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2021-01-08
Studenti e prof contro il governo ma Ricciardi vuole sbarrare le aule
Ansa
Il 7 gennaio, secondo il primo cronoprogramma del governo Conte, gli studenti delle scuole superiori avrebbero dovuto far ritorno in classe, ma così non è andata. Ieri ha riaperto la «scuola dei piccoli», si sono riaperte, cioè, le aule soltanto per 5 milioni di alunni tra infanzia, primaria e medie, in tutta Italia tranne che in Campania. Hanno riaperto in presenza al 50% anche le scuole superiori del Trentino Alto Adige mentre per il resto del Paese la ripartenza è slittata all'11 gennaio, sempre con presenze al 50% e con diverse eccezioni regionali. E così ieri c'è stato il primo sciopero della didattica a distanza con tablet spenti e ragazzi in piazza nelle principali città a chiedere il rientro in classe e l'adeguamento delle norme di sicurezza a cominciare dall'aumento dei trasporti pubblici locali. Non sono bastate le parole del ministro dell'istruzione Lucia Azzolina a convincere gli studenti che lo spostamento all'11 gennaio è stato deciso per permettere la verifica dei contagi prevista per oggi: «Oggi avremo i dati del monitoraggio regionale. Le regioni hanno la possibilità di cambiare data di ritorno. Ne hanno la competenza. E comunque la scuola è interesse di tutti, maggioranza e opposizione. Non c'è alcuna battaglia politica sulla scuola». Ma mentre si profila lo spettro di un ulteriore rinvio, ovvero il rischio di rientrare il 18, o ancora più probabile, il 31 gennaio, i ragazzi sono stanchi. «Basta spot elettorali e inutili rinvii di pochi giorni sulla scuola. Ci creino le condizioni, con interventi su trasporti, spazi e tracciamento affinché si evitino nuove chiusure e si riparta in sicurezza». Questo chiedevano i ragazzi nel corso della manifestazione che si è svolta a Roma, davanti al ministero dell'Istruzione e in piazza Montecitorio, organizzata dal comitato «Priorità alla scuola» e dalla Rete degli studenti medi. «In questo Paese sulla scuola si decide di giorno in giorno, non è considerata essenziale. Ma cosa serve un rinvio di 4 giorni? Non cambierà nulla. E senza interventi urgenti non c'è garanzia di un rientro in sicurezza». Gli studenti della Capitale, per tornare alla didattica in presenza almeno al 75%, hanno rivendicato infatti interventi strutturali sui trasporti, definiti «al collasso», ma anche priorità al mondo scolastico per quanto riguarda il piano vaccinale e maggiori sforzi sul tracciamento con la possibilità di effettuare tamponi gratuiti. A Milano studenti della piattaforma No Dad, vicina ai collettivi studenteschi, hanno manifestato a sorpresa davanti al provveditorato agli studi bloccandone simbolicamente gli accessi con il nastro che si usa per i lavori in corso. I ragazzi avevano un grande striscione dove le iniziali della didattica a distanza sono diventate «Dannazione Azzolina Dimettiti» e altri più piccoli che dicevano «Il Miur nuoce gravemente alla sicurezza degli studenti». A Torino alcuni studenti si sono radunati in piazza Castello, e, prendendo ad esempio il film L'attimo fuggente, sono saliti sui banchi vuoti: «Vogliamo riprenderci le scuole. Servono investimenti concreti soprattutto sui trasporti pubblici e sull'edilizia scolastica» hanno detto i ragazzi sottolineando che la didattica a distanza non è la soluzione perché «è escludente per uno studente su 4 e alimenta solo la didattica nozionistica con ricadute culturali e psicologiche pesantissime per noi giovani». In attesa dei dati Covid del monitoraggio che il Comitato tecnico scientifico ufficializzerà oggi, resta l'allarme di Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza: «Ho detto ripetutamente che le scuole vanno aperte dopo aver fatto abbassare la curva epidemica a livello tale da rendere stabile la loro apertura. Al momento quindi non ci sono le condizioni epidemiologiche». Comunque, a parte le disposizioni del decreto dello scorso 5 gennaio e l'andamento della curva epidemiologica, restano ferme le disposizioni adottate dalle singole Regioni che comunque oggi potrebbero cambiare «colore». Il Piemonte ha deciso di prolungare la Dad al 100% per le superiori fino al 16 gennaio, mentre la giunta regionale delle Marche lo farà fino al 31 gennaio come avevano già deciso, in piena autonomia, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. «Riaprirle in un momento come questo, con la curva pandemica che non si abbassa, sarebbe un azzardo» ha spiegato il governatore leghista friulano Massimiliano Fedriga mentre il collega veneto Luca Zaia ha spiegato che «non è una scelta politica, questa è attenzione alla salute dei cittadini. Penso che sia doveroso dirlo, per me è un fallimento, la scuola deve essere in presenza e non appesa a un wifi, ma la situazione è pesante». Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ha firmato l'ordinanza in base alla quale a partire dal 18 gennaio sarà valutata, dal punto di vista epidemiologico generale la possibilità del ritorno in presenza per l'intera scuola primaria, e successivamente, dal 25 gennaio, per la secondaria di primo e secondo grado. La scuola dell'infanzia e i primi due anni delle elementari torneranno in presenza l'11 gennaio. La Toscana si adegua all'11 gennaio mentre nel Lazio i docenti continuano a scrivere lettere implorando alle istituzioni di essere ascoltati e gli studenti annunciano un maxi sciopero per lunedì 11 gennaio anche perché si vocifera di uno slittamento del rientro al 18 gennaio, sebbene l'ipotesi che sta prendendo piede nelle ultime ore è quella di mantenere le scuole chiuse fino a fine mese, nella speranza che in contagi scendano. Era stato proprio il presidente della regione, Nicola Zingaretti a lanciare l'ultimatum al «suo» governo rispetto alla riapertura del 7 gennaio: «O rinviate o decidiamo noi lo slittamento».
Moderna porta i rinforzi (e tanti altri dubbi)
Avanti tutta anche se gli interrogativi sono ancora tanti. Ieri il vaccino dell'azienda americana Moderna ha avuto il via libera dell'Agenzia italiana del farmaco dopo l'autorizzazione di quella europea (Ema). È il secondo in Italia dopo quello Pfizer-BionTech. L'amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, secondo quanto riportato dal Guardian, ha annunciato con toni trionfalistici che il farmaco potrebbe proteggere fino a due anni contro il Covid. Ma ha anche precisato che servono altri dati per una valutazione definitiva sulla durata. «Il decadimento degli anticorpi generati dal vaccino ha un andamento molto lento e quindi riteniamo che la protezione possa durare un paio d'anni». Siamo a livello di ipotesi. Atteniamoci a quello che sappiamo ora. Al momento della commercializzazione, secondo quanto dice chiaramente l'Ema, non si nulla sulla durata dell'immunità. Per quanto tempo, dopo la seconda dose possiamo muoverci in tranquillità sicuri di non essere contagiati? La risposta è: non lo sappiamo. L'Agenzia dice che le persone vaccinate nella sperimentazione clinica «continueranno a essere seguite per 2 anni per raccogliere maggiori informazioni sulla durata della protezione».
Altra domanda senza risposta è se il vaccino può ridurre la trasmissione del virus da una persona all'altra. L'Ema scrive che «l'impatto della vaccinazione sulla diffusione del virus non è ancora noto. Non si sa quanto le persone vaccinate possano essere ancora in grado di trasportare e diffondere il virus». Questo significa che nonostante la somministrazione, ognuno di noi potrebbe comunque continuare ad essere un veicolo di contagio.
Dati limitati sono disponibili sulle persone immunodepresse. L'Ema comunque dice che «anche se possono non rispondere altrettanto bene al vaccino, non ci sono particolari problemi di sicurezza». Inoltre possono essere vaccinate in quanto a più alto rischio di Covid. Non è ancora chiaro l'effetto sulle donne incinte. «Gli studi sugli animali non mostrano alcun effetto dannoso in gravidanza», si legge nel report dell'Ema, «tuttavia i dati sull'uso di Moderna durante la gravidanza sono molto limitati. Sebbene non ci siano studi sull'allattamento al seno, non è previsto alcun rischio». Quindi l'Agenzia rimanda al parere di un professionista sanitario la decisione se somministrare il vaccino alle donne in attesa, «dopo aver considerato i benefici e i rischi». L'Agenzia conclude dicendo che studi indipendenti sui vaccini Covid coordinati dalle autorità Ue forniranno maggiori informazioni sulla sicurezza e sui benefici a lungo termine. La sperimentazione quindi continua e Moderna dovrà fornire per i prossimi due anni i risultati con periodicità. Nel frattempo però occorre procedere in velocità, è la consegna di tutti i governi. Eventuali nodi saranno sciolti in avanti. Peraltro da Moderna non arriveranno molte dosi. Ne sono attese 1,3 milioni per i prossimi tre mesi, con le prime 100.000 in arrivo tra una decina di giorni. La fornitura massiccia dovrebbe cominciare nel secondo trimestre con 4,65 milioni di fiale e nel quarto con 7,31. Complessivamente si tratta di poco più di 21 milioni di dosi. Per arrivare all'immunità di gregge, cioè alla copertura del 75% della popolazione servirebbero 1,5 milioni di somministrazioni a settimana.
La fornitura contrattata con Pfizer è più cospicua però l'azienda sta consegnando i lotti al rallentatore. Due giorni fa era attesa una seconda tranche ma ne è arrivata meno della metà. Le Regioni al momento non soffrono questo ritardo perché l'organizzazione non è ancora rodata ma quando si marcerà a pieno ritmo, se ci dovessero essere dei vuoti nelle consegne, potrebbe essere un problema serio. Tra Pfizer e Moderna arriveranno entro la fine di marzo 9 milioni di dosi. Un numero nettamente inferiore al fabbisogno, visto che bisogna vaccinare 4,5 milioni di persone. Si spera nell'autorizzazione ad AstraZeneca che ha promesso 16 milioni di dosi entro marzo e 24 nel secondo trimestre. Ma il via libera dell'Ema potrebbe arrivare non prima di fine mese e inizio febbraio.
Intanto la pandemia non accenna a regredire. Ieri 18.020 nuovi casi (20.331 rilevati mercoledì) e 414 decessi mentre il tasso di positività è risalito al 14,8% dall'11,3% precedente. Sono stati 121.275 i tamponi effettuati, oltre 55.000 meno dell'altro ieri. Tornano a salire i ricoveri sia in terapia intensiva (2.587, cioè 16 in più) sia nei reparti ordinari (23.291 pazienti, 117 in più). Attualmente i positivi sono 571.055, rispetto a mercoledì 2.343 in più, mentre i guariti e i dimessi in un giorno sono 15.659 per un totale dall'inizio dell'emergenza di 1.572.015. In undici Regioni (cinque in più rispetto a una settimana fa) è stata superata la soglia di allerta per le terapie intensive. Sono 326.649 i vaccinati, lo 0,53% della popolazione. L'Italia risulta la seconda dopo la Germania per dosi assolute. Il ritardo iniziale si sta gradualmente colmando. Se si considera tutta l'Europa, al primo posto è la Gran Bretagna. Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza chiede di «coinvolgere i medici di base». Ma questi frenano perché per ora non sono stati vaccinati. «Mettere a contatto chi non è immunizzato con asintomatici sarebbe una follia» ha commentato Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione dei medici. Speranza gli ha risposto che «avranno la priorità perché hanno un ruolo fondamentale per la somministrazione».
Arcuri promette: «Siero per tutti entro l’autunno di quest’anno»
«Serve un piano, e serve essere capaci di somministrarli» ma «servono più vaccini. Noi non produciamo vaccini, dobbiamo aspettarli». Lo ha ripetuto più volte ieri il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, mettendo così le mani avanti sul procedere della campagna di immunizzazione che «deve essere dissociata dalla parola ritardo». Nessuno ha però ancora visto i contratti di fornitura: «Appena l'Ue ci autorizzerà a farlo, noi li pubblicheremo. Sono contratti di cui si occupa l'Ue, poi sottoscritti identici dai vari Paesi: immagino che la Ue vorrà che siano resi noti a partire dallo stesso momento in tutti i Paesi», ha risposto il Commissario. I primi vaccini dell'americana Moderna arriveranno nel corso della prossima settimana, verranno portati a Pratica di Mare e da lì con il contributo delle forze armate partirà la distribuzione verso i 293 punti di somministrazione. La messa a regime partirà dalla seconda settimana di distribuzione. Nei prossimi tre mesi, giungeranno in Italia 1,3 milioni di dosi, con cadenza settimanale: 100.000 a gennaio, 600.000 a febbraio e 600.000 a marzo, secondo i dati confermati dall'azienda. Il nuovo vaccino è indicato a partire dai 18 anni di età, anziché dai 16 anni; la schedula vaccinale prevede due somministrazioni a distanza di 28 giorni, invece che di almeno 21 giorni; l'immunità si considera pienamente acquisita a partire da due settimane dopo la seconda somministrazione, anziché una; viene conservato a temperature comprese tra i -15 e -25 gradi.
In attesa dei rinforzi, ieri sera in conferenza stampa Arcuri ha dato i numeri aggiornati: «Abbiamo consegnato 919.425 vaccini, quasi un milione, su tutto il territori nei 293 punti di somministrazione. Sino ad ora sono state somministrate in Italia 339.223 dosi. Chi dice che al ritmo di 65.000 vaccinazioni al giorno per vaccinare 60 milioni di italiani ci vorrebbero tre anni, ha ragione. Se avessimo 60 milioni di vaccini, questo ritmo andrebbe decuplicato: ma per il momento di vaccini ne abbiamo, appunto, 919.000». Per numero di vaccinati, «siamo il primo Paese, in una classifica tra i Paesi che hanno una dimensione di abitanti simile al nostro», ha poi sottolineato. Specificando che la Danimarca ne ha somministrati cinque volte di meno di noi, ma che in percentuale rispetto alla popolazione risulta avere un numero più alto del nostro.
L'obiettivo è quello di vaccinare tutti «entro il prossimo autunno». Per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, secondo gli esperti, dovrà essere vaccinato l'80% della popolazione, «quindi più o meno 48 milioni di italiani», ha detto Arcuri. Il piano approvato dal Parlamento scansiona le categorie in ordine di tempo: prima medici, infermieri e personale operante nei presidi ospedalieri e ospiti di Rsa (1 milione e 800.000 persone). Si prosegue già dal prossimo mese di febbraio con le persone che hanno più di 80 anni, poi con operatori servizi pubblici essenziali, personale docente e non docente, forze dell'ordine, fragili e detenuti. Quanto al personale che verrà impiegato sul campo, al commissario sono arrivate «19.499 candidature, e ce ne sono altre 5.098 in compilazione. Se tutti concluderanno l'iter arriveremo a 24.599 tra medici, infermieri e assistenti sanitari che hanno voglia di darci una mano». In seguito verranno mobilitati anche i medici e pediatri di base e «perché no, anche i farmacisti», ha detto Arcuri.
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Ieri la riapertura di istituti d'infanzia, primarie e medie. Molte le manifestazioni per reclamare chiarezza e investimenti. Il consigliere di Roberto Speranza, però, chiede nuove chiusure: «Prima abbassiamo la curva»Il vaccino dell'azienda americana, che ha avuto il via libera dall'Aifa, annunciato con le fanfare: «Proteggerà per due anni» In realtà è solo un'ipotesi e non si sa se limiterà la diffusione del virus. Intanto c'è di nuovo pressione sulle terapie intensiveIl commissario ammette: «Bruxelles non ci ha ancora dato i contratti di fornitura»Lo speciale contiene tre articoliIl 7 gennaio, secondo il primo cronoprogramma del governo Conte, gli studenti delle scuole superiori avrebbero dovuto far ritorno in classe, ma così non è andata. Ieri ha riaperto la «scuola dei piccoli», si sono riaperte, cioè, le aule soltanto per 5 milioni di alunni tra infanzia, primaria e medie, in tutta Italia tranne che in Campania. Hanno riaperto in presenza al 50% anche le scuole superiori del Trentino Alto Adige mentre per il resto del Paese la ripartenza è slittata all'11 gennaio, sempre con presenze al 50% e con diverse eccezioni regionali. E così ieri c'è stato il primo sciopero della didattica a distanza con tablet spenti e ragazzi in piazza nelle principali città a chiedere il rientro in classe e l'adeguamento delle norme di sicurezza a cominciare dall'aumento dei trasporti pubblici locali. Non sono bastate le parole del ministro dell'istruzione Lucia Azzolina a convincere gli studenti che lo spostamento all'11 gennaio è stato deciso per permettere la verifica dei contagi prevista per oggi: «Oggi avremo i dati del monitoraggio regionale. Le regioni hanno la possibilità di cambiare data di ritorno. Ne hanno la competenza. E comunque la scuola è interesse di tutti, maggioranza e opposizione. Non c'è alcuna battaglia politica sulla scuola». Ma mentre si profila lo spettro di un ulteriore rinvio, ovvero il rischio di rientrare il 18, o ancora più probabile, il 31 gennaio, i ragazzi sono stanchi. «Basta spot elettorali e inutili rinvii di pochi giorni sulla scuola. Ci creino le condizioni, con interventi su trasporti, spazi e tracciamento affinché si evitino nuove chiusure e si riparta in sicurezza». Questo chiedevano i ragazzi nel corso della manifestazione che si è svolta a Roma, davanti al ministero dell'Istruzione e in piazza Montecitorio, organizzata dal comitato «Priorità alla scuola» e dalla Rete degli studenti medi. «In questo Paese sulla scuola si decide di giorno in giorno, non è considerata essenziale. Ma cosa serve un rinvio di 4 giorni? Non cambierà nulla. E senza interventi urgenti non c'è garanzia di un rientro in sicurezza». Gli studenti della Capitale, per tornare alla didattica in presenza almeno al 75%, hanno rivendicato infatti interventi strutturali sui trasporti, definiti «al collasso», ma anche priorità al mondo scolastico per quanto riguarda il piano vaccinale e maggiori sforzi sul tracciamento con la possibilità di effettuare tamponi gratuiti. A Milano studenti della piattaforma No Dad, vicina ai collettivi studenteschi, hanno manifestato a sorpresa davanti al provveditorato agli studi bloccandone simbolicamente gli accessi con il nastro che si usa per i lavori in corso. I ragazzi avevano un grande striscione dove le iniziali della didattica a distanza sono diventate «Dannazione Azzolina Dimettiti» e altri più piccoli che dicevano «Il Miur nuoce gravemente alla sicurezza degli studenti». A Torino alcuni studenti si sono radunati in piazza Castello, e, prendendo ad esempio il film L'attimo fuggente, sono saliti sui banchi vuoti: «Vogliamo riprenderci le scuole. Servono investimenti concreti soprattutto sui trasporti pubblici e sull'edilizia scolastica» hanno detto i ragazzi sottolineando che la didattica a distanza non è la soluzione perché «è escludente per uno studente su 4 e alimenta solo la didattica nozionistica con ricadute culturali e psicologiche pesantissime per noi giovani». In attesa dei dati Covid del monitoraggio che il Comitato tecnico scientifico ufficializzerà oggi, resta l'allarme di Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza: «Ho detto ripetutamente che le scuole vanno aperte dopo aver fatto abbassare la curva epidemica a livello tale da rendere stabile la loro apertura. Al momento quindi non ci sono le condizioni epidemiologiche». Comunque, a parte le disposizioni del decreto dello scorso 5 gennaio e l'andamento della curva epidemiologica, restano ferme le disposizioni adottate dalle singole Regioni che comunque oggi potrebbero cambiare «colore». Il Piemonte ha deciso di prolungare la Dad al 100% per le superiori fino al 16 gennaio, mentre la giunta regionale delle Marche lo farà fino al 31 gennaio come avevano già deciso, in piena autonomia, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. «Riaprirle in un momento come questo, con la curva pandemica che non si abbassa, sarebbe un azzardo» ha spiegato il governatore leghista friulano Massimiliano Fedriga mentre il collega veneto Luca Zaia ha spiegato che «non è una scelta politica, questa è attenzione alla salute dei cittadini. Penso che sia doveroso dirlo, per me è un fallimento, la scuola deve essere in presenza e non appesa a un wifi, ma la situazione è pesante». Il presidente della Campania, Vincenzo De Luca, ha firmato l'ordinanza in base alla quale a partire dal 18 gennaio sarà valutata, dal punto di vista epidemiologico generale la possibilità del ritorno in presenza per l'intera scuola primaria, e successivamente, dal 25 gennaio, per la secondaria di primo e secondo grado. La scuola dell'infanzia e i primi due anni delle elementari torneranno in presenza l'11 gennaio. La Toscana si adegua all'11 gennaio mentre nel Lazio i docenti continuano a scrivere lettere implorando alle istituzioni di essere ascoltati e gli studenti annunciano un maxi sciopero per lunedì 11 gennaio anche perché si vocifera di uno slittamento del rientro al 18 gennaio, sebbene l'ipotesi che sta prendendo piede nelle ultime ore è quella di mantenere le scuole chiuse fino a fine mese, nella speranza che in contagi scendano. Era stato proprio il presidente della regione, Nicola Zingaretti a lanciare l'ultimatum al «suo» governo rispetto alla riapertura del 7 gennaio: «O rinviate o decidiamo noi lo slittamento». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studenti-e-prof-contro-il-governo-ma-ricciardi-vuole-sbarrare-le-aule-2649784656.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="moderna-porta-i-rinforzi-e-tanti-altri-dubbi" data-post-id="2649784656" data-published-at="1610059164" data-use-pagination="False"> Moderna porta i rinforzi (e tanti altri dubbi) Avanti tutta anche se gli interrogativi sono ancora tanti. Ieri il vaccino dell'azienda americana Moderna ha avuto il via libera dell'Agenzia italiana del farmaco dopo l'autorizzazione di quella europea (Ema). È il secondo in Italia dopo quello Pfizer-BionTech. L'amministratore delegato di Moderna, Stéphane Bancel, secondo quanto riportato dal Guardian, ha annunciato con toni trionfalistici che il farmaco potrebbe proteggere fino a due anni contro il Covid. Ma ha anche precisato che servono altri dati per una valutazione definitiva sulla durata. «Il decadimento degli anticorpi generati dal vaccino ha un andamento molto lento e quindi riteniamo che la protezione possa durare un paio d'anni». Siamo a livello di ipotesi. Atteniamoci a quello che sappiamo ora. Al momento della commercializzazione, secondo quanto dice chiaramente l'Ema, non si nulla sulla durata dell'immunità. Per quanto tempo, dopo la seconda dose possiamo muoverci in tranquillità sicuri di non essere contagiati? La risposta è: non lo sappiamo. L'Agenzia dice che le persone vaccinate nella sperimentazione clinica «continueranno a essere seguite per 2 anni per raccogliere maggiori informazioni sulla durata della protezione». Altra domanda senza risposta è se il vaccino può ridurre la trasmissione del virus da una persona all'altra. L'Ema scrive che «l'impatto della vaccinazione sulla diffusione del virus non è ancora noto. Non si sa quanto le persone vaccinate possano essere ancora in grado di trasportare e diffondere il virus». Questo significa che nonostante la somministrazione, ognuno di noi potrebbe comunque continuare ad essere un veicolo di contagio. Dati limitati sono disponibili sulle persone immunodepresse. L'Ema comunque dice che «anche se possono non rispondere altrettanto bene al vaccino, non ci sono particolari problemi di sicurezza». Inoltre possono essere vaccinate in quanto a più alto rischio di Covid. Non è ancora chiaro l'effetto sulle donne incinte. «Gli studi sugli animali non mostrano alcun effetto dannoso in gravidanza», si legge nel report dell'Ema, «tuttavia i dati sull'uso di Moderna durante la gravidanza sono molto limitati. Sebbene non ci siano studi sull'allattamento al seno, non è previsto alcun rischio». Quindi l'Agenzia rimanda al parere di un professionista sanitario la decisione se somministrare il vaccino alle donne in attesa, «dopo aver considerato i benefici e i rischi». L'Agenzia conclude dicendo che studi indipendenti sui vaccini Covid coordinati dalle autorità Ue forniranno maggiori informazioni sulla sicurezza e sui benefici a lungo termine. La sperimentazione quindi continua e Moderna dovrà fornire per i prossimi due anni i risultati con periodicità. Nel frattempo però occorre procedere in velocità, è la consegna di tutti i governi. Eventuali nodi saranno sciolti in avanti. Peraltro da Moderna non arriveranno molte dosi. Ne sono attese 1,3 milioni per i prossimi tre mesi, con le prime 100.000 in arrivo tra una decina di giorni. La fornitura massiccia dovrebbe cominciare nel secondo trimestre con 4,65 milioni di fiale e nel quarto con 7,31. Complessivamente si tratta di poco più di 21 milioni di dosi. Per arrivare all'immunità di gregge, cioè alla copertura del 75% della popolazione servirebbero 1,5 milioni di somministrazioni a settimana. La fornitura contrattata con Pfizer è più cospicua però l'azienda sta consegnando i lotti al rallentatore. Due giorni fa era attesa una seconda tranche ma ne è arrivata meno della metà. Le Regioni al momento non soffrono questo ritardo perché l'organizzazione non è ancora rodata ma quando si marcerà a pieno ritmo, se ci dovessero essere dei vuoti nelle consegne, potrebbe essere un problema serio. Tra Pfizer e Moderna arriveranno entro la fine di marzo 9 milioni di dosi. Un numero nettamente inferiore al fabbisogno, visto che bisogna vaccinare 4,5 milioni di persone. Si spera nell'autorizzazione ad AstraZeneca che ha promesso 16 milioni di dosi entro marzo e 24 nel secondo trimestre. Ma il via libera dell'Ema potrebbe arrivare non prima di fine mese e inizio febbraio. Intanto la pandemia non accenna a regredire. Ieri 18.020 nuovi casi (20.331 rilevati mercoledì) e 414 decessi mentre il tasso di positività è risalito al 14,8% dall'11,3% precedente. Sono stati 121.275 i tamponi effettuati, oltre 55.000 meno dell'altro ieri. Tornano a salire i ricoveri sia in terapia intensiva (2.587, cioè 16 in più) sia nei reparti ordinari (23.291 pazienti, 117 in più). Attualmente i positivi sono 571.055, rispetto a mercoledì 2.343 in più, mentre i guariti e i dimessi in un giorno sono 15.659 per un totale dall'inizio dell'emergenza di 1.572.015. In undici Regioni (cinque in più rispetto a una settimana fa) è stata superata la soglia di allerta per le terapie intensive. Sono 326.649 i vaccinati, lo 0,53% della popolazione. L'Italia risulta la seconda dopo la Germania per dosi assolute. Il ritardo iniziale si sta gradualmente colmando. Se si considera tutta l'Europa, al primo posto è la Gran Bretagna. Walter Ricciardi, consigliere scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza chiede di «coinvolgere i medici di base». Ma questi frenano perché per ora non sono stati vaccinati. «Mettere a contatto chi non è immunizzato con asintomatici sarebbe una follia» ha commentato Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione dei medici. Speranza gli ha risposto che «avranno la priorità perché hanno un ruolo fondamentale per la somministrazione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/studenti-e-prof-contro-il-governo-ma-ricciardi-vuole-sbarrare-le-aule-2649784656.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="arcuri-promette-siero-per-tutti-entro-lautunno-di-questanno" data-post-id="2649784656" data-published-at="1610059164" data-use-pagination="False"> Arcuri promette: «Siero per tutti entro l’autunno di quest’anno» «Serve un piano, e serve essere capaci di somministrarli» ma «servono più vaccini. Noi non produciamo vaccini, dobbiamo aspettarli». Lo ha ripetuto più volte ieri il commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri, mettendo così le mani avanti sul procedere della campagna di immunizzazione che «deve essere dissociata dalla parola ritardo». Nessuno ha però ancora visto i contratti di fornitura: «Appena l'Ue ci autorizzerà a farlo, noi li pubblicheremo. Sono contratti di cui si occupa l'Ue, poi sottoscritti identici dai vari Paesi: immagino che la Ue vorrà che siano resi noti a partire dallo stesso momento in tutti i Paesi», ha risposto il Commissario. I primi vaccini dell'americana Moderna arriveranno nel corso della prossima settimana, verranno portati a Pratica di Mare e da lì con il contributo delle forze armate partirà la distribuzione verso i 293 punti di somministrazione. La messa a regime partirà dalla seconda settimana di distribuzione. Nei prossimi tre mesi, giungeranno in Italia 1,3 milioni di dosi, con cadenza settimanale: 100.000 a gennaio, 600.000 a febbraio e 600.000 a marzo, secondo i dati confermati dall'azienda. Il nuovo vaccino è indicato a partire dai 18 anni di età, anziché dai 16 anni; la schedula vaccinale prevede due somministrazioni a distanza di 28 giorni, invece che di almeno 21 giorni; l'immunità si considera pienamente acquisita a partire da due settimane dopo la seconda somministrazione, anziché una; viene conservato a temperature comprese tra i -15 e -25 gradi. In attesa dei rinforzi, ieri sera in conferenza stampa Arcuri ha dato i numeri aggiornati: «Abbiamo consegnato 919.425 vaccini, quasi un milione, su tutto il territori nei 293 punti di somministrazione. Sino ad ora sono state somministrate in Italia 339.223 dosi. Chi dice che al ritmo di 65.000 vaccinazioni al giorno per vaccinare 60 milioni di italiani ci vorrebbero tre anni, ha ragione. Se avessimo 60 milioni di vaccini, questo ritmo andrebbe decuplicato: ma per il momento di vaccini ne abbiamo, appunto, 919.000». Per numero di vaccinati, «siamo il primo Paese, in una classifica tra i Paesi che hanno una dimensione di abitanti simile al nostro», ha poi sottolineato. Specificando che la Danimarca ne ha somministrati cinque volte di meno di noi, ma che in percentuale rispetto alla popolazione risulta avere un numero più alto del nostro. L'obiettivo è quello di vaccinare tutti «entro il prossimo autunno». Per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge, secondo gli esperti, dovrà essere vaccinato l'80% della popolazione, «quindi più o meno 48 milioni di italiani», ha detto Arcuri. Il piano approvato dal Parlamento scansiona le categorie in ordine di tempo: prima medici, infermieri e personale operante nei presidi ospedalieri e ospiti di Rsa (1 milione e 800.000 persone). Si prosegue già dal prossimo mese di febbraio con le persone che hanno più di 80 anni, poi con operatori servizi pubblici essenziali, personale docente e non docente, forze dell'ordine, fragili e detenuti. Quanto al personale che verrà impiegato sul campo, al commissario sono arrivate «19.499 candidature, e ce ne sono altre 5.098 in compilazione. Se tutti concluderanno l'iter arriveremo a 24.599 tra medici, infermieri e assistenti sanitari che hanno voglia di darci una mano». In seguito verranno mobilitati anche i medici e pediatri di base e «perché no, anche i farmacisti», ha detto Arcuri.
Perché lì siamo, agli incroci. L’energia è una «minaccia esistenziale», per dirla con Orsini, quindi vorremmo sapere che direzione intende prendere il governo Meloni ai seguenti incroci: 1) gas e petrolio russo, sì o no?; 2) se l’Europa fa melina su energia e burocrazia, l’Italia eserciterà il diritto di veto come pistola sul tavolo, sì o no?; 3) siamo disposti a bloccare le vendite di petrolio o suoi derivati fuori dall’Italia, sì o no?
Entriamo nello specifico, ricordando quello che Confindustria ha lasciato sull’agenda del premier (ma tu guarda se la Meloni deve pure fare il lavoro per conto di Urso, sul cui conto gli industriali ne hanno dette di tutti i colori, a ragione), in un quadro generale economico peggiorato negli ultimi dodici mesi, appesantito dalle guerre e da quella burocrazia «lunare» targata Ue. Negli ultimi tempi, su entrambe le questioni abbiamo ascoltato interventi netti, precisi e condivisibili da parte di Confindustria (con Orsini) e di Coldiretti (con Gesmundo), segno che l’Europa rischia di tenere tutti incollati nella sua stessa colla burocratica.
Chi fa impresa non può limitarsi a sognare l’Europa che verrà, ma deve fare i conti con quello che oggi passa il ricco convento di Bruxelles. Chi sta al governo, di contro, deve decidersi: se gli imprenditori hanno ragione nell’analisi, allora deve andare in Europa col coltello tra i denti anche a costo di svelare che il re è nudo; se invece ha paura di violare questo santuario, eviti finti annunci. La questione è troppo seria per concedersi alla manipolazione delle idee. È pura manipolazione, per esempio, la questione delle sanzioni sull’energia dalla Russia. Sono mesi che ci sorbiamo la morale sul fatto che non possiamo comprare energia da Putin per evitare di finanziare la sua guerra. Nel frattempo, la macchina delle forniture non si è mai fermata! E fa ridere che la propaganda anti Putin se la prenda ora con Buttafuoco ora con la coppia Pirlo-Materazzi o con i cantanti che tengono i concerti a Mosca. Nel mese di aprile, nella zona Ue abbiamo comprato 1,7 miliardi tra gas e petrolio: la parte del leone l’hanno fatta i francesi (la TotalEnergies è nell’azionariato di Novatek e di Yamal Lng, sebbene non riesca a riscuotere i dividendi) con acquisti di gnl per un valore di 413 milioni; poi l’Ungheria, che ha comprato gas e greggio per 380 milioni; il Belgio con 363 milioni di gas naturale; la Slovacchia con 228 milioni di gas e greggio; la Spagna con 181 milioni di gnl. Tutti accordi legali perché per tutto aprile 2026 erano ancora valide le importazioni basate su contratti a lungo termine. Ovviamente l’acquisto bulimico di gas e di petrolio nasce dalla necessità di affrontare le crisi di Hormuz e cripta i carichi di navi fantasma con carichi importanti che arrivano in Europa, Italia compresa. Allora perché continuiamo a far finta di nulla: c’è una retorica da difendere? Beh, è una retorica impregnata di ipocrisia visto che ovunque si sta comprando dai russi tutta l’energia possibile!
Questo è dunque uno di quegli incroci strategici: finora l’Europa ha finanziato Putin acquistando gas e petrolio forse persino più di quel che abbiamo girato all’Ucraina per difendersi. E comunque non si può pensare di sacrificare la crescita economica (l’industria italiana vale il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro) perché non vogliamo ammettere che abbiamo bisogno di energia; a meno che non si dica che hanno diritto di stare in piedi solo le industrie del comparto Difesa.
Secondo incrocio: dall’energia alla burocrazia, stupida, fanatica, «lunare» dell’Unione europea. Lo sentiamo dire da tempo ma i burocrati di Bruxelles scoppiano di salute. Del resto, che aspettarsi da una Europa che tiene in vita due Parlamenti (e mezzo) con un surplus di costi vergognoso? «L’Europa è sempre più necessaria, ma deve cambiare strada e marciare», ha spiegato il presidente di Confindustria Orsini senza tuttavia aggiungere che l’Europa non può bloccare la crescita, come accade con la tassa sulle emissioni (Ets). Capisco l’esigenza di Orsini di chiedere all’Europa di farsi mercato unico dell’energia, ma se in un mercato di squali (l’America fa affari con la Russia; la Cina ha comprato energia russa per 7,3 miliardi; l’India per 5 miliardi; la Turchia per 3 miliardi) l’Europa ci va come la Vispa Teresa allora stiamo freschi. Se l’energia è davvero una «minaccia esistenziale» - e lo è - occorrono decisioni, non giri di minuetto. Se l’Europa mostra la faccia dura con l’Italia (la seconda manifattura del Continente e l’ottava nel mondo, nonostante tutto), il governo minacci seriamente l’uso del potere di veto.
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Nel riquadro, la locandina del centro culturale «Islam è Luce» di Udine (iStock)
Invece quell’annuncio risulta sorprendente, anche perché il supporto carcerario è compreso all’interno di un pacchetto che prevede «insegnamenti sull’Islam, dialogo interreligioso, madrassa (la scuola islamica per bambini), memorizzazione del Corano, 5 salat (le preghiere quotidiane), l’appello all’Islam, consigli matrimoniali, l’accompagnamento di extracomunitari in questura, in Comune, all’Asl e ai colloqui di lavoro in caso di problemi». Segue numero di telefono.
Il patronato alternativo è il core business dell’associazione «Islam è luce», che nel «nome di Allah il misericordioso e compassionevole» si è installata nel quartiere della stazione di Udine, zona semicentrale afflitta da degrado e spaccio, con numerosi profughi e migranti ospitati nelle case dell’Arci oppure abbandonati per strada dall’amministrazione piddina. Anche nel capoluogo friulano il grande abbraccio progressista è la causa di una situazione ormai fuori controllo. E la presenza islamica è importante con problemi di ordine pubblico sempre più pressanti. Le modalità sono identiche ovunque: i comitati cittadini denunciano, la polizia interviene, la sinistra stigmatizza e dopo un mese tutto torna come prima.
Così quel negozio disadorno e senza insegne, con il cartello solitario sulla porta, in realtà è la quarta moschea abusiva della città friulana, allestita da un gruppo di cittadini africani guidati da un addetto alle pulizia italiano (ma ghanese di nascita): Baba Cracki. Secondo gli organizzatori non ci sarebbe nulla di strano; quelle visite in carcere hanno lo scopo di portare conforto, consulenze legali e spirituali ai musulmani che scontano una pena.
È però prudente non sentirsi rassicurati dopo le vicende di Modena e Reggio Emilia. Ed è difficile non far suonare il campanello d’allarme dopo una notizia che arriva da fonti del Viminale: gli stranieri arrestati durante il governo di Giorgia Meloni per atti di terrorismo e radicalizzazione sono stati 68, un numero molto alto rispetto al passato. Un dato che comprende i radicalizzati che già hanno attraversato la frontiera della violenza e coloro che hanno espresso (attraverso scritti, ricerche internet, contatti con amici nel sottobosco dell’illegalità) la volontà di seguirli. È un fenomeno da non sottovalutare e gli investigatori aggiungono che uno dei luoghi di reclutamento è il carcere.
L’emergenza (che fino a prova contraria non riguarda la vicenda di Udine) è ufficiale: uno straniero di fede musulmana ogni 115 residenti in Italia è attualmente detenuto in un carcere italiano. Lo ha portato alla luce l’ultima relazione sul tema del guardasigilli Carlo Nordio. Il ministero della Giustizia ricostruisce così: «I cittadini provenienti dai paesi islamici sono 13.814 su un totale di 63.198 detenuti. E poiché i residenti stranieri di fede musulmana sono circa 1,6 milioni (dato rilevato dalla Fondazione Ismu, iniziative e studi sulla multietnicità), il rapporto è questo: 13.814 detenuti su 1.600.000 residenti. I praticanti, sui 13.814, sono 7.477». C’è un altro dato importante, che impone la necessità di mantenere alta l’attenzione: fra i detenuti ci sono 36 imam «che conducono la preghiera all’interno dei penitenziari». E fanno proseliti: al 30 settembre scorso risultano convertiti all’Islam 37 detenuti.
In questo contesto la deriva jihadista non è scontata ma neppure da banalizzare. Sempre secondo il rapporto di via Arenula i detenuti musulmani «attenzionati» in prigione dai nuclei specializzati della polizia penitenziaria sono 194. Con una ripartizione di tre livelli. 1) Rischio alto: 65 sono detenuti per reati connessi al terrorismo internazionale o di particolare interesse per atteggiamenti che rilevano forme di proselitismo, radicalizzazione o reclutamento. 2) Rischio medio: 61 sono coloro i quali, all’interno del penitenziario, hanno posto in essere più atteggiamenti che fanno presupporre una vicinanza all’ideologia jihadista. 3) Rischio basso: 68 sono i casi in cui le notizie raccolte negli istituti di pena risultano generiche e richiedono un ulteriore approfondimento.
Sono tenuti sotto controllo anche i detenuti delle carceri minorili, spesso immigrati di seconda generazione che si compattano in gang o giovanissimi senza fissa dimora e privi di riferimenti. Quindi facilmente arruolabili. Uno studio del ministero degli Esteri con «The Siracusa international institute» sottolinea che l’ambiente carcerario offre «opportunità di contatto con altri detenuti radicalizzati e può creare o amplificare le condizioni conduttive alla radicalizzazione». E al di là della sociologia spicciola, con il ruolo centrale degli imam.
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