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2022-05-20
Su missili ed Europa iniziano ad arrivare i primi no all’Ucraina
Da sinistra, Dmytro Kuleba e Olaf Scholz (Ansa)
La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky.
Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev.
Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede.
Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare.
Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano
L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale.
A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra».
Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero».
Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
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Stop Usa ai lanciarazzi: «Li userebbero per colpire la Russia». Olaf Scholz frena su Kiev nell’Ue. Dmytro Kuleba: «Trattamento di serie B».Un trattato di pace in quattro tappe. Luigi Di Maio all’Onu con il piano italiano. Il Cremlino: «Non ne sappiamo nulla, ma è benvenuto chi vuole favorire un accordo».Lo speciale comprende due articoli.La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky. Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev. Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede. Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/su-missili-ed-europa-iniziano-ad-arrivare-i-primi-no-allucraina-2657356385.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-trattato-di-pace-in-quattro-tappe-di-maio-allonu-con-il-piano-italiano" data-post-id="2657356385" data-published-at="1652987549" data-use-pagination="False"> Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra». Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero». Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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