- Sfruttando le purghe di Erdogan tra magistrati e poliziotti, i delinquenti locali hanno aumentato reclutamenti e giro d’affari. Per poi proiettarsi nel Vecchio continente, dove ormai agiscono con tecniche paramilitari.
- Le bande non vogliono controllare il territorio ma nascondere uomini e armi. Oltre a fare soldi grazie all’immigrazione illegale.
- L’esperta Elisa Garfagna: «Si può commissionare di tutto, da un assassinio a un incendio doloso. E si può pagare a rate».
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.
Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.
In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.
Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.
I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.
Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla.
Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. Non solo criminalità organizzata, ma un indicatore di come la fragilità di uno Stato possa diventare una minaccia esportabile.
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