Negli uffici dell’Anas, la società delle Ferrovie dello Stato che gestisce la rete di strade di interesse nazionale, sarebbe stata consegnata una maxi tangente da 864.000 euro divisa in due. I destinatari, infatti, sarebbero due funzionari che, tra il 2018 e il 2021, l’avrebbero incassata dal Consorzio Stabile Sis, una società consortile per azioni, per un appalto da 400 milioni di euro sulla statale 340 Regina, variante Tremezzina, che interessa alcune località sul lago di Como. La Verità se ne era occupata lo scorso aprile, quando il cantiere era stato stoppato dal consorzio di imprese, ufficialmente per il rincaro dei costi. E ieri la Procura di Milano (l’indagine è coordinata dai pm Giovanni Polizzi e Giovanna Cavalleri) ha disposto una raffica di perquisizioni nelle sedi Anas di Roma, Milano, Firenze e Torino per le ipotesi di corruzione e turbativa d’asta. Nove le persone indagate, tra cui c’è Giovanni Proietti, imputato in una delle inchieste per il crollo del Ponte Morandi a Genova (nelle vesti di ex dirigente della sezione IV del ministero delle infrastrutture che si occupava della vigilanza delle concessioni autostradali avrebbe omesso di svolgere le verifiche che gli competevano sui lavori), che nel decreto di perquisizione viene presentato come «collega di vecchia data di Marco Liani» e «nominato da Alberto Brentegani, apicale della stazione appaltante come consigliere di amministrazione dell’Autostrada Brescia-Verona-Vicenza-Padova Spa, quale direttore dei lavori di un rilevante appalto aggiudicato proprio dalla questa società al Consorzio Stabile 3 Emme riconducibile alla famiglia Liani». Proietti avrebbe poi «in qualche maniera ancora da approfondire dirottato sul figlio Nicholas, con conseguente beneficio, a vantaggio del giovane, un appartamento e un’automobile pagati dalla società Nuove Iniziative Spa», anche questa, coincidenza, «appartenente al gruppo Liani». Marco Liani, Proietti e il figlio Nicholas e Alberto Brentegani sono tutti indagati. Ma il cuore dell’inchiesta sembra essere legato ai due funzionari Anas (società estranea all’indagine), Eutimio Mucilli, dipendente dal 1989, che avrebbe incassato «una cifra complessiva di 360.000 euro», e Stefano Liani, responsabile di Anas della struttura territoriale Toscana con ufficio a Firenze, «una cifra complessiva di 485.896 euro», di cui 70.000 sarebbero finiti al fratello Luigi, amministratore unico di Lavori e costruzioni Srl. Tra i perquisiti ci sono anche altri due funzionari Anas, Vincenzo Giarratana e Mauro Ernesto Pelagalli, il quale in passato è stato convolto «in un vasto procedimento penale del 2002/2003 in materia di corruzione e turbative di appalti all’interno di Anas», è scritto nel decreto di perquisizione, finito con l’assoluzione in via definitiva. Avrebbero strumentalizzato il loro ufficio favorendo l’assegnazione e lo svolgimento dei lavori ai Liani. Gli investigatori sospettano che gli abusi siano da ricollegare a qualche forma di utilità e per questo sono andati a caccia delle prove. Ma l’appalto da 400 milioni per la strada Tremezzina non è l’unico finito nel mirino della Guardia di finanza e della Procura di Milano. Ieri i finanzieri hanno acquisito documenti legati ai lavori per la statale Sebina occidentale, per l’ex statale 412 della Val Tidone e per due lotti del tratto autostradale della A4 Brescia-Soave. «Mi auguro che gli inquirenti facciano bene e in fretta il loro lavoro», ha commentato il ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini, «e se c’è qualcuno che ha sbagliato, che paghi».
La notifica tra Natale e Capodanno deve avere avuto un certo peso specifico sulla linea difensiva. Alcuni avvocati hanno lamentato di aver avuto accesso alle 7.000 pagine di documentazione giudiziaria allegate all’ordinanza di custodia cautelare (richiesta a luglio e firmata a dicembre) solo a poche ore dagli interrogatori di garanzia. E allora tutti gli indagati sottoposti a misura cautelare, da Tommaso Verdini al suo socio Fabio Pileri, eccetto uno, l’imprenditore Antonio Veneziano, hanno fatto scena muta. Verdini junior non si è neppure presentato, ma ha inviato al gip una mail nella quale ha manifestato la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere. «L’indagine è durata due anni, il giudice ci ha messo cinque mesi per scrivere l’ordinanza. La scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere era obbligata», ha commentato l’avvocato Alessandro De Federicis, che difende Pileri.
«Osservo in primo luogo la infelice tempistica della notifica, con il prevedibile effetto di eseguire gli interrogatori di garanzia in un clima di gogna mediatico-giudiziaria di prevedibile bruciante attualità», ha detto alla Verità, invece, l’avvocato Mario Antinucci, che difende l’imprenditore Angelo Ciccotto. Antinucci sottolinea anche un altro aspetto: «I capi d’imputazione, tutti reati comuni tra corruzione, turbata libertà degli incanti in relazione a commesse pubbliche, non sembrano giustificare l’applicazione della misura degli arresti domiciliari, addirittura con divieto di contatti con persone diverse da quelle che coabitano, salvo poi autorizzare tre giorni dopo la facoltà del detenuto di recarsi senza scorta a Roma con mezzi propri a rendere l’interrogatorio di garanzia». Ed è anche per questo motivo che starebbe valutando «un’azione diretta alla Corte europea dei diritti dell’uomo».
Gli atti dell’accusa sono tutti concentrati su un presunto «sistema illecito» messo in piedi da Verdini jr e da babbo Denis (indagato pure lui) con al centro la Inver, società di famiglia che avrebbe dispensato consulenze per gli imprenditori che volevano vincere facile. Proprio babbo Denis, intercettato, definì «tutta fuffa» l’iniziativa giudiziaria che portò alle perquisizioni di luglio 2022, aggiungendo: «È sempre la stessa storia, c’è qualcosa di politico che vogliono trovare e che non c’è, ma che vogliono trovare perché uno è Verdini in testa c’è Salvini». Ma a sentire il figlio mentre parla nel suo ufficio non è dalla politica che avrebbero raccolto: «Le nomine spettano a... amministratori delegati, ai partiti. Noi siamo amministratori delegati? Siamo partiti? Noi non avremo niente. Poi, con il lavoro che stiamo facendo, di mediazione con tutti... di rapporti, eccetera... otteniamo in alcuni punti delle questioni. Alcuni sono regali». E le relazioni, infatti, erano tutte dentro Anas, i cui big si rivolgevano ai Verdini per cercare protezioni e per fare carriera.
Tra gli indagati è spuntato anche il nome dell’ex eurodeputato Vito Bonsignore, 80 anni, che ora ha un’impresa edile e si sarebbe rivolto ai Verdini per promuovere progetti infrastrutturali per la Orte-Mestre e la Ragusa-Catania. Proprio mentre Verdini junior cercava sponde da «Lotito, anche in virtù del Molise (collegio di elezione al Senato del presidente della Lazio, ndr)» e da «Cesa (segretario dell’Udc, ndr), che ci può dare un po’ di legislativo». Ma babbo Denis da vecchia volpe della politica gli ricorda: «Non ti fare illusioni che poi trovano delle scuse, so’ fatti così». In ballo, proprio in quel periodo, c’era un appalto Consip da 200 milioni per il quale pendeva un ricorso. Pileri chiede «cosa deve gestire e a nome di chi» ma anche «di quali lavori si parla e in quali strutture». Verdini junior lo accontenta subito, rispondendo che «si tratta della Camera, del Senato, del Quirinale e di tutti i palazzi del potere di Roma. Sono tutti lavori di manutenzione, portieraggio e pulizia». Pileri, riassumono gli investigatori, «parla di potenziali opportunità di business non meglio precisate». E torna Lotito. È Pileri a spiegare: «Il papà (Denis, ndr) credo si sia attivato per fargli sape’ a Lotito che ci deve parla’... tanto l’offerta ce l’hanno fatta».
Per salvare Autostrade del Lazio spa, la società che Anas deteneva in comproprietà al 50% con la Regione Lazio e sciolta nel gennaio 2022 dal ministero delle Infrastrutture guidato da Enrico Giovannini, il «Golden boy» delle infrastrutture stradali Domenico Petruzzelli, dirigente pubblico finito nell’orbita di Tommaso Verdini e della sua Inver (la società di famiglia usata per le consulenze alle imprese che volevano vincere facile), deve averle tentate tutte. Compresa una consulenza riservatissima «del figlio di Mattarella».
Autostrade del Lazio avrebbe dovuto condurre alla realizzazione dell’autostrada a pedaggio Roma-Latina. E l’amministratore delegato era proprio Petruzzelli. Uomo che Verdini & co, come è emerso dagli atti dell’inchiesta che ha portato Verdini junior, il suo socio Fabio Pileri e tre imprenditori agli arresti domiciliari, hanno cercato di difendere grazie alle relazioni politiche conservate da babbo Denis. E mentre gli indagati sottoposti a misura cautelare oggi incontreranno il gip per l’interrogatorio di garanzia (alcuni difensori hanno anche già annunciato il ricorso al tribunale del Riesame per impugnare la misura cautelare, mentre il difensore dell’imprenditore Angelo Ciccotto, l’avvocato Mario Antinucci, starebbe valutando anche l’ipotesi di un’azione dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo), dai fascicoli dell’inchiesta salta fuori il retroscena che riguarda il tentativo di tenere in piedi Autostrade del Lazio.
Petruzzelli ne parla a telefono con un un imprenditore che si occupa di pubbliche relazioni per le imprese, Diego Righini: «Guarda che Autostrade del Lazio non è vero che non si può ricapitalizzare... si può ricapitalizzare perché hanno fatto un’interpretazione... ce lo siamo fatti fare da Mattarella figlio un parere... per cui si può ricapitalizzare». Per l’interlocutore la notizia sembra ghiotta: «Me lo mandi? Che lo giro...». Petruzzelli si chiude a riccio: «Eh no... perché non... non è formalizzato... ce l’hanno dato in maniera proprio informale... quindi non posso farlo girare». Righini ci riprova: «E non puoi fare neanche l’estratto di poche righe?». Petruzzelli è categorico: «No... no! Non per te, lo sai...». Righini però ha un compito: «Raccogliere le volontà di Luigi Ferraris e di Massimo Bruno, rispettivamente amministratore delegato e chief corporate affairs officer del gruppo Ferrovie dello Stato, sensibilizzandoli», annotano gli investigatori della guardia di finanza, «a rivalutare la possibilità di mantenere Autostrade del Lazio nella precedente configurazione societaria, al fine di non pregiudicare la continuità di Petruzzelli nella carica di amministratore delegato».
È con Pileri che Righini ribadisce «la volontà di garantire a Petruzzelli un aiuto finalizzato a ripristinare il proprio ruolo all’interno di Autostrade del Lazio». Pileri sembra avere bene in mente l’obiettivo. E lo esplicita anche a telefono con un imprenditore: «Mo me tocca fa’ nomina’ commissario della Roma-Latina Petruzzelli. Hai capito? Commissario ad acta per l’opera Roma-Latina. Vedemo un po’». Giovannini, però, staccherà la spina alla spa. Ma c’è un altro personaggio in cerca d’autore in quel momento: Massimo Simonini, che di Anas era l’amministratore delegato. Come svelato dalla Verità, tramite Pileri cercava un’entratura a Palazzo Chigi, quando il presidente del Consiglio era Super Mario Draghi. E proprio durante uno degli incontri con Pileri dice di aver parlato con Stancanelli (Alberto Stancanelli, in quel momento capo di gabinetto del ministro Giovannini poi chiamato al Campidoglio a sostituire Albino Ruberti, il capo di gabinetto della famosa lite documentata in un video, ndr): «Oggi sono andato a fare due chiacchiere anche con Stancanelli per capire cosa stanno facendo al ministero e lui mi ha detto, «Massimo non lo so... qua sono praticamente impazziti perché fanno le cose a cazzo e gli ultimi che ho sentito vorrebbero mettere uno interno... non ho capito se uno interno di Ferrovie o uno di Anas».
Alla fine il posto di Simonini lo prenderà Aldo Isi, mentre per la poltrona da commissario della Roma-Latina il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini preferirà Antonio Mallamo, già nominato da Nicola Zingaretti amministratore unico di Astral, la partecipata regionale che gestisce la grande viabilità (compresa la Pontina), a Petruzzelli. Con buona pace dei «Verdinis».
- Le manovre di Pileri per trovare, con Simonini, un gancio nel governo ai tempi di Supermario. E dall’inchiesta affiorano anche i rapporti trasversali tra gli indagati e la sinistra: «Lotti deve sistemare uno, ma il capo di Fs Bruno parla solo con Enrico Letta».
- Pd, Verdi e pentastellati chiedono una informativa al ministro. Maurizio Gasparri (Fi) difende il leghista: «Non deve mica giustificarsi».
Lo speciale contiene due articoli.
Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo.
Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici».
Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».
Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato
Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
In ballo c’erano i lavori per il risanamento strutturale di gallerie sulla rete viaria nazionale: tre lotti per un importo complessivo di 180 milioni di euro. I capitolati in corso di stesura sarebbero usciti fuori dagli uffici dell’Anas prima della pubblicazione del bando per finire nelle mani dei superconsulenti della Inver, la società con la quale Verdini junior & Co avrebbero fatto affari fornendo ai loro clienti imprenditori le giuste dritte per fare facilmente gol.
È il maxi appalto Anas al centro dell’indagine della Procura di Roma per corruzione aggravata e turbata libertà degli incanti che ha portato il gip Francesca Ciranna a disporre l’altro giorno gli arresti domiciliari per Tommaso Verdini, figlio dell’ex deputato Denis, per il suo socio Fabio Pileri e per gli imprenditori che ruotavano attorno alla loro galassia: Antonio Samuele Veneziano, Stefano Chicchiani e Angelo Ciccotto. Sono stati sospesi per 12 mesi dallo svolgimento delle funzioni in Anas, invece, Paolo Veneri, a capo della Direzione appalti e acquisti, e Luca Cedrone, responsabile del settore Gallerie. Tra gli indagati, però, ci sono anche Domenico Petruzzelli, responsabile, nella sede centrale di Anas, della struttura Assetti infrastrutturale rete, e babbo Denis, considerato dall’accusa il socio di fatto della Inver. In cambio, per i funzionari pubblici, stando all’accusa, c'erano spintarelle e aiutini per fare carriera. E mentre Veneri e Cedrone avrebbero fornito a Pileri le «informazioni riservate» sull’appaltone, rendendosi disponibili «a incontrare gli imprenditori fuori dalle sedi istituzionali» per fornire «rassicurazioni sull’esito», Petruzzelli, responsabile unico del procedimento, secondo l’accusa, sarebbe stato «a conoscenza delle intese clandestine». E avrebbe «omesso» di «attivarsi per evitare» che «la procedura venisse indebitamente portata avanti in favore delle società vicine a Pileri e ai Verdini». In cambio le società che sceglievano Verdini & Co come consulenti stipulavano contratti «fittizi» per centinaia di migliaia di euro, oppure pagavano in contanti.
Uno dei problemi che alla Inver si erano posti era proprio legato agli incassi. Tommaso Verdini e il socio «si preoccupano di trovare un modo per ottenere le somme evitando i controlli». Verdini propone in prima battuta, annotano gli investigatori, di «ricorrere allo stratagemma delle sponsorizzazioni sportive»: «Sì, facciamo quel giochino lì, però ci dobbiamo organizzare… paghiamo il 10, qualcosa per cento, non mi ricordo quanto... facciamo lo sponsor e li mettiamo sui campi da calcetto, ovunque il nome del ristorante nostro». Pileri, invece, propone di farsi accreditare gli importi su una carta prepagata. Ma l’ipotesi viene bocciata da Verdini, che gli rappresenta «come le transazioni sono tracciabili». E allora Verdini junior ipotizza di trasformare il suo ristorante in una lavanderia, «sfruttando gli incassi per mascherare gli introiti in contanti degli imprenditori». Ecco le sue parole: «Cioè, noi abbiamo il ristorante, gli si dice [...] noi tutti i giorni mettiamo 4/500 euro da parte». Il ristorante, il Pastation, che Tommaso ha avviato nel 2015, ospitava anche gli incontri con i big dell’Anas. Ma non era l’unico posto nel quale i superconsulenti dell’appalto facilitato si sentivano lontani da occhi indiscreti. «Ulteriore indice sintomatico della consapevolezza del loro agire illecito», secondo gli inquirenti, «era la scelta di incontrarsi in luoghi non istituzionali e molto rumorosi». Al bar Trombetta a Roma, a due passi dalla stazione Termini, dove Pileri dice «di dover fare una cosa veloce con un amico dell’Anas». Oppure al ristorante Nuova Fiorentina, in via Brofferio, da Nazzareno, ma anche all’Unahotel. Qui Pileri incontra il funzionario Anas Cedrone. Poi aggiorna Petruzzelli «dandogli rassicurazioni sul ricollocamento in Anas». E secondo l’accusa, proprio grazie a quegli incontri «è stato possibile ricostruire le plurime condotte infedeli dei pubblici ufficiali».
Ma per la strategia Verdini & Co preferivano gli uffici della Inver, dove pensavano di essere al sicuro. Qui Verdini junior «rivendica» con il socio «le manovre che stanno ponendo in essere», è sottolineato nell’ordinanza, «per ricollocare in Anas o in altre strutture i loro amici dirigenti»: «Qui stiamo facendo dei miracoli... stiamo ottenendo dei posti... e i posti li otteniamo per i rapporti che abbiamo con i dirigenti, con gli amministratori». E quando una delle gare non va in porto è ancora una volta Verdini a dire di voler parlare con Petruzzelli per «ricordargli», secondo l’accusa, «il loro accordo»: «Io prenderei Domenico e gli direi “mi hai chiesto di proteggerti nonostante le indagini... noi li abbiamo convinti che sei una persona seria, addirittura al punto che loro ci dicono che potresti essere il futuro dell’Anas”».
Il 3 gennaio gli indagati incontreranno il gip per l’interrogatorio di garanzia. Quello che è apparso strano al collegio difensivo è la firma dell’ordinanza a cinque mesi dalla richiesta avanzata dai pm, con l’esecuzione nel pieno del periodo natalizio. «Non mi era mai capitato in 25 anni di professione di ricevere una notifica per un mio assistito il 28 dicembre alle 7.30 del mattino», commenta l’avvocato Giovanni Castronovo, che difende l’imprenditore Ciccotto. «Sicuramente sarà una casualità», afferma invece l’avvocato Antonio Zecca, difensore dell’imprenditore Veneziano. Il periodo delle festività però rende il tutto più complicato: «Aspetto di vedere gli atti allegati all’ordinanza, che ho chiesto da due giorni e che non ho ancora ricevuto», chiosa Zecca.
Mentre alla Camera pentastellati, dem e Avs chiedono un intervento del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, perché uno degli indagati in una intercettazione ha fatto riferimento a «un accordo con la Lega». «Chiediamo una informativa urgente del ministro Salvini», ha detto Federico Cafiero de Rhao (M5s), «per riferire sul sistema di consulenza e appalti pubblici banditi da Anas, indagini che hanno coinvolto Tommaso Verdini (cognato del ministro, ndr)». Per Debora Serracchiani (Pd) «ancora nessuno del governo ha smentito quanto appare negli articoli». Anche Angelo Bonelli di Verdi-Sinistra, come gruppo, ha chiesto «una informativa in Aula urgente di Salvini». Contrario Enrico Costa di Azione: «Non dobbiamo portare avanti lo schema delle informative a gettoni». Poi Costa si è rivolto a Bonelli: «Dice che non gli interessa la questione giudiziaria, ma ogni settimana presenta un esposto». E dai banchi della sinistra non sono riusciti a fare altro che buttarla in gazzarra.







