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2022-04-07
Si serra la stretta russa sul Donbass. Orbán media, Biden soffia sul fuoco
Viktor Orbán (Getty Images)
Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo.
In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca.
Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma.
Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.
Intanto arrivano pure i profughi falsi
Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente.
Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
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Il presidente ungherese telefona a Vladimir Putin, chiedendo il silenzio delle armi e rilanciando i colloqui di pace. Il leader Usa: «Il conflitto durerà a lungo». Kiev invita i suoi cittadini a lasciare subito le zone orientali.Mentre dall’Ucraina giungono per lo più donne e bambine, in fuga dalla guerra vera, a Lampedusa non cessa il flusso di migranti economici, quasi sempre maschi adulti.Lo speciale contiene due articoli.Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo. In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca. Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma. Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-russa-donbass-orban-media-2657112861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-arrivano-pure-i-profughi-falsi" data-post-id="2657112861" data-published-at="1649314151" data-use-pagination="False"> Intanto arrivano pure i profughi falsi Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente. Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 30 aprile con Carlo Cambi
Il tutto in un contesto istituzionale profondamente cambiato dal 2006 e che ha portato, non a caso, a far sì che il dicastero di Via Arenula restasse solo «ministero della Giustizia» anche nella dizione ufficiale, avendo perso ogni competenza sui provvedimenti di grazia.
L’igienista dentale del San Raffaele, paracadutata nel 2010 al Pirellone con Forza Italia nel listino bloccato, è sempre stata di poche parole. Si è dimessa nel 2012, sull’onda dello scandalo Ruby, e di lei gli stessi compagni di partito ricordano solo, a parte l’avvenenza, il fatto che non parlava con i giornalisti ed era sempre marcata da un addetto stampa. Accusata dai pm milanesi di essere una sorta di «regista» del Bunga Bunga milanese di Silvio Berlusconi, in realtà non era certo l’unica figura di questo tipo, ma ha praticamente pagato per tutti. In due processi distinti, Minetti ha preso nel complesso tre anni e 11 mesi. Nel 2022 viene disposta l’esecuzione cumulata con misure alternative al carcere. Secondo il Fatto Quotidiano l’esecuzione non è mai cominciata: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali, e l’udienza per decidere era stata fissata a dicembre dello scorso anno. All’inizio del 2025, però, ha presentato la domanda di grazia che oggi è al centro dello scandalo.
In tutti questi anni, la Minetti ha mantenuto il suo tradizionale riserbo e non concede interviste. Con un’unica, sostanziale, eccezione. A metà settembre del 2024, sul mondadoriano Chi, allora diretto da Alfonso Signorini, esce un bel servizio fotografico che la ritrae per le strade di Milano con un bimbo. Il settimanale parla di una vita da «mamma di lusso», tra «Ibiza, Monte Carlo e New York» con «il suo fidanzato Giuseppe Cipriani». Nessun riferimento all’Uruguay, dove Cipriani ha una villa spettacolare e dove avviene l’adozione contestata.
La nuova Nicole in versione mamma premurosa è dunque sdoganata, fotografie alla mano. Il 27 luglio 2025, l’avvocato Antonella Calcaterra scrive al Quirinale, Ufficio Grazie, e chiede clemenza per la sua assistita. Nel giro di soli dieci giorni, il responsabile dell’ufficio, il magistrato Enrico Gallucci, gira la documentazione al ministero. Qui, per le verifiche di rito, possono servire anche uno o due anni. Invece per l’ex badante di Ruby Rubacuori bastano poche settimane. È come se il nome Minetti non dicesse più nulla, o dicesse troppo, e il 9 gennaio di quest’anno, dopo soli quattro mesi e con l’estate in mezzo, arriva anche il semaforo verde della Procura generale di Milano. Il provvedimento di clemenza viene firmato da Sergio Mattarella il 18 febbraio. E resta segreto. Pare perché essendoci di mezzo un minore non si volevano speculazioni. Sarà, ma intanto il sommergibile ha concluso la missione con successo. Minetti eviterà anche i lavori socialmente utili e continuerà la sua silenziosa esistenza.
Questa grazia fantasma non poteva che materializzarsi in un programma tv che si chiama Chi l’ha visto. Succede quasi due mesi dopo, a metà aprile, quando il conduttore del programma Rai, Federico Ruffo, annuncia sui social la grazia alla Minetti «per motivi umanitari». Nessuno obietta alcunché, perché il Colle ha sempre ragione, mentre il Fatto Quotidiano comincia a indagare sulla contestata adozione in Uruguay nella generale riprovazione dei giornaloni, in veste di Igienisti del Quirinale. Fino alla svolta di tre giorni fa: il Colle fa intendere di essere stato ingannato da qualche misteriosa entità e chiede un’indagine severa a Via Arenula. Così, gli stessi Igienisti del Quirinale cavalcano lo scandalo e lo girano interamente contro il governo di Giorgia Meloni.
E qui, la faccenda si fa un po’ più tecnica, ma non meno interessante. Chi decide veramente i provvedimenti individuali di clemenza? Il capo dello Stato, non c’è dubbio. Lo dice la Costituzione e lo spiega bene una sentenza della Consulta (la numero 200) del 2006, che afferma: «La titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica». In forza di questa sentenza, il vecchio ministero di Grazia e Giustizia è andato in soffitta e al Quirinale, da vent’anni, c’è un apposito ufficio, affidato al magistrato Gallucci. Che ieri, interpellato dal Foglio, non si è minimamente nascosto dietro un dito e ha detto: l’attività istruttoria spetta al ministero, «ma l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello Stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia». E così, da un lato le grazie le decide il capo dello Stato, ma la Costituzione sancisce sempre la sua irresponsabilità politica. Insomma, questa sentenza del 2006 è davvero un piccolo capolavoro.
Adesso, dopo lo scandalo, sono in corso tutte quelle «verifiche» e quelle «indagini accurate» che non sono state fatte di fronte a quel sommergibile inarrestabile. Alla fine, chissà che anche il regista Paolo Sorrentino non debba rimettere mano al suo film La Grazia. Sperando che il nuovo titolo non diventi La Trattativa.
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