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2022-04-07
Si serra la stretta russa sul Donbass. Orbán media, Biden soffia sul fuoco
Viktor Orbán (Getty Images)
Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo.
In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca.
Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma.
Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.
Intanto arrivano pure i profughi falsi
Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente.
Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
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Il presidente ungherese telefona a Vladimir Putin, chiedendo il silenzio delle armi e rilanciando i colloqui di pace. Il leader Usa: «Il conflitto durerà a lungo». Kiev invita i suoi cittadini a lasciare subito le zone orientali.Mentre dall’Ucraina giungono per lo più donne e bambine, in fuga dalla guerra vera, a Lampedusa non cessa il flusso di migranti economici, quasi sempre maschi adulti.Lo speciale contiene due articoli.Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo. In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca. Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma. Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-russa-donbass-orban-media-2657112861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-arrivano-pure-i-profughi-falsi" data-post-id="2657112861" data-published-at="1649314151" data-use-pagination="False"> Intanto arrivano pure i profughi falsi Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente. Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
La risoluzione impegna il governo ad «attivare interlocuzioni presso l’Ue volte al riconoscimento dell’eccezionalità della situazione in vista di una possibile attuazione della clausola di salvaguardia». Questa è una possibilità prevista dalle regole europee che consente agli Stati membri di sospendere temporaneamente i vincoli del Patto di Stabilità in caso di grave recessione economica nell’Eurozona e nell’Unione europea. Non si tratta comunque di misure unilaterali ed è sempre prevista l’autorizzazione da parte delle istituzioni Ue. Secondo il Codice di condotta sull’attuazione del Patto di Stabilità, in caso di attivazione delle clausole i Paesi con disavanzo eccessivo, che è il caso dell’Italia, non vedono sospese le regole fiscali ma possono ottenere una revisione del percorso di aggiustamento e una valutazione più flessibile da parte della Commissione Ue.
L’aggiornamento della risoluzione di maggioranza è un passo ulteriore e più forte rispetto al testo precedente dove c’era solo una generica richiesta alla Ue di una maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici. La Camera ha approvato il testo con 180 voti favorevoli, 97 contrari e quattro astensioni (compreso il partito di Vannacci). Al Senato approvato con 96 sì e 60 no. La modifica è certamente il frutto di una pressione della Lega condotta in Parlamento da Alberto Bagnai e Claudio Borghi. «Il testo della risoluzione l’ho validato io quindi vuol dire che è stato condiviso», ha precisato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Da un lato la Lega spingeva per inserire un riferimento esplicito allo scostamento di bilancio, strumento che il governo non può e non vuole evocare apertamente per non irrigidire il non facile dialogo con Bruxelles, le clausole di salvaguardia tuttavia sono uno strumento concreto. La motivazione per invocarle è, come appare evidente, la situazione energetica seguita agli eventi bellici che si sono sviluppati a partire dal 28 febbraio, cioè dopo l’intervento americano in Iran. Una guerra che ha prodotto «un rilevante impatto asimmetrico sui costi energetici, in conseguenza di fattori al di fuori del controllo degli Stati dell’Unione», si legge nella risoluzione. D’altra parte la nuova governance europea prevede clausole di uscita in caso di circostanze eccezionali e in base alla risoluzione l’Italia deve intraprendere questa strada. Nel suo intervento al termine della discussione generale sul Dfp, il ministro Giorgetti aveva detto: «È molto difficile da sostenere, quantomeno politicamente, una clausola escape che preveda la possibilità di non considerare ai fini del Patto le spese per la difesa e invece le escluda per gli interventi in favore di famiglie e imprese per l’energia. C’è un’incongruenza logica che continueremo a ribadire».
La questione è chiara: da un lato l’esigenza di mettere in campo misure per evitare che l’impatto del conflitto in Medio Oriente si propaghi nel nostro Paese alla struttura dei prezzi, generando inflazione e quindi comprimendo il potere d’acquisto dei cittadini; dall’altro ci sono gli spazi assai limitati di finanza pubblica in un Paese come l’Italia fortemente indebitato, con un rapporto tra lo stock del debito e il Pil che nel 2025 è stato del 137,1% e che è dato in crescita nel 2026.
Nel corso del dibattito parlamentare il ministro Giorgetti aveva sottolineato come un Paese «fortemente indebitato non sia totalmente libero e ha un vincolo che non si può ignorare». La clausola invocata potrebbe essere il percorso giusto in questa fase in base a come andrà l’interlocuzione con l’Unione europea.
Intanto il governo si avvicina alla data di domani, 2 maggio, quando diventerà il secondo più longevo della storia repubblicana sorpassando il Berlusconi quater (2008-2011), di cui peraltro Giorgia Meloni faceva parte come ministro della Gioventù.
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Via libera del Consiglio dei ministri al piano casa e al ddl sugli sgomberi. Il premier Giorgia Meloni annuncia fino a 100.000 alloggi in 10 anni e procedure più rapide per liberare gli immobili occupati abusivamente.
Il governo accelera sul fronte abitativo e della legalità. Al termine del Consiglio dei ministri, il premier Giorgia Meloni ha illustrato i contenuti del piano casa, definito «ambizioso», con l’obiettivo di mettere a disposizione fino a 100.000 alloggi tra edilizia popolare e soluzioni a canone calmierato nell’arco di un decennio.
Il progetto prevede uno stanziamento pubblico fino a 10 miliardi di euro, destinato a generare un effetto moltiplicatore grazie al coinvolgimento di capitali privati. Tra le priorità anche il recupero di circa 60mila immobili oggi non assegnabili perché in condizioni non adeguate. Parallelamente, l’esecutivo ha approvato un disegno di legge con dichiarazione d’urgenza sugli sgomberi, con l’obiettivo di rendere più rapide ed efficaci le procedure per liberare gli immobili occupati abusivamente. Una misura che punta a rafforzare la tutela della proprietà e a velocizzare gli interventi sul territorio.
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«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.
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Silvia Salis (Getty Images)
«A Rimini», racconta Massimo Cortesi, responsabile della comunicazione dell’Associazione nazionale Alpini e direttore del mensile nazionale L’Alpino, «siamo stati preceduti da alcuni manifesti che dicevano: “Alpino molesto se mi tocchi ti calpesto”. È in quell’occasione che, per la prima volta, siamo stati travolti da accuse di questo tipo. Tutti hanno raccontato quello che alcuni di noi avrebbero fatto quella volta, ma nessuno, o quasi, ha detto che poi abbiamo creato un sito contro le molestie e prodotto un manuale di consapevolezza. Rigettiamo ogni tipo di comportamento scorretto nei confronti delle donne. Questo genere di cose non ha nulla a che fare con noi».
Stesso copione anche a Genova, dove si terrà la prossima adunata. Non una di meno ha subito pubblicato dei post contro le penne nere, paragonandoli a dei molestatori che coltivano la cultura machista. «Si tratta di un movimento che esiste solo online, senza segreteria e senza un vero e proprio consiglio», prosegue Cortesi. «Ci aveva già preso di mira durante l’adunata del 2018 a Trento». Polemica chiusa, quindi. Anche se il responsabile comunicazione dell’Ana ci tiene ad aggiungere: «Avere come bersaglio la nostra associazione è l’ideale perché abbiamo un’immagine molto positiva. Sparare sugli alpini provoca sempre molto rumore». Cortesi precisa poi una cosa: «Capisco che i genovesi siano a disagio per il fatto che siano state chiuse le scuole e i parchi, ma è una decisione che ha preso il Comune, senza che noi facessimo alcuna richiesta in questo senso. Lo ripeto: capisco che le famiglie potranno risentire della nostra presenza perché hanno i bambini a casa per due giorni. Lo comprendo. Ma non è né una decisione né una richiesta fatta dagli alpini». Anzi... Con un certo orgoglio, Cortesi ricorda un fatto: «Nel 2019, durante l’adunata di Milano, il sindaco Beppe Sala ci chiese quando saremmo tornati visto che avevamo lasciato i parchi in cui eravamo stati meglio di come li avevamo trovati».
A Genova però non è così. A dominare, almeno per il momento, sono le polemiche. Del resto la richiesta di ospitare l’adunata dell’Associazione nazionale Alpini era stata fatta tanto tempo fa, quando il sindaco era un altro, Marco Bucci, certamente più vicino al sentire degli Alpini rispetto a Silvia Salis. «Ai cittadini che protestano per i disagi», precisa Cortesi, «bisogna ricordare che l’adunata a Genova è stata chiesta certamente dalla nostra sezione locale, ma anche dal Comune e dalla Regione. E che portiamo sempre un introito significativo nelle casse delle città in cui passiamo. Mi sorprende che», prosegue poi il responsabile della comunicazione dell’Ana, «il Comune abbia celebrato il 25 aprile e poi abbia voltato le spalle agli Alpini, a cui sono state concesse 62 medaglie al valor militare durante la Resistenza. Non è una critica, ma bisogna dire che il confronto politico è scaduto. Gli interessi di una parte, in questo caso, sono prevalsi sull’oggettività».
Anche perché su queste adunate c’è un grande errore di fondo. Spesso si pensa che abbiano a che fare con il mondo militare o, peggio ancora, con la guerra. Ma non è così. L’Associazione nazionale alpini ha come obiettivo, grazie ai suoi volontari, quello di assistere chi si trova in difficoltà. Certo, l’Ana è una associazione di volontari che hanno in comune l’aver prestato servizio di leva nei reparti alpini, ma che poi hanno continuato tutta la vita in professioni diverse, in ogni campo. Che più che alla guerra pensano alla pace. Del resto, i motti delle ultime adunate sono stati «Il sogno di pace degli alpini» e «Alpini portatori di pace». Quest’anno invece il motto dell’adunata sarà «Un faro per il futuro d’Italia». Anche in questo caso i conflitti non c’entrano: «Vogliamo puntare su solidarietà, condivisione e disponibilità nei confronti degli altri. Come associazione nazionale alpini facciamo memoria degli uomini travolti dalle guerre, quindi delle vittime. Uno dei nostri motti è: “Noi onoriamo i morti aiutando i vivi”. Realizziamo opere a favore di tutti. Dove c’è un’emergenza arriviamo. Abbiamo fatto strutture in tutto il mondo per aiutare le persone», spiega Cortesi.
C’è poi un’altra questione, quella delle polemiche relative alla richiesta dell’Ana di Udine di evitare che la sfilata degli alpini fosse in concomitanza con il gay pride: «La sezione lo ha chiesto perché sono due manifestazioni talmente diverse che sarebbe meglio farle in giorni diversi. Udine non è una città assediata dagli eventi e quindi ci sono date e spazi per tutti».
Sia come sia, un fatto è certo: gli alpini piacciono a gran parte degli italiani. Sia perché ne riconoscono il valore nelle emergenze, sia perché guardando a quelle penne nere si ricordano dei giovani costretti a stare per anni in montagna, senza nulla con sé. Con solo qualche canto malinconico che racconta di ragazze perdute e di una guerra che non volevano fare. O della campagna di Russia, da cui i più non ritornarono, per parafrasare il titolo di un bel libro di Eugenio Corti. O di capitani che chiedevano che il loro corpo venisse spartito. Un po’ alla patria e al battaglione, un po’ alla mamma e al primo amore. E, infine, alle montagne «Ché lo fioriscano di rose e fior».
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