True
2023-12-31
Il socio di Verdini voleva arrivare a Draghi
Mario Draghi (Ansa)
Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo.
Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici».
Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».
Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato
Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
Continua a leggereRiduci
Le manovre di Pileri per trovare, con Simonini, un gancio nel governo ai tempi di Supermario. E dall’inchiesta affiorano anche i rapporti trasversali tra gli indagati e la sinistra: «Lotti deve sistemare uno, ma il capo di Fs Bruno parla solo con Enrico Letta». Pd, Verdi e pentastellati chiedono una informativa al ministro. Maurizio Gasparri (Fi) difende il leghista: «Non deve mica giustificarsi». Lo speciale contiene due articoli.Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo. Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici». Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/socio-verdini-voleva-draghi-2666838486.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-opposizioni-provocano-salvini-spieghi-in-aula-ma-chigi-ora-fa-quadrato" data-post-id="2666838486" data-published-at="1704015741" data-use-pagination="False"> Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
Continua a leggereRiduci
Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.