelli, in quel periodo, è sulla graticola: si parla di rimpasto, la sua posizione al governo traballa e lui fa il duro, si allinea al ministro dell'Interno, in quel momento al top della popolarità per la battaglia contro l'immigrazione senza controllo. «Non darò nessun permesso allo sbarco», aveva twittato Salvini poco prima che dal ministero di Toninelli partisse la nota stampa, «finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Vediamo se alle parole seguiranno dei fatti. Io non mollo». Non molla neppure Toninelli, e ha una voglia matta di farlo sapere ai media. Due giorni dopo, Toninelli rincara la dose: «La nave Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 131 migranti soccorsi in mare», dice il riccioluto ministro, «ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente». È il 28 luglio, Toninelli dice chiaro e tondo che in assenza di risposte dall'Europa i migranti restano dove sono, ovvero a bordo della Gregoretti. Ci resteranno fino al 31 luglio. Il giorno precedente lo sbarco, ovvero il 30 luglio 2019, Augusta, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ai microfoni di In Onda su La 7, fa sapere che è in corso «un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell'Interno e della Difesa. La posizione del governo è sempre la stessa», chiarisce il ministro grillino, «vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevano scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa. Ringrazio il presidente Conte», aggiunge Bonafede, «che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa». Bonafede aggiunge un altro tassello importante: sull'affaire Gregoretti il dialogo in corso nel governo, in quei giorni, vede come protagonista, oltre a Salvini e Toninelli, anche il premier, Giuseppe Conte, e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, anche lei del M5s, anche lei perfettamente allineata alle decisioni del governo, non certo del solo Salvini. Il 28 luglio, il senatore Gregorio De Falco, ex M5s, ufficiale del corpo Capitanerie di porto della Marina militare, accusa Salvini e Toninelli. «La Gregoretti», dice De Falco, «come nave militare, è esclusa dalla disciplina del decreto Sicurezza bis. Salvini contravviene al proprio decreto e integra forse una vera e propria usurpazione di funzione pubblica mentre il ministro inutilmente competente di fatto abdica totalmente anche alla propria dignità». Inutile dire che il «ministro inutilmente competente» è Toninelli, che De Falco, espertissimo del settore, mette sullo stesso piano di Salvini. «La Gregoretti ad Augusta», twitta sempre il 28 luglio il deputato del Pd Filippo Sensi, «i giornalisti confinati lontano, prosegue la solita danza macabra sulla pelle di un centinaio di disperati e l'umiliazione della Guardia costiera. Mi vergogno per Salvini, Trenta e Toninelli». «Mi aspetto», incalza il 30 luglio il deputato di Leu, Nicola Fratoianni, «che nelle prossime ore i ministri Salvini e Toninelli siano trattati per quello che sono e cioè ministri che violano le leggi del nostro Paese». Uno dei due rischia di finire a processo, l'altro è diventato suo alleato di governo. Il colmo? Toninelli, senatore, dovrà votare per l'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.
Il leader leghista teme sgambetti. La legge Severino può farlo fuori
Mettere fuori gioco un avversario per via giudiziaria, oppure - piano B - tenerlo sulla graticola, costringendolo a condurre la sua battaglia con una spada di Damocle pendente sulla testa. È questo uno degli effetti dell'offensiva in corso contro Matteo Salvini.
Con trasparenza, è stato lo stesso leader leghista a porre il tema, in almeno due passaggi, nell'intervista rilasciata ieri al Corriere. Il primo passaggio è appena accennato, quando Salvini dice: «Per un certo verso, sarei curioso di finire in Aula», intesa come aula processuale, e nel caso, il leader leghista aggiunge che con lui «ci saranno milioni di italiani». Ma, in un inciso, Salvini annota: «Anche se gli avvocati mi suggeriscono il contrario». Più avanti, Salvini dice orgogliosamente: «Lo rifarei. E se gli italiani lo vorranno, lo rifarò», alludendo a decisioni dello stesso tipo che sarebbe pronto ad assumere se fosse di nuovo ministro dell'Interno o presidente del Consiglio. Anche qui, però, un'aggiunta: «Sempre che non ci siano stranezze legate alla legge Severino». Salvini fa anche notare (l'aveva già fatto martedì a Rete 4, ospite di Mario Giordano a Fuori dal coro) l'enormità della pena a cui è esposto: «Sarei peggio di uno stupratore: per lo stupro la pena è di 12 anni, per il sequestro gli anni sono 15».
Ma cosa prevede esattamente la Severino? Rende ineleggibili e non candidabili, oppure (se già eletti) li fa decadere dalla carica, coloro che siano stati condannati a più di due anni di reclusione per i reati punibili almeno fino a quattro anni. Attenzione: occorre che la condanna sia definitiva. Quindi, realisticamente, il senatore Salvini non solo non decadrebbe oggi, ma resterebbe candidabile anche in caso di nuove elezioni (e però, a rischio di decadenza una volta eletto, se nel frattempo si giungesse alla terza condanna).
Inoltre, esistono almeno due caveat che molto probabilmente rendono assai prudenti i consiglieri giuridici del leader leghista. Primo: nel caso di Salvini, è immaginabile che la macchina giudiziaria si metterebbe a correre all'impazzata, un po' come accadde per Silvio Berlusconi, bruciando le tappe e pronunciando le sentenze a tempi di record. Secondo: anche dopo una sola eventuale condanna in primo grado, è immaginabile la canea -nazionale e internazionale - che si scatenerebbe intorno a un leader politico condannato per sequestro di persona. Salvini avrebbe certamente un enorme sostegno popolare per l'ingiustizia subìta, ma dovrebbe spendere tempo ed energie per spiegare in Italia e all'estero l'assurdità della situazione. Esercizio mai facile con i media internazionali e con cancellerie estere non sempre benevole.
Restano due annotazioni conclusive. La prima: se passasse il principio della criminalizzabilità penale delle decisioni in materia di immigrazione di un ministro dell'Interno, si arriverebbe all'effetto paradossale (che dovrebbe indurre allo sconcerto tutti, a partire dalle alte cariche dello Stato) di sottrarre alla libera decisione degli elettori, e quindi alla democrazia, le scelte di difesa dei confini nazionali. In qualunque Paese, si fronteggiano legittimamente una linea più rigorosa e una più permissiva: rendere criminale la prima opzione significa togliere agli elettori la possibilità di votare per una politica migratoria più severa.
Il secondo paradosso riguarda Giuseppe Conte. Esiste infatti l'articolo 95 della Costituzione, secondo cui «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri». Dalla lettura di questo articolo, si evince che il premier ha (e aveva anche l'estate scorsa) tutti gli strumenti politici per dirigere e coordinare l'attività dei suoi ministri. Se era in dissenso da Salvini, perché non ha usato i poteri che gli derivano dall'articolo 95?
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Come dimostrano le dichiarazioni di luglio, Giuseppe Conte, Danilo Toninelli e gli altri big grillini erano allineati al ministro dell'Interno sulla gestione del caso. E per questo la sinistra definiva i suoi futuri alleati degli «usurpatori».Matteo Salvini avverte: «Possibili stranezze». La condanna finale lo farebbe decadere.Lo speciale contiene due articoli.«Gli interventi di salvataggio che hanno portato 135 migranti a bordo della nave Gregoretti sono stati sin dall'inizio concordati con il ministero dell'Interno per supportare Malta, già impegnata in altri eventi Sar (Search and rescue, ovvero ricerca e soccorso, ndr). Lo rimarcano fonti del ministero delle Infrastrutture. Anche sull'assegnazione del Pos (Place of safety, ovvero il porto sicuro, ndr) che fa capo al Viminale, si sta lavorando in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno, nell'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È il pomeriggio del 26 luglio 2019, le agenzie di stampa rilanciano questa nota del ministero guidato da Danilo Toninelli del M5s. La nave Gregoretti ha da poche ore preso a bordo i 135 migranti naufragati la notte precedente. Toninelli tiene a far sapere che sta lavorando «in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno»: altro che decisione individuale, tutti i passaggi dell'affaire Gregoretti sono condivisi da Salvini e Toninelli. «Anche sulla assegnazione del Pos» Toninelli afferma esplicitamente di agire «in perfetto coordinamento» con Salvini. Proprio la mancata assegnazione tempestiva del Pos, secondo il tribunale dei ministri di Catania, sarebbe il fulcro dell'ipotesi di reato di sequestro di persona: lo Stato italiano, secondo i giudici, aveva «l'obbligo di concludere la procedura con il trasferimento dei migranti in un luogo sicuro. Invece, l'omessa indicazione del Place of safety, da parte del dipartimento Immigrazione, dietro precise direttive del ministro dell'Interno, ha determinato una situazione di costrizione a bordo», aggiungono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere, «con limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l'elemento oggettivo del reato ipotizzato». Toninelli, inoltre, già nelle prime ore dell'affaire Gregoretti, tiene a precisare «l'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È esattamente la stessa linea di Salvini: i migranti sbarcheranno solo quando l'Europa ci dirà chi se li prende. Toninelli, in quel periodo, è sulla graticola: si parla di rimpasto, la sua posizione al governo traballa e lui fa il duro, si allinea al ministro dell'Interno, in quel momento al top della popolarità per la battaglia contro l'immigrazione senza controllo. «Non darò nessun permesso allo sbarco», aveva twittato Salvini poco prima che dal ministero di Toninelli partisse la nota stampa, «finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Vediamo se alle parole seguiranno dei fatti. Io non mollo». Non molla neppure Toninelli, e ha una voglia matta di farlo sapere ai media. Due giorni dopo, Toninelli rincara la dose: «La nave Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 131 migranti soccorsi in mare», dice il riccioluto ministro, «ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente». È il 28 luglio, Toninelli dice chiaro e tondo che in assenza di risposte dall'Europa i migranti restano dove sono, ovvero a bordo della Gregoretti. Ci resteranno fino al 31 luglio. Il giorno precedente lo sbarco, ovvero il 30 luglio 2019, Augusta, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ai microfoni di In Onda su La 7, fa sapere che è in corso «un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell'Interno e della Difesa. La posizione del governo è sempre la stessa», chiarisce il ministro grillino, «vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevano scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa. Ringrazio il presidente Conte», aggiunge Bonafede, «che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa». Bonafede aggiunge un altro tassello importante: sull'affaire Gregoretti il dialogo in corso nel governo, in quei giorni, vede come protagonista, oltre a Salvini e Toninelli, anche il premier, Giuseppe Conte, e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, anche lei del M5s, anche lei perfettamente allineata alle decisioni del governo, non certo del solo Salvini. Il 28 luglio, il senatore Gregorio De Falco, ex M5s, ufficiale del corpo Capitanerie di porto della Marina militare, accusa Salvini e Toninelli. «La Gregoretti», dice De Falco, «come nave militare, è esclusa dalla disciplina del decreto Sicurezza bis. Salvini contravviene al proprio decreto e integra forse una vera e propria usurpazione di funzione pubblica mentre il ministro inutilmente competente di fatto abdica totalmente anche alla propria dignità». Inutile dire che il «ministro inutilmente competente» è Toninelli, che De Falco, espertissimo del settore, mette sullo stesso piano di Salvini. «La Gregoretti ad Augusta», twitta sempre il 28 luglio il deputato del Pd Filippo Sensi, «i giornalisti confinati lontano, prosegue la solita danza macabra sulla pelle di un centinaio di disperati e l'umiliazione della Guardia costiera. Mi vergogno per Salvini, Trenta e Toninelli». «Mi aspetto», incalza il 30 luglio il deputato di Leu, Nicola Fratoianni, «che nelle prossime ore i ministri Salvini e Toninelli siano trattati per quello che sono e cioè ministri che violano le leggi del nostro Paese». Uno dei due rischia di finire a processo, l'altro è diventato suo alleato di governo. Il colmo? Toninelli, senatore, dovrà votare per l'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-linea-dura-sulla-nave-gregoretti-porta-anche-la-firma-dei-5-stelle-2641660459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-leader-leghista-teme-sgambetti-la-legge-severino-puo-farlo-fuori" data-post-id="2641660459" data-published-at="1774829023" data-use-pagination="False"> Il leader leghista teme sgambetti. La legge Severino può farlo fuori Mettere fuori gioco un avversario per via giudiziaria, oppure - piano B - tenerlo sulla graticola, costringendolo a condurre la sua battaglia con una spada di Damocle pendente sulla testa. È questo uno degli effetti dell'offensiva in corso contro Matteo Salvini. Con trasparenza, è stato lo stesso leader leghista a porre il tema, in almeno due passaggi, nell'intervista rilasciata ieri al Corriere. Il primo passaggio è appena accennato, quando Salvini dice: «Per un certo verso, sarei curioso di finire in Aula», intesa come aula processuale, e nel caso, il leader leghista aggiunge che con lui «ci saranno milioni di italiani». Ma, in un inciso, Salvini annota: «Anche se gli avvocati mi suggeriscono il contrario». Più avanti, Salvini dice orgogliosamente: «Lo rifarei. E se gli italiani lo vorranno, lo rifarò», alludendo a decisioni dello stesso tipo che sarebbe pronto ad assumere se fosse di nuovo ministro dell'Interno o presidente del Consiglio. Anche qui, però, un'aggiunta: «Sempre che non ci siano stranezze legate alla legge Severino». Salvini fa anche notare (l'aveva già fatto martedì a Rete 4, ospite di Mario Giordano a Fuori dal coro) l'enormità della pena a cui è esposto: «Sarei peggio di uno stupratore: per lo stupro la pena è di 12 anni, per il sequestro gli anni sono 15». Ma cosa prevede esattamente la Severino? Rende ineleggibili e non candidabili, oppure (se già eletti) li fa decadere dalla carica, coloro che siano stati condannati a più di due anni di reclusione per i reati punibili almeno fino a quattro anni. Attenzione: occorre che la condanna sia definitiva. Quindi, realisticamente, il senatore Salvini non solo non decadrebbe oggi, ma resterebbe candidabile anche in caso di nuove elezioni (e però, a rischio di decadenza una volta eletto, se nel frattempo si giungesse alla terza condanna). Inoltre, esistono almeno due caveat che molto probabilmente rendono assai prudenti i consiglieri giuridici del leader leghista. Primo: nel caso di Salvini, è immaginabile che la macchina giudiziaria si metterebbe a correre all'impazzata, un po' come accadde per Silvio Berlusconi, bruciando le tappe e pronunciando le sentenze a tempi di record. Secondo: anche dopo una sola eventuale condanna in primo grado, è immaginabile la canea -nazionale e internazionale - che si scatenerebbe intorno a un leader politico condannato per sequestro di persona. Salvini avrebbe certamente un enorme sostegno popolare per l'ingiustizia subìta, ma dovrebbe spendere tempo ed energie per spiegare in Italia e all'estero l'assurdità della situazione. Esercizio mai facile con i media internazionali e con cancellerie estere non sempre benevole. Restano due annotazioni conclusive. La prima: se passasse il principio della criminalizzabilità penale delle decisioni in materia di immigrazione di un ministro dell'Interno, si arriverebbe all'effetto paradossale (che dovrebbe indurre allo sconcerto tutti, a partire dalle alte cariche dello Stato) di sottrarre alla libera decisione degli elettori, e quindi alla democrazia, le scelte di difesa dei confini nazionali. In qualunque Paese, si fronteggiano legittimamente una linea più rigorosa e una più permissiva: rendere criminale la prima opzione significa togliere agli elettori la possibilità di votare per una politica migratoria più severa. Il secondo paradosso riguarda Giuseppe Conte. Esiste infatti l'articolo 95 della Costituzione, secondo cui «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri». Dalla lettura di questo articolo, si evince che il premier ha (e aveva anche l'estate scorsa) tutti gli strumenti politici per dirigere e coordinare l'attività dei suoi ministri. Se era in dissenso da Salvini, perché non ha usato i poteri che gli derivano dall'articolo 95?
Guido Guidesi (Ansa)
Il percorso lombardo si è sviluppato attraverso piattaforme europee come Automotive Regions Alliance, European Chemical Regions Network e European Semiconductor Regions Alliance, oltre a intese territoriali che spaziano dal Nordovest italiano fino alle principali regioni industriali europee. In questo contesto si inserisce il rafforzamento del legame con Barcellona, evoluzione concreta della storica cooperazione dei Quattro Motori per l’Europa.
L’intesa tra Lombardia e Catalogna punta a costruire una vera e propria «lobby europea» delle regioni ad alta intensità produttiva, capace di incidere sulle scelte strategiche di Bruxelles e difendere le filiere industriali. Settore chiave è quello chimico, considerato infrastruttura essenziale per l’intero sistema manifatturiero: in Lombardia, infatti, il 98% delle produzioni dipende da questa filiera, che alimenta comparti come farmaceutica, automotive ed edilizia sostenibile. Proprio nella chimica la Lombardia ha consolidato una leadership riconosciuta, guidando negli ultimi anni l’European Chemical Regions Network e contribuendo ad ampliarne la base e i progetti. Ora, con la presidenza passata alla Catalogna, la regione mantiene un ruolo centrale nelle alleanze strategiche, partecipando anche alla Critical Chemicals Alliance e rafforzando la propria capacità di influenza sulle politiche industriali ed energetiche europee.
«Lombardia e Catalogna», ha detto Guidesi, «sono due Regioni affini dal punto di vista economico e sociale e contribuiscono in maniera determinante al Pil europeo. Collaborare in modo strutturale significa potenziare il sostegno ai rispettivi comparti della chimica, settore vitale per la manifattura e in generale per la competitività internazionale dei nostri territori». «L’intesa con la Lombardia è strategica perché permette di rafforzare le sinergie e di promuovere il settore della chimica, che è di grande importanza per l’economia industriale della Catalogna. E lo è più, in particolare, nell’attuale contesto geopolitico. Dal governo accompagniamo l’insieme del tessuto economico catalano di fronte al momento di incertezza internazionale che stiamo vivendo, con misure volte a favorire la sua resilienza», ha sottolineato il ministro alle Imprese e al Lavoro della Generalitat de Catalunya, Miquel Sàmper.
L’asse lombardo-catalano si sviluppa lungo tre direttrici principali: innovazione, con progetti condivisi su chimica verde e materiali avanzati finanziati da programmi europei; formazione, attraverso la mobilità di talenti tra università e imprese; sostenibilità, con modelli produttivi orientati alla decarbonizzazione e al riciclo.
Ovviamente però l’accordo assume anche una valenza politica: la Lombardia punta a diventare un punto di riferimento nei tavoli decisionali europei, costruendo un blocco di regioni capace di orientare le scelte continentali.
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Ansa
Ai tempi di Veltroni, nel consiglio comunale capitolino erano previsti consiglieri aggiunti musulmani: si trattava di figure «ombra» non elette, ma davano comunque rappresentanza. Ora le stesse sigle tornano alla carica: vogliono i posti promessi dai progressisti.
Il problema delle grandi narrazioni progressiste è che sulla carta possono perfino sembrare coerenti e attuabili, ma prima o poi, quando sono costrette a scontrarsi con la realtà, prima o poi presentano il conto e comportano conseguenze non sempre di piccolo calibro. A tale proposito c’è un piccolo episodio piuttosto indicativo che riguarda la città di Roma. Nel 2004 l’allora sindaco Walter Veltroni ebbe una idea geniale: far entrare in Campidoglio, oltre ai consiglieri comunali regolarmente eletti, anche dei «consiglieri aggiunti», cioè dei rappresentanti delle comunità extra-comunitarie di Roma che potessero entrare nell’assemblea cittadina anche se senza diritto di voto. I primi consiglieri stranieri rimasero in carica fino al 2007, poi furono sostituiti e ne furono scelti altri durante la giunta Alemanno. Ma dall’elezione di Virginia Raggi a oggi non ce ne sono stati più.
Ma ecco che ora le comunità straniere sono venute a battere cassa. In particolare a guidare la protesta è MuRo 2027, gruppo dei Musulmani per Roma che scenderanno in campo alle amministrative del prossimo anno. Francesco Tieri, il portavoce, dice a Roma Today che «quello del consigliere aggiunto è per noi un tema centrale, anche se non l’unico. Chiediamo al sindaco Gualtieri di rispettare il regolamento, indicendo subito le elezioni. Quale momento storico migliore, tra le altre cose, per farlo? Ci sono partiti che parlano di remigrazione, la sinistra ha un’occasione per rispondere concretamente». Ieri si è tenuta una assemblea sul tema, e le associazioni minacciano di inviare una diffida al Comune se non verranno subito indette elezioni.
Certo, si potrebbe liquidare il tutto a piccola baruffa per un posto tutto sommato ininfluente. Dal canto loro, tuttavia, le associazioni islamiche hanno ragione: se prometti una cosa, devi poi farla. Solo che far entrare in comune un consigliere, anche se non vota, non è operazione da poco. Gli si dona visibilità, gli si regala un po’ di esperienza, si favoriscono future iniziative politiche. Si comincia oggi con un consigliere aggiunto e si finisce domani con un partito musulmano ben strutturato, capace di attirare i voti degli stranieri. La sinistra pensa di poter controllare i voti degli immigrati, ma non ha capito che questi non sono scemi: più prima che poi si organizzeranno da soli e faranno a meno dei loro volonterosi sponsor progressisti. Assisteremo così al paradosso: non ci saranno partiti dichiaratamente cattolici, ma avremo il partito islamico. E i musulmani, sia chiaro, faranno benissimo a costituirlo e a pretendere tutto ciò che desiderano. Il problema non sono loro: siamo noi, totalmente incapaci di preservare un minimo di dignità e di rispetto di noi stessi e del nostro passato.
Da anni ormai in nome della incisività e della difesa delle minoranze consentiamo agli stranieri e a vari gruppi di attivisti di ottenere vantaggi, facilitazioni e agibilità politica. Ma quando a rivendicare le stesse condizioni sono realtà cristiane o in odore di conservatorismo, apriti cielo. Questa tendenza prosegue anche oggi, anche con la destra al governo e con la crisi del cosiddetto woke. Prendiamo un altro caso emblematico. A Chiusi, in Toscana, l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti (Uaar) ha diffidato l’Istituto Comprensivo Graziano da Chiusi in cui dirigenti avevano acconsentito a fare entrare un prete all’asilo, alle elementari e alle medie per il giro di benedizioni pasquali. Non che i bambini siano obbligati a farsi benedire: si tratta semplicemente di una tradizione che non fa male a nessuno e può fare bene a molti. Ma niente da fare: l’azione legale degli atei è andata a buon fine e al prete sarà impedito l’ingresso. Un po’ come avvenuto a Bologna dove è stato vietato l’ingresso nel piazzale di una scuola alla processione della Madonna di San Luca. Una grande vittoria dei laicissimi toscani, Senza dubbio. Intanto, però, Firenze pure l’ufficio scolastico regionale consente a un istituto di allestire una sala di preghiera musulmana per il ramadan, con tanto di divisorio per separare maschi e femmine. Quello va bene, il prete che benedice no.
Badate bene però: non è colpa dei musulmani, manco per sogno. Loro fanno bene a chiedere, anche perché spesso ottengono. A censurare e ostacolare i cristiani sono sempre altri italianissimi e laicissimi progressisti, a cui vanno bene tutte le fedi tranne quella (ancora per poco) prevalente in Europa. La qual cosa non è soltanto un offesa ai fedeli cristiani, ma è soprattutto una feroce lesione dell’identità nazionale (che è di tutti) in nome di presunti valori laici. Sfugge, ai valorosi avversari delle benedizioni, che ottenere uno spazio pubblico neutro non significa creare libertà: significa soltanto imporre il vuoto.
Un vuoto che presto qualcuno riempirà, con le buone o meno.
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