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2019-12-21
La linea dura sulla nave Gregoretti porta anche la firma dei 5 stelle
Gettyimages
«Gli interventi di salvataggio che hanno portato 135 migranti a bordo della nave Gregoretti sono stati sin dall'inizio concordati con il ministero dell'Interno per supportare Malta, già impegnata in altri eventi Sar (Search and rescue, ovvero ricerca e soccorso, ndr). Lo rimarcano fonti del ministero delle Infrastrutture. Anche sull'assegnazione del Pos (Place of safety, ovvero il porto sicuro, ndr) che fa capo al Viminale, si sta lavorando in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno, nell'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È il pomeriggio del 26 luglio 2019, le agenzie di stampa rilanciano questa nota del ministero guidato da Danilo Toninelli del M5s. La nave Gregoretti ha da poche ore preso a bordo i 135 migranti naufragati la notte precedente. Toninelli tiene a far sapere che sta lavorando «in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno»: altro che decisione individuale, tutti i passaggi dell'affaire Gregoretti sono condivisi da Salvini e Toninelli. «Anche sulla assegnazione del Pos» Toninelli afferma esplicitamente di agire «in perfetto coordinamento» con Salvini. Proprio la mancata assegnazione tempestiva del Pos, secondo il tribunale dei ministri di Catania, sarebbe il fulcro dell'ipotesi di reato di sequestro di persona: lo Stato italiano, secondo i giudici, aveva «l'obbligo di concludere la procedura con il trasferimento dei migranti in un luogo sicuro. Invece, l'omessa indicazione del Place of safety, da parte del dipartimento Immigrazione, dietro precise direttive del ministro dell'Interno, ha determinato una situazione di costrizione a bordo», aggiungono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere, «con limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l'elemento oggettivo del reato ipotizzato».
Toninelli, inoltre, già nelle prime ore dell'affaire Gregoretti, tiene a precisare «l'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È esattamente la stessa linea di Salvini: i migranti sbarcheranno solo quando l'Europa ci dirà chi se li prende. Toninelli, in quel periodo, è sulla graticola: si parla di rimpasto, la sua posizione al governo traballa e lui fa il duro, si allinea al ministro dell'Interno, in quel momento al top della popolarità per la battaglia contro l'immigrazione senza controllo. «Non darò nessun permesso allo sbarco», aveva twittato Salvini poco prima che dal ministero di Toninelli partisse la nota stampa, «finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Vediamo se alle parole seguiranno dei fatti. Io non mollo». Non molla neppure Toninelli, e ha una voglia matta di farlo sapere ai media. Due giorni dopo, Toninelli rincara la dose: «La nave Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 131 migranti soccorsi in mare», dice il riccioluto ministro, «ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente». È il 28 luglio, Toninelli dice chiaro e tondo che in assenza di risposte dall'Europa i migranti restano dove sono, ovvero a bordo della Gregoretti. Ci resteranno fino al 31 luglio. Il giorno precedente lo sbarco, ovvero il 30 luglio 2019, Augusta, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ai microfoni di In Onda su La 7, fa sapere che è in corso «un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell'Interno e della Difesa. La posizione del governo è sempre la stessa», chiarisce il ministro grillino, «vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevano scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa. Ringrazio il presidente Conte», aggiunge Bonafede, «che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa». Bonafede aggiunge un altro tassello importante: sull'affaire Gregoretti il dialogo in corso nel governo, in quei giorni, vede come protagonista, oltre a Salvini e Toninelli, anche il premier, Giuseppe Conte, e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, anche lei del M5s, anche lei perfettamente allineata alle decisioni del governo, non certo del solo Salvini. Il 28 luglio, il senatore Gregorio De Falco, ex M5s, ufficiale del corpo Capitanerie di porto della Marina militare, accusa Salvini e Toninelli. «La Gregoretti», dice De Falco, «come nave militare, è esclusa dalla disciplina del decreto Sicurezza bis. Salvini contravviene al proprio decreto e integra forse una vera e propria usurpazione di funzione pubblica mentre il ministro inutilmente competente di fatto abdica totalmente anche alla propria dignità». Inutile dire che il «ministro inutilmente competente» è Toninelli, che De Falco, espertissimo del settore, mette sullo stesso piano di Salvini. «La Gregoretti ad Augusta», twitta sempre il 28 luglio il deputato del Pd Filippo Sensi, «i giornalisti confinati lontano, prosegue la solita danza macabra sulla pelle di un centinaio di disperati e l'umiliazione della Guardia costiera. Mi vergogno per Salvini, Trenta e Toninelli». «Mi aspetto», incalza il 30 luglio il deputato di Leu, Nicola Fratoianni, «che nelle prossime ore i ministri Salvini e Toninelli siano trattati per quello che sono e cioè ministri che violano le leggi del nostro Paese». Uno dei due rischia di finire a processo, l'altro è diventato suo alleato di governo. Il colmo? Toninelli, senatore, dovrà votare per l'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.
Il leader leghista teme sgambetti. La legge Severino può farlo fuori
Mettere fuori gioco un avversario per via giudiziaria, oppure - piano B - tenerlo sulla graticola, costringendolo a condurre la sua battaglia con una spada di Damocle pendente sulla testa. È questo uno degli effetti dell'offensiva in corso contro Matteo Salvini.
Con trasparenza, è stato lo stesso leader leghista a porre il tema, in almeno due passaggi, nell'intervista rilasciata ieri al Corriere. Il primo passaggio è appena accennato, quando Salvini dice: «Per un certo verso, sarei curioso di finire in Aula», intesa come aula processuale, e nel caso, il leader leghista aggiunge che con lui «ci saranno milioni di italiani». Ma, in un inciso, Salvini annota: «Anche se gli avvocati mi suggeriscono il contrario». Più avanti, Salvini dice orgogliosamente: «Lo rifarei. E se gli italiani lo vorranno, lo rifarò», alludendo a decisioni dello stesso tipo che sarebbe pronto ad assumere se fosse di nuovo ministro dell'Interno o presidente del Consiglio. Anche qui, però, un'aggiunta: «Sempre che non ci siano stranezze legate alla legge Severino». Salvini fa anche notare (l'aveva già fatto martedì a Rete 4, ospite di Mario Giordano a Fuori dal coro) l'enormità della pena a cui è esposto: «Sarei peggio di uno stupratore: per lo stupro la pena è di 12 anni, per il sequestro gli anni sono 15».
Ma cosa prevede esattamente la Severino? Rende ineleggibili e non candidabili, oppure (se già eletti) li fa decadere dalla carica, coloro che siano stati condannati a più di due anni di reclusione per i reati punibili almeno fino a quattro anni. Attenzione: occorre che la condanna sia definitiva. Quindi, realisticamente, il senatore Salvini non solo non decadrebbe oggi, ma resterebbe candidabile anche in caso di nuove elezioni (e però, a rischio di decadenza una volta eletto, se nel frattempo si giungesse alla terza condanna).
Inoltre, esistono almeno due caveat che molto probabilmente rendono assai prudenti i consiglieri giuridici del leader leghista. Primo: nel caso di Salvini, è immaginabile che la macchina giudiziaria si metterebbe a correre all'impazzata, un po' come accadde per Silvio Berlusconi, bruciando le tappe e pronunciando le sentenze a tempi di record. Secondo: anche dopo una sola eventuale condanna in primo grado, è immaginabile la canea -nazionale e internazionale - che si scatenerebbe intorno a un leader politico condannato per sequestro di persona. Salvini avrebbe certamente un enorme sostegno popolare per l'ingiustizia subìta, ma dovrebbe spendere tempo ed energie per spiegare in Italia e all'estero l'assurdità della situazione. Esercizio mai facile con i media internazionali e con cancellerie estere non sempre benevole.
Restano due annotazioni conclusive. La prima: se passasse il principio della criminalizzabilità penale delle decisioni in materia di immigrazione di un ministro dell'Interno, si arriverebbe all'effetto paradossale (che dovrebbe indurre allo sconcerto tutti, a partire dalle alte cariche dello Stato) di sottrarre alla libera decisione degli elettori, e quindi alla democrazia, le scelte di difesa dei confini nazionali. In qualunque Paese, si fronteggiano legittimamente una linea più rigorosa e una più permissiva: rendere criminale la prima opzione significa togliere agli elettori la possibilità di votare per una politica migratoria più severa.
Il secondo paradosso riguarda Giuseppe Conte. Esiste infatti l'articolo 95 della Costituzione, secondo cui «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri». Dalla lettura di questo articolo, si evince che il premier ha (e aveva anche l'estate scorsa) tutti gli strumenti politici per dirigere e coordinare l'attività dei suoi ministri. Se era in dissenso da Salvini, perché non ha usato i poteri che gli derivano dall'articolo 95?
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Come dimostrano le dichiarazioni di luglio, Giuseppe Conte, Danilo Toninelli e gli altri big grillini erano allineati al ministro dell'Interno sulla gestione del caso. E per questo la sinistra definiva i suoi futuri alleati degli «usurpatori».Matteo Salvini avverte: «Possibili stranezze». La condanna finale lo farebbe decadere.Lo speciale contiene due articoli.«Gli interventi di salvataggio che hanno portato 135 migranti a bordo della nave Gregoretti sono stati sin dall'inizio concordati con il ministero dell'Interno per supportare Malta, già impegnata in altri eventi Sar (Search and rescue, ovvero ricerca e soccorso, ndr). Lo rimarcano fonti del ministero delle Infrastrutture. Anche sull'assegnazione del Pos (Place of safety, ovvero il porto sicuro, ndr) che fa capo al Viminale, si sta lavorando in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno, nell'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È il pomeriggio del 26 luglio 2019, le agenzie di stampa rilanciano questa nota del ministero guidato da Danilo Toninelli del M5s. La nave Gregoretti ha da poche ore preso a bordo i 135 migranti naufragati la notte precedente. Toninelli tiene a far sapere che sta lavorando «in perfetto coordinamento con il ministero dell'Interno»: altro che decisione individuale, tutti i passaggi dell'affaire Gregoretti sono condivisi da Salvini e Toninelli. «Anche sulla assegnazione del Pos» Toninelli afferma esplicitamente di agire «in perfetto coordinamento» con Salvini. Proprio la mancata assegnazione tempestiva del Pos, secondo il tribunale dei ministri di Catania, sarebbe il fulcro dell'ipotesi di reato di sequestro di persona: lo Stato italiano, secondo i giudici, aveva «l'obbligo di concludere la procedura con il trasferimento dei migranti in un luogo sicuro. Invece, l'omessa indicazione del Place of safety, da parte del dipartimento Immigrazione, dietro precise direttive del ministro dell'Interno, ha determinato una situazione di costrizione a bordo», aggiungono i magistrati nella richiesta di autorizzazione a procedere, «con limitazione della libertà di movimento dei migranti, integrante l'elemento oggettivo del reato ipotizzato». Toninelli, inoltre, già nelle prime ore dell'affaire Gregoretti, tiene a precisare «l'auspicio che si arrivi a una rapida soluzione grazie alla pronta risposta in termini di ricollocazione da parte dell'Unione europea». È esattamente la stessa linea di Salvini: i migranti sbarcheranno solo quando l'Europa ci dirà chi se li prende. Toninelli, in quel periodo, è sulla graticola: si parla di rimpasto, la sua posizione al governo traballa e lui fa il duro, si allinea al ministro dell'Interno, in quel momento al top della popolarità per la battaglia contro l'immigrazione senza controllo. «Non darò nessun permesso allo sbarco», aveva twittato Salvini poco prima che dal ministero di Toninelli partisse la nota stampa, «finché dall'Europa non arriverà l'impegno concreto ad accogliere tutti gli immigrati a bordo della nave. Vediamo se alle parole seguiranno dei fatti. Io non mollo». Non molla neppure Toninelli, e ha una voglia matta di farlo sapere ai media. Due giorni dopo, Toninelli rincara la dose: «La nave Gregoretti della Guardia costiera con a bordo 131 migranti soccorsi in mare», dice il riccioluto ministro, «ha ormeggiato stanotte al porto di Augusta, come è normale che sia per una nave militare. Ora la Ue risponda, perché la questione migratoria riguarda tutto il Continente». È il 28 luglio, Toninelli dice chiaro e tondo che in assenza di risposte dall'Europa i migranti restano dove sono, ovvero a bordo della Gregoretti. Ci resteranno fino al 31 luglio. Il giorno precedente lo sbarco, ovvero il 30 luglio 2019, Augusta, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ai microfoni di In Onda su La 7, fa sapere che è in corso «un dialogo tra i ministeri delle Infrastrutture, dell'Interno e della Difesa. La posizione del governo è sempre la stessa», chiarisce il ministro grillino, «vengono salvaguardati i diritti, le persone che dovevano scendere sono scese, sono monitorate le condizioni di salute, ma del problema immigrazione deve farsi carico tutta l'Europa. Ringrazio il presidente Conte», aggiunge Bonafede, «che continua a porre la questione nelle cancellerie d'Europa». Bonafede aggiunge un altro tassello importante: sull'affaire Gregoretti il dialogo in corso nel governo, in quei giorni, vede come protagonista, oltre a Salvini e Toninelli, anche il premier, Giuseppe Conte, e il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, anche lei del M5s, anche lei perfettamente allineata alle decisioni del governo, non certo del solo Salvini. Il 28 luglio, il senatore Gregorio De Falco, ex M5s, ufficiale del corpo Capitanerie di porto della Marina militare, accusa Salvini e Toninelli. «La Gregoretti», dice De Falco, «come nave militare, è esclusa dalla disciplina del decreto Sicurezza bis. Salvini contravviene al proprio decreto e integra forse una vera e propria usurpazione di funzione pubblica mentre il ministro inutilmente competente di fatto abdica totalmente anche alla propria dignità». Inutile dire che il «ministro inutilmente competente» è Toninelli, che De Falco, espertissimo del settore, mette sullo stesso piano di Salvini. «La Gregoretti ad Augusta», twitta sempre il 28 luglio il deputato del Pd Filippo Sensi, «i giornalisti confinati lontano, prosegue la solita danza macabra sulla pelle di un centinaio di disperati e l'umiliazione della Guardia costiera. Mi vergogno per Salvini, Trenta e Toninelli». «Mi aspetto», incalza il 30 luglio il deputato di Leu, Nicola Fratoianni, «che nelle prossime ore i ministri Salvini e Toninelli siano trattati per quello che sono e cioè ministri che violano le leggi del nostro Paese». Uno dei due rischia di finire a processo, l'altro è diventato suo alleato di governo. Il colmo? 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Il primo passaggio è appena accennato, quando Salvini dice: «Per un certo verso, sarei curioso di finire in Aula», intesa come aula processuale, e nel caso, il leader leghista aggiunge che con lui «ci saranno milioni di italiani». Ma, in un inciso, Salvini annota: «Anche se gli avvocati mi suggeriscono il contrario». Più avanti, Salvini dice orgogliosamente: «Lo rifarei. E se gli italiani lo vorranno, lo rifarò», alludendo a decisioni dello stesso tipo che sarebbe pronto ad assumere se fosse di nuovo ministro dell'Interno o presidente del Consiglio. Anche qui, però, un'aggiunta: «Sempre che non ci siano stranezze legate alla legge Severino». Salvini fa anche notare (l'aveva già fatto martedì a Rete 4, ospite di Mario Giordano a Fuori dal coro) l'enormità della pena a cui è esposto: «Sarei peggio di uno stupratore: per lo stupro la pena è di 12 anni, per il sequestro gli anni sono 15». Ma cosa prevede esattamente la Severino? Rende ineleggibili e non candidabili, oppure (se già eletti) li fa decadere dalla carica, coloro che siano stati condannati a più di due anni di reclusione per i reati punibili almeno fino a quattro anni. Attenzione: occorre che la condanna sia definitiva. Quindi, realisticamente, il senatore Salvini non solo non decadrebbe oggi, ma resterebbe candidabile anche in caso di nuove elezioni (e però, a rischio di decadenza una volta eletto, se nel frattempo si giungesse alla terza condanna). Inoltre, esistono almeno due caveat che molto probabilmente rendono assai prudenti i consiglieri giuridici del leader leghista. Primo: nel caso di Salvini, è immaginabile che la macchina giudiziaria si metterebbe a correre all'impazzata, un po' come accadde per Silvio Berlusconi, bruciando le tappe e pronunciando le sentenze a tempi di record. Secondo: anche dopo una sola eventuale condanna in primo grado, è immaginabile la canea -nazionale e internazionale - che si scatenerebbe intorno a un leader politico condannato per sequestro di persona. Salvini avrebbe certamente un enorme sostegno popolare per l'ingiustizia subìta, ma dovrebbe spendere tempo ed energie per spiegare in Italia e all'estero l'assurdità della situazione. Esercizio mai facile con i media internazionali e con cancellerie estere non sempre benevole. Restano due annotazioni conclusive. La prima: se passasse il principio della criminalizzabilità penale delle decisioni in materia di immigrazione di un ministro dell'Interno, si arriverebbe all'effetto paradossale (che dovrebbe indurre allo sconcerto tutti, a partire dalle alte cariche dello Stato) di sottrarre alla libera decisione degli elettori, e quindi alla democrazia, le scelte di difesa dei confini nazionali. In qualunque Paese, si fronteggiano legittimamente una linea più rigorosa e una più permissiva: rendere criminale la prima opzione significa togliere agli elettori la possibilità di votare per una politica migratoria più severa. Il secondo paradosso riguarda Giuseppe Conte. Esiste infatti l'articolo 95 della Costituzione, secondo cui «Il presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività dei ministri». Dalla lettura di questo articolo, si evince che il premier ha (e aveva anche l'estate scorsa) tutti gli strumenti politici per dirigere e coordinare l'attività dei suoi ministri. Se era in dissenso da Salvini, perché non ha usato i poteri che gli derivano dall'articolo 95?
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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