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2022-05-20
Su missili ed Europa iniziano ad arrivare i primi no all’Ucraina
Da sinistra, Dmytro Kuleba e Olaf Scholz (Ansa)
La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky.
Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev.
Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede.
Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare.
Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano
L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale.
A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra».
Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero».
Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
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Stop Usa ai lanciarazzi: «Li userebbero per colpire la Russia». Olaf Scholz frena su Kiev nell’Ue. Dmytro Kuleba: «Trattamento di serie B».Un trattato di pace in quattro tappe. Luigi Di Maio all’Onu con il piano italiano. Il Cremlino: «Non ne sappiamo nulla, ma è benvenuto chi vuole favorire un accordo».Lo speciale comprende due articoli.La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky. Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev. Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede. Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. 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I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra». Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero». Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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