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2022-05-20
Su missili ed Europa iniziano ad arrivare i primi no all’Ucraina
Da sinistra, Dmytro Kuleba e Olaf Scholz (Ansa)
La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky.
Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev.
Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede.
Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare.
Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano
L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale.
A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra».
Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero».
Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
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Stop Usa ai lanciarazzi: «Li userebbero per colpire la Russia». Olaf Scholz frena su Kiev nell’Ue. Dmytro Kuleba: «Trattamento di serie B».Un trattato di pace in quattro tappe. Luigi Di Maio all’Onu con il piano italiano. Il Cremlino: «Non ne sappiamo nulla, ma è benvenuto chi vuole favorire un accordo».Lo speciale comprende due articoli.La guerra in Ucraina si incancrenisce giorno dopo giorno e gli Stati Uniti iniziano a tentennare nel continuare ad accogliere tutte le richieste di Kiev, mentre la Germania frena sull’adesione immediata all’Unione europea del Paese guidato da Volodymyr Zelensky. Si trasforma, la guerra, per un motivo estremamente semplice: le truppe ucraine ora non solo devono resistere all’avanzata russa, ma anche tentare di riconquistare i territori caduti nelle mani di Mosca durante questi quasi tre mesi di conflitto. Kiev ha bisogno di armi molto ma molto più devastanti di quelle che fino ad ora l’Occidente sta fornendo alle forze armate di Zelensky, ma gli Usa frenano, in particolare sull’idea di inviare Multiple launch rocket system in Ucraina. Il lanciarazzi M270 Mlrs è il sistema più pesante, complesso e potente sviluppato in questa categoria di armamenti dall’industria occidentale. È stato progettato specificamente per sparare rapidamente 12 razzi e allontanarsi rapidamente per la ricarica. A seconda delle munizioni utilizzate, il suo raggio di azione è generalmente compreso tra le 20 e le 40 miglia, ma ci sono razzi più avanzati in grado di percorrere oltre 100 miglia. Lo scorso 5 maggio il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valeriy Zaluzhnyi, ha affermato che «la questione della fornitura all’Ucraina di sistemi missilistici a lancio multiplo come M142 Himars (High mobility artillery rocket system) e M270 Mlrs è cruciale», perché la Russia ha ripreso gli attacchi con missili da crociera e perché l’Ucraina ha avviato operazioni di controffensiva. Zaluzhnyi ha informato di questa esigenza il generale statunitense Mark Milley, capo di stato maggiore dell’esercito. Secondo Politico.com, che ha interpellato tre fonti americane informate della questione, però, la Casa Bianca non ha ancora dato il via libera alla fornitura di questi missili in quanto c’è il timore che vengano usati per lanciare attacchi sul territorio russo, espandendo e prolungando così il conflitto. «I funzionari ucraini», scrive Politico.com, «sono sempre più frustrati per la resistenza dell’amministrazione Biden a fornire sistemi missilistici a lungo raggio di fabbricazione statunitense, un’arma che secondo Kiev è fondamentale per superare la Russia nei duelli di artiglieria pesante che infuriano nel Donbass». È dall’inizio della guerra che gli ucraini chiedono agli americani questi lanciarazzi, ma, aggiunge Politico, «alla Casa Bianca persistono le preoccupazioni che l’invio del sistema possa essere visto come un’escalation dal Cremlino, data la maggiore gittata e il maggiore potere distruttivo dell’arma rispetto all’artiglieria tradizionale, come gli obici o i vecchi lanciarazzi sovietici», le armi che stanno arrivando a Kiev. Lo scorso 8 maggio, in video collegamento col G7, lo stesso Zelensky ha sottolineato che l’Ucraina «deve ricevere tutte le armi e tutti gli equipaggiamenti di difesa che permetteranno di sconfiggere la tirannia, in particolare i sistemi missilistici a lancio multiplo M142 Himars e M270 Mlrs e altre armi che l’Ucraina ha richiesto ai vostri potenti stati». Un funzionario dell’amministrazione Biden ha dichiarato a Politico che Usa e Ucraina «continuano a discutere attivamente» delle armi richieste da Kiev, ma che anche con i 3,8 miliardi di dollari di aiuti militari che gli Stati Uniti hanno inviato all’Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, non è possibile spedire rapidamente tutto ciò che Zelensky chiede. Intanto, cattive notizie per Zelensky arrivano anche dalla Germania. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto, parlando al Bundestag, di non essere favorevole a una procedura più rapida rispetto a quella standard per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea: «Che non ci sia alcuna scorciatoia per l’Ucraina», ha sottolineato Scholz, «è anche una questione di lealtà nei confronti dei sei paesi dei Balcani occidentali, che appartengono all’Unione europea. L’Ucraina appartiene alla famiglia europea», ha aggiunto Scholz, «ma l’ingresso in Europa non è una questione di alcuni mesi o di alcuni anni. Perciò vogliamo concentrarci a sostenere l’Ucraina in modo pragmatico e veloce». Il riferimento di Scholz è a Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, che non fanno ancora parta della Ue. L’ha presa male il ministro degli Esteri di Kiev, Dmytro Kuleba: «L’Ucraina», ha scritto Kuleba su Twitter, «non vuole essere trattata come una candidata all’Ue di seconda classe. L’ambiguità strategica sulla prospettiva europea dell’Ucraina praticata da alcune capitali dell’Ue negli ultimi anni è fallita e deve finire. Ha solo incoraggiato Putin. Non abbiamo bisogno di surrogati sullo status di candidata all’Ue», ha aggiunto Kuleba, «che mostrino un trattamento di seconda classe nei confronti dell’Ucraina e feriscano i sentimenti degli ucraini». Dunque, arrivano i primi «no» alle richieste di Zelensky, da parte di Washington e Berlino. Un segnale molto importante dal punto di vista geopolitico e militare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/su-missili-ed-europa-iniziano-ad-arrivare-i-primi-no-allucraina-2657356385.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-trattato-di-pace-in-quattro-tappe-di-maio-allonu-con-il-piano-italiano" data-post-id="2657356385" data-published-at="1652987549" data-use-pagination="False"> Un trattato di pace in quattro tappe. Di Maio all’Onu con il piano italiano L’Italia presenta all’Onu un piano in quattro tappe per la pace tra Russia e Ucraina. È stato il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, a New York, a consegnare al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il documento elaborato dalla Farnesina in stretta collaborazione con la presidenza del Consiglio. I quattro punti del piano, anticipati ieri da Repubblica, sono il cessate il fuoco, la neutralità dell’Ucraina, le questioni territoriali (con particolare riferimento a Crimea e Donbass) e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. A supervisionare questo percorso sarebbe un Gruppo internazionale di facilitazione: «Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia», ha spiegato Di Maio ai tecnici della Farnesina, che hanno elaborato il documento, «è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono, e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopoguerra». Nel dettaglio, il primo punto, ovvero il cessate il fuoco, andrebbe ovviamente negoziato durante i combattimenti. Una volta messe a tacere le armi, occorrerebbe procedere con la smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto riguarda il futuro status internazionale dell’Ucraina, che secondo il piano di pace italiano dovrebbe entrare nella Unione europea ma non nella Nato, mantenendo così una posizione di neutralità. Il terzo punto sarebbe il più complesso da perfezionare: un accordo tra Mosca e Kiev sulle questioni territoriali. Crimea e Donbass, secondo il piano di Di Maio, al termine del processo negoziale, accompagnato dalla mediazione internazionale, dovrebbero godere di una ampia autonomia, ma c’è da comprendere come possa questo tipo di soluzione conciliarsi con il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale. La quarta e conclusiva tappa consiste nella proposta di un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa. «Purtroppo», ha commentato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in conferenza stampa, «fino a questo momento non abbiamo notizia dei dettagli di questo piano. Non so se sia stato trasmesso tramite canali diplomatici. Ne abbiamo appreso l’esistenza dai media. La partecipazione di chiunque possa aiutare a raggiungere un accordo è benvenuta», ha aggiunto Peskov, «nessuno sta rifiutando ogni sorta di sforzo sincero». Alcuni contenuti della bozza del piano per la pace presentato da Di Maio sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint, composto da Usa, Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia. Di Maio, dunque, si propone sulla scena internazionale come ispiratore di un percorso negoziale, dopo essere stato considerato, per le sue dichiarazioni durissime nei confronti di Vladimir Putin, un vero e proprio «falco». Non a caso ieri Matteo Salvini, il leader della Lega, in Senato, ha chiamato in causa il ministro degli Esteri del M5s: «Se vuoi dialogare con qualcuno e gli dai del cane», ha detto Salvini, «è difficile che poi si sieda a dialogare con te. Un ministro dovrebbe distendere i rapporti diplomatici ma poi dare dell’animale a qualcuno con cui dobbiamo poi sederci intorno al tavolo». Il riferimento di Salvini è alle parole pronunciate da Di Maio lo scorso 2 marzo, all’inizio della guerra, quando a La 7 disse: «Io sono animalista e penso che tra Putin e qualsiasi animale c’è un abisso, sicuramente quello atroce è lui». Pochi giorni dopo, Di Maio corresse il tiro: «Io non volevo e non voglio rivolgere accuse o offese personali a nessuno. Però», dichiarò il ministro degli Esteri, «ribadisco che la guerra di Putin in Ucraina è assolutamente atroce e va fermata portando al tavolo le parti e trovando una soluzione di pace con la diplomazia». Parole, queste ultime, che ora si sono concretizzate nel piano per la pace presentato all’Onu.
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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