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2026-01-05
Droga, estorsioni e omicidi mirati. La mafia turca si espande in Europa
Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.
Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.
In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.
Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.
I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.
Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla.
Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. Non solo criminalità organizzata, ma un indicatore di come la fragilità di uno Stato possa diventare una minaccia esportabile.
Arsenali e clandestini. L’Italia è usata come base logistica
L’Italia non è più soltanto un territorio di passaggio per la criminalità straniera. Negli ultimi anni è diventata una retrovia operativa stabile per una nuova generazione di gruppi criminali turchi, strutture fluide e violente che agiscono su scala europea e che utilizzano il nostro Paese come base logistica, finanziaria e di copertura. Le inchieste giudiziarie più recenti mostrano un salto di qualità: non bande marginali, ma organizzazioni armate, capaci di muovere armi da guerra, droga e uomini lungo direttrici che collegano la Turchia ai Balcani, all’Europa centrale e al Mediterraneo.
Gli arresti disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano lo scorso 17 dicembre, si inseriscono in questo quadro. Al centro di uno dei fascicoli più delicati c’è Baris Boyun (arrestato a Viterbo nel 2024 e che è in carcere con il 41 bis dal 2024), indicato dagli inquirenti come figura di vertice di una rete accusata di associazione per delinquere armata, traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, falsificazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’organizzazione che, secondo l’accusa, non avrebbe avuto come obiettivo l’Italia in sé, ma avrebbe scelto il territorio italiano come piattaforma sicura da cui pianificare e sostenere attività criminali destinate a colpire altrove. Le carte giudiziarie raccontano un modello ormai consolidato che non è non sfuggito al ministero degli Interni e ai vertici del comparto sicurezza. Le azioni più violente – omicidi, attentati, regolamenti di conti – vengono progettate o consumate fuori dai confini nazionali, mentre in Italia restano le funzioni meno visibili ma decisive: l’approvvigionamento delle armi, il transito dei fondi, la protezione dei latitanti, l’organizzazione degli spostamenti. È una strategia già vista con altre mafie transnazionali, ma qui assume una dimensione particolarmente allarmante per la quantità e la qualità dell’armamento intercettato e per la capacità di muoversi rapidamente tra diversi Paesi europei.
Un primo campanello d’allarme era suonato già nel 2024, quando un’indagine partita dal Nord Italia aveva portato a una serie di arresti di cittadini turchi collegati a omicidi commessi in altri Stati europei. In quel caso, l’Italia emergeva come luogo di rifugio e riorganizzazione, non come teatro della violenza. Lo stesso schema ritorna oggi: depositi improvvisati, abitazioni di copertura, strutture ricettive utilizzate per nascondere armi e uomini. In almeno un episodio recente nel Lazio, gli investigatori hanno sequestrato armi e materiali che fanno pensare a una faida criminale importata, con radici in Turchia ma ramificazioni operative sul nostro territorio.
La domanda che attraversa tutte le inchieste è sempre la stessa: perché l’Italia? La risposta non è ideologica, ma pragmatica. L’Italia offre snodi logistici strategici, una posizione geografica centrale, collegamenti rapidi con i Balcani e l’Europa occidentale, e una lunga esperienza – anche criminale – che produce zone grigie facilmente sfruttabili. Le reti turche non paiono interessate a un controllo diretto del territorio, né a entrare in conflitto con le mafie storiche. Puntano piuttosto a inserirsi nei vuoti, a utilizzare l’infrastruttura esistente per i propri scopi, mantenendo un profilo basso sul piano della violenza locale. Sul fondo rimane un elemento politicamente sensibile, ma sempre più presente nelle analisi investigative: il legame tra l’espansione di queste organizzazioni e il progressivo indebolimento delle istituzioni in Turchia. Epurazioni, corruzione e collusioni hanno creato un contesto in cui settori della criminalità organizzata hanno potuto rafforzarsi e proiettarsi all’estero. Non è un’accusa formale allo Stato turco, ma una dinamica già vista in altri contesti: quando i controlli interni si allentano, il crimine si internazionalizza. La mafia turca, a differenza delle organizzazioni tradizionali, non cerca mai il consenso sociale e non ha bisogno di radicamento culturale. È una criminalità pragmatica, mobile, ben armata, che ragiona per reti e non per territori. Ed è proprio questa caratteristica a renderla difficile da intercettare e, allo stesso tempo, estremamente pericolosa. Gli arresti delle ultime settimane dimostrano che l’attenzione delle procure è alta, ma mostrano anche un dato inquietante: l’Italia rischia di essere percepita sempre più come un retroterra sicuro per guerre criminali combattute altrove. Una condizione che, se sottovalutata, può trasformare una base logistica silenziosa in un problema di sicurezza nazionale. I reati, scrive il procuratore di Milano Marcello Viola, «sono tutti finalizzati a destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in Europa».
A rendere il quadro ancora più critico è la dimensione europea del fenomeno. Le indagini italiane si intrecciano sempre più spesso con dossier aperti in Germania, Olanda, Belgio e nei Paesi scandinavi, dove gli stessi nomi e le stesse sigle riemergono in contesti diversi. Le reti criminali turche dimostrano una notevole capacità di adattamento: cambiano Paese, mutano gli assetti, sfruttano i vuoti normativi e la lentezza delle cooperazioni giudiziarie. In questo scenario, l’Italia non è un’eccezione ma un anello strategico. Un dettaglio, nelle informative, torna con insistenza: la centralità dei «servizi» collaterali, quelli che non sparano ma rendono possibile tutto il resto. Appartamenti intestati a prestanome, auto a noleggio pagate in contanti, telefoni e sim intestate a soggetti di comodo, money transfer spezzettati in micro-trasferimenti, società usa-e-getta utili a giustificare flussi di cassa e spostamenti. È la normalità apparente che protegge l’eccezione criminale. E poi c’è il capitolo delle armi: non soltanto pistole, ma disponibilità di materiale che suggerisce la volontà di reggere uno scontro, di intimidire, di imporre disciplina interna. Quando una rete così si appoggia a un territorio, anche senza «fare guerra» in casa, lascia tracce. Il punto è intercettarle prima che diventino sistema.
«I killer offrono i loro servizi su Telegram»
Elisa Garfagna studia i fenomeni criminali e terroristici sul web.
Che cosa fanno i mafiosi turchi sui social network?
«Oggi le reti criminali turche non si nascondono più nell’ombra, ma hanno invaso il mondo digitale trasformando le app di messaggistica in veri e propri marketplace della violenza. Sulle piattaforme crittografate si vendono omicidi, estorsioni e traffico di droga con una sfrontatezza disarmante. Il loro obiettivo principale è la propaganda: usano i social per adescare i giovanissimi, ostentando una vita fatta di auto di lusso, mazzette di contanti e armi pesanti, dipingendo il crimine come l’unica via d’uscita per ottenere rispetto e potere. La vera svolta però è l’arruolamento: certi canali chiedono agli aspiranti killer di inviare un curriculum vitae dettagliato, specificando le proprie “competenze” nel mondo del malaffare».
Quali sono le piattaforme preferite ?
«Il quartier generale di questa malavita 2.0 è senza dubbio Telegram. La protezione offerta dalla crittografia ha permesso la proliferazione di canali dai nomi agghiaccianti come “Il posto del sicario” (Tetikçi Mekanı) o “Squadra di assassini” (Suikast Timi). Questi spazi funzionano come club privati: sono comunità chiuse dove si entra solo con il via libera dell’amministratore, come accade per il gruppo “Tetikçi Nsth”, nato appena nel novembre 2024. Questa precisa struttura rende quasi impossibile il lavoro di infiltrazione e monitoraggio per polizie e investigatori».
Ci sono casi conosciuti di minori ingaggiati per compiere crimini?
«Purtroppo non è solo un sospetto, ma una strategia ben precisa e in forte crescita: solo nel 2024 si è registrato un aumento del 13% dei sospettati minorenni. Le gang approfittano del codice penale turco, che permette agli under 18 di godere di sconti di pena fino al 75%. Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica è quello del ventunenne Görkem Mete: nel maggio 2025 ha confessato di aver accettato un “contratto” via Telegram per 250.000 lire, volando fino a Cipro del Nord per crivellare di colpi un’auto, il tutto mentre riceveva istruzioni in tempo reale via chat dai suoi mandanti in Turchia».
È vero che offrono omicidi su commissione, e quanto costano?
«La realtà supera la finzione di un romanzo criminale! Questi gruppi pubblicizzano “servizi di esecuzione professionale” con slogan che sembrano pubblicitari, tipo “Kralına bir gece suikast” ovvero “Un attentato al re in una notte” promettendo esecuzioni notturne impeccabili. Il listino prezzi per un omicidio a Istanbul oscilla solitamente tra i 2 e i 3 milioni di lire turche, circa 60-90.000 dollari. Per chi ha meno budget, esistono opzioni più economiche che partono da 200.000 lire (7.000 dollari), e la normalizzazione è tale che in alcuni canali vengono proposti persino pagamenti a rate per finanziare un delitto».
Quali altri servizi pubblicizzano?
«Il catalogo del crimine è vasto. Si possono commissionare incendi dolosi per 350 dollari o sparatorie intimidatorie contro uffici per 1.400 dollari. Telegram è anche la corsia preferenziale per i trafficanti di uomini: gruppi con migliaia di iscritti offrono rotte verso l’Italia o la Germania a circa 4.500 euro a testa. Il prezzo raddoppia per i latitanti o chi ha il passaporto bloccato dalla magistratura, arrivando a oltre 10.000 euro. Sotto nomi di facciata come “servizi di corriere”, si nascondono poi il traffico di droga e complessi servizi di “protezione” mafiosa».
Perché le piattaforme non bloccano questi gruppi?
«Il problema è digitale e sociale al tempo stesso. L’anonimato digitale permette ai criminali di incassare il denaro e far sparire l’account in pochi secondi, rendendo inutili tutte le segnalazioni. Ma a pesare è soprattutto la cornice sociale turca: con una disoccupazione giovanile che tocca il 15,1% e un sistema dove la carriera dipende dalla fedeltà politica a Recep Tayyip Erdogan piuttosto che dal merito, moltissimi giovani finiscono per vedere in queste vetrine digitali della morte l’unica possibilità concreta di guadagno e di riscatto».
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Sfruttando le purghe di Erdogan tra magistrati e poliziotti, i delinquenti locali hanno aumentato reclutamenti e giro d’affari. Per poi proiettarsi nel Vecchio continente, dove ormai agiscono con tecniche paramilitari.Le bande non vogliono controllare il territorio ma nascondere uomini e armi. Oltre a fare soldi grazie all’immigrazione illegale.L’esperta Elisa Garfagna: «Si può commissionare di tutto, da un assassinio a un incendio doloso. E si può pagare a rate».Lo speciale contiene tre articoli.Nel giro di un decennio la Turchia ha smontato pezzo dopo pezzo il proprio apparato di sicurezza e giustizia. Epurazioni, promozioni per fedeltà politica e corruzione ad alti livelli hanno ridotto polizia, intelligence e magistratura a istituzioni più utili alla stabilità del potere che alla tenuta dello Stato. È in questo contesto – segnato dalla leadership di Recep Tayyip Erdogan e dall’alleanza con l’ultranazionalista Mhp – che, secondo Nordic Monitor, è maturata una nuova generazione di reti mafiose: più giovani, più mobili, più armate e soprattutto ormai proiettate in Europa. Il salto di qualità è duplice. Da un lato queste bande operano su tutto lo spettro criminale: droga, riciclaggio, estorsioni, contrabbando di armi. Dall’altro hanno esportato all’estero il proprio modello: faide interne, omicidi su commissione, intimidazioni pubbliche e struttura quasi paramilitare. La cronaca europea degli ultimi anni – tra agguati, arresti e sequestri di arsenali – racconta un fenomeno che non può più essere letto come semplice «delinquenza d’importazione». È la proiezione esterna di un degrado istituzionale interno.Il punto di svolta arrivò nel 2013, quando l’Akp riuscì a sopravvivere alle grandi inchieste per corruzione che avevano lambito la cerchia del premier di allora, Erdogan. Quelle indagini chiamavano in causa personaggi collegati a un promotore iraniano già sanzionato dagli Usa e a un ex finanziatore saudita di Al-Qaeda. Dopo il 2016, col «golpe di cartone» usato da Erdogan come acceleratore della purga nello Stato turco, lo smantellamento divenne sistematico: decine di migliaia di ufficiali, pm, giudici e analisti furono licenziati o incarcerati e rimpiazzati da fedelissimi spesso privi di esperienza e autonomia. E così figure allontanate in passato per legami con la criminalità organizzata sono state persino reintegrate e collocate in posizioni sensibili di controllo su polizia e tribunali.In parallelo, Ankara ha tollerato – e talvolta usato – circuiti criminali come strumenti informali di pressione. Nordic Monitor cita due nomi diventati simbolici: Alaaddin Çakici, boss mafioso condannato, e Sedat Peker, figura emblematica dei rapporti tra politica, intimidazione e sottobosco criminale. Il risultato, sul piano sociale, è un bacino di reclutamento quasi infinito: giovani senza prospettive, spesso provenienti dalle periferie più povere di Istanbul, attratti da denaro facile, status e identità di gruppo. È da qui che spuntano clan con nomi presi dall’immaginario pop – Daltonlar, Casperlar, Red Kits, Çirkinler – aggregati flessibili ma feroci, capaci di trasformare i social in vetrina di potere. Su TikTok, Instagram e Telegram ostentano armi, lanciano minacce e costruiscono reputazioni. Il reclutamento include minorenni. Tra le sigle più note, il gruppo di Baris Boyun, nato nell’area di Beyoglu-Kasımpaşa a Istanbul. Boyun – oggi detenuto in Italia – è descritto come uno dei capi più temuti, con una rete accusata di omicidi e «servizi» per altre organizzazioni internazionali. A questa galassia viene collegato l’assassinio del boss serbo Jovan Vukotić, leader del cartello Škaljari, ucciso a colpi d’arma da fuoco a Istanbul nel settembre 2022 da sicari in moto. Il «contratto», secondo l’accusa turca, avrebbe avuto un valore di 1,5 milioni di euro. Boyun, che rivendica identità curda e alevita, è al centro di una battaglia sull’estradizione e – sempre secondo Nordic Monitor – affronta anche contestazioni in Italia.Un atto d’accusa recente contro il gruppo di Istanbul avrebbe rivelato l’uso di 40 minorenni tra 15 e 18 anni come sicari e manovalanza per estorsioni e raid armati. Molti sarebbero adolescenti siriani e azeri portati in città e spinti a sparare con promesse di denaro o minacce. Le ragazze, in alcuni casi, sarebbero state usate per filmare gli attacchi o adescare le vittime. Sul fronte rivale emergono i Dalton, guidati da Berat Can Gökdemir, curdo della provincia di Batman. Inizialmente vicino a Boyun, si sarebbe poi separato dopo una rottura. Nordic Monitor segnala che Gökdemir si troverebbe in Russia. I Dalton sono citati anche per l’attacco al consolato iracheno a Şişli (Istanbul) nel marzo 2025, presentato come rappresaglia dopo l’arresto in Iraq di Ahmet Mustafa Timo, detto «Timocan», e il suo trasferimento in Turchia. Nella rete compaiono anche arresti e rimpatri: Sinan Memi fermato a Varsavia (settembre 2024) ed estradato; Atakan Avci, condannato a 30 anni per droga, catturato a Sofia (novembre 2024). Il dossier allarga poi il quadro all’estero: a maggio 2025 i Dalton vengono indicati anche in relazione a un attacco armato contro agenti dell’intelligence greca a Salonicco durante una sorveglianza; Atene avrebbe arrestato sei cittadini turchi e sequestrato un deposito di armi. E ancora: nel settembre 2023 sei uomini della rete di Boyun furono uccisi ad Artemida, nei pressi di Atene, in un’agguato attribuito a Dalton o Red Kits.I Red Kits sarebbero guidati da Ferhat Delen, curdo di Mardin, e vengono descritti come evoluzione di una rete nata dagli ultras del Fenerbahçe ( serie A turca) e trasformata in gang. Delen è accusato di aver orchestrato sparatorie contro capi ultras come Cem Gölbaşi e Ibrahim Gümüş, sopravvissuti. Secondo Nordic Monitor, anche lui si nasconderebbe in Grecia.Tra i gruppi più spietati troviamo i Casper, emersi dopo un attacco notturno davanti a un ospedale di Bahçelievler, con colpi esplosi contro l’edificio per colpire un rivale ferito: feriti un poliziotto, due gendarmi, una guardia e un civile. La leadership viene attribuita a Ismail Atiz, detto «Hamuş», anch’egli di Mardin: arrestato in Germania a luglio, poi rilasciato e nuovamente fermato in Italia. Nel mosaico rientra anche il gruppo di Emrah Ayverdi, in faida con la fazione Boyun, con episodi come l’attacco con granate contro una sala matrimoni nel quartiere Eyüp. Accanto alle gang «brandizzate», ci sono clan familiari: i Bayrolar (quattro fratelli, molti all’estero) e i Baygaralar guidati dal latitante Ramazan Baygara, legato a omicidi di alto profilo, tra cui quello del vicepreside di una scuola a Tuzla. Il punto, però, è l’Europa. La Spagna viene indicata come nuova piattaforma operativa: costa mediterranea, affitti brevi, mobilità Schengen, turismo e un ecosistema criminale già rodato tra riciclaggio e armi. Il 3 agosto 2025 a Torrevieja (Alicante) è stato ucciso Caner Koçer, figura del clan Dalton: un omicidio attribuito ai Casper per indebolire la leadership. Tre i sospetti fermati, tra cui Burak Bulut, entrato in Spagna con un’auto rubata in Francia. Poche settimane dopo, il 31 ottobre 2025, la polizia intercetta vicino Torrevieja un veicolo con targa francese e un carico di Kalashnikov: armi riconducibili a Mensur Gümüş, leader dei Çirkinler, poi arrestato con due complici. Segnali che certificano la trasformazione della Spagna: non più rifugio, ma la retrovia di una guerra tra clan. Come osserva Nordic Monitor la sicurezza europea sta subendo le conseguenze del collasso istituzionale turco. Bande digitali, giovanissime, armate e transnazionali sono ormai un problema strutturale. 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Le inchieste giudiziarie più recenti mostrano un salto di qualità: non bande marginali, ma organizzazioni armate, capaci di muovere armi da guerra, droga e uomini lungo direttrici che collegano la Turchia ai Balcani, all’Europa centrale e al Mediterraneo.Gli arresti disposti dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano lo scorso 17 dicembre, si inseriscono in questo quadro. Al centro di uno dei fascicoli più delicati c’è Baris Boyun (arrestato a Viterbo nel 2024 e che è in carcere con il 41 bis dal 2024), indicato dagli inquirenti come figura di vertice di una rete accusata di associazione per delinquere armata, traffico internazionale di armi, droga, riciclaggio, falsificazione di documenti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Un’organizzazione che, secondo l’accusa, non avrebbe avuto come obiettivo l’Italia in sé, ma avrebbe scelto il territorio italiano come piattaforma sicura da cui pianificare e sostenere attività criminali destinate a colpire altrove. Le carte giudiziarie raccontano un modello ormai consolidato che non è non sfuggito al ministero degli Interni e ai vertici del comparto sicurezza. Le azioni più violente – omicidi, attentati, regolamenti di conti – vengono progettate o consumate fuori dai confini nazionali, mentre in Italia restano le funzioni meno visibili ma decisive: l’approvvigionamento delle armi, il transito dei fondi, la protezione dei latitanti, l’organizzazione degli spostamenti. È una strategia già vista con altre mafie transnazionali, ma qui assume una dimensione particolarmente allarmante per la quantità e la qualità dell’armamento intercettato e per la capacità di muoversi rapidamente tra diversi Paesi europei.Un primo campanello d’allarme era suonato già nel 2024, quando un’indagine partita dal Nord Italia aveva portato a una serie di arresti di cittadini turchi collegati a omicidi commessi in altri Stati europei. In quel caso, l’Italia emergeva come luogo di rifugio e riorganizzazione, non come teatro della violenza. Lo stesso schema ritorna oggi: depositi improvvisati, abitazioni di copertura, strutture ricettive utilizzate per nascondere armi e uomini. In almeno un episodio recente nel Lazio, gli investigatori hanno sequestrato armi e materiali che fanno pensare a una faida criminale importata, con radici in Turchia ma ramificazioni operative sul nostro territorio.La domanda che attraversa tutte le inchieste è sempre la stessa: perché l’Italia? La risposta non è ideologica, ma pragmatica. L’Italia offre snodi logistici strategici, una posizione geografica centrale, collegamenti rapidi con i Balcani e l’Europa occidentale, e una lunga esperienza – anche criminale – che produce zone grigie facilmente sfruttabili. Le reti turche non paiono interessate a un controllo diretto del territorio, né a entrare in conflitto con le mafie storiche. Puntano piuttosto a inserirsi nei vuoti, a utilizzare l’infrastruttura esistente per i propri scopi, mantenendo un profilo basso sul piano della violenza locale. Sul fondo rimane un elemento politicamente sensibile, ma sempre più presente nelle analisi investigative: il legame tra l’espansione di queste organizzazioni e il progressivo indebolimento delle istituzioni in Turchia. Epurazioni, corruzione e collusioni hanno creato un contesto in cui settori della criminalità organizzata hanno potuto rafforzarsi e proiettarsi all’estero. Non è un’accusa formale allo Stato turco, ma una dinamica già vista in altri contesti: quando i controlli interni si allentano, il crimine si internazionalizza. La mafia turca, a differenza delle organizzazioni tradizionali, non cerca mai il consenso sociale e non ha bisogno di radicamento culturale. È una criminalità pragmatica, mobile, ben armata, che ragiona per reti e non per territori. Ed è proprio questa caratteristica a renderla difficile da intercettare e, allo stesso tempo, estremamente pericolosa. Gli arresti delle ultime settimane dimostrano che l’attenzione delle procure è alta, ma mostrano anche un dato inquietante: l’Italia rischia di essere percepita sempre più come un retroterra sicuro per guerre criminali combattute altrove. Una condizione che, se sottovalutata, può trasformare una base logistica silenziosa in un problema di sicurezza nazionale. I reati, scrive il procuratore di Milano Marcello Viola, «sono tutti finalizzati a destabilizzare gli assetti dello Stato turco e a creare allarme sociale anche in Europa».A rendere il quadro ancora più critico è la dimensione europea del fenomeno. Le indagini italiane si intrecciano sempre più spesso con dossier aperti in Germania, Olanda, Belgio e nei Paesi scandinavi, dove gli stessi nomi e le stesse sigle riemergono in contesti diversi. Le reti criminali turche dimostrano una notevole capacità di adattamento: cambiano Paese, mutano gli assetti, sfruttano i vuoti normativi e la lentezza delle cooperazioni giudiziarie. In questo scenario, l’Italia non è un’eccezione ma un anello strategico. Un dettaglio, nelle informative, torna con insistenza: la centralità dei «servizi» collaterali, quelli che non sparano ma rendono possibile tutto il resto. Appartamenti intestati a prestanome, auto a noleggio pagate in contanti, telefoni e sim intestate a soggetti di comodo, money transfer spezzettati in micro-trasferimenti, società usa-e-getta utili a giustificare flussi di cassa e spostamenti. È la normalità apparente che protegge l’eccezione criminale. E poi c’è il capitolo delle armi: non soltanto pistole, ma disponibilità di materiale che suggerisce la volontà di reggere uno scontro, di intimidire, di imporre disciplina interna. Quando una rete così si appoggia a un territorio, anche senza «fare guerra» in casa, lascia tracce. Il punto è intercettarle prima che diventino sistema. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/mafia-turca-espande-europa-2674848653.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-killer-offrono-i-loro-servizi-su-telegram" data-post-id="2674848653" data-published-at="1767639798" data-use-pagination="False"> «I killer offrono i loro servizi su Telegram» Elisa Garfagna studia i fenomeni criminali e terroristici sul web.Che cosa fanno i mafiosi turchi sui social network?«Oggi le reti criminali turche non si nascondono più nell’ombra, ma hanno invaso il mondo digitale trasformando le app di messaggistica in veri e propri marketplace della violenza. Sulle piattaforme crittografate si vendono omicidi, estorsioni e traffico di droga con una sfrontatezza disarmante. Il loro obiettivo principale è la propaganda: usano i social per adescare i giovanissimi, ostentando una vita fatta di auto di lusso, mazzette di contanti e armi pesanti, dipingendo il crimine come l’unica via d’uscita per ottenere rispetto e potere. La vera svolta però è l’arruolamento: certi canali chiedono agli aspiranti killer di inviare un curriculum vitae dettagliato, specificando le proprie “competenze” nel mondo del malaffare».Quali sono le piattaforme preferite ?«Il quartier generale di questa malavita 2.0 è senza dubbio Telegram. La protezione offerta dalla crittografia ha permesso la proliferazione di canali dai nomi agghiaccianti come “Il posto del sicario” (Tetikçi Mekanı) o “Squadra di assassini” (Suikast Timi). Questi spazi funzionano come club privati: sono comunità chiuse dove si entra solo con il via libera dell’amministratore, come accade per il gruppo “Tetikçi Nsth”, nato appena nel novembre 2024. Questa precisa struttura rende quasi impossibile il lavoro di infiltrazione e monitoraggio per polizie e investigatori».Ci sono casi conosciuti di minori ingaggiati per compiere crimini?«Purtroppo non è solo un sospetto, ma una strategia ben precisa e in forte crescita: solo nel 2024 si è registrato un aumento del 13% dei sospettati minorenni. Le gang approfittano del codice penale turco, che permette agli under 18 di godere di sconti di pena fino al 75%. Un caso che ha sconvolto l’opinione pubblica è quello del ventunenne Görkem Mete: nel maggio 2025 ha confessato di aver accettato un “contratto” via Telegram per 250.000 lire, volando fino a Cipro del Nord per crivellare di colpi un’auto, il tutto mentre riceveva istruzioni in tempo reale via chat dai suoi mandanti in Turchia».È vero che offrono omicidi su commissione, e quanto costano?«La realtà supera la finzione di un romanzo criminale! Questi gruppi pubblicizzano “servizi di esecuzione professionale” con slogan che sembrano pubblicitari, tipo “Kralına bir gece suikast” ovvero “Un attentato al re in una notte” promettendo esecuzioni notturne impeccabili. Il listino prezzi per un omicidio a Istanbul oscilla solitamente tra i 2 e i 3 milioni di lire turche, circa 60-90.000 dollari. Per chi ha meno budget, esistono opzioni più economiche che partono da 200.000 lire (7.000 dollari), e la normalizzazione è tale che in alcuni canali vengono proposti persino pagamenti a rate per finanziare un delitto».Quali altri servizi pubblicizzano?«Il catalogo del crimine è vasto. Si possono commissionare incendi dolosi per 350 dollari o sparatorie intimidatorie contro uffici per 1.400 dollari. Telegram è anche la corsia preferenziale per i trafficanti di uomini: gruppi con migliaia di iscritti offrono rotte verso l’Italia o la Germania a circa 4.500 euro a testa. Il prezzo raddoppia per i latitanti o chi ha il passaporto bloccato dalla magistratura, arrivando a oltre 10.000 euro. Sotto nomi di facciata come “servizi di corriere”, si nascondono poi il traffico di droga e complessi servizi di “protezione” mafiosa».Perché le piattaforme non bloccano questi gruppi?«Il problema è digitale e sociale al tempo stesso. L’anonimato digitale permette ai criminali di incassare il denaro e far sparire l’account in pochi secondi, rendendo inutili tutte le segnalazioni. Ma a pesare è soprattutto la cornice sociale turca: con una disoccupazione giovanile che tocca il 15,1% e un sistema dove la carriera dipende dalla fedeltà politica a Recep Tayyip Erdogan piuttosto che dal merito, moltissimi giovani finiscono per vedere in queste vetrine digitali della morte l’unica possibilità concreta di guadagno e di riscatto».
Silvia Salis (Imagoeconomica)
«Quest’attenzione nazionale mi lusinga». Fieramente contraria alle primarie fino a una settimana fa (per la felicità di Elly Schlein che non la sopporta), Silvia Salis ha puntato il tacco 10 Manolo Blahnik da 1.200 euro e ha fatto inversione di marcia. «Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione». È bastata la benedizione di Bloomberg per far cambiare idea alla sindaca di Genova e veder calare un’espressione sofferente sul volto della segretaria del Pd. Così la sinistra post-liceale con chitarra e spartito di Manu Chao rischia di dover cedere il passo a quella da vernissage, tendenza Greenwich Village in abito da cocktail.
Non un cambio da niente sul fronte del porto. Ma Bloomberg non può essere ignorato e il reportage del network statunitense interpreta il comune sentire in crescita nei corridoi del Nazareno. «Lei è il nuovo volto italiano», titola il sito nella sezione politica, e argomenta così: «La sconfitta referendaria subita dalla premier sta galvanizzando l’opposizione. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento ma a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. L’ex lanciatrice di martello olimpica (miglior piazzamento 30ª ai giochi di Londra, ndr) scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile».
Accompagnata da una borsa Vuitton bianca più grande di lei, la Salis presentabile va alla guerra contro Schlein in pocho. Per ora è un approccio gentile, poco conflittuale, prosecco e tartina signora mia. Ma come spiega a Bloomberg, alcuni paletti si vedono con chiarezza sullo sfondo. «Sebbene l’opposizione, composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Pd di centrosinistra al Movimento 5 stelle populista fino ad Avs sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i No al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni. I due principali contendenti sono Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader Pd dal 2023…».
I puntini di sospensione sono proiettili, traccianti che indicano l’elemento di corto circuito in agguato. Lei. A questo punto il triangolo rosso si fa imbarazzante. Se Conte è indiscutibilmente il «lui», che un minuto dopo lo spoglio dei No ha lanciato le primarie ed è stato (guarda la coincidenza) incoronato proprio da Bloomberg come astro rinascente del campo largo, Elly non può che essere «l’altra», quella da corteggiare nelle piazze pro Pal ma da lasciare a casa a sgranocchiare lupini sul divano nelle feste comandate come le elezioni politiche. La segretaria e i fedelissimi del «tortellino magico» si vedono già a Palazzo Chigi, non vorrebbero passare dalla trappola delle primarie e guardano con fastidio le ambizioni altrui. Quelle di Conte che brama il grande rientro sull’onda dei successi del reddito di cittadinanza e del Superbonus (totale debito 200 miliardi) ed ora quelle della sindaca lusingata.
Nella tonnara di centrosinistra si materializza un altro campanello d’allarme per Schlein: la ritrovata consonanza fra il deus ex machina Dario Franceschini e Matteo Renzi. Da abile navigatore da retrobottega, l’ex premier prova a dare le carte e benedice a sua volta le primarie: «Vedo due ipotesi. Se si va a votare in primavera del 2027 fai le primarie nell’autunno del ’26, se invece si va a votare a giugno a scadenza naturale della legislatura, si possono fare nella primavera del 2027», ha detto a Sky Start. Poi l’endorsement: «Mi piacerebbe che ci sia un candidato dell’area riformista. Io voterei Silvia Salis ma i nomi comunque arrivano dopo, prima arrivano le proposte. Le primarie hanno un effetto catartico: dobbiamo portare tre milioni di persone alle urne e poi chi perde appoggerà chi vince».
Per lui intrufolarsi con il 2% di Italia viva è facile ma la sua presenza (considerata tossica come il lattosio dai grillini) è destinata a creare ulteriori imbarazzi. Così lo scenario, già complesso, diventa un rebus: Conte pretende una soglia precisa in percentuale e non vuole il doppio turno perché fiuta la trappola della morsa piddina, Schlein chiede l’atto di fede al partito e propone l’antico smacchiatore di giaguari Pierluigi Bersani come federatore. Il mal di testa è totale, ci mancava Bloomberg a caricare come un’auto elettrica lady Salis. «Se mi chiedessero di candidarmi ci sarei», è la martellata della martellista. Che si prepara al «fatti più in là» con il tacco da guerra ed è pronta a sfilare contro il caro bollette con la Vuitton tendenza Kate Middleton. Chissà come la prendono i camalli.
Conte inizia il tour di autoinvestitura con un occhio a Trump e uno a cinesi
È iniziato il Conte alla rovescia. Cresce l’attivismo del leader M5s, Giuseppe Conte, ossessionato dalla voglia di tornare a Palazzo Chigi. Prima il pranzo, un po’ indigesto, con l’emissario di Donald Trump in Italia, Paolo Zampolli, poi il lancio del suo libro manifesto politico Una nuova primavera, che esce in libreria martedì prossimo, e ancora i messaggi di apertura a Pechino e la frenata sul gas russo. Tutto e il contrario di tutto, che per il CamaleConte è pane quotidiano.
Per uno che è stato presidente del Consiglio, prima in alleanza con la Lega e poi con il Pd, andare a braccetto prima con Trump e poi con Xi Jimping è un gioco da ragazzi. L’avvocatino di Volturara Appula si è fatto prima intervistare (e adulare) da Bloomberg, colosso dell’informazione mondiale con sede a New York, mass media di orientamento pragmatico tutto orientato al business, che lo incorona alla guida del campo progressista, insieme a Silvia Salis, scartando a priori l’ipotesi Elly Schlein, salvo poi rispolverare il suo vecchio cavallo di battaglia: la Via della Seta.
In tutto questo calderone, il campione del mondo di cinismo e trasformismo si fa ben consigliare dall’ambasciatore Pietro Benassi, che è stato il suo sottosegretario a Palazzo Chigi e che ambisce a diventare il ministro degli Esteri del suo, immaginario, terzo governo.
Dunque, il derby Conte-Salis è iniziato con la benedizione di Bloomberg, che non prevede il terzo incomodo Schlein, buttata fuori alle qualificazioni. L’operazione simpatia attraverso il suo libro, che Conte presenterà in tutta Italia, è partita e punta a rilanciare la sua immagine sbiadita e chiacchierata, lanciando nello stesso tempo un’Opa alla sinistra. Ma lo fa, ovviamente, a modo suo, in maniera piuttosto contraddittoria e sgangherata, abituato com’è a tenere i piedi su più staffe, per non rischiare di cadere. Come dice Bloomberg «la sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni sta galvanizzando l’opposizione italiana», ma soprattutto sta eccitando il professor Conte che lancia nel mare della politica italiana la sua «rete», provando a farci finire dentro la destra.
Tra le altre cose, il proposito che più allarma, è che Conte apra di nuovo alla Cina. «L’Italia deve proteggere i propri interessi anche guardando alla Cina», lascia a verbale. Torna in gloria il «partito cinese» tanto caro a Massimo D’Alema e a Romano Prodi e ora, all’uomo che si autocandida alla guida del campo largo. Lo stesso che nella sua precedente stagione a Palazzo Chigi portò in Italia trionfante Xi Jinping, il dittatore cinese a cui non sembrò vero di mostrare in mondovisione con quanta riverenza veniva ricevuto nel cuore dell’Occidente. Ecco cosa ci aspetterebbe se Conte tornasse ad essere premier nel 2027. Non solo lo sfascio dei conti pubblici (Conte è quello del superbonus), non solo il giustizialismo, ma un secco spostamento del Paese verso l’asse geopolitico anti-Occidente. Meloni ha tenuto l’Italia nella metà campo giusta, l’avvocato del popolo si schiererebbe da quell’altra.
Ma c’è di peggio. Conte accusa Meloni di essere inginocchiata a Trump. Tuttavia in Italia si vede, di nascosto, con il suo inviato. Vuole salire di nuovo sul cavallo made in China. Senza considerare che nel 2025, l’Ue ha esportato beni in Cina per un valore di 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, registrando un deficit commerciale di 359,8 miliardi di euro. Rispetto al 2024, le esportazioni sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni sono aumentate del 6,4%. Lo dice l’Eurostat. Tradotto: la Cina ci riempie di spazzatura e noi glielo lasciamo fare. I dazi di Trump, che Conte osteggia, servono proprio a rallentare questa ondata di merce scadente. Ma Conte preferisce lo stesso essere amico della Cina anche se, in disparte, liscia il pelo a Trump. Il cortocircuito della sinistra è evidente.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Dopo un’ampia panoramica sulla situazione politica, economica ed internazionale, e la rinnovata fiducia nel segretario, l’attenzione si è concentrata sul futuro di Forza Italia. È emersa una visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento nello spirito e con i valori del fondatore Silvio Berlusconi. All’incontro hanno partecipato Gianni Letta ed il dottor Danilo Pellegrino (amministratore delegato di Fininvest, ndr)». «Quello con il segretario nazionale di Forza Italia, e vicepremier, Antonio Tajani è stato un incontro molto positivo», fanno sapere all’Ansa fonti dei Berlusconi. Piena fiducia in Tajani da parte della famiglia, quindi, almeno sulla carta, ma del resto Forza Italia in questo momento non può fare a meno del vicepremier e ministro degli Esteri, per almeno due ragioni. La prima: Tajani gode del sostegno di Giorgia Meloni, che ha nel ministro degli Esteri un elemento di stabilizzazione del governo. Tajani non ha mai creato il minimo problema alla Meloni, anzi c’è chi lo accusa di essere fin troppo «appiattito» sulla premier. Accuse che arrivano da chi, al posto suo, sarebbe appiattito tale e quale: la Meloni ha un rapporto diretto con la famiglia, e il leader di Forza Italia, chiunque sia, non può certo permettersi strappi e prese di distanza. Secondo motivo della stabilità di Tajani: non si capisce per quale motivo dovrebbe essere sostituito, considerato che il partito è sopravvissuto alla scomparsa di Silvio Berlusconi molto meglio di quelle che erano alcune previsioni. Al Sud in particolare Fi è sostanzialmente sulle stesse percentuali di Fratelli d’Italia, mentre a livello nazionale si colloca stabilmente intorno al 10%. Non si intravede un trascinatore di masse in grado di far crescere Fi, tanto è vero che alla fine dei giochi il famigerato «rinnovamento», almeno fino ad ora, è consistito nello scambio di postazioni tra Stefania Craxi e Maurizio Gasparri: la prima è diventata capogruppo al Senato, il secondo presidente della Commissione Affari Esteri e Difesa di Palazzo Madama. Un altro cambio potrebbe avvenire alla Camera, dove Paolo Barelli sarebbe sul punto di lasciare il ruolo di capogruppo: la disponibilità a un passo indietro c’è stata, ora bisogna individuare il successore. C’è poi tutta la questione dei congressi, quello nazionale e quelli regionali, che qualcuno vorrebbe rimandare, qualcuno confermare, ma qui siamo di fronte a contrasti tra dirigenti locali, giochi e giochetti di potere in vista della partita delle candidature alle politiche del 2027. Non prima: se c’è una cosa che tutte le nostre fonti ci confermano è che Forza Italia non ha la minima intenzione di partecipare a eventuali giochetti di palazzo che abbiano l’obiettivo di sostituire in corsa Giorgia Meloni con qualche professorone sostenuto pure dal Pd. Il centrodestra, ricordiamolo, governa compatto in Regioni e città, ha una storia ormai più che quarantennale e nessuno, tra deputati e senatori, ha la minima intenzione di assumersi una responsabilità così pesante. Diverso lo scenario per il dopo-elezioni: con l’attuale legge elettorale, in caso di un sostanziale pareggio, Forza Italia potrebbe tirare in ballo la «responsabilità» e accettare di partecipare a un governo multicolor, ma siamo nel campo dell’ignoto. Fino al 2027, Barelli o non Barelli, Craxi o Gasparri, Forza Italia non farà nulla che possa mettere in difficoltà il governo guidato da Giorgia Meloni. A meno che, naturalmente, non si rompa qualcosa tra la stessa Meloni e la famiglia.
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Getty Images
Tre settimane, massimo un mese. Tanto è la capacità degli aeroporti europei di fornire cherosene alle compagnie aeree. Il Financial Times dà conto di una lettera inviata da Aci Europe (l’associazione che rappresenta gli aeroporti europei) alla Commissione Ue nella quale si afferma che le scorte di carburante per aerei si stanno esaurendo e si rischia una carenza nelle prossime tre settimane. Lo stretto di Hormuz rappresenta la via di transito per circa il 40% delle forniture mondiali di carburante per velivoli. L’Europa importa dal Golfo Persico il 43% del suo fabbisogno annuale di jet fuel. Inoltre, l’attività di raffinazione negli impianti europei è già al massimo e quindi non è possibile spingerla oltre.
Nella lettera, l’associazione ha avvertito il commissario europeo per i Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, delle «crescenti preoccupazioni del settore aeroportuale per il calo delle scorte e le crescenti difficoltà di approvvigionamento». I fornitori, infatti, non garantiscono consegne oltre maggio. Le preoccupazioni aumentano con l’avvicinarsi della stagione estiva, cruciale per il turismo europeo. A Bruxelles sperano che la tregua tra Usa e Iran regga, così da consentire la ripresa della navigazione delle navi cisterna attraverso Hormuz. Sebbene al momento non si registrino carenze diffuse, i prezzi del jet fuel sono raddoppiati rispetto ai livelli pre-crisi (nell’Europa Nord-occidentale ha raggiunto 1.573 dollari a tonnellata, contro circa 750 dollari prima del conflitto), mentre alcune compagnie aeree hanno già avvertito del rischio di cancellazioni. L'annuncio del presidente statunitense Donald Trump di un cessate il fuoco di due settimane non ha avuto impatti rilevanti sui prezzi globali del petrolio, che sono rimasti elevati. Alcuni vettori hanno iniziato a ridurre i servizi poiché i rincari del cherosene hanno reso alcune rotte non redditizie. Delta Air Lines ridurrà la capacità del 3,5%, inclusi alcuni voli infrasettimanali e notturni, per compensare l’impatto dell’aumento dei prezzi del carburante, e prevede tra aprile e giugno costi aggiuntivi per il jet fuel pari a 2 miliardi di dollari. Anche Air New Zealand ha ridotto alcuni voli e la polacca Lot sta tagliando alcuni servizi meno richiesti e prevede di aumentare i biglietti. Lo scorso fine settimana, quattro aeroporti italiani hanno introdotto restrizioni sul carburante a seguito di un’interruzione dell’approvvigionamento presso un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata allo stretto di Hormuz.
Ci sono anche altri fattori che rendono complicato lo scenario futuro. Non è sufficiente che Hormuz riapra in modo definitivo e senza sorprese dell’ultim’ora, ma è necessario anche che diminuisca il costo delle assicurazioni sulle navi cisterna. Inoltre, quando riaprirà il canale, serviranno settimane prima che le cisterne possano arrivare a rifornire l’Europa. L’alternativa è rappresentata dagli Stati Uniti, ma a che prezzi?
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha confermato che se «sul fronte petrolifero e delle disponibilità non ci sono grandi preoccupazioni, possono esserci settori specifici come il jet fuel con criticità, perché una gran parte della produzione arriva dal Golfo Persico. Ma sono criticità settoriali specifiche sulle quali dobbiamo intervenire. Non è che con questo voglia sminuire, ma non è la crisi complessiva».
Intanto le associazioni dei consumatori cominciano a dispensare consigli su come affrontare eventuali cancellazioni di voli per chi ha già acquistato i biglietti. «Si può scegliere tra il rimborso entro sette giorni senza penali dell’intero costo del biglietto e la riprotezione, ossia l’imbarco su di un volo alternativo per la destinazione finale non appena possibile o ad una data successiva più conveniente, a seconda della disponibilità di posti», spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. E sottolinea che «potrebbe scattare anche la compensazione pecuniaria se le compagnie, pur essendo state informate della mancanza di carburante, non informeranno i consumatori nei tempi previsti, oppure se la compagnia aerea non ordinerà con congruo e sufficiente anticipo il carburante». Intanto Ryanair ha deciso di tagliare alcune delle sue rotte su Spagna, Francia, Germania, Portogallo e Belgio, anche se precisa che è una decisione presa già lo scorso anno per far fronte a una serie di rincari causati dall’aumento delle tasse.
«La crisi pesa sui vettori low cost. Estate più serena con quelli grandi»

Cristiano Spazzali, esperto del settore aereo
«Se il conflitto iraniano non dovesse risolversi entro l’estate o addirittura Teheran dovesse imporre una tassa di circolazione sullo stretto di Hormuz, c’è il rischio di un impatto importante sul sistema del trasporto aereo. Un impatto che metterebbe a dura prova i bilanci soprattutto delle compagnie low cost e, a cascata, potrebbe travolgere i piccoli aeroporti con una ridefinizione degli scali. Il che vale per l’Italia ma anche per l’Europa». Cristiano Spazzali, esperto di trasporto aereo, è uno dei più attenti analisti del settore e qui traccia quello che potrebbe essere uno scenario futuro con il protrarsi della crisi.
«Innanzitutto vorrei rassicurare chi ha progettato di volare nella prossima estate. Non ci dovrebbero essere problemi per le grandi compagnie aeree. Hanno scorte di carburante a sufficienza, tant’è che finora hanno mostrato di saper gestire bene la situazione di emergenza».
Eppure i listini si stanno muovendo al rialzo. Che cosa deve fare chi ha intenzione di volare in estate?
«Il mio consiglio è di acquistare il biglietto prima possibile. I rincari finora sono contenuti ma rischiano di esplodere, complice la speculazione che si alimenta con l’allarmismo».
Come mai Ryanair dice che le scorte di carburante sono garantite fino a maggio e che una parte della flotta potrebbe restare a terra nei mesi estivi?
«La crisi del cherosene si fa sentire soprattutto per le low cost. Le grandi compagnie aeree stringono accordi di rifornimento per il lungo periodo e quindi sono più garantite. Le low cost definiscono gli approvvigionamenti a ridosso data e a condizioni che garantiscano il minor onere possibile. Va ricordato che la bolletta energetica per un vettore rappresenta il 20-25% dei costi operativi complessivi e ora ha raggiunto il 40-50%. I vettori più strutturati sono parzialmente protetti da strategie di copertura del carburante, il cosiddetto fuel hedging. Per le low cost la situazione è più complicata. Di qui i messaggi di allarme che abbiamo visto questi giorni».
Quindi dobbiamo aspettarci biglietti più cari anche dalle low cost?
«Mi sembra inevitabile, anche se ciò è possibile fino ad un certo punto. Le low cost, che fanno della convenienza la loro politica strategica, non possono riversare tutti i maggiori oneri del caro cherosene sui passeggeri. Non possono nemmeno tagliare le tratte, ne andrebbe della loro affidabilità. La concorrenza del trasporto su rotaia se ne avvantaggerebbe. L’utente potrebbe chiedersi: perché volare se la stessa tratta è servita a un costo quasi simile dal treno, che risulta anche più affidabile come certezza della partenza? Alle low cost non rimane quindi che ritrattare l’handling con le società aeroportuali, cioè i servizi di terra. Non mi riferisco a grandi scali, come Malpensa o Fiumicino, ma a piccoli hub che vivono della presenza dei vettori a buon mercato capaci di influenzare anche il territorio con la movimentazione dei flussi turistici».
Si stanno creando le condizioni per una ridefinizione delle tratte?
«I piccoli scali sarebbero costretti ad abbassare il costo dei servizi e di conseguenza a stringere la cinghia a loro volta, dovendo continuare a pagare i dipendenti e le attività aeroportuali. Inoltre, uno scalo in crisi finanziaria diventa una bella gatta da pelare per una Regione».
E se lo stretto di Hormuz fosse soggetto a una sorta di dogana?
«Il problema è in che misura continuerà a esserci il rischio che l’Iran possa in qualsiasi momento far scattare di nuovo la minaccia della chiusura di Hormuz. A fronte di questa incertezza le compagnie aeree, per tutelarsi, potrebbero alzare la fuel surcharge, il supplemento carburante, la tariffa variabile aggiunta al costo del trasporto aereo per compensare l’oscillazione del prezzo del cherosene. Non ci dimentichiamo inoltre che gran parte dell’allarmismo di questi giorni serve anche a giustificare l’aumento dei biglietti».
Ci sarà un cambiamento dei flussi turistici?
«Gli equilibri delle rotte stanno già cambiando. Stanno perdendo slancio le destinazioni del Nord America mentre aumenta il flusso verso l’Oriente. Non a caso Paesi come la Cina, la Malesia, Singapore e tutto il Sud Est asiatico stanno intensificando, con un certo successo, il marketing turistico. Anche quello rivolto all’utenza di fascia alta che ha perso le destinazioni dei Paesi Arabi. Dubai e Abu Dhabi saranno tagliate fuori dalle rotte turistiche per molto tempo ancora. Il Giappone lo ha già fatto negli scorsi anni. Le grandi compagnie asiatiche saranno le protagoniste del prossimo futuro. La crisi le sta avvantaggiando».
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Matteo Renzi e Carlo De Benedetti (Ansa)
Perché l’ex padrone di Olivetti, che piazzò vecchie telescriventi al ministero delle Poste in cambio di tangenti, ce l’abbia tanto con il premier non è dato sapere ma si può immaginare. Viene infatti il sospetto che sia perché Meloni non lo invita alla mattina a fare colazione nelle stanze dorate di Palazzo Chigi come faceva invece Matteo Renzi. Il quale, tra un caffè e una brioche, gli spifferava notizie sulle prossime riforme, come ad esempio quella sulle banche popolari. Grazie a quella confidenza, rivelata appena uscito da lì al suo broker, De Benedetti guadagnò in un amen 600.000 euro, come poi avrebbe accertato l’inchiesta della magistratura, che però - guarda caso - nel comportamento dell’Ingegnere non riscontrò alcun reato.
Tornando all’apparizione tv dell’ormai più che novantenne imprenditore, a colpire non è tuttavia la bile sputata contro Meloni, ma le sue previsioni su quel che a breve potrebbe accadere. Il Nostradamus con cittadinanza svizzera (ma stupenda tenuta nelle Langhe) pronostica una prossima cacciata del presidente del Consiglio, colpito da una crisi internazionale. Secondo l’ex padrone di Repubblica, lo shock a cui andiamo incontro è analogo a quello del 1973, con la guerra del Kippur, ma a suo dire con effetti perfino peggiori. Dall’agio della sua residenza e dall’alto della sua presunzione, l’Ingegnere predice uno scenario catastrofico e, «siccome noi abbiamo complessivamente una classe politica non particolarmente attrezzata», Meloni sarà spazzata via. «E a questo punto?», lo ha incalzato una gongolante Lilli Gruber. «Beh, Mattarella sarà costretto a trovare un presidente del Consiglio tecnico, ma anche politico» ha replicato De Benedetti, evocando l’ipotesi di un governo di unità nazionale. Che cosa ciò voglia dire lo ha spiegato lui stesso subito dopo: «A noi manca un Winston Churchill che abbia il coraggio di dire al Paese che servono misure lacrime e sangue». In pratica, siamo alla riedizione dell’operazione Monti, con la quale Giorgio Napolitano piazzò al governo l’ex rettore della Bocconi, liquidando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Anche allora in qualche modo c’era lo zampino dell’Ingegnere, perché prima di accettare l’incarico ma subito dopo aver capito quali fossero le intenzioni del capo dello Stato, Monti fece il giro dei poteri forti, consultando proprio De Benedetti. In pratica, qualcuno dall’alto si preparava a dare il benservito a un governo democraticamente eletto per imporre agli italiani delle poco democratiche misure. Tutto ciò ovviamente senza passare dalle elezioni e senza consentire al popolo sovrano di esprimere la propria opinione. Ora, a sentire l’Ingegnere, è tutto pronto per il bis. Far cadere Giorgia Meloni per imporre qualcuno che faccia come allora il lavoro sporco, con tagli e tasse. Per la prima tessera del Pd (appena nacque il Partito democratico, De Benedetti si precipitò a iscriversi) non sono importanti le primarie, le elezioni, le candidature, perché tutto deve essere lasciato a Mattarella. Tutto è nelle sue mani. Ovvero nelle mani di un presidente della Repubblica trasformato in monarca, che pur senza essere mai stato scelto dagli italiani ormai regna sul Colle da più di undici anni e a fine mandato passerà alla storia con addirittura un mandato di 14, record mai visto nelle democrazie occidentali.
Tornando però a De Benedetti, consola solo una cosa e cioè che con le previsioni non ci abbia mai preso. Fin da quando in maniera sprezzante rifiutò di entrare in affari con Steve Jobs per poi passare alla sua scalata alla Société Générale de Belgique (dove prima di essere cacciato disse: «Sono venuto a fischiare la fine della ricreazione»), l’Ingegnere ha una lunga lista di pronostici sbagliati. L’ultima riguarda proprio Meloni, a cui nel 2022 predisse vita breve, perché Berlusconi non avrebbe mai accettato di farle da «paggetto» e si sarebbe sfilato. Come sappiamo non è andata così, ma i rancori dell’uomo che per una vita ha brigato con il potere è meglio conoscerli, perché si capisce quali trame il potere punti a ordire, magari approfittando di qualche ex premier in cerca di rivincite.
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