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2022-04-07
Si serra la stretta russa sul Donbass. Orbán media, Biden soffia sul fuoco
Viktor Orbán (Getty Images)
Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo.
In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca.
Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma.
Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.
Intanto arrivano pure i profughi falsi
Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente.
Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
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Il presidente ungherese telefona a Vladimir Putin, chiedendo il silenzio delle armi e rilanciando i colloqui di pace. Il leader Usa: «Il conflitto durerà a lungo». Kiev invita i suoi cittadini a lasciare subito le zone orientali.Mentre dall’Ucraina giungono per lo più donne e bambine, in fuga dalla guerra vera, a Lampedusa non cessa il flusso di migranti economici, quasi sempre maschi adulti.Lo speciale contiene due articoli.Si era proposto come «uomo della pace» durante la campagna elettorale, facendo leva sui timori legati alla guerra in Ucraina. Ora il premier ungherese Viktor Orbán, fresco di vittoria elettorale, cerca di proporsi all’opinione pubblica interna come un leader capace di mantenere la parola e, al contempo, manda segnali all’Unione europea, con la quale i rapporti sono tesi da tempo. In una telefonata con il presidente russo Vladimir Putin, Orbán ha chiesto «il cessate il fuoco immediato» in Ucraina e si è autoaccreditato come organizzatore di colloqui di pace - ai quali ha invitato Putin nella stessa telefonata - nel suo Paese. Al tavolo il presidente ungherese, al suo quarto mandato e al terzo di fila, chiede anche la partecipazione del presidente francese Emmanuel Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz. La risposta del presidente russo è stata «positiva», ha detto Orbán. I rapporti tra l’Ungheria e la Russia si stringono dunque sempre più, ma del resto i segnali erano già evidenti ed erano stati confermati dalle congratulazioni inviate da Putin a Orbán per l’affermazione del suo partito alle elezioni parlamentari. In seguito all’annuncio della vittoria, il presidente rieletto aveva colto l’occasione per inviare un messaggio alla Ue, con la quale i rapporti sono scricchiolanti da tempo. Dopo il successo elettorale aveva commentato: «Dalle urne, esce un chiaro segnale a Bruxelles. Abbiamo vinto anche a livello internazionale contro il globalismo. Contro Soros. Contro i media mainstream europei. E anche contro il presidente ucraino Volodymyr Zelensky». Inoltre, Orbán ha sempre evitato di porsi in contrapposizione rispetto alla Russia: in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, ha emanato un decreto con il quale ha vietato il trasferimento di armi a Kiev attraverso il territorio ungherese. Budapest si è anche impegnata a non fornire alcun genere di aiuto all’Ucraina, pur asserendo di «condannare la guerra». Il Paese guidato da Viktor Orbán, c’è da dire, è strettamente legato alla Federazione Russa da contratti e collaborazioni come il progetto della centrale nucleare Paks II, la produzione del vaccino russo Sputnik V in Ungheria o, ancora, gli accordi incentrati sulle forniture di gas a prezzi estremamente contenuti. In Europa, quindi, alla luce della rielezione di Orbán, l’Ungheria si riconferma come un Paese tra i più vicini a Mosca. Segnali opposti arrivano invece dagli Usa: «Questa guerra durerà a lungo ma gli Stati Uniti rimarranno al fianco dell’Ucraina», ha affermato ieri il presidente americano Joe Biden. Quanto all’Italia, un gran polverone l’ha sollevato l’annuncio del ministro Luigi Di Maio sull’espulsione di «trenta diplomatici russi per motivi di sicurezza nazionale». Mosca ha già annunciato, attraverso la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che non lascerà senza risposta la decisione di Roma. Intanto la situazione sul fronte Est dell’Ucraina diventa sempre più allarmante, vista la decisione di Putin di «concentrarsi» sul Donbass e sulle aree di collegamento alla Crimea. I governatori delle regioni ucraine di Kharkiv, Luhansk e Donetsk chiedono infatti alla popolazione di lasciare immediatamente la zona a causa dell’aggravarsi della situazione. Anche la vicepremier Iryna Vereshchuk ha invitato i residenti di queste regioni a evacuare finché è possibile, avvertendo che ulteriori bombardamenti russi potrebbero tagliare i corridoi di evacuazione. La vicepremier ha esortato i cittadini a non aspettare che i combattimenti arrivino in città, per non cadere vittime delle atrocità dell’esercito russo. Purtroppo, i precedenti parlano fin troppo chiaramente di quali e quante conseguenze ha vissuto chi ha atteso troppo per allontanarsi dai luoghi del conflitto, confidando di non dover lasciare la propria casa e i propri affetti. Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhiy Gaidai, prevede tra l’altro che le forze russe sferreranno molto presto un’offensiva e che dunque i tempi per mettersi in salvo siano assai ridotti. «Registriamo il rafforzamento costante di soldati e equipaggiamenti. Penso che abbiano in programma di completare presto i rinforzi e tra tre o quattro giorni cercheranno di condurre un’offensiva». Proprio in previsione della recrudescenza dell’aggressione russa il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, aprendo il consiglio atlantico dei ministri degli Esteri, non ha usato mezzi termini sulla questione armi. «L’Ucraina ha bisogno urgente di sostegno militare, sia armi pesanti che armi leggere. Ecco perché è necessario che gli alleati concordino su che aiuto fornire», ha detto durante la riunione tenutasi a Bruxelles, allargata ad alcuni Paesi alleati dell’Asia-Pacifico (Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud). «Dobbiamo essere pronti a un lungo confronto con la Russia, per questo dobbiamo mantenere le sanzioni e rafforzare la nostra difesa», le parole di Stoltenberg.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-russa-donbass-orban-media-2657112861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-arrivano-pure-i-profughi-falsi" data-post-id="2657112861" data-published-at="1649314151" data-use-pagination="False"> Intanto arrivano pure i profughi falsi Da una parte maschi adulti in cerca di una vita migliore, sedicenti minorenni non accompagnati, poche donne, pochissime famiglie. Dall’altra donne, in gran parte con prole e famiglia, e pochi gli uomini soli. I dati del Viminale fotografano le profonde differenze tra i flussi che arrivano in Italia da Sud, con il classico barcone o con un taxi del mare, e quelli che arrivano da Nord dal giorno dell’invasione russa in Ucraina. E mentre gli 83.100 ucraini giunti in Italia dal 24 febbraio a ieri (che si suddividono in 42.879 donne, 8.551 uomini e 31.670 minori) sono tutti profughi che godono, come ha stabilito il Consiglio Europeo, di protezione internazionale temporanea, perché fuggono da una guerra, con il flusso africano da Sud sono entrati in Italia in 1.583, quasi tutti potenziali immigrati economici e, stando a stime non ancora ufficiali, con un 20 per cento circa di donne. Il dato dei minori stranieri non accompagnati, ben 842, è fermo al 28 marzo, ma parte da gennaio e non è consultabile per mese. E a questi numeri bisogna sommare quelli dell’approdo di ieri con la nave della Ong tedesca Sea Eye 4, che ha attraccato nel porto di Augusta con 106 persone a bordo, delle quali non si conoscono i profili. Ci sono poi altri 113 passeggeri sulla Geo Barents di Medici senza frontiere, che è ferma a circa 30 miglia dalle coste catanesi e chiede di poter sbarcare. Anche in questo caso mancano notizie certe sulle nazionalità di provenienza. Gli approdi tra il 24 febbraio e ieri, invece, hanno visto come protagonisti soprattutto gli egiziani, per circa il 24 per cento. Arriva dal Bangladesh, invece, il 19 per cento, dalla Tunisia il 13 e dall’Afghanistan, unico Paese in cui c’è stato un conflitto, il 9 per cento. Ma anche l’esodo degli afghani appare parecchio differente rispetto a quello ucraino. Il flusso degli ultimi anni è composto per oltre il 70 per cento da maschi. L’Italia, comunque, sembra essere considerato dagli afghani un Paese di transito: le richieste di protezione internazionale negli ultimi dieci anni hanno rappresentato solo il 2,6 per cento del totale e si sono ridotte a poche centinaia negli ultimi tre anni. La maggioranza di richiedenti asilo afghani ha comunque avuto un esito positivo: la quota ha raggiunto nel 2020 il 10 per cento. Gli ingressi, fatta eccezione per il ponte aereo organizzato dai Paesi membri della Nato nei giorni immediatamente successivi all’ingresso dei Talebani a Kabul, passano sempre attraverso la grande porta di Lampedusa. O, comunque, tramite altre località delle coste siciliane, calabresi e, in pochi casi, salentine. Approdi identici a quelli di tunisini ed egiziani. Che, come gli afghani, appena possono, in grande percentuale lasciano l’Italia per raggiungere altri Paesi europei. In molti partono non appena riescono a lasciare un Centro d’accoglienza straordinaria o una nave quarantena. Quelli che approdano senza lasciare traccia (con gli sbarchi fantasma), invece, partono immediatamente. Gli ucraini, al contrario, arrivano in Italia con delle città di destinazione ben precise, per ricongiungersi a parenti o a conoscenti. Le principali sono Milano, Roma, Napoli, Bologna e Rimini. D’altra parte, la comunità di ucraini più forte è in provincia di Napoli, anche se la prima Regione per presenze è la Lombardia. La Campania è seconda e al terzo posto c’è l’Emilia Romagna. Regioni che stanno già subendo l’impatto maggiore per l’arrivo dei profughi. Anche sotto questo profilo i dati statistici non sono affatto simili. Di solito si ferma in Italia il 63,1 per cento degli immigrati, ma nel caso degli ucraini (quando la situazione non era ancora stata complicata dalla guerra) la percentuale saliva al 76,4. Inoltre, quasi un cittadino ucraino su due che otteneva nel recente passato il permesso di soggiorno era protagonista di un ricongiungimento familiare. È facile immaginare che quest’ultimo dato salirà vertiginosamente.
(IStock)
Perché ottimismo? Questi giovani si sono definiti come gruppo informale di interazioni per la ricerca di un nuovo e forte potere cognitivo capace di fornire soluzioni ai problemi del cambio di mondo in atto. Il gruppo - caratterizzato dal motto «soluzioni e non problemi» - si è formato nello scorso biennio, con ora circa un centinaio di persone in rete, per costruire occasioni di apprendimento che andassero oltre i programmi scolastici. Non hanno voluto darsi né una struttura né un nome per evitare burocrazie e, soprattutto, divisioni politiche/partitiche. Ma come siete organizzati, ho chiesto? Risposta: attraverso un indirizzario, una chat e annunci ad invito aperto per programmi di studio. Voi dieci siete uno di questi (sotto)gruppi spontanei con una specifica missione di ricerca, quale? E perché siete venuti da me? Risposta: perché lei, oltre alla scenaristica di contingenza, si occupa con il suo think tank di scenari macro e di lungo termine, chiamati «analisi di destino». Quindi volete un’analisi di destino in relazione al cambiamento di mondo in atto? Risposta: anche, ma principalmente perché vogliamo capire cosa studiare nel nostro prossimo futuro universitario, noi accomunati dall’obiettivo di conquistare non solo un dottorato di ricerca, ma una competenza futurizzante reale. Volete diventare professori? Risposta: forse, ma l’obiettivo che ci accomuna è l’innovazione in qualunque luogo possa avere effetti sistemici, in particolare il «governo della profezia». Una triestina: adesso spero capisca che siamo venuti da lei perché nei suoi scritti sostiene che governare la profezia permette di estrarre capitale dal futuro per utilizzarlo in un presente allo scopo di costruire quel futuro stesso. Cosa dovremmo studiare e dove? Ho dato loro risposte, sottolineando anche l’importanza di una educazione morale oltre che tecnica perché il governo di una profezia, utile per la concentrazione di risorse finalizzate, implica un progetto di salvazione.
Qui la prima sorpresa. Un padovano mi spiega che proprio la consapevolezza tra i dieci colleghi che una salvezza collettiva/sistemica sia condizione per quella individuale ha generato l’attenzione del (sotto)gruppo per la metodologia di governo della profezia, in sintesi la manutenzione della speranza diffusa socialmente. Questo ci è ben chiaro - ha detto con enfasi corroborata da cenni di assenso di tutti - e mi permetta di anticipare la risposta ad una sua domanda: sì siamo cristiani, speriamo nella salvazione in Cielo, ma riteniamo nostra missione aumentare la probabilità di salvazione in Terra per più persone possibile. Abbiamo annotato che lei non è credente, ma anche che ha scritto come sia fondamentale credere in qualcosa capace di migliorare la condizione umana e di sostenere il cristianesimo pur non credendo nella sua offerta teologica. Così come lei raccomanda di governare la profezia per motivi tecnici di capitalizzazione del progresso, noi raccomandiamo di cercare l’armonizzazione tra i fattori di salvazione materiale. Non solo con la carità, ma con la tecnica. In tal senso la nostra ricerca di potere cognitivo è spinta da una missione morale. Dove la mia sorpresa? Ho chiesto, scettico, quanto fosse diffuso tra i loro coetanei questo senso di missione. Due risposte: molto più di quanto appaia; basta parlare con i nostri coetanei della rilevanza di ognuno di noi per darci un futuro degno e si riesce ad ottenere da loro attenzione. Nuovi missionari, ho scherzato. Reazione: no, tutti noi giovani cerchiamo un posto nella società, cadendo nella passività se non si trovano stimoli. Mi sono sentito studente di fronte al giovane che mi dava una lezione come fosse professore.
Seconda sorpresa è stata l’intensità con cui questi giovani cercavano non solo conoscenza, ma metodi per non perdere troppa informazione nel necessario processo di sintesi per poter maneggiare un’enorme massa di dati ed estrarne un significato non solo scientificamente confutabile, ma anche proiettabile in termini probabilistici. Ragazzi di liceo consapevoli di temi di ricerca evoluta tipicamente universitaria. Ho chiesto e mi hanno risposto che seguono i corsi universitari on line.
Non annoio il lettore con le tecnicalità di questo incontro, ma ci tengo a condividere quello che ho imparato io - vecchio professore universitario ancora attivo in ricerca - dalla lezione di questi giovani liceali, anche segnalazione per chi si occupa di politica educativa. In breve: a) sperimentare una riduzione dei tempi di formazione utilizzando reti ed intelligenza artificiale perché le nuove tecnologie permettono un’accelerazione ed espansione degli accessi conoscitivi; b) fornire strumenti di autoformazione fin dalla più giovane età che poi saranno utili per la formazione continua durante tutto il corso della vita; c) inserire nei programmi di educazione secondaria lezioni universitarie; d) aumentare i concorsi competitivi per nuove idee. Vedo già movimento verso questa direzione, ma ritengo vada accelerato per adeguare il potere cognitivo di massa alla rivoluzione tecnologica in atto, sempre più rapida. Tornando, in conclusione, al mio mestiere tipico segnalo che la competizione economica/commerciale tra sistemi economici nazionali sarà sempre più determinata dal potere cognitivo/tecnologico residente. L’incontro con i liceali detto sopra mi ha dato più ottimismo per il destino dell’Italia. E li ringrazio.
www.carlopelanda.com
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
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