All'interrogatorio del procedimento Gregoretti, dove l'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, come nel caso Open Arms, è accusato di sequestro di persona, il giureconsulto già ufficiale di complemento dell'Arma dei carabinieri ed ex ministro dei Trasporti pentastellato, Danilo Toninelli, è stato colpito da amnesia totale. Le 46 risposte vaghe su 50 domande (scarse) probabilmente l'hanno pure graziato da conseguenze giudiziarie, ma sul piano politico consacrano una sonora bocciatura. Quando è entrato nell'aula bunker del carcere di Bicocca a Catania, il 12 dicembre 2020, mister «non ricordo» deve aver resettato la sua memoria da ministro sin dalla prima domanda che gli ha posto il giudice Nunzio Sarpietro sull'accordo di governo per contrastare l'immigrazione clandestina. Toninelli risponde con un «non ricordo». E argomenta: «La parte relativa all'immigrazione clandestina non era una parte che mi competeva». Il giudice ci riprova: «Ecco, su questo tentativo di cambiare l'approccio dell'Ue al fenomeno, lei ricorda se come nota esplicativa o come applicazione di questo contratto si parlò con particolare pregnanza della problematica della redistribuzione dei migranti che arrivano sulle coste italiane?». La risposta è secca: «Non ricordo». Eppure in quel momento la questione era al centro del dibattito politico. E lui stesso con la stampa si era intestato meriti per il calo degli ingressi clandestini. Poi, però, deve aver premuto il tasto «reset». Domanda: «Neanche quando ci sono stati i vari arrivi di navi Ong o navi militari, faccio gli esempi del caso Diciotti, Alan Kurd, Ocean Viking, Gregoretti, in Consiglio dei ministri si parlò di questa problematica?». Lui: «Non si parlò mai nello specifico». Il giudice allora gli chiede se si parlò di ridistribuzioni tra Paesi europei dei migranti. E lui risponde secco: «No. A mia memoria mai». «E tutti quei messaggi che arrivavano al ministero dei Trasporti e delle infrastrutture che fine facevano, dove si parlava anche di eventuale ridistribuzione? Lei non se n'è occupato?», chiede il giudice. Toninelli: «Non so di che messaggi stia parlando». L'audizione si fa anche più imbarazzante quando a porre le domande sono i difensori di parte civile. L'avvocato Antonio Feroleto, per esempio, chiede se tra il 25 e il 31 luglio, ovvero mentre la Gregoretti era in mare a largo di Catania, si fosse svolto un Consiglio dei ministri e se all'ordine del giorno ci fosse il tema della redistribuzione. Solita risposta: «Non ricordo, ma con quasi totale certezza le dico Consiglio dei ministri no, anzi certamente no, e no anche a telefonate (di Salvini ndr): nessun Cdm e nessuna interlocuzione». L'avvocato incalza: «Mi perdoni, il Cdm c'è stato, ma non se n'è parlato?». L'ex ministro: «No, non mi ricordo se c'è stato, abbia pazienza! Se c'è stato sono passati quasi due anni. Non c'è stato, non ricordo che ci sia stato ma, ripeto, quasi certamente non c'è stato alcun Cdm, anzi certamente non c'è stato un Cdm che abbia trattato l'argomento Gregoretti». Poi tocca al pubblico ministero. E dopo aver precisato che «risulta documentalmente che si svolge un solo Cdm, il 31 luglio», passa a una domanda su «precedenti interlocuzioni, formali o informali, relativi alla decisione di far precedere lo sbarco da interlocuzioni con gli altri governi europei?». Risposta: «Io non ho conoscenza del fatto di eventuali interlocuzioni politiche funzionali (...). Ma non devo esprimere opinioni in questa sede, io devo esprimere fatti che conosco». E quando il pm gli chiede se erano decisioni che prendeva Salvini o se, invece, erano condivise, la risposta di Toninelli è disarmante: «Io penso che dobbiate chiedere al diretto interessato. Io non ho contezza e la responsabilità politica si sostanzia in un atto formale. L'atto formale non c'è mai stato in un Cdm, se vuole una mia opinione io le do una opinione da cittadino». Ma Toninelli era un ministro della Repubblica in quel momento. E anche quando il pallino torna nelle mani del giudice il risultato non cambia. Toninelli vacilla perfino su atti che ha firmato: «Mi pare di sì, signor presidente, non ho memoria di tutto quello che ho fatto». Poi l'avvocato Giulia Bongiorno, che difende Salvini, lo sbugiarda, segnalandogli che aveva condiviso sul suo profilo Facebook un post di Giuseppe Conte accompagnandolo con questa frase: «L'Italia non ha mai voltato le spalle ad alcuna vita umana in pericolo. Ora tocca all'Europa dare una risposta forte e chiara». Ma siamo alle solite: «Evidentemente», dice Toninelli, «l'ho scritto, condivido pienamente quelle parole (...) ma è normale che non ricordo a distanza di due anni». La testimonianza va avanti così anche per Sea Watch. E per Open Arms. In quel caso firmò anche lui il divieto di accesso. E ci fu una richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini. L'avvocato chiede: «Ricorda come ha votato?». A quel punto viene fuori tutta l'inconsistenza politica di uno che sembra essere arrivato fare il ministro direttamente dai Vaffaday: «Non mi ricordo di avere votato, abbia pazienza. Non ricordo cosa ho votato». Ma emerge anche che con tutti questi «boh» non ricordo Toninelli stia fornendo l'alibi e la protezione ideale al premier Conte che così continua a evitare il passato gialloblù e tutte le scelte condivise con Salvini.
Il logo simbolo dell'App Immuni: una donna e un uomo affacciati alla finestra. Lei è una mamma e accudisce un neonato. Lui è il padre e scrive al computer. Immaginiamo stia lavorando. Apriti cielo. L'immagine offende i benpensanti. Parte in quarta l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini. «Cambiamo quell'immagine e quella mentalità». Contro «l'insopportabile sessismo» si scagliano rappresentanti del mondo della musica e altre ex deputate. In 24 ore Immuni è costretta a invertire colori e simboli: da ieri sera il padre appare con il bimbo e la madre con il pc. Così, si suppone, il sessismo invertito va bene. Le modifiche vengono preannunciate da un tweet del ministro alla famiglia, Elena Bonetti direttamente in risposta alle sollecitazioni dell'ex parlamentare Anna Paola Concia: «Cara Anna Paola, ho scritto ieri alla Ministra Paola Pisano (Innovazione Tecnologica e Digitalizzazione, ndr) e mi ha subito rassicurato sul fatto che si sta lavorando a una modifica, che sarà rilasciata entro breve». Così è stato. E qui termina il compito della politica, cui interessa la facciata delle cose. Fa riflettere che un ministro come la Bonetti non sia insorta contro la collega Lucia Azzolina che ha tenuto le scuole chiuse. Ultime dopo parchi, bar, ristoranti e oratori. Un ministro che ancora oggi non sa dare certezze di quanto accadrà agli studenti a settembre.
Mamme e papà sono stati abbandonati assieme ai loro figli da un sistema scolastico che ragiona come negli anni Cinquanta: come se uno dei genitori fosse sempre in casa, sempre lì ad accudire i bimbi. Di questo dovrebbe occuparsi la Bonetti, non dei disegnini sulle App. Sostanza, non forma. Invece si passano le giornate a «pettinare le bambole», come direbbe Pier Luigi Bersani. E non è da meno la collega Pisano, che ha dimostrato di attivarsi subito (stando alle parole della Bonetti) per chiedere la sostituzione dei loghi dell'App, ma non risulta altrettanto attiva nel monitorare la reale efficacia del sistema né la trasparenza dell'iter di gestione dei dati. Argomenti sensibili, di cui si è occupato anche il Copasir. Al momento risultano download per un numero superiore al mezzo milione. Molto poco rispetto ai circa 25 milioni di persone nella fascia di età compresa tra i 18 e i 60 anni. Ma anche se tutti gli italiani la scaricassero, a mancare è l'ambiente che traccia i positivi al virus. Nessuno sul fronte del ministero e soprattutto della gestione commissariale, guidata da Domenico Arcuri, ha pensato o ha attivato il cosiddetto human tracking. Per capirsi, se anche l'utente viene a sapere di essere stato a contatto con un positivo, non ha ad oggi la certezza di essere sottoposto a tampone, non sa come la storia dei positivi venga mappata. Non tanto da chi ha sviluppato l'App, ma dal sistema sanitario cui spetta questa incombenza. Ieri sulla questione è intervenuto il governatore del Veneto, Luca Zaia. «Il primo tema è che va chiarito dove va a finire il bagaglio dei dati raccolti», ha spiegato, ma non è questo a preoccupare. «Per me è più importante e un po' mi inquieta che non si è chiarito cosa accadrà». Ovvero, «nel momento in cui a un cittadino arriva il messaggio che lo avvisa che è entrato in contatto con un positivo, cosa deve fare? Andare dal medico? Non lo gestiamo più un flusso del genere». Senza contare che nessuno al governo ha spiegato da un punto di vista lavorativo come si deve comportare un soggetto «costretto» alla quarantena. È in malattia? O il datore lo può mettere in ferie? Non sono dettagli da poco. Questa è la vita reale, e i lavoratori - donne o uomini che siano - hanno bisogno di risposte precise. Delle discettazioni sui loghi non sanno che farsene.
Così come ci aspetteremmo che un ministro dell'Innovazione e un commissario incaricato non si limitino agli annunci sui temi della sicurezza dei dati, ma entrino nei dettagli, dove si possono nascondere i problemi. Il governo ha promesso più volte che i dati sarebbero rimasti in Italia e sotto il controllo del Mef. Tant'è: l'App scrive che «I tuoi dati sono salvati su server in Italia, sono gestiti da soggetti pubblici controllati dal ministero della Salute». Vero.
Però scopriamo che nella filiera coordinata da Sogei (la partecipata che si occupa dei server e del cloud) è stato scelto pure un partner estero. L'infrastruttura di rete fa uso dei Cdn di Akamai (azienda Usa) per il servizio di download delle chiavi Tek, invocato automaticamente da tutti i dispositivi Immuni. Le chiavi devono essere trasmesse ai dispositivi per segnalare l'avvenuto contatto con una persona positiva al virus. La Cdn è una piattaforma che aiuta a minimizzare il ritardo nel caricamento dei contenuti Web ed evita che i siti crollino in fase di picco come è successo all'Inps in occasione del Clic day. Insomma, di per sé è una ottima pratica. Solo che, in base alla relazione del Copasir del 30 aprile scorso, è chiara la necessità di ricorrere a soggetti privati non nazionali per la Cdn, ma la soluzione di trasmettere i dati dei cittadini italiani ad Akamai sbatte contro il decreto legge 28, in cui si precisa che tutte le «infrastrutture devono essere localizzate sul territorio».
Qui si apre il dubbio. Analisti spiegano alla Verità che la rete di Akamai in questo momento non è configurata in modo da vincolare i transiti su server dislocati in Italia. Cosa che invece si potrebbe fare, avendo l'azienda alcuni siti lungo la dorsale dell'Appennino. I dati di migliaia - o milioni - di italiani sono troppo importanti per non avere sott'occhio tutta la filiera. E soprattutto la politica dovrebbe sapere che su questi temi non si scherza. Non si può dire che tutto è in Italia se un pezzo della rete passa per l'estero. «Noi abbiamo avuto garanzia che tutto è certificato da Sogei», spiega il vice presidente del Copasir Adolfo Urso, contattato dalla Verità, «e ci aspettiamo che sia così».
Per cortesia, quest'anno no. Non fatelo. Dopo la tragedia di Genova date una prova di buon senso: non aumentate le tariffe delle autostrade. Provate a vedere l'effetto che fa, provate per una volta il cambiamento vero e interrompete quel ritornello che ormai da decenni segna il veglione di San Silvestro: cotechino, lenticchie, botti, spumante e il telegiornale che subito annuncia l'immancabile rincaro al casello. È uno dei grandi misteri della Repubblica italiana: perché ogni 1° gennaio devono aumentare le tariffe autostradali? Forse che ogni 1° gennaio aumentano allo stesso modo stipendi o pensioni? Diciamo la verità: quella che colpisce gli automobilisti a Capodanno è una vera e propria tassa occulta. Che da sempre suona odiosa e ingiustificata. E che quest'anno risulterebbe insopportabile.
Si può evitare? Sappiamo che queste sono ore febbrili al ministero dei Trasporti. La decisione deve essere presa entro il 31 dicembre. Nei giorni scorsi un'anticipazione del Fatto Quotidiano aveva dato già per scontato il via libera ad alcuni aumenti: +0,81% per la società Autostrade dei Benetton (in pratica accontentando la loro richiesta: volevano lo 0,82%); il +5,59% per la Strada dei parchi di Carlo Toto (che aveva chiesto il +6,94%), il +6,32% per l'Aosta-Morgex (che l'anno scorso aveva ottenuto oltre il 52%), il +1,82% per la tangenziale di Napoli (che aveva chiesto solo l'1,21%) e così via. Ma il ministero ha smentito che si tratti di aumenti già approvati. E ha assicurato che quelli sono solo schemi in via di studio. E di definizione.
Per questo ci permettiamo di dare un suggerimento al ministro Danilo Toninelli, prima che sia troppo tardi: trovi il modo di modificare quegli schemi e cancelli gli aumenti. Li cancelli del tutto. Sappiamo che è una questione complessa, sappiamo che quando lo fece il ministro Maurizio Lupi (governo Letta), poi i gestori si appellarono a Tar e Consiglio di Stato, abbiamo letto tutti i sacri testi con le formule magiche, i fattori X e i fattori K, il parametro (discutibile) «qualità del servizio», sulla base della quale vengono elaborate le richieste d'aumento da parte dei concessionari, sappiamo che la normativa è complicata e che i ricorsi incombono. Ma sappiamo anche che, volendo, si può sempre trovare una strada per far vincere il buon senso. E il buon senso dice che quest'anno regalare ulteriori soldi ai gestori delle autostrade sarebbe inaccettabile. Non si discute.
In effetti mai come quest'anno la domanda campeggia chiara nelle menti degli italiani: perché dobbiamo pagare tariffe sempre più care per arricchire i signorotti feudali del casello? Già di per sé, oggi come oggi, il pedaggio è basato su un inganno: esso infatti, nacque per ricompensare gli investimenti effettuati per realizzare le autostrade. Il principio era semplice: il concessionario costruisce, l'automobilista paga. Il punto è che secondo la maggior parte degli esperti tutti gli investimenti effettuati per costruire le autostrade sono stati già ampiamente ricompensati alla fine degli anni Novanta. Da quel momento ogni euro versato finisce dunque ad arricchire i gestori siano essi privati (Benetton, Gavio, Toto), siano essi potentati locali (come nel caso dell'autostrada del Brennero). Che, di anno in anno, diventano pure più ingordi.
Dal 1999 a oggi, infatti, le tariffe autostradali sono aumentate di circa il 75 %, circa il doppio dell'inflazione. In alcuni casi (Toto) anche del 200%. Solo l'anno scorso (gennaio 2018) l'aumento è stato del 2,7%, con punte del 13,9% sulla Milano Serravalle e del 52% sulla già citata Aosta Morgex. Ogni anno gli italiani lasciano al casello circa 6 miliardi: di questi soldi solo una minima parte (800 milioni circa) finisce allo Stato come pagamento del canone. Una fetta assai più consistente finisce nelle tasche dei soci sotto forma di utili distribuiti (oltre 1 miliardo di euro). Il resto viene speso per la manutenzione (appena 600 milioni) e per gli investimenti, che però sono sempre meno rispetto a quelli previsti dai piani economico finanziari presentati dagli stessi gestori.
E qui veniamo al punto dolente, legato anche alla sicurezza di chi viaggia: i gestori, infatti, presentano piani economico finanziari che prevedono determinati investimenti, sulla base dei quali si fanno autorizzare dal ministero l'aumento delle tariffe (è il famoso fattore K nella formula magica). Ma poi quegli investimenti non li fanno o li fanno solo in parte: in questo modo aumentano gli utili, a scapito della sicurezza di chi viaggia. La società dei Benetton, per esempio, l'anno scorso aveva investito un miliardo e mezzo in meno di quanto lei stessa aveva promesso. E il ponte Morandi è crollato.
Ora: è evidente che, come più volte detto negli ultimi mesi, questo sistema è tutto da ribaltare. E bisogna farlo, possibilmente, prima che si ribaltino altri tir giù dai viadotti. Ma, nel frattempo, il primo passo per ribaltare tutto non sarebbe proprio quello di evitare l'aumento delle tariffe? Almeno per quest'anno? Non sarebbe il modo per dare il segnale che qualcosa sta cambiando davvero? Lo diciamo, sia chiaro, con tutto il rispetto della legalità, degli accordi, delle formule magiche, dei parametri K e X, degli indici di produttività, dei faldoni al ministero, dei ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, ma quest'anno sarebbe davvero difficile far digerire agli italiani il tradizionale piatto cotechino, lenticchie e rincari, senza che a qualcuno venga un rigurgito di bile con la domanda annessa. Cioè: ma perché dobbiamo proprio continuare a farci spennare al casello? Soltanto per arricchire i Benetton?
- L'ala più dura cerca di impedire che il direttore operazioni diventi il nuovo ad: «Troppo vicino a Verdini e Incalza». Ma il ministro Danilo Toninelli oggi può tirare dritto.
- Non si abbassa la pressione nel Movimento sull'ex comandante. Luigi Di Maio: «Gravissimo votare con il Pd, i dissidenti vanno cacciati». La replica: «Seguo la mia coscienza». E in Aula torna il condono del 1985.
Lo speciale contiene due articoli.
Per comprendere l'importanza del mondo che ruota intorno all'Anas, prima stazione appaltante in Italia, gestore di 25.000 chilometri di autostrade, bisogna riprendere un'intercettazione dell'inchiesta sul G8 del 2010 che portò a processo anche l'ex senatore di Ala, Denis Verdini. A parlare al telefono, intercettato, è Mario Sancetta, magistrato della Corte dei conti, che a Rocco Lamino, socio del Consorzio stabile novus, dice: «È più conveniente, come magistrato della Corte dei conti, occuparsi del ramo Anas o di quello Eni?». Lamino replica: «L'Anas è la prima. Perché con l'Eni si va fuori. Ma la prima è la migliore perché veramente significa stare presenti su tutto il territorio nazionale, perché davvero ce n'è bisogno, voglio dire di entrare nell'ingranaggio delle manutenzioni, a vita, perché veramente le strade hanno bisogno di manutenzione tutta la vita».
È racchiusa in queste ultime parole la strategicità di un'azienda come Anas e sull'importanza di una figura come Verdini su quel mondo degli appalti, tanto che Sancetta cercherà in quei mesi di mettersi in contatto proprio con lui per entrare dalla porta principale di via Monzambano.
Per questo motivo dopo le dimissioni della scorsa settimana di Gianni Armani da amministratore delegato, è esplosa una polemica all'interno del Movimento 5 stelle sulla figura di Ugo Dibennardo, attuale direttore operazioni e coordinamento territoriale. L'ingegnere catanese avrebbe già un accordo di massima con il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, per diventare amministratore delegato oggi, quando si insedierà il nuovo consiglio di amministrazione. Ma il più battagliero tra i 5 stelle è il senatore Elio Lannutti, che sui social lunedì ricordava sempre la vicinanza di Dibennardo proprio alla cricca emersa nell'inchiesta sul G8 della Maddalena: «In concorrenza con le cricche degli appalti di Diego Anemone e del suo sistema gelatinoso, con le dotte consulenze degli Ercole Incalza e di Ugo Dibennardo?». Il punto sta proprio qui, il direttore operazioni Anas lavora in via Monzambano da più di vent'anni. Ha superato tutte le stagioni, è stato anche arrestato nel 2002 in un'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria, da cui è uscito completamente scagionato e rimborsato per gli ingiusti giorni passati in carcere. È sopravvissuto anche all'ultima stagione di Pietro Ciucci, ultimo boiardo, di cui era un fedelissimo. Non a caso il suo nome è emerso negli anni anche nelle indagini sulle grandi opere su Incalza, ex potentissimo capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal 2001 al 31 dicembre 2014. Non solo. Nel 2015 il nome di Dibennardo emerge nelle carte dell'inchiesta sulle presunte mazzette che giravano intorno alla Dama nera, al secolo Antonella Accroglianò, ex capo coordinamento tecnico amministrativo di Anas.
In sostanza è per questo motivo che una parte dei 5 stelle continua a opporsi alla nomina di Dibennardo, perché troppo legato al vecchio mondo politico della Prima repubblica. La vicinanza all'ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, di cui è amico d'infanzia (come emerge dalle intercettazioni sulla Dama nera), ma soprattutto l'amicizia con Verdini sono bocconi difficili da deglutire per una parte dei 5 stelle. Per di più proprio Dibennardo è venuto incontro all'ex senatore di Ala, il garante del patto del Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, proprio quest'anno. La storia, raccontata anche dalla Verità, riguarda Rocco Girlanda, politico e giornalista, anche lui sfiorato nel 2010 dall'inchiesta sul G8, sponsorizzato proprio da Verdini. Nel 2016 Girlanda era un dirigente Anas, agli Affari istituzionali, distaccato al ministero dei Trasporti, non senza qualche polemica sulla nomina. Terminato il governo di Paolo Gentiloni è ritornato in via Monzambano, ma la direttrice relazioni istituzionali, Emanuela Poli, non lo ha voluto sotto la sua unità. Chi è stato disposto ad accoglierlo è stato appunto Dibennardo. Oggi l'incarico di Girlanda è quello di dirigente in staff alla direzione progettazione e realizzazione lavori. Niente male per un giornalista che lavorava alle relazioni istituzionali. Ma Verdini può tutto e Dibennardo lo sa bene.
Da «Torni a bordo» a «Vai a casa». Il M5s vuol buttare a mare De Falco
«Dimettermi in caso di espulsione? Prima serve un processo e ancora prima un'accusa. Ma non credo che sarò espulso, nessuno mi ha fatto sapere nulla». Ostentava sicurezza ieri il senatore M5s Gregorio De Falco, regolarmente a Palazzo Madama seppur finito nel mirino dei probiviri (con la collega Paola Nugnes) per aver espresso, martedì, il suo voto in dissenso con il Movimento e in linea con Pd e Forza Italia sul contestato condono di Ischia, mandando sotto la maggioranza in Commissione al Senato. Uno scivolone per il governo gialloblù che al capo politico del M5s, Luigi Di Maio, non è proprio piaciuto e definendo «gravissimo» il comportamento dei due senatori (l'astensione di Nugnes e il voto contrario di De Falco), aveva aggiunto: «Questo non è un caso isolato, sono diverse settimane che ci arrivano segnali di dissenso da parte di senatori che hanno firmato impegni con il M5s e che devono portare avanti il contratto di governo. De Falco e Nugnes sono già sotto procedura dei probiviri. I dissidenti verranno probabilmente cacciati, sembrano che vogliano solo questo».
In effetti, in questa legislatura, alla Camera già 38 deputati hanno votato contro il M5s, mentre al Senato sono stati in 69. Comunque l'emendamento di Forza Italia che aveva ristretto le maglie del condono (cancellando la legge del 1985 e lasciando quelle di Silvio Berlusconi del 1994 e del 2003) aveva diviso il M5s ma aveva provocato anche l'autosospensione di sei parlamentari azzurri campani. Sono i senatori Domenico De Siano, Vincenzo Carbone e Luigi Cesaro, e i deputati Antonio Pentangelo, Paolo Russo e Carlo Sarro, che in una nota avevano definito «irresponsabile l'azione di alcuni senatori di Fi», soprattutto nei loro confronti che «avevano sostenuto le ragioni dei cittadini di Ischia e della Campania, dall'abusivismo agli abbattimenti ai condoni». Ma ieri, dopo che la capogruppo di Fi, Anna Maria Bernini, ha annunciato libertà di voto sull'emendamento presentato dagli stessi azzurri, il Senato ha reintrodotto il condono edilizio a Ischia, respingendo l'emendamento all'articolo 25 che martedì aveva mandato sotto la maggioranza. Con la bocciatura, si torna all'applicazione della legge Craxi sul condono del 1985 per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma del 2017.
Tornando in casa grillina, l'ex capitano di fregata De Falco, divenuto famoso sei anni fa per la telefonata in cui intimava al comandante Francesco Schettino «Salga a bordo, ca...», durante il disastro della Costa Concordia, si ritrova lui in mezzo a un naufragio per aver «trasgredito» il codice etico che prevede le dimissioni e una multa da 100.000 euro in caso di espulsione dal gruppo. «Io non sono dissidente, ma coerente con le idealità del M5s», ha ribadito ieri De Falco. «La linea politica è quella designata dal programma e dal contratto, ricordo che una delle cinque stelle del Movimento è l'ambiente». Per l'ex ufficiale di Marina, che già sul dl sicurezza aveva espresso la sua contrarietà, sul condono di Ischia «c'è una deviazione rispetto ai principi e ai fondamenti del M5s e non credo che esaminare istanze di condono attraverso una legge del passato possa essere una deroga razionale al principio generale del diritto. Se quello introdotto dal governo nel dl Genova non è un condono dovrebbero spiegare perché si fa riferimento a una legge del 1985».
E se i vertici del Movimento sono furiosi, ai due senatori arriva via Facebook la solidarietà della senatrice Elena Fattori: «Un sentito grazie ai colleghi De Falco e Nugnes che hanno seguito la loro coerenza, hanno pensato prima al bene dei cittadini che agli ordini di scuderia. Grazie anche per il coraggio in un clima di terrorismo psicologico lontano da ogni forma di democrazia. A riveder le stelle».
Parola diverse dal sottosegretario grillino Stefano Buffagni: «De Falco aveva detto “Torna a bordo!". Io gli dico: “Se non ti trovi, torna a casa". De Falco rimane un genio che si sente troppo genio rispetto al gruppo. Ha votato contro e senza preavviso insieme con Pd e Fi. Noi dobbiamo tenere in piedi i conti del Paese, non quelli della famiglia De Falco». Va giù duro anche il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia, altro big del M5s: «Chi ha deciso di anteporre i propri interessi a quelli del Paese dovrebbe tornarsene a casa. Non siamo stati eletti per ergersi ognuno a paladino di sé stesso. E delle proprie convinzioni personali a discapito di quelle di un gruppo intero e del governo. Se si è cambiato idea lo si dica in maniera chiara e si accettino le conseguenze con responsabilità. Si torni a casa con le proprie gambe». «Se qualcuno non si trova più bene all'interno del Movimento, c'è una regola che abbiamo sempre enunciato in campagna elettorale: fa un passo indietro e va a casa, lasciando il posto a qualcun altro» ha ribadito il ministro Riccardo Fraccaro aggiungendo: «Coerenza vuole questo, poi decideranno i senatori coinvolti. I provvedimenti potrebbe prenderli il capogruppo Stefano Patuanelli o il collegio dei probiviri M5s. Lo vedremo nelle prossime ore, nei prossimi giorni. Ora è inutile anticiparlo».
Comunque l'ex ufficiale, convinto che non lascerà il M5s, difende la sua posizione citando Beppe Grillo: «Ogni eletto deve rispondere al programma e alla propria coscienza e ha la libertà di esprimersi in Parlamento senza chiedere il permesso ai capobastoni. I cittadini si facciano Stato non si sostituiscano ai partiti con un altro partito». Di Maio aveva maliziosamente ventilato contro il «dissidente» l'accusa di non volersi tagliare lo stipendio per restituire soldi ai cittadini colpiti dal maltempo: «La solita macchina del fango. Restituirò la quota». Aspettando il verdetto.







