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2018-11-15
Anas, su Dibennardo c’è il veto grillino
ANSA
Per comprendere l'importanza del mondo che ruota intorno all'Anas, prima stazione appaltante in Italia, gestore di 25.000 chilometri di autostrade, bisogna riprendere un'intercettazione dell'inchiesta sul G8 del 2010 che portò a processo anche l'ex senatore di Ala, Denis Verdini. A parlare al telefono, intercettato, è Mario Sancetta, magistrato della Corte dei conti, che a Rocco Lamino, socio del Consorzio stabile novus, dice: «È più conveniente, come magistrato della Corte dei conti, occuparsi del ramo Anas o di quello Eni?». Lamino replica: «L'Anas è la prima. Perché con l'Eni si va fuori. Ma la prima è la migliore perché veramente significa stare presenti su tutto il territorio nazionale, perché davvero ce n'è bisogno, voglio dire di entrare nell'ingranaggio delle manutenzioni, a vita, perché veramente le strade hanno bisogno di manutenzione tutta la vita».
È racchiusa in queste ultime parole la strategicità di un'azienda come Anas e sull'importanza di una figura come Verdini su quel mondo degli appalti, tanto che Sancetta cercherà in quei mesi di mettersi in contatto proprio con lui per entrare dalla porta principale di via Monzambano.
Per questo motivo dopo le dimissioni della scorsa settimana di Gianni Armani da amministratore delegato, è esplosa una polemica all'interno del Movimento 5 stelle sulla figura di Ugo Dibennardo, attuale direttore operazioni e coordinamento territoriale. L'ingegnere catanese avrebbe già un accordo di massima con il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, per diventare amministratore delegato oggi, quando si insedierà il nuovo consiglio di amministrazione. Ma il più battagliero tra i 5 stelle è il senatore Elio Lannutti, che sui social lunedì ricordava sempre la vicinanza di Dibennardo proprio alla cricca emersa nell'inchiesta sul G8 della Maddalena: «In concorrenza con le cricche degli appalti di Diego Anemone e del suo sistema gelatinoso, con le dotte consulenze degli Ercole Incalza e di Ugo Dibennardo?». Il punto sta proprio qui, il direttore operazioni Anas lavora in via Monzambano da più di vent'anni. Ha superato tutte le stagioni, è stato anche arrestato nel 2002 in un'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria, da cui è uscito completamente scagionato e rimborsato per gli ingiusti giorni passati in carcere. È sopravvissuto anche all'ultima stagione di Pietro Ciucci, ultimo boiardo, di cui era un fedelissimo. Non a caso il suo nome è emerso negli anni anche nelle indagini sulle grandi opere su Incalza, ex potentissimo capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal 2001 al 31 dicembre 2014. Non solo. Nel 2015 il nome di Dibennardo emerge nelle carte dell'inchiesta sulle presunte mazzette che giravano intorno alla Dama nera, al secolo Antonella Accroglianò, ex capo coordinamento tecnico amministrativo di Anas.
In sostanza è per questo motivo che una parte dei 5 stelle continua a opporsi alla nomina di Dibennardo, perché troppo legato al vecchio mondo politico della Prima repubblica. La vicinanza all'ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, di cui è amico d'infanzia (come emerge dalle intercettazioni sulla Dama nera), ma soprattutto l'amicizia con Verdini sono bocconi difficili da deglutire per una parte dei 5 stelle. Per di più proprio Dibennardo è venuto incontro all'ex senatore di Ala, il garante del patto del Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, proprio quest'anno. La storia, raccontata anche dalla Verità, riguarda Rocco Girlanda, politico e giornalista, anche lui sfiorato nel 2010 dall'inchiesta sul G8, sponsorizzato proprio da Verdini. Nel 2016 Girlanda era un dirigente Anas, agli Affari istituzionali, distaccato al ministero dei Trasporti, non senza qualche polemica sulla nomina. Terminato il governo di Paolo Gentiloni è ritornato in via Monzambano, ma la direttrice relazioni istituzionali, Emanuela Poli, non lo ha voluto sotto la sua unità. Chi è stato disposto ad accoglierlo è stato appunto Dibennardo. Oggi l'incarico di Girlanda è quello di dirigente in staff alla direzione progettazione e realizzazione lavori. Niente male per un giornalista che lavorava alle relazioni istituzionali. Ma Verdini può tutto e Dibennardo lo sa bene.
Da «Torni a bordo» a «Vai a casa». Il M5s vuol buttare a mare De Falco
«Dimettermi in caso di espulsione? Prima serve un processo e ancora prima un'accusa. Ma non credo che sarò espulso, nessuno mi ha fatto sapere nulla». Ostentava sicurezza ieri il senatore M5s Gregorio De Falco, regolarmente a Palazzo Madama seppur finito nel mirino dei probiviri (con la collega Paola Nugnes) per aver espresso, martedì, il suo voto in dissenso con il Movimento e in linea con Pd e Forza Italia sul contestato condono di Ischia, mandando sotto la maggioranza in Commissione al Senato. Uno scivolone per il governo gialloblù che al capo politico del M5s, Luigi Di Maio, non è proprio piaciuto e definendo «gravissimo» il comportamento dei due senatori (l'astensione di Nugnes e il voto contrario di De Falco), aveva aggiunto: «Questo non è un caso isolato, sono diverse settimane che ci arrivano segnali di dissenso da parte di senatori che hanno firmato impegni con il M5s e che devono portare avanti il contratto di governo. De Falco e Nugnes sono già sotto procedura dei probiviri. I dissidenti verranno probabilmente cacciati, sembrano che vogliano solo questo».
In effetti, in questa legislatura, alla Camera già 38 deputati hanno votato contro il M5s, mentre al Senato sono stati in 69. Comunque l'emendamento di Forza Italia che aveva ristretto le maglie del condono (cancellando la legge del 1985 e lasciando quelle di Silvio Berlusconi del 1994 e del 2003) aveva diviso il M5s ma aveva provocato anche l'autosospensione di sei parlamentari azzurri campani. Sono i senatori Domenico De Siano, Vincenzo Carbone e Luigi Cesaro, e i deputati Antonio Pentangelo, Paolo Russo e Carlo Sarro, che in una nota avevano definito «irresponsabile l'azione di alcuni senatori di Fi», soprattutto nei loro confronti che «avevano sostenuto le ragioni dei cittadini di Ischia e della Campania, dall'abusivismo agli abbattimenti ai condoni». Ma ieri, dopo che la capogruppo di Fi, Anna Maria Bernini, ha annunciato libertà di voto sull'emendamento presentato dagli stessi azzurri, il Senato ha reintrodotto il condono edilizio a Ischia, respingendo l'emendamento all'articolo 25 che martedì aveva mandato sotto la maggioranza. Con la bocciatura, si torna all'applicazione della legge Craxi sul condono del 1985 per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma del 2017.
Tornando in casa grillina, l'ex capitano di fregata De Falco, divenuto famoso sei anni fa per la telefonata in cui intimava al comandante Francesco Schettino «Salga a bordo, ca...», durante il disastro della Costa Concordia, si ritrova lui in mezzo a un naufragio per aver «trasgredito» il codice etico che prevede le dimissioni e una multa da 100.000 euro in caso di espulsione dal gruppo. «Io non sono dissidente, ma coerente con le idealità del M5s», ha ribadito ieri De Falco. «La linea politica è quella designata dal programma e dal contratto, ricordo che una delle cinque stelle del Movimento è l'ambiente». Per l'ex ufficiale di Marina, che già sul dl sicurezza aveva espresso la sua contrarietà, sul condono di Ischia «c'è una deviazione rispetto ai principi e ai fondamenti del M5s e non credo che esaminare istanze di condono attraverso una legge del passato possa essere una deroga razionale al principio generale del diritto. Se quello introdotto dal governo nel dl Genova non è un condono dovrebbero spiegare perché si fa riferimento a una legge del 1985».
E se i vertici del Movimento sono furiosi, ai due senatori arriva via Facebook la solidarietà della senatrice Elena Fattori: «Un sentito grazie ai colleghi De Falco e Nugnes che hanno seguito la loro coerenza, hanno pensato prima al bene dei cittadini che agli ordini di scuderia. Grazie anche per il coraggio in un clima di terrorismo psicologico lontano da ogni forma di democrazia. A riveder le stelle».
Parola diverse dal sottosegretario grillino Stefano Buffagni: «De Falco aveva detto “Torna a bordo!". Io gli dico: “Se non ti trovi, torna a casa". De Falco rimane un genio che si sente troppo genio rispetto al gruppo. Ha votato contro e senza preavviso insieme con Pd e Fi. Noi dobbiamo tenere in piedi i conti del Paese, non quelli della famiglia De Falco». Va giù duro anche il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia, altro big del M5s: «Chi ha deciso di anteporre i propri interessi a quelli del Paese dovrebbe tornarsene a casa. Non siamo stati eletti per ergersi ognuno a paladino di sé stesso. E delle proprie convinzioni personali a discapito di quelle di un gruppo intero e del governo. Se si è cambiato idea lo si dica in maniera chiara e si accettino le conseguenze con responsabilità. Si torni a casa con le proprie gambe». «Se qualcuno non si trova più bene all'interno del Movimento, c'è una regola che abbiamo sempre enunciato in campagna elettorale: fa un passo indietro e va a casa, lasciando il posto a qualcun altro» ha ribadito il ministro Riccardo Fraccaro aggiungendo: «Coerenza vuole questo, poi decideranno i senatori coinvolti. I provvedimenti potrebbe prenderli il capogruppo Stefano Patuanelli o il collegio dei probiviri M5s. Lo vedremo nelle prossime ore, nei prossimi giorni. Ora è inutile anticiparlo».
Comunque l'ex ufficiale, convinto che non lascerà il M5s, difende la sua posizione citando Beppe Grillo: «Ogni eletto deve rispondere al programma e alla propria coscienza e ha la libertà di esprimersi in Parlamento senza chiedere il permesso ai capobastoni. I cittadini si facciano Stato non si sostituiscano ai partiti con un altro partito». Di Maio aveva maliziosamente ventilato contro il «dissidente» l'accusa di non volersi tagliare lo stipendio per restituire soldi ai cittadini colpiti dal maltempo: «La solita macchina del fango. Restituirò la quota». Aspettando il verdetto.
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L'ala più dura cerca di impedire che il direttore operazioni diventi il nuovo ad: «Troppo vicino a Verdini e Incalza». Ma il ministro Danilo Toninelli oggi può tirare dritto.Non si abbassa la pressione nel Movimento sull'ex comandante. Luigi Di Maio: «Gravissimo votare con il Pd, i dissidenti vanno cacciati». La replica: «Seguo la mia coscienza». E in Aula torna il condono del 1985.Lo speciale contiene due articoli.Per comprendere l'importanza del mondo che ruota intorno all'Anas, prima stazione appaltante in Italia, gestore di 25.000 chilometri di autostrade, bisogna riprendere un'intercettazione dell'inchiesta sul G8 del 2010 che portò a processo anche l'ex senatore di Ala, Denis Verdini. A parlare al telefono, intercettato, è Mario Sancetta, magistrato della Corte dei conti, che a Rocco Lamino, socio del Consorzio stabile novus, dice: «È più conveniente, come magistrato della Corte dei conti, occuparsi del ramo Anas o di quello Eni?». Lamino replica: «L'Anas è la prima. Perché con l'Eni si va fuori. Ma la prima è la migliore perché veramente significa stare presenti su tutto il territorio nazionale, perché davvero ce n'è bisogno, voglio dire di entrare nell'ingranaggio delle manutenzioni, a vita, perché veramente le strade hanno bisogno di manutenzione tutta la vita». È racchiusa in queste ultime parole la strategicità di un'azienda come Anas e sull'importanza di una figura come Verdini su quel mondo degli appalti, tanto che Sancetta cercherà in quei mesi di mettersi in contatto proprio con lui per entrare dalla porta principale di via Monzambano. Per questo motivo dopo le dimissioni della scorsa settimana di Gianni Armani da amministratore delegato, è esplosa una polemica all'interno del Movimento 5 stelle sulla figura di Ugo Dibennardo, attuale direttore operazioni e coordinamento territoriale. L'ingegnere catanese avrebbe già un accordo di massima con il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, per diventare amministratore delegato oggi, quando si insedierà il nuovo consiglio di amministrazione. Ma il più battagliero tra i 5 stelle è il senatore Elio Lannutti, che sui social lunedì ricordava sempre la vicinanza di Dibennardo proprio alla cricca emersa nell'inchiesta sul G8 della Maddalena: «In concorrenza con le cricche degli appalti di Diego Anemone e del suo sistema gelatinoso, con le dotte consulenze degli Ercole Incalza e di Ugo Dibennardo?». Il punto sta proprio qui, il direttore operazioni Anas lavora in via Monzambano da più di vent'anni. Ha superato tutte le stagioni, è stato anche arrestato nel 2002 in un'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta sulla Salerno-Reggio Calabria, da cui è uscito completamente scagionato e rimborsato per gli ingiusti giorni passati in carcere. È sopravvissuto anche all'ultima stagione di Pietro Ciucci, ultimo boiardo, di cui era un fedelissimo. Non a caso il suo nome è emerso negli anni anche nelle indagini sulle grandi opere su Incalza, ex potentissimo capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal 2001 al 31 dicembre 2014. Non solo. Nel 2015 il nome di Dibennardo emerge nelle carte dell'inchiesta sulle presunte mazzette che giravano intorno alla Dama nera, al secolo Antonella Accroglianò, ex capo coordinamento tecnico amministrativo di Anas. In sostanza è per questo motivo che una parte dei 5 stelle continua a opporsi alla nomina di Dibennardo, perché troppo legato al vecchio mondo politico della Prima repubblica. La vicinanza all'ex ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, di cui è amico d'infanzia (come emerge dalle intercettazioni sulla Dama nera), ma soprattutto l'amicizia con Verdini sono bocconi difficili da deglutire per una parte dei 5 stelle. Per di più proprio Dibennardo è venuto incontro all'ex senatore di Ala, il garante del patto del Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, proprio quest'anno. La storia, raccontata anche dalla Verità, riguarda Rocco Girlanda, politico e giornalista, anche lui sfiorato nel 2010 dall'inchiesta sul G8, sponsorizzato proprio da Verdini. Nel 2016 Girlanda era un dirigente Anas, agli Affari istituzionali, distaccato al ministero dei Trasporti, non senza qualche polemica sulla nomina. Terminato il governo di Paolo Gentiloni è ritornato in via Monzambano, ma la direttrice relazioni istituzionali, Emanuela Poli, non lo ha voluto sotto la sua unità. Chi è stato disposto ad accoglierlo è stato appunto Dibennardo. Oggi l'incarico di Girlanda è quello di dirigente in staff alla direzione progettazione e realizzazione lavori. Niente male per un giornalista che lavorava alle relazioni istituzionali. 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Ostentava sicurezza ieri il senatore M5s Gregorio De Falco, regolarmente a Palazzo Madama seppur finito nel mirino dei probiviri (con la collega Paola Nugnes) per aver espresso, martedì, il suo voto in dissenso con il Movimento e in linea con Pd e Forza Italia sul contestato condono di Ischia, mandando sotto la maggioranza in Commissione al Senato. Uno scivolone per il governo gialloblù che al capo politico del M5s, Luigi Di Maio, non è proprio piaciuto e definendo «gravissimo» il comportamento dei due senatori (l'astensione di Nugnes e il voto contrario di De Falco), aveva aggiunto: «Questo non è un caso isolato, sono diverse settimane che ci arrivano segnali di dissenso da parte di senatori che hanno firmato impegni con il M5s e che devono portare avanti il contratto di governo. De Falco e Nugnes sono già sotto procedura dei probiviri. I dissidenti verranno probabilmente cacciati, sembrano che vogliano solo questo». In effetti, in questa legislatura, alla Camera già 38 deputati hanno votato contro il M5s, mentre al Senato sono stati in 69. Comunque l'emendamento di Forza Italia che aveva ristretto le maglie del condono (cancellando la legge del 1985 e lasciando quelle di Silvio Berlusconi del 1994 e del 2003) aveva diviso il M5s ma aveva provocato anche l'autosospensione di sei parlamentari azzurri campani. Sono i senatori Domenico De Siano, Vincenzo Carbone e Luigi Cesaro, e i deputati Antonio Pentangelo, Paolo Russo e Carlo Sarro, che in una nota avevano definito «irresponsabile l'azione di alcuni senatori di Fi», soprattutto nei loro confronti che «avevano sostenuto le ragioni dei cittadini di Ischia e della Campania, dall'abusivismo agli abbattimenti ai condoni». Ma ieri, dopo che la capogruppo di Fi, Anna Maria Bernini, ha annunciato libertà di voto sull'emendamento presentato dagli stessi azzurri, il Senato ha reintrodotto il condono edilizio a Ischia, respingendo l'emendamento all'articolo 25 che martedì aveva mandato sotto la maggioranza. Con la bocciatura, si torna all'applicazione della legge Craxi sul condono del 1985 per le istanze pendenti su immobili danneggiati dal sisma del 2017. Tornando in casa grillina, l'ex capitano di fregata De Falco, divenuto famoso sei anni fa per la telefonata in cui intimava al comandante Francesco Schettino «Salga a bordo, ca...», durante il disastro della Costa Concordia, si ritrova lui in mezzo a un naufragio per aver «trasgredito» il codice etico che prevede le dimissioni e una multa da 100.000 euro in caso di espulsione dal gruppo. «Io non sono dissidente, ma coerente con le idealità del M5s», ha ribadito ieri De Falco. «La linea politica è quella designata dal programma e dal contratto, ricordo che una delle cinque stelle del Movimento è l'ambiente». Per l'ex ufficiale di Marina, che già sul dl sicurezza aveva espresso la sua contrarietà, sul condono di Ischia «c'è una deviazione rispetto ai principi e ai fondamenti del M5s e non credo che esaminare istanze di condono attraverso una legge del passato possa essere una deroga razionale al principio generale del diritto. Se quello introdotto dal governo nel dl Genova non è un condono dovrebbero spiegare perché si fa riferimento a una legge del 1985». E se i vertici del Movimento sono furiosi, ai due senatori arriva via Facebook la solidarietà della senatrice Elena Fattori: «Un sentito grazie ai colleghi De Falco e Nugnes che hanno seguito la loro coerenza, hanno pensato prima al bene dei cittadini che agli ordini di scuderia. Grazie anche per il coraggio in un clima di terrorismo psicologico lontano da ogni forma di democrazia. A riveder le stelle». Parola diverse dal sottosegretario grillino Stefano Buffagni: «De Falco aveva detto “Torna a bordo!". Io gli dico: “Se non ti trovi, torna a casa". De Falco rimane un genio che si sente troppo genio rispetto al gruppo. Ha votato contro e senza preavviso insieme con Pd e Fi. Noi dobbiamo tenere in piedi i conti del Paese, non quelli della famiglia De Falco». Va giù duro anche il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia, altro big del M5s: «Chi ha deciso di anteporre i propri interessi a quelli del Paese dovrebbe tornarsene a casa. Non siamo stati eletti per ergersi ognuno a paladino di sé stesso. E delle proprie convinzioni personali a discapito di quelle di un gruppo intero e del governo. Se si è cambiato idea lo si dica in maniera chiara e si accettino le conseguenze con responsabilità. Si torni a casa con le proprie gambe». «Se qualcuno non si trova più bene all'interno del Movimento, c'è una regola che abbiamo sempre enunciato in campagna elettorale: fa un passo indietro e va a casa, lasciando il posto a qualcun altro» ha ribadito il ministro Riccardo Fraccaro aggiungendo: «Coerenza vuole questo, poi decideranno i senatori coinvolti. I provvedimenti potrebbe prenderli il capogruppo Stefano Patuanelli o il collegio dei probiviri M5s. Lo vedremo nelle prossime ore, nei prossimi giorni. Ora è inutile anticiparlo». Comunque l'ex ufficiale, convinto che non lascerà il M5s, difende la sua posizione citando Beppe Grillo: «Ogni eletto deve rispondere al programma e alla propria coscienza e ha la libertà di esprimersi in Parlamento senza chiedere il permesso ai capobastoni. I cittadini si facciano Stato non si sostituiscano ai partiti con un altro partito». Di Maio aveva maliziosamente ventilato contro il «dissidente» l'accusa di non volersi tagliare lo stipendio per restituire soldi ai cittadini colpiti dal maltempo: «La solita macchina del fango. Restituirò la quota». Aspettando il verdetto.
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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Imagoeconomica
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
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