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2023-12-31
Il socio di Verdini voleva arrivare a Draghi
Mario Draghi (Ansa)
Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo.
Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici».
Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».
Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato
Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
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Le manovre di Pileri per trovare, con Simonini, un gancio nel governo ai tempi di Supermario. E dall’inchiesta affiorano anche i rapporti trasversali tra gli indagati e la sinistra: «Lotti deve sistemare uno, ma il capo di Fs Bruno parla solo con Enrico Letta». Pd, Verdi e pentastellati chiedono una informativa al ministro. Maurizio Gasparri (Fi) difende il leghista: «Non deve mica giustificarsi». Lo speciale contiene due articoli.Nel dicembre 2021 il presidente del Consiglio dei ministri era Super Mario Draghi e l’uomo seduto in quel momento sulla poltronissima da amministratore delegato di Anas, Massimo Simonini, si sentiva, per sua stessa ammissione «sulla graticola». Non immaginava di finire anche nella rete delle captazioni della Guardia di finanza che già allora aveva pescato Tommaso Verdini e il suo socio Fabio Pileri a brigare per gli imprenditori ai quali tramite la Inver, la società al centro dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti Anas, avrebbero fornito le dritte per incassare appalti milionari. Poi Verdini & C., secondo l’accusa, avrebbero ricambiato aiutando i funzionari, tramite le loro relazioni, a fare carriera. Simonini il 29 dicembre 2021 incontra Pileri nel bar Antico cafè Ruschena, in via Lungotevere a Roma. E con Pileri fa strategia sui nuovi obiettivi: «Dobbiamo capire bene quale ruolo andarci a prendere, quello dobbiamo vedere, dobbiamo trovarci un appoggio a Palazzo Chigi». Già un mese prima, però, ovvero il 19 novembre 2021, Verdini junior & C., «commentano in anticipo rispetto all’ufficialità», annotano gli investigatori della Guardia di finanza, «la nomina di Aldo Isi ad amministratore delegato di Anas, mostrandosi soddisfatti della scelta». Gli indagati, che sembravano però avere particolarmente a cuore la riconferma di Simonini, si sarebbero a quel punto mossi per salvarlo: «È chiaro che abbiamo perso una battaglia importante, importantissima, però se noi riusciamo oggi con tutta la buona volontà di tutti gli interlocutori, amici... a ricollocarti in una posizione buona, gli ho detto, comunque è una vittoria anche nostra...». E il giorno seguente, infatti, Pileri anticipa a un imprenditore fiorentino che «Simonini a breve avrebbe incontrato l’amministratore delegato di Fs per un incarico relativo all’utilizzo dei fondi per il Pnrr che gli avrebbe consentito di mantenere lo stesso stipendio». La conversazione, riassunta dagli investigatori, si conclude con Pileri che «sottolinea all’interlocutore di essere riuscito a tutelare Simonini facendo riconoscere i meriti della sua gestione ed evitando che fosse mandato via». E con un altro interlocutore aggiunge: Simonini «non rimane a piedi, amo lavorato pe’ non fallo rimane’ a piedi. [...] Gli lasciano le opere dove è commissario, così almeno giustificano anche lo stipendio che percepisce. Questo è un po’ l’accordo che siamo annati diciamo a trattare». Ma ai Verdinis non si rivolgevano solo big e funzionari di Anas. Stando alle chiacchierate di Pileri, anche dai dem sarebbero arrivate richieste di aiuto: «Io ti dico solamente che a noi ci ha chiamati l’altro ieri Lotti, c’ha da sistema’ uno, non gliela fa a sistemarlo perché Massimo Bruno (chief corporate affairs office di Fs, ndr) gli ha risposto “io parlo con il Pd, siete troppi, quindi parlo solamente con il segretario nazionale (in quel momento Enrico Letta, ndr)”. Quindi per farti capi’ che Bruno parla con tutti». Non solo. Secondo Pileri «Bruno» va anche «a pranzo con tutti». E fa un esempio: «Pure con Elio Lannutti (in quel momento senatore del Movimento 5 stelle, ndr) è andato». Perso Simonini i consulenti dell’appalto facile fanno strategia. Verdini junior si confronta con Pileri: «Noi stiamo fregando le posizioni agli amici nostri, che siano Lega e alle volte ci proviamo anche col Pd». Pileri risponde: «So’ d’accordo». Verdini riprende il discorso: «Ci proviamo anche col Pd perché quando c’era Margiotta (Salvatore Margiotta, ex sottosegretario alle Infrastrutture e trasporti, ndr) c’abbiamo provato anche col Pd, noi ci proviamo con tutti gli amici che abbiamo. Un po’ di conto lo diamo ma stiamo fregando posizioni». Ma è in un’altra conversazione che Pileri confessa tutta la sua trasversalità: «Come vedi io ogni volta che ci sta un governo io c’ho degli amici. Ci stanno quelli e c’ho i 5 stelle c’ho... Pd c’ho Pd. Gli dici quindi io non voglio la guerra con nessuno, voglio sta’ bene, non mi va di fa’ la guerra». E che con i pentastellati in passato avrebbero avuto rapporti emerge da un’altra conversazione: «I primi che ci hanno abbandonati è stato il Movimento 5 stelle... perché gli ho detto sicuramente non era più il Movimento 5 stelle di due anni fa... e quindi gli ho detto che ci siamo trovati in difficoltà». E sempre Pileri, con un funzionario di Anas che cerca sponde, parla di Mariastella Gelmini (attualmente vicesegretario di Azione). Il funzionario chiede: «Ma ‘sta Gelmini comanna (comanda, ndr)?». E Pileri: «È di Forza Italia, una delle ministre migliori, poi, sai, col fatto del virus, avendoci lei la delega alle Regioni fa parte dei tavoli tecnici». Rispetto alle relazioni con la politica trovare riscontri nei computer sequestrati agli indagati lo scorso luglio non sarà un gioco da ragazzi. Dopo essersi consultato con un avvocato, che avrebbe definito l’attività della Inver «borderline», Verdini junior riporta i consigli del legale al socio: «Tu devi imparare a distinguere le due cose e a gestirle in modo tale che nessuno ti possa attaccare... quindi bisogna... una piccola accortezza... ci ha detto di levare per esempio tutte le documentazioni con Senato, Camera, eccetera».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/socio-verdini-voleva-draghi-2666838486.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-opposizioni-provocano-salvini-spieghi-in-aula-ma-chigi-ora-fa-quadrato" data-post-id="2666838486" data-published-at="1704015741" data-use-pagination="False"> Le opposizioni provocano: «Salvini spieghi in Aula», ma Chigi ora fa quadrato Un’altra domanda scomoda alla quale rispondere: la conferenza stampa di fine anno di Giorgia Meloni, più volte rimandata a causa della indisposizione della premier e prevista ora per il 4 gennaio, avrà certamente tra gli argomenti l’inchiesta che ha portato agli arresti domiciliari Tommaso Verdini, figlio di Denis (indagato pure lui) e fratello di Francesca, la compagna di Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Ieri alcuni quotidiani riportavano una frase della Meloni, che avrebbe definito la vicenda «una brutta storia», commento che ci viene smentito da fonti vicine a Palazzo Chigi, ma la preoccupazione per gli sviluppi dell’indagine serpeggia tra i partiti di maggioranza: «Era prevedibile», dice alla Verità un autorevole esponente del centrodestra, «ma non in queste dimensioni. Il babbo era già ai domiciliari, la famiglia Verdini è particolarmente esposta. Certamente è un problema». Problema destinato a ingigantirsi nei prossimi giorni: le opposizioni chiedono a Salvini di riferire in aula, ma fonti vicine al leader della Lega fanno sapere che il vicepremier «in agenda non ha inserito alcun intervento in Aula per un’informativa». Sarà questo il punto sul quale insisteranno le opposizioni, con i Verdi di Angelo Bonelli che, a quanto apprendiamo, non escludono iniziative «clamorose», senza aggiungere dettagli ma facendo presagire qualche fuoco d’artificio di inizio anno. «Desidero portare alla sua attenzione», scrive Bonelli in una lettera indirizzata alla Meloni, «che prima del varo del decreto sul ponte sullo Stretto di Messina, il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini ha avuto degli incontri con il patron di Webuild, Salini, e l’ex ministro Lunardi. Incontri che lo stesso Salvini ha qualificato come informali. Questi sono stati documentati anche in un’inchiesta trasmessa da Report nel novembre 2023. Incontri simili si sono verificati tra l’ex ministro Lunardi e il Presidente del comitato scientifico del ponte, il professor Prestininzi. Inoltre, in corrispondenza dell’approvazione del decreto, le azioni di Webuild hanno registrato significativi aumenti di valore. Fin dal mese di ottobre», aggiunge Bonelli, «nel mio ruolo di deputato, ho richiesto la copia di documenti attinenti al decreto sul ponte, quali la relazione sul progetto e l’atto negoziale. Tuttavia, il ministero delle infrastrutture e la società del ponte sullo Stretto di Messina hanno ritenuto di non fornirmi tali documenti». Tanta carne buttata sulla brace, dunque. Chiede a Salvini di riferire in Aula anche il M5s: «Veramente il ministro delle Infrastrutture», affermano in una nota le capogruppo M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato, «non vuole riferire alle Camere su una gravissima inchiesta che riguarda l’Anas? Sarebbe una reazione inaccettabile e il M5s non intende dargli tregua, il suo ruolo istituzionale glielo impone. Anas è una società pubblica controllata dal suo governo, l’inchiesta riguarda appalti pubblici per centinaia di milioni di euro e possibili comportamenti criminali che sarebbero avvenuti anche nel 2023, il nome del sottosegretario Freni, che non è indagato, ricorre in diversi passaggi delle carte giudiziarie. Meloni e Salvini devono immediatamente prendere posizione di fronte agli italiani e rispondere alla richiesta di informativa urgente avanzata dalle opposizioni». Il capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, chiede a sua volta a Salvini di spiegare in parlamento: «Come può Salvini», dice la Braga, «pensare che non dovrà spiegare al parlamento che cosa succede negli appalti Anas? Un insulto, la sua alzata di spalle. Arroganza e presunzione non lo mettono al riparo da un coinvolgimento che prima che personale è politico». «La richiesta delle opposizioni a Salvini», commenta all’Ansa il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri, «è pretestuosa. Tutti dicono che bisogna salvaguardare l’autonomia della magistratura, perché un’informativa in Parlamento? Salvini non è indagato, di cosa deve rispondere? Non c’è l’oggetto del contendere».
Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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Giorgia Meloni (Getty Images)
Lo ha fatto sapere l’Eliseo e sono i media francesi a precisare che dall’insediamento di Meloni nel 2022 e dal trattato del Quirinale, del 2021, si tratta del primo vertice che disciplina le relazioni bilaterali. «Nove ministri di entrambe le parti» e un «forum economico franco-italiano» nella vicina Le Cannet, nonché a una visita ministeriale alla sede centrale di Thales Alenia Space, azienda franco-italiana, a Cannes.
«I due leader scambieranno inoltre opinioni sulle principali questioni europee e internazionali e discuteranno le modalità per rafforzare i legami tra la società civile francese e quella italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura». Un segnale quello dell’Eliseo, dopo anni di rapporti tiepidi, che lascia intendere un’apertura nei confronti delle politiche del governo Meloni. Ed è Roberta Metsola, in occasione di un’intervista con Bruno Vespa al Forum in Masseria, a sposare subito la proposta di Meloni di proporre una voce unica con Mosca. Mancano pochi giorni al Consiglio europeo, dove si parlerà di questo ma anche dei numeri del prossimo quadro finanziario pluriennale (Qfp), il programma di spesa a lungo termine dell’Ue. Meloni nel suo intervento alle Camere aveva già ribadito che l’Italia non accetterà «un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori».
Adesso anche la Germania esprime insoddisfazione e considera «assolutamente deludente» la proposta presentata dalla presidenza cipriota per il prossimo bilancio pluriennale europeo. Lo ha fatto sapere una fonte diplomatica tedesca: «Non entrerò oggi nei dettagli, ma per noi questo non può assolutamente costituire una base per arrivare a un accordo. La proposta negoziale è inaccessibile dal punto di vista finanziario e non è nemmeno stata riformata nella direzione necessaria. Abbiamo bisogno di tagli significativi al volume complessivo in tutti i settori». Per il governo tedesco, «primo, per ridurre sensibilmente le cifre complessive, il 2% è di gran lunga insufficiente. Secondo, per mantenere la corretta priorità delle politiche che la Commissione ha indicato nella sua proposta presentata un anno fa, la modernizzazione del quadro finanziario pluriennale deve essere realizzata. Non approveremo né un quadro finanziario pluriennale troppo costoso né uno privo di riforme». Berlino si dice disponibile ad arrivare un accordo già nel 2026, in quanto «riteniamo che nel 2027 sia estremamente improbabile arrivare a una conclusione, a causa delle elezioni in molti Stati membri dell’Ue» e quindi, «senza un accordo quest’anno, è poco probabile che nel 2028 possano effettivamente iniziare a essere erogati i fondi».
E c’è da immaginare che Italia e Germania non rimarranno gli unici Paesi membri ad esprimere malcontento su questo tema, a dimostrazione che le politiche europee, anche in questo campo, sono state insoddisfacenti. I socialisti (S&D) definiscono il tutto «preoccupante».
Continuano intanto i bilaterali di Meloni con i leader esteri. Ieri il premier ha ricevuto a Villa Pamphili il presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae Myung, nel quadro della sua visita di Stato in Italia. L’incontro, che fa seguito alla missione di Meloni a Seul il 19 gennaio scorso, ha consentito di elevare le relazioni tra Italia e Corea al livello di Partenariato strategico speciale e di adottare un Piano d’Azione 2026-2030 per intensificare la collaborazione bilaterale in ambito politico, economico, scientifico-tecnologico, culturale e nel campo della sicurezza e difesa.
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Kaja Kallas (Getty Images)
Berlino e Parigi vorrebbero ridimensionare il servizio diplomatico Ue, Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), 5.000 dipendenti e budget di 1 miliardo d’euro l’anno, ponendolo sotto controllo della Commissione e licenziando la Kallas. Lei ha difeso il suo operato con una mail visionata dalla testata Politico e indirizzata allo staff Seae: «Rimarco quanto valore aggiunto abbiamo dato all’Europa come squadra, specie in un periodo di guerra in Europa». Guerra, quella fra Russia e Ucraina, in cui il fatto che la Kallas sia estone, assai meno disposta verso Mosca che le nazioni occidentali fondatrici dell’Ue, ostacola una trattativa.
Stando a fonti come Euractiv, la rappresentante Esteri, in colloqui a porte chiuse tenuti in Messico fra 20 e 22 maggio, ha paragonato Israele al Sudafrica dell’apartheid per la «politica razzista di Israele verso i palestinesi». Ma la reazione ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023 non ha nulla a che fare con un regime legislativo che fino al 1990 segregò i neri sudafricani. Che poi Israele e Sudafrica siano stati in passato vicini, ma per altre ragioni, come sviluppare insieme un programma nucleare, quando anche Pretoria inseguiva la «Bomba», ma a differenza di Tel Aviv vi rinunciò, sfociato nell’esplosione atomica sull’Oceano Indiano del 1979, è tutt’altra faccenda.
Ieri, presenziando a Parigi per la conferenza «Paris Call for the Two-State Solution, Peace and Regional Security», sulla pace israelo-palestinese, ha ribadito che «la soluzione a due Stati è l’unica via». La soluzione a due Stati è anche l’auspicio ufficiale del governo italiano e di altri governi occidentali. Anche le critiche ai coloni ebrei violenti in Cisgiordania, che la Kallas ha annunciato in agenda al vertice di lunedì dei ministri degli Esteri dell’Ue, son legittime. Ma dire che Israele applica un’apartheid è una gaffe fuori luogo. Non solo.
Il 28 maggio, al vertice dei ministri degli Esteri Ue a Limassol, a Cipro, Kallas ha incrinato i rapporti Bruxelles-Washington sostenendo che, a causa dei bombardamenti russi su Kiev, «i diplomatici americani se ne sono andati, quelli europei sono rimasti».
Non era vero, i diplomatici Usa sono rimasti a Kiev. Fonti Ue commentano: «Errori inaccettabili per un capo della politica estera Ue. Se un ministro degli Esteri nazionale dice cose non sagge e non diplomatiche, può essere ripreso dal suo primo ministro. Nel sistema Ue non funziona così. E Kallas parla a nome di 27 Stati membri». Ieri ha cercato di smorzare i toni la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, secondo cui Kallas e Seae avrebbero «l’appoggio della presidente Von der Leyen», ma può essere una cortina per celare dibattiti a porte chiuse.
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