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2022-05-20
Su missili ed Europa iniziano ad arrivare i primi no all’Ucraina
Da sinistra, Dmytro Kuleba e Olaf Scholz (Ansa)
La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky.
Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev.
Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede.
Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare.
Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano
L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale.
A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra».
Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero».
Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
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Stop Usa ai lanciarazzi: «Li userebbero per colpire la Russia». Olaf Scholz frena su Kiev nell’Ue. Dmytro Kuleba: «Trattamento di serie B».Un trattato di pace in quattro tappe. Luigi Di Maio all’Onu con il piano italiano. Il Cremlino: «Non ne sappiamo nulla, ma è benvenuto chi vuole favorire un accordo».Lo speciale comprende due articoli.La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky. Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev. Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede. Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/su-missili-ed-europa-iniziano-ad-arrivare-i-primi-no-allucraina-2657356385.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-trattato-di-pace-in-quattro-tappe-di-maio-allonu-con-il-piano-italiano" data-post-id="2657356385" data-published-at="1652987549" data-use-pagination="False"> Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra». Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero». Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
Giorgia Meloni (Ansa)
La dimostrazione che i dibattiti nazionali calati sul territorio sui cittadini non hanno alcuna presa. La prima reazione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni la raccoglie il senatore e coordinatore in Veneto di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, che di fronte al comitato elettorale ai giornalisti mostra un messaggio inviato dal premier: «Sarebbe un miracolo mondiale», con riferimento al passaggio al primo turno del centrodestra a Venezia. Più tardi sui social Meloni scrive: «E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani». Lo scrive a margine degli auguri inviati «ai sindaci eletti in questa tornata amministrativa».
«Per come era stata raccontata la situazione in questa città e le percentuali che erano attribuite ai vari candidati sindaco la possibilità per il centrodestra di vincere al primo turno era esclusa da ogni ipotesi ma noi ci abbiamo creduto» ha spiegato Speranzon, e sulla sinistra: «Non credevamo che fosse così indietro il candidato del centrosinistra... Forse, e non è una battuta, la presenza in città contemporanea o quasi di Conte, Schlein, Bonelli, Fratoianni e Renzi non ha giovato al candidato del centrosinistra».
«Chi sperava in un risultato diverso avrà forse modo di stupirsi, noi invece abbiamo ben chiaro che una sinistra sfascista, ideologizzata e produttrice seriale di fake news non ce la farà mai. Insomma, si portano sfiga da soli», è la stoccata del vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. «Si infrangono sogni della sinistra» per Giovanni Donzelli deputato di Fdi che poi punzecchia la segretaria dem Elly Schlein: «Prendo atto che la Schlein aveva dichiarato: da Venezia arriverà un messaggio per Giorgia Meloni. Il messaggio è arrivato, andiamo avanti così. Perché mi sembra che il messaggio sia arrivato con chiarezza».
Critico il capo della segreteria nazionale di Azione Osvaldo Napoli: «L’impressione però è che Schlein, Conte e gli altri esponenti del centrosinistra hanno sbagliato a politicizzare il voto di Venezia recandosi sulla laguna in campagna elettorale, con ciò esponendosi al rischio di una sconfitta politica evitabile, indotto dalla vittoria del No al referendum, abbia spinto più del centrodestra per politicizzare il voto amministrativo con ciò esponendosi a una sconfitta del tutto evitabile. La varietà delle alleanze e la presenza massiccia di liste civiche rendono quanto meno temeraria ogni valutazione che volesse proiettare il dato locale sul piano nazionale».
Per Maurizio Gasparri, responsabile nazionale enti locali di Forza Italia, «nel 99% dei casi il centrodestra si è presentato unito. A Venezia c’è stata una buona amministrazione che qualcuno voleva liquidare, pensando che le elezioni si decidessero in base ad altre dinamiche, ma alla fine a scegliere sono sempre gli elettori». Gasparri sostiene che l’errore della sinistra sia stato credere che «dopo la vicenda referendaria si sarebbe figurato uno scenario differente, ma i risultati stanno raccontando altro. Io resto cauto e inviterei anche i miei avversari alla prudenza. Le partite sono tante, i risultati richiedono tempo e spesso c’è la tendenza a leggere tutto in chiave politica nazionale. Prima di proclamarsi vincitori bisogna fare i conti con la realtà».
Sulla difensiva Francesco Boccia, senatore del Partito democratico: «In Veneto non è mai semplice. Non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Il quadro politico nazionale non cambia». Igor Taruffi, braccio destro di Schlein, commenta così: «Noi continuiamo a ritenere che la partita per le elezioni politiche del prossimo anno sia aperta, lo abbiamo detto dopo le regionali, lo abbiamo detto dopo il referendum, lo continuiamo a dire oggi. Da questo punto di vista non è cambiato nulla. I conti dovremo farli alla fine».
Per Italia Viva commenta Maria Elena Boschi. «Non c’è stata la spallata del centrodestra. Queste amministrative raccontano una realtà molto articolata in cui i risultati dei partiti della maggioranza mostrano numeri ben lontani dai trionfalismi di queste ore».
Giuseppe Conte? Non pervenuto. Parla Paola Taverna, vicepresidente vicario del M5s: «Questa tornata elettorale offre risultati in chiaroscuro: alcuni risultati ci rallegrano altri non ci soddisfano».
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Leone XIV presenta l’enciclica nell’aula del Sinodo (Ansa)
Con loro le professoresse Anna Rowlands e Leocadie Lushombo, entrambe insegnanti di teologia politica, l’una alla Durham university, nel Regno Unito, e l’altra alla Jesuit school of theology della Santa Clara university, in California. Infine, c’era Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, uno dei colossi dell’IA nella variegata galassia della Silicon Valley che comprende diverse visioni tecno-filosofiche. Ma soprattutto c’era il Papa, che è intervento alla fine e si è rivolto in modo particolare proprio a Olah, ringraziandolo per aver accettato l’invito.
La presenza di Anthropic, e non quella di altri colossi dell’IA, in un certo senso ha rappresentato una scelta precisa da parte della Santa Sede, visto che la corporation che fa capo a Dario e Daniela Amodei è quella entrata in conflitto aperto con l’amministrazione Trump per aver negato l’uso illimitato della sua tecnologia all’esercito. Una posizione diversa da quella di Palantir, di Peter Thiel e Alexander Karp, che invece teorizzano una sorta di «tecno-repubblicanesimo» volto a ricostruire un complesso software-industriale per difendere l’Occidente. La presenza di Olah in Vaticano probabilmente rappresenta il segnale di quella che si potrebbe definire come un’alleanza tattica con quella realtà che non a caso propone una coalizione di democrazie per il controllo della filiera tecnologica, temendo che anche le nazioni libere possano scivolare verso forme di tecno-autoritarismo interno in nome dell’efficienza.
Proprio Olah nel suo intervento ha sollevato alcune domande chiave. «Come possiamo garantire che i benefici dell’Intelligenza artificiale siano condivisi a livello globale?», si è chiesto il cofondatore di Anthropic. Quindi ha richiamato le preoccupazioni dei genitori «per la mente dei loro figli» e ha sollevato il «bisogno di discernimento sulla natura dei modelli di Intelligenza artificiale». Tutti ambiti che l’enciclica affronta in modo diretto e per cui, ha chiuso Olah, «abbiamo bisogno di critici competenti che dicano ai laboratori quando stanno sbagliando».
E il Papa nel suo intervento conclusivo nell’Aula del Sinodo non è certo venuto meno a questo ruolo quando ha ripetuto un termine che compare anche nella sua enciclica: «L’Intelligenza artificiale deve essere disarmata. La parola è forte, lo so, ma scelta deliberatamente perché questo momento ha bisogno di parole che possano attirare l’attenzione, risvegliare le coscienze e indicare la via all’umanità». Il Papa ha anche fatto riferimento a delle conversazioni che lo hanno portato a dedicare la sua prima enciclica all’Intelligenza artificiale: ha ascoltato leader politici e funzionari che cercavano regole giuste, così come genitori e insegnanti profondamente preoccupati per il futuro delle giovani generazioni. «Mi sono giunte anche altre voci molto inquietanti», ha continuato il Papa, «che parlano di sistemi d’arma sempre più autonomi, praticamente al di fuori di qualsiasi controllo umano che ne impedisca un’efficace regolamentazione. Ricevo segnalazioni molto preoccupanti su algoritmi in grado di bloccare l’accesso all’assistenza sanitaria, al lavoro e alla sicurezza, sulla base di dati distorti da pregiudizi e ingiustizie».
Il cardinale Parolin ha sottolineato un’«asimmetria tra potere tecnico e saggezza morale» come la sfida più forte che consegna Magnifica humanitas. Negli interventi dei cardinali Czerny e Fernández, a capo dei dicasteri che sono stati un po’ il cantiere dell’enciclica, è stata evidenziata anche la «profonda continuità con Laudato si’ e Laudate deum» di papa Francesco. Il prefetto dell’ex Sant’Ufficio ha parlato di una «falsa mistica» che sta dietro all’esaltazione ipertecnologica, mentre, come ha scritto il Papa nell’enciclica, «la finitudine, quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio».
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Christine Lagarde ospite di Fabio Fazio a «Che tempo che fa»
Quella delle brochure patinate di Bruxelles dove tutti sorridono e pedalano sulle biciclette elettriche sotto le bandiere blu stellate. Nel salotto tv Lagarde ha dipinto il continente come una specie di paradiso in costruzione, una Svizzera gigantesca con i carri armati della Nato parcheggiati dietro le aiuole. Il problema è che non parlava una leader politica eletta, ma il capo di un organismo tecnico che dovrebbe limitarsi a governare la moneta. E invece la presidente della Bce ormai interviene su tutto: debito, deficit, industria, geopolitica, energia, difesa, rapporti con la Cina, strategia europea. Manca solo che dia consigli sulle formazioni della Nazionale. La questione più clamorosa è proprio quella italiana. Giorgia Meloni chiede più flessibilità sul Patto di stabilità davanti alla crisi energetica? La Lagarde risponde senza tentennamenti: le regole si rispettano. Sempre. Comunque. Nessuna apertura. Nessuna valutazione politica. Nessuna considerazione sul fatto che famiglie e imprese siano ancora stritolate dal costo dell’energia e da una crescita europea che cammina col deambulatore. Ma decidere se sospendere, ammorbidire o reinterpretare il Patto di stabilità non è un compito della Bce. È una scelta politica che spetta ai governi e alle istituzioni europee. La Banca centrale dovrebbe garantire la stabilità monetaria, non trasformarsi in un ministero del rigore permanente. Purtroppo l’Europa reale assomiglia sempre meno alla favola raccontata da Lagarde. Fuori dagli studi televisivi il continente sembra molto più un condominio litigioso dove ogni inquilino sbatte le porte e urla contro il vicino. Mentre Lagarde magnificava l’unità europea, quattro Paesi pesanti come Francia, Italia, Paesi Bassi e Lituania chiedevano esattamente il contrario della resa commerciale predicata dalla sacerdotessa dell’euro: più protezione contro la Cina, più difese industriali, più dazi. Una smentita al vangelo della Lagarde. «Non ha senso difendere i pannelli solari». Perché ormai il settore sarebbe stato conquistato dalla Cina dice nel salotto di Fazio. Una frase che sembra pronunciata dal comandante del Titanic mentre controlla la temperatura del mare. Se i cinesi si prendono un settore strategico, l’Europa alza bandiera bianca e passa direttamente al prossimo sacrificio industriale. Peccato che non tutti nel continente abbiano voglia di fare gli spettatori mentre Pechino si compra pezzi interi dell’industria europea. Emmanuel Macron chiede misure protettive sul modello americano. Italia, Paesi Bassi e Lituania concordano. Ma Germania e Polonia frenano, perché Berlino continua a guardare alla Cina come un commerciante guarda il cliente migliore: con gli occhi a forma di fatturato. E così il grande sogno europeo torna quello che è sempre stato: una riunione di condominio infinita, con uno che vuole rifare la facciata, un altro che non vuole spendere, un altro ancora che litiga sulle tende del balcone mentre il tetto perde acqua da anni. Altro che Europa compatta. Altro che unità strategica. La verità è che l’Unione si spacca su tutto: energia, industria, difesa, debito, Cina, dazi, rigore fiscale. Ma Lagarde continua a raccontare un continente che esiste soltanto nei rendering della Commissione europea, come quei villaggi turistici mostrati nei cataloghi dove il mare è sempre turchese e nessuno suda mai. Poi però apri la porta e trovi le crepe nei muri, i tubi che perdono e l’ascensore fermo dal 1987.
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Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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