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2023-12-31
Il socio di Verdini voleva arrivare a Draghi
Mario Draghi (Ansa)
Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo.
Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici».
Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».
Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato
Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
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Le manovre di Pileri per trovare, con Simonini, un gancio nel governo ai tempi di Supermario. E dall’inchiesta affiorano anche i rapporti trasversali tra gli indagati e la sinistra: «Lotti deve sistemare uno, ma il capo di Fs Bruno parla solo con Enrico Letta». Pd, Verdi e pentastellati chiedono una informativa al ministro. Maurizio Gasparri (Fi) difende il leghista: «Non deve mica giustificarsi». Lo speciale contiene due articoli.Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo. Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici». Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/socio-verdini-voleva-draghi-2666838486.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-opposizioni-provocano-salvini-spieghi-in-aula-ma-chigi-ora-fa-quadrato" data-post-id="2666838486" data-published-at="1704015741" data-use-pagination="False"> Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
Carlo Nordio (Ansa)
Il chiarimento delle Forze di difesa israeliane, secondo cui il fermo sarebbe stato effettuato da un soldato riservista e non da un colono armato, non ha chiuso la vicenda, ma ha spostato il nodo sulla qualificazione giuridica dell’atto e sulle relative responsabilità.
«È evidente che manchi a oggi una sufficiente tutela legislativa per gli atti ostili commessi nei confronti dei nostri militari impegnati in operazioni fuori area in contesti di conflitto armato» spiega l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare all’Università Link, richiamando un quadro normativo frammentato e fortemente condizionato da valutazioni politiche più che giuridiche.
Dal punto di vista del diritto penale, il riferimento è l’articolo 8 del Codice penale, che estende la giurisdizione italiana ai delitti commessi all’estero quando ledono un interesse politico dello Stato. In questa prospettiva, la convocazione dell’ambasciatore israeliano costituisce un implicito riconoscimento di tale interesse.
La norma, tuttavia, pone un limite decisivo: la procedibilità dipende dalla richiesta del ministro della Giustizia, trasformando la tutela penale in una scelta politica. In assenza di tale atto, anche ipotesi di reato come il sequestro di persona o la minaccia armata restano sul piano della sola protesta diplomatica: è Carlo Nordio che dovrebbe muoversi in prima persona.
Secondo Strampelli, tuttavia, il problema è ancora più profondo. «L’unica reale tutela sarebbe offerta dal Codice penale militare di guerra che consentirebbe l’applicazione della legge penale militare italiana anche per gli atti ostili commessi in danno di militari italiani da appartenenti ad altre forze armate o comunque belligeranti». Una soluzione tutt’altro che teorica, già sperimentata nella storia recente della Repubblica.
«In effetti tale soluzione è stata percorsa nella Storia della nostra Repubblica solo nel caso di “Enduring Freedom”, quando il Parlamento deliberò l’applicazione per la guerra in Afghanistan della legge n. 6 del 2002, con applicazione del codice penale militare di guerra». Una scelta che ampliava la tutela dei militari italiani, ma che esponeva anche gli stessi militari a un regime sanzionatorio particolarmente severo.
Non a caso, quell’esperienza venne successivamente abbandonata. Il timore era quello di sottoporre il personale italiano a pene molto più afflittive in caso di reati militari, anche quando commessi in danno della popolazione locale o di altri belligeranti. Un equilibrio fragile, che ha portato negli anni a preferire un approccio prudente, se non rinunciatario.
«Oggi però», aggiunge Strampelli, «vi è la consapevolezza che l’attuale regime normativo non tuteli i nostri militari nell’ambito di operazioni in aree operative e conflittuali, essendo ormai ineludibile l’intervento del legislatore». Le missioni definite «di pace» hanno infatti assunto nel tempo caratteristiche sempre più simili a operazioni di sicurezza armata, senza che a tale evoluzione sia corrisposto un adeguamento delle regole.
Ne deriva una tutela disomogenea, spesso rimessa alla sola diplomazia, che il caso dei carabinieri in Cisgiordania ha riportato al centro del dibattito pubblico e giuridico.
«Mi lasci dire che come cittadino e ufficiale dei carabinieri in congedo mi auguro per la dignità dell’Arma che il ministro avanzi richiesta di procedibilità a norma dell’articolo 8 del codice penale, augurandomi che i carabinieri sporgano querela per quanto sofferto», conclude Strampelli. Una presa di posizione che richiama una questione più ampia: la credibilità dello Stato nella tutela dei propri militari all’estero. Senza una riforma chiara, questi episodi rischiano di restare affidati alla politica. Ma la tutela di chi agisce in nome dello Stato non può essere occasionale.
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L'ingresso del locale Le Constellation di Crans-Montana (Ansa)
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.
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(Esercito Italiano)
La cerimonia ha rappresentato un momento significativo nel percorso di ammodernamento della componente terrestre, sviluppato presso il CEPOLISPE, centro di riferimento per la sperimentazione e la validazione dei mezzi e dei sistemi d’arma di interesse dell’Esercito.
Il Lynx costituirà la base del «sistema di sistemi» A2CS (Army Armoured Combat System), imperniato su una flotta di Armored Infantry Fighting Vehicle (AIFV) e su piattaforme derivate. Il sistema è concepito per operare nei moderni scenari operativi e per implementare il concetto di cooperative combat, grazie a soluzioni tecnologiche di nuova generazione, elevata interoperabilità e piena integrazione dei sistemi di Comando e Controllo (C2).
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato: «La consegna del veicolo corazzato Lynx, frutto della collaborazione industriale italo-tedesca, rappresenta un passo concreto nel rafforzamento delle capacità terrestri dell’Esercito. Il CEPOLISPE svolge un ruolo centrale nel garantire che i nuovi sistemi rispondano pienamente ai requisiti operativi».
Roberto Cingolani, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Leonardo, ha sottolineato: «L’avvio delle consegne segna una tappa fondamentale del programma e conferma l’alleanza tra Leonardo e Rheinmetall come punto di riferimento per il rafforzamento della difesa nazionale e della base industriale europea».
In merito alla prima consegna, l’Amministratore Delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha evidenziato: «Il Lynx stabilisce nuovi standard in termini di protezione, versatilità e scalabilità, rafforzando al contempo la cooperazione europea nel settore della difesa».
Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, ha infine aggiunto: «Con l’introduzione di questo mezzo inizia concretamente il percorso di meccanizzazione dell’Esercito. La disponibilità di tecnologie avanzate è fondamentale per affrontare le sfide operative future».
La Joint Venture LRMV ha inoltre presentato le principali caratteristiche del nuovo veicolo da combattimento, che costituirà la base tecnologica per oltre 1.000 piattaforme, articolate in diverse varianti e ruoli operativi.
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