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2022-04-07
Si serra la stretta russa sul Donbass. Orbán media, Biden soffia sul fuoco
Viktor Orbán (Getty Images)
Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo.
In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca.
Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma.
Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.
Intanto arrivano pure i profughi falsi
Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente.
Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
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Il presidente ungherese telefona a Vladimir Putin, chiedendo il silenzio delle armi e rilanciando i colloqui di pace. Il leader Usa: «Il conflitto durerà a lungo». Kiev invita i suoi cittadini a lasciare subito le zone orientali.Mentre dall’Ucraina giungono per lo più donne e bambine, in fuga dalla guerra vera, a Lampedusa non cessa il flusso di migranti economici, quasi sempre maschi adulti.Lo speciale contiene due articoli.Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo. In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca. Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma. Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-russa-donbass-orban-media-2657112861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-arrivano-pure-i-profughi-falsi" data-post-id="2657112861" data-published-at="1649314151" data-use-pagination="False"> Intanto arrivano pure i profughi falsi Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente. Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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Nel riquadro il manifesto della Lega rimosso dopo la protesta degli islamici dell’Ucoii (iStock)
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
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(Ansa)
Fino a 470 milioni di nuove azioni. Munizioni per una campagna che non si annuncia breve né priva di trappole. Secondo il presidente di Unicredit Pier Carlo Padoan Commerzbank non sta esprimendo tutto il suo potenziale. E quindi va «liberata». Una parola che in finanza ha sempre un suono ambiguo: liberata da cosa, e soprattutto liberata per chi?
Padoan insiste: non è un blitz, non è un assalto, è un dialogo lungo diciotto mesi. Peccato che a Francoforte il dialogo venga descritto con toni meno fantasiosi e molto più difensivi. Il messaggio di Commerzbank è chiarissimo: non stiamo parlando di una fusione alla pari, ma di un piano che «smantella la banca così come funziona oggi per i suoi clienti e non paga alcun premio agli azionisti». Insomma: più che un matrimonio, un fidanzamento imposto con divisione dei beni già contestata. E mentre gli uffici legali affilano le definizioni, arriva il parere favorevole della Ue. Perché a Bruxelles e dintorni le fusioni bancarie sono viste con ammirazione. Il ministro greco dell’Economia e presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis lo dice con chiarezza: servono «campioni europei piuttosto», e soprattutto «maggiore solidità». Insomma basta banche piccole che si fanno concorrenza domestica. Servono giganti capaci di giocare la partita globale. Pierrakakis osserva che il vero metro di giudizio non è solo il capitale, ma la capacità di investire in tecnologia. E quando si confrontano Europa, Stati Uniti e Cina, il verdetto è impietoso: troppo piccoli per competere davvero sull’innovazione. In altre parole: se restiamo frammentati, perdiamo la partita non con il vicino di casa, ma con i sistemi bancari continentali. E non è un dettaglio che, su questa linea, anche la Banca centrale europea abbia da tempo mostrato un atteggiamento tutt’altro che ostile all’idea dell’ integrazione. Nessuna pressione. Ma un orientamento ormai chiaro: meno frammentazione, più solidità, più economie di scala. Per anni l’Europa ha predicato l’unione bancaria come obiettivo strategico. Poi, quando qualcuno prova a farla sul serio, la discussione torna improvvisamente nazionale, difensiva, quasi identitaria. Come se la teoria fosse europea e la pratica dovesse restare tedesca.
E infatti il fronte di Francoforte non arretra. Michael Kotzbauer, voce del consiglio di amministrazione di Commerzbank, non usa giri di parole: il piano di Unicredit non è integrazione, è in realta una forma di «disarticolazione». E soprattutto non c’è nessun premio agli azionisti. Che in traduzione libera significa: se questa è un’offerta, manca la parte più sostanziosa del menu.
Ma la partita, adesso, è entrata nella fase decisiva. Perché con l’aumento di capitale approvato e la macchina dell’Ops pronta, non si parla più di intenzioni ma di esecuzione. Il calendario, del resto, è già scritto: conti trimestrali oggi, poi l’avvio operativo, e a fine giugno - o poco oltre - le prime risposte vere del mercato. Quelle che non si misurano nei comunicati, ma nei prezzi. E allora si chiude il cerchio con una frase che suona quasi come un manifesto politico-finanziario come lo definisce Padoan: «Stiamo costruendo la banca del futuro per l’Europa».
È qui che il racconto si fa più grande della singola operazione. Perché non si tratta solo di una banca italiana che prova a scalare una banca tedesca. Si tratta dell’ennesimo tentativo di dare all’Europa quello che proclama da vent’anni e realizza con estrema cautela: un sistema bancario davvero continentale. Il problema, come sempre, è che tra il dire e il fare ci sono gli azionisti, i consigli di amministrazione, le capitali nazionali e quella sottile arte europea del compromesso che rende tutto possibile. E in mezzo a tutto questo, mentre i comunicati si inseguono e le dichiarazioni si contraddicono con puntualità, resta una certezza: questa non è più una trattativa bancaria. È una piccola prova generale di Europa.
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Le gemelle Cappa, Paola e Stefania, cugine di Chiara Poggi (Ansa)
Nell’inchiesta sull’omicidio di Garlasco due binari investigativi si stanno per intrecciare a un passo dal capolinea: oggi verranno sentite nella caserma dei carabinieri Montebello di via Vincenzo Monti a Milano, come persone informate sui fatti, le gemelle Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi; domani toccherà, sempre per delle sommarie informazioni testimoniali, quindi senza l’assistenza di un legale, a Marco Poggi, fratello della vittima e amico di Andrea Sempio, ormai unico indagato per il delitto a sfondo sessuale con doppia aggravante (i motivi «abbietti» e la «crudeltà»). Sempio, convocato anche lui ma con un avviso a comparire per rendere interrogatorio (firmato dai pm Giuliana Rizza, Valentina De Stefano e Stefano Civardi), potrebbe trovarsi nella sala d’attesa il suo vecchio amico, nonostante le notizie delle agenzie di stampa che indicavano come luogo dell’audizione Mestre.
«Ci saremo, poi valuteremo se rispondere o meno», dice Angela Taccia, che con il collega Liborio Cataliotti difende Sempio. Mentre il suo ex avvocato, Massimo Lovati, che probabilmente sospetta una trappola, a Diario del giorno (su Rete 4), rispondendo alle domande di Sabrina Scampini, ha invitato Sempio a «non andare» dai pm e a «farsi portare in manette». «Sicuramente mi presenterò», è invece il messaggio di Stefania Cappa che Gianluigi Nuzzi ha letto durante la puntata di Dentro la notizia (sempre su Rete 4). Di certo la notifica che le gemelle hanno ricevuto spazza via l’animazione mediatica rispetto a un loro coinvolgimento nelle indagini, alimentato anche da una richiesta (qualche mese fa) della Guardia di finanza che avrebbe voluto analizzare i movimenti bancari di tutta la famiglia e della quale non si è più saputo nulla.
La nuova indagine, proprio nella sua fase finale, sembra provare a tenere insieme tutto: il movente, indicato dai magistrati in un rifiuto di un approccio sessuale, la dinamica del delitto, che appare però ancora fumosa (nel capo d’imputazione provvisorio compare, proprio accanto al numero di colpi con i quali prima è stata tramortita e poi uccisa Chiara, la parola «almeno»), ricordi dei testimoni (per Marco Poggi è la terza convocazione nel corso della nuova inchiesta), intercettazioni che non erano state trascritte o che erano state trascritte solo parzialmente dai carabinieri della «Squadretta» dell’ex procuratore di Pavia Mario Venditti (indagato a Brescia per corruzione in atti giudiziari in relazione all’archiviazione del 2017) e approfondimenti online. Quelli su un forum Web (Italian seduction) frequentato da Andreas, alias Andrea Sempio. Una community in cui utenti anonimi si scambiavano consigli su come approcciarsi alle donne. Sempio avrebbe postato oltre 3.000 messaggi fra 2009 e 2016. Qui avrebbe fatto riferimento a due donne che avrebbero tormentato la sua stabilità. «Allora one itis (termine in voga all’epoca nel gergo Web per indicare monomanie e ossessioni amorose non corrisposte, ndr) disastrosa per una barista di una birreria, palo secco, mi do da fare miglioro e tanto». E qui sarebbe da escludere la Poggi. Ma avrebbe scritto anche: «L’unica volta che mi sono innamorato è capitato in un momento oscuro della mia vita, tra i 18 e i 20». Non ci sarebbe però alcun riferimento esplicito a Chiara né al delitto. Una relazione dei carabinieri del Racis pare stia per finire tra gli atti dell’inchiesta. Anche se, come prevede il codice, non sono utilizzabili in un procedimento penale perizie sul carattere, sulla personalità e sulle qualità psichiche di un indagato.
A leggere il capo d’imputazione provvisorio manca invece l’arma del delitto. Neppure ipotizzata. Sempio, insomma, si ritrova con una convocazione nella quale gli viene contestato l’omicidio con doppia aggravante, il movente e una parziale ricostruzione della dinamica. In sostanza la Procura gli comunica di non sapere come e con cosa è stata uccisa Chiara, ma di sapere che è stato lui (il cui alibi, legato a uno scontrino di un parcheggio di Vigevano, non convince gli inquirenti) per un rifiuto sessuale. Resta da chiarire anche l’ingresso nella villetta dei Poggi senza effrazione. Nel 2011, i giudici di appello avevano preso in considerazione, per poi scartarla, l’ipotesi di una rapina finita male. Ma avevano scritto: «Non vi sono segni di effrazione alla porta». E aggiunto che «non vi sono prove che escludono che Chiara Poggi quella mattina, una volta svegliatasi, abbia disattivato l’allarme e abbia fatto uscire il gatto in giardino, lasciando socchiusa la porta di ingresso. O forse l’ha chiusa, ma può averla aperta scorgendo che qualcuno era entrato nel giardino». Uno scenario che oggi torna. Con una differenza: adesso si prova a legarlo al nome di Sempio. È così che si è ristretto il perimetro. Come andrà a finire?
Ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenuto alla presentazione del libro L’impronta (la lezione di Garlasco e la fiducia degli italiani nella giustizia), di Giancarla Rondinelli, si è detto convinto «che alla fine non ci sarà un colpevole, perché è un processo che si trascina da tanti anni e che ha una ricostruzione due volte negata, poi accolta, adesso messa in discussione da una diversa e antitetica ricostruzione, che però è ancora quella dell’accusa, non è passata nemmeno al vaglio di un’udienza preliminare». E ha aggiunto: «Alberto Stasi ci ha messo cinque processi, se pensiamo che anche Sempio ce ne possa mettere cinque io non ci sarò più quando sarà finito tutto, ma ricordatevi che la mia previsione è che alla fine non ci sarà un colpevole».
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