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2020-11-11
Striscia il Lockdown: ora tocca pure a Emilia Romagna e Veneto
Luca Zaia (Roberto Silvino/NurPhoto via Getty Images)
Il giallo delle Regioni gialle dovrebbe far arrossire il governo giallorosso. Ieri ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato l'ordinanza che individua le Regioni che passano dall'area gialla a quella arancione e rossa. Come già noto, entrano in fascia arancione Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana, Umbria; entra nell'area rossa la Provincia autonoma di Bolzano. Complessivamente quindi la ripartizione delle Regioni nelle diverse aree è attualmente la seguente: in «fascia gialla» Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Veneto; in «fascia arancione» Abruzzo, Basilicata, Liguria, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria; in «fascia rossa» Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Provincia autonoma di Bolzano. Una ripartizione già vecchia: ieri l'Istituto superiore di sanità, analizzando i dati dell'ultimo monitoraggio, ha annunciato misure più restrittive in quattro Regioni fino ad ora in fascia gialla: Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Secondo l'Iss, queste quattro Regioni sono entrate in scenario 4 a rischio moderato con alta probabilità di progressione.
Che succederà, quindi? Con ogni probabilità, queste quattro Regioni nei prossimi giorni passeranno dalla fascia gialla a quella arancione, andando quindi a unirsi a Liguria, Toscana, Abruzzo, Basilicata, Umbria, Puglia e Sicilia. Ma nulla è certo, in questo caleidoscopio impazzito chiamato Italia: la confusione generata da questo meccanismo infernale di valutazione del rischio è totale. Ben 21 i parametri da analizzare per classificare le Regioni, ma neanche questo basta. In alcuni casi, come ad esempio la Campania, anche l'attendibilità degli stessi dati trasmessi dalla Regione a Roma è fonte di incertezze, dubbi, polemiche.
Per la Campania, infatti, la decisione era stata annunciata per ieri, ma non è arrivata. Per fugare i dubbi sulla veridicità dei dati trasmessi dalla Regione guidata da Vincenzo De Luca a Roma, a Napoli sono arrivati i tecnici del ministero della Salute per controllare numeri e parametri e per capire se il flusso di informazioni sia stato trasmesso correttamente. «Riteniamo validi i dati della Campania ma approfondimenti sono in atto per cogliere aspetti che potrebbero completare una analisi che è in corso», ha affermato il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, prima di annunciare che «sulla base dell'ultimo monitoraggio ci sono 4 regioni che vanno verso rischio alto e nelle quali è opportuno anticipare le misure più restrittive»: appunto Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato al governatore del Veneto, Luca Zaia: «Mi ha chiamato il Capo dello Stato», ha detto Zaia, «per chiedere informazioni su come sta andando. Ho ringraziato per l'interesse, ho parlato lungamente della situazione, della preoccupazione per i comportamenti di pochi, che inficiano la situazione di molti».
Fin qui le comunicazioni ufficiali, ma la quello che sta succedendo in Italia conferma la totale incapacità del governo di assumersi la benché minima responsabilità. A quanto apprende la Verità, infatti, tra Regioni e esecutivo ci sono due livelli di trattativa: uno strettamente tecnico, quindi basato sulla valutazione dei dati, che pure si prestano a diverse interpretazioni, e l'altro puramente politico. In sintesi, il governo avrebbe spiegato alle Regioni a rischio che il passaggio dalla fascia gialla a quella arancione potrebbe essere evitato se le stesse Regioni si assumessero la responsabilità di blindare, dichiarandole zona rossa, le città e le aree metropolitane più esposte al contagio. Prendiamo ancora l'esempio della Campania: Napoli e Caserta, con le rispettive province, sono molto più in sofferenza di Avellino, Benevento e Salerno. Se Vincenzo De Luca dichiarasse Napoli e Caserta zone rosse, eviterebbe la «retrocessione» in fascia arancione. Va detto che ieri il governatore campano ha chiarito che «la collocazione di fascia della Campania è già stata decisa ieri (lunedì, ndr), a fronte della piena rispondenza dei nostri dati a quanto previsto dai criteri oggettivi fissati dal ministero della Salute», dunque «non c'è più nulla da decidere e da attendere».
Qui casca l'asino: una decisione drastica da parte di un governatore scatenerebbe contro di lui la rabbia delle categorie colpite dal provvedimento, considerato che i sostegni economici promessi da Roma sono pochi e incerti. Si andrebbe incontro quindi a fortissime tensioni sociali, e le Regioni sarebbero il bersaglio, come già capitato nelle scorse settimane, di proteste e tumulti. Lo scorso 23 ottobre, De Luca annunciò in diretta Facebook un imminente lockdown in Campania: successe il finimondo, con la sede della Regione assediata, le forze dell'ordine prese di mira, la tensione alle stelle. Certo, tra i manifestanti si infiltrarono i soliti facinorosi, ma migliaia di commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori, protestarono pacificamente temendo di finire sul lastrico, e De Luca fece marcia indietro.
Il paradosso è lampante: De Luca avrebbe voluto chiudere tutto già due settimane fa, lo stesso sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, continua a chiedere che la Campania diventi zona rossa, le organizzazioni dei medici avvertono che la situazione è prossima al collasso, ma il governo non fa altro che rimandare la decisione, in preda al terrore. Senza un adeguato e tempestivo piano di sussidi alle categorie colpite, infatti, si scatenerebbe una nuova sommossa popolare, e quindi si temporeggia, si nicchia, si gioca coi numeri. E con i colori.
Chiuderanno tutto anche se la curva cala
Il sorpasso. Nel giorno in cui gli scienziati vedono una «decelerazione del virus» e un «appiattimento della curva», si fa più forte la pressione mediatica per arrivare a un lockdown totale. Alla serrata. A quello spirito di marzo che solo per il ministro Roberto Speranza fu positivo visto che si concretizzò nel rinchiudere in cantina un Paese terrorizzato.
Abbiamo imboccato la stessa strada e nella società della comunicazione, oggi i tifosi del lockdown sono i giornalisti, gli opinion leader, coloro che in febbraio ingurgitavano involtini primavera, in marzo si sono trasformati in virologi e in aprile invocavano gli avvisi di garanzia per epidemia colposa.
«Cresce la pressione per il lockdown totale», è il titolo rimasto per tutto il giorno sulla homepage del Corriere della Sera. «I medici sono stremati» scrive La Repubblica e la notizia più cliccata del giorno è l'allarme a effetto da Monza: «Oggi Codogno siamo noi». Sono state istituite da neppure una settimana, ma per i media le aree colorate non bastano già più. Si chiede inutilmente raziocinio, i governatori consigliano di «aspettare a vedere gli effetti delle restrizioni». Una posizione saggia, che tiene conto degli sforzi di territori colpiti dalla crisi economica, della volontà di persone non garantite di rimanere in piedi. Per i virologi di redazione invece non c'è margine, è una fuga da Saigon: lockdown o morte nera. Eppure.
Eppure si legge anche altro, si ascoltano voci meno isteriche. Ieri Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, è stato chiaro: «L'indice Rt appare stabile, quindi l'accelerazione marcata è venuta meno e c'è decelerazione, frutto delle misure poste in essere. Ciò va letto in modo positivo, ci auguriamo e ci aspettiamo con il trascorrere dei giorni che i dati possano ulteriormente migliorare». Non è superficialità, è realismo. Ma non ha diritto di cittadinanza, il concetto bisogna andarlo a cercare fra le righe, strangolato dall'allarmismo cosmico di medici sull'orlo di una crisi di nervi e di inviati speciali sempre pronti a partire per Parigi, ma con il mal di denti quando la meta è il Sudan o il Kosovo.
Chiudere tutto, chiudere subito; la musica dei talk show suona un'unica nota. E poco importa se nello stesso giorno anche il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, pur sottolineando che «l'impatto sui servizi sanitari sta crescendo e ci si avvicina alla soglia di valori critici», aggiunge: «L'indicatore Rt ora a 1,7 ha mostrato un rallentamento nella sua crescita, ma per ridurre i casi dobbiamo riportarlo sotto l'1». Quindi qualcosa sta funzionando, anche se tutto è travolto dai bollettini di guerra, dai selfie degli infermieri in catalessi. E dal grido di dolore dei medici, gli unici ad avere un megafono per raccontare la loro trincea afghana.
Il lockdown generale li trova ovviamente favorevoli, è normale. Loro non hanno la necessità di guardare oltre il perimetro degli ospedali o dello studio nel quale faticano ad accettare di dare una mano con i tamponi. Allora «Noi a intubare le persone e la gente al parco Sempione» (Repubblica). Allora ecco l'emergenza del condominio se si avvicina un potenziale positivo per farsi curare. E poi lettere imbarazzanti, disfattiste per partito preso, di qualche presidente regionale dell'Ordine ormai incapace di distinguere il ruolo di rappresentante istituzionale da quello di sindacalista. Siamo all'apologia mediatica del dottor Terzilli, chi l'avrebbe mai detto? Nel rispetto di coloro che davvero stanno al fronte sanitario servirebbe un dignitoso silenzio stampa.
In questo sabba chiusurista, mentre già si sente lo scatto dei lucchetti, non poteva che entrare in scena la politica. Sensibile alle paure ma inadeguata ad affrontarle con risposte concrete, tutta la sinistra si sta appiattendo sull'idea della serrata. È la posizione del ministro Speranza, supportato all'interno del Pd da colonnelli come Dario Franceschini. Fosse per loro, istituirebbero le guardie rosse per pattugliare le vie delle città deserte. Il premier Giuseppe Conte ancora resiste, Matteo Renzi è in pericoloso silenzio. Entrambi pronti a capitolare fra una settimana, quando tutto ciò che è giallo sarà diventato arancione.
Ieri ha abbracciato il carcere volontario anche Carlo Calenda, che di crisi economiche se ne intende: «Se i numeri indicano che serve la chiusura totale, va fatta. Avrei fatto il lockdown delle città due o tre settimane fa, quando si è capito che c'erano alcuni epicentri». Anche i liberisti alle vongole vacillano, accompagnati dalla presunzione della ragione retroattiva. Tre settimane fa, come disse Giorgio Gori per andare oltre il governatore Attilio Fontana, attirandosi una contestazione personale a Bergamo. Con il senno del poi non avrebbero mai riaperto. Eppure.
Eppure c'è un altro distinguo e arriva dall'Europa che i competenti dovrebbero ascoltare come i bimbi ascoltano la mamma. Proprio ieri Peter Liese, medico tedesco responsabile Salute del Ppe, ha spiegato che «ordinare alla gente di stare in casa non è un buon modo per combattere la pandemia. Il virus non si diffonde se vai per strada, si diffonde se incontri altre persone. Quindi lo strumento giusto non è uscire ma ridurre i contatti». Quei contatti inevitabili nei pronto soccorso degli ospedali. Proprio lì dove la gente si sta precipitando al terzo colpo di tosse, spinta dal terrorismo dei tifosi del lockdown. I nostalgici dell'assolo di chitarra in piazza Navona o della partita a tennis fra i tetti di Savona.
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L'esecutivo pasticcia con i colori: ieri create cinque zone arancioni, ma già Emilia, Campania, Friuli e Veneto sono nel mirino. Giuseppe Conte tratta con i governatori: niente «retrocessioni» se ci saranno chiusure in singole città.Per Franco Locatelli, del Consiglio superiore di sanità, «c'è una decelerazione» del contagio, per Silvio Brusaferro dell'Iss «l'Rt rallenta». Eppure il fronte del confinamento a tutti i costi non sente ragioni: vogliono imporre il lockdown totale a colpi di propaganda.Lo speciale contiene due articoli. Il giallo delle Regioni gialle dovrebbe far arrossire il governo giallorosso. Ieri ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato l'ordinanza che individua le Regioni che passano dall'area gialla a quella arancione e rossa. Come già noto, entrano in fascia arancione Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana, Umbria; entra nell'area rossa la Provincia autonoma di Bolzano. Complessivamente quindi la ripartizione delle Regioni nelle diverse aree è attualmente la seguente: in «fascia gialla» Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Veneto; in «fascia arancione» Abruzzo, Basilicata, Liguria, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria; in «fascia rossa» Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Provincia autonoma di Bolzano. Una ripartizione già vecchia: ieri l'Istituto superiore di sanità, analizzando i dati dell'ultimo monitoraggio, ha annunciato misure più restrittive in quattro Regioni fino ad ora in fascia gialla: Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Secondo l'Iss, queste quattro Regioni sono entrate in scenario 4 a rischio moderato con alta probabilità di progressione. Che succederà, quindi? Con ogni probabilità, queste quattro Regioni nei prossimi giorni passeranno dalla fascia gialla a quella arancione, andando quindi a unirsi a Liguria, Toscana, Abruzzo, Basilicata, Umbria, Puglia e Sicilia. Ma nulla è certo, in questo caleidoscopio impazzito chiamato Italia: la confusione generata da questo meccanismo infernale di valutazione del rischio è totale. Ben 21 i parametri da analizzare per classificare le Regioni, ma neanche questo basta. In alcuni casi, come ad esempio la Campania, anche l'attendibilità degli stessi dati trasmessi dalla Regione a Roma è fonte di incertezze, dubbi, polemiche.Per la Campania, infatti, la decisione era stata annunciata per ieri, ma non è arrivata. Per fugare i dubbi sulla veridicità dei dati trasmessi dalla Regione guidata da Vincenzo De Luca a Roma, a Napoli sono arrivati i tecnici del ministero della Salute per controllare numeri e parametri e per capire se il flusso di informazioni sia stato trasmesso correttamente. «Riteniamo validi i dati della Campania ma approfondimenti sono in atto per cogliere aspetti che potrebbero completare una analisi che è in corso», ha affermato il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, prima di annunciare che «sulla base dell'ultimo monitoraggio ci sono 4 regioni che vanno verso rischio alto e nelle quali è opportuno anticipare le misure più restrittive»: appunto Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato al governatore del Veneto, Luca Zaia: «Mi ha chiamato il Capo dello Stato», ha detto Zaia, «per chiedere informazioni su come sta andando. Ho ringraziato per l'interesse, ho parlato lungamente della situazione, della preoccupazione per i comportamenti di pochi, che inficiano la situazione di molti».Fin qui le comunicazioni ufficiali, ma la quello che sta succedendo in Italia conferma la totale incapacità del governo di assumersi la benché minima responsabilità. A quanto apprende la Verità, infatti, tra Regioni e esecutivo ci sono due livelli di trattativa: uno strettamente tecnico, quindi basato sulla valutazione dei dati, che pure si prestano a diverse interpretazioni, e l'altro puramente politico. In sintesi, il governo avrebbe spiegato alle Regioni a rischio che il passaggio dalla fascia gialla a quella arancione potrebbe essere evitato se le stesse Regioni si assumessero la responsabilità di blindare, dichiarandole zona rossa, le città e le aree metropolitane più esposte al contagio. Prendiamo ancora l'esempio della Campania: Napoli e Caserta, con le rispettive province, sono molto più in sofferenza di Avellino, Benevento e Salerno. Se Vincenzo De Luca dichiarasse Napoli e Caserta zone rosse, eviterebbe la «retrocessione» in fascia arancione. Va detto che ieri il governatore campano ha chiarito che «la collocazione di fascia della Campania è già stata decisa ieri (lunedì, ndr), a fronte della piena rispondenza dei nostri dati a quanto previsto dai criteri oggettivi fissati dal ministero della Salute», dunque «non c'è più nulla da decidere e da attendere».Qui casca l'asino: una decisione drastica da parte di un governatore scatenerebbe contro di lui la rabbia delle categorie colpite dal provvedimento, considerato che i sostegni economici promessi da Roma sono pochi e incerti. Si andrebbe incontro quindi a fortissime tensioni sociali, e le Regioni sarebbero il bersaglio, come già capitato nelle scorse settimane, di proteste e tumulti. Lo scorso 23 ottobre, De Luca annunciò in diretta Facebook un imminente lockdown in Campania: successe il finimondo, con la sede della Regione assediata, le forze dell'ordine prese di mira, la tensione alle stelle. Certo, tra i manifestanti si infiltrarono i soliti facinorosi, ma migliaia di commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori, protestarono pacificamente temendo di finire sul lastrico, e De Luca fece marcia indietro.Il paradosso è lampante: De Luca avrebbe voluto chiudere tutto già due settimane fa, lo stesso sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, continua a chiedere che la Campania diventi zona rossa, le organizzazioni dei medici avvertono che la situazione è prossima al collasso, ma il governo non fa altro che rimandare la decisione, in preda al terrore. Senza un adeguato e tempestivo piano di sussidi alle categorie colpite, infatti, si scatenerebbe una nuova sommossa popolare, e quindi si temporeggia, si nicchia, si gioca coi numeri. 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Abbiamo imboccato la stessa strada e nella società della comunicazione, oggi i tifosi del lockdown sono i giornalisti, gli opinion leader, coloro che in febbraio ingurgitavano involtini primavera, in marzo si sono trasformati in virologi e in aprile invocavano gli avvisi di garanzia per epidemia colposa. «Cresce la pressione per il lockdown totale», è il titolo rimasto per tutto il giorno sulla homepage del Corriere della Sera. «I medici sono stremati» scrive La Repubblica e la notizia più cliccata del giorno è l'allarme a effetto da Monza: «Oggi Codogno siamo noi». Sono state istituite da neppure una settimana, ma per i media le aree colorate non bastano già più. Si chiede inutilmente raziocinio, i governatori consigliano di «aspettare a vedere gli effetti delle restrizioni». Una posizione saggia, che tiene conto degli sforzi di territori colpiti dalla crisi economica, della volontà di persone non garantite di rimanere in piedi. Per i virologi di redazione invece non c'è margine, è una fuga da Saigon: lockdown o morte nera. Eppure. Eppure si legge anche altro, si ascoltano voci meno isteriche. Ieri Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, è stato chiaro: «L'indice Rt appare stabile, quindi l'accelerazione marcata è venuta meno e c'è decelerazione, frutto delle misure poste in essere. Ciò va letto in modo positivo, ci auguriamo e ci aspettiamo con il trascorrere dei giorni che i dati possano ulteriormente migliorare». Non è superficialità, è realismo. Ma non ha diritto di cittadinanza, il concetto bisogna andarlo a cercare fra le righe, strangolato dall'allarmismo cosmico di medici sull'orlo di una crisi di nervi e di inviati speciali sempre pronti a partire per Parigi, ma con il mal di denti quando la meta è il Sudan o il Kosovo. Chiudere tutto, chiudere subito; la musica dei talk show suona un'unica nota. E poco importa se nello stesso giorno anche il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, pur sottolineando che «l'impatto sui servizi sanitari sta crescendo e ci si avvicina alla soglia di valori critici», aggiunge: «L'indicatore Rt ora a 1,7 ha mostrato un rallentamento nella sua crescita, ma per ridurre i casi dobbiamo riportarlo sotto l'1». Quindi qualcosa sta funzionando, anche se tutto è travolto dai bollettini di guerra, dai selfie degli infermieri in catalessi. E dal grido di dolore dei medici, gli unici ad avere un megafono per raccontare la loro trincea afghana. Il lockdown generale li trova ovviamente favorevoli, è normale. Loro non hanno la necessità di guardare oltre il perimetro degli ospedali o dello studio nel quale faticano ad accettare di dare una mano con i tamponi. Allora «Noi a intubare le persone e la gente al parco Sempione» (Repubblica). Allora ecco l'emergenza del condominio se si avvicina un potenziale positivo per farsi curare. E poi lettere imbarazzanti, disfattiste per partito preso, di qualche presidente regionale dell'Ordine ormai incapace di distinguere il ruolo di rappresentante istituzionale da quello di sindacalista. Siamo all'apologia mediatica del dottor Terzilli, chi l'avrebbe mai detto? Nel rispetto di coloro che davvero stanno al fronte sanitario servirebbe un dignitoso silenzio stampa. In questo sabba chiusurista, mentre già si sente lo scatto dei lucchetti, non poteva che entrare in scena la politica. Sensibile alle paure ma inadeguata ad affrontarle con risposte concrete, tutta la sinistra si sta appiattendo sull'idea della serrata. È la posizione del ministro Speranza, supportato all'interno del Pd da colonnelli come Dario Franceschini. Fosse per loro, istituirebbero le guardie rosse per pattugliare le vie delle città deserte. Il premier Giuseppe Conte ancora resiste, Matteo Renzi è in pericoloso silenzio. Entrambi pronti a capitolare fra una settimana, quando tutto ciò che è giallo sarà diventato arancione. Ieri ha abbracciato il carcere volontario anche Carlo Calenda, che di crisi economiche se ne intende: «Se i numeri indicano che serve la chiusura totale, va fatta. Avrei fatto il lockdown delle città due o tre settimane fa, quando si è capito che c'erano alcuni epicentri». Anche i liberisti alle vongole vacillano, accompagnati dalla presunzione della ragione retroattiva. Tre settimane fa, come disse Giorgio Gori per andare oltre il governatore Attilio Fontana, attirandosi una contestazione personale a Bergamo. Con il senno del poi non avrebbero mai riaperto. Eppure. Eppure c'è un altro distinguo e arriva dall'Europa che i competenti dovrebbero ascoltare come i bimbi ascoltano la mamma. Proprio ieri Peter Liese, medico tedesco responsabile Salute del Ppe, ha spiegato che «ordinare alla gente di stare in casa non è un buon modo per combattere la pandemia. Il virus non si diffonde se vai per strada, si diffonde se incontri altre persone. Quindi lo strumento giusto non è uscire ma ridurre i contatti». Quei contatti inevitabili nei pronto soccorso degli ospedali. Proprio lì dove la gente si sta precipitando al terzo colpo di tosse, spinta dal terrorismo dei tifosi del lockdown. I nostalgici dell'assolo di chitarra in piazza Navona o della partita a tennis fra i tetti di Savona.
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Molti testimoni oculari raccontano che a Mekelle, capitale della regione, miliziani armati si aggirano per mercati e luoghi di aggregazione e costringono i giovani ad arruolarsi a forza. Per il momento si tratterebbe di alcune centinaia di ragazzi, ma non si conosce la reale entità militare di questo gruppo dissidente.
Il comitato centrale del FPLT non ha preso nessuna posizione ufficiale su queste notizie e nonostante abbia ribadito di rispettare gli accordi firmati in Sudafrica, il governo federale li guarda con estrema diffidenza. Il conflitto in Tigray, combattuto tra il novembre 2020 e il novembre 2022, ha causato la morte di circa 600.000 persone, senza contare le centinaia di migliaia di profughi, gli stupri e la distruzione sistematica delle chiese da parte delle forze musulmane arrivate dalla vicina Eritrea.
Il premier Abiy Ahmed, che nel 2019 aveva vinto il Premio Nobel per la Pace proprio per aver posto fine alla guerra con l’Eritrea, ha usato i suoi nuovi alleati per una vera pulizia etnica contro il popolo tigrino. Un autentico genocidio che ha messo ancora una volta in discussione la logica con cui vengono assegnati i premi Nobel per la Pace. Visto il rapido deterioramento della situazione, è già arrivato nella nazione del Corno d’Africa, l’ex presidente della Nigeria. Olusegun Obasanjo, l’uomo che aveva organizzato per conto dell’Unione Africana il meeting di Pretoria, dove era stata siglata la pace. Obasanjo dopo un rapido confronto ad Addis Abeba si e subito recato in Tigray, incontrando alcuni uomini uomini politici locali per cercare una soluzione che possa evitare un conflitto aperto. Il Primo ministro Abiy Ahmed, ancora in attesa del risultato delle elezioni che che si prevedono essere un trionfo per il suo partito, non ha voluto commentare la situazione in Tigray, mentre l’ex presidente della regione e il capo dei servizi segreti etiopi avevano lanciato un allarme dichiarando che la tensione stava salendo rapidamente. I tigrini sono sempre stati parte del governo etiope occupando tutti i ruoli chiave, ma dall’arrivo di Abiy Ahmed nel 2018, di etnia Oromo, sono stati esclusi dal potere.
Dopo una serie di trattative politiche il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ha deciso di prendere le armi con un progetto che prevedeva la secessione. Dopo due anni di scontri sanguinosi come detto era stata firmata una traballante pace, ma una parte degli abitanti del Tigray hanno continuato a sentirsi esclusi dalle decisioni nazionali. Mentre i leader del FPLT continuano a negare un imminente ritorno alle armi, l’arrivo di un mediatore internazionale del calibro dell’ex presidente nigeriano può significare soltanto che il governo di Addis Abeba tema il peggio. I rapporti con l’Eritrea, stato confinante con la regione del Tigray, sono tornati estremamente tesi ed oggi gli eritrei potrebbero appoggiare le velleità indipendentiste tigrine, con il preciso intento di destabilizzare l’Etiopia. Con le regioni Amhara ed Oromo, terra natale del Primo ministro, in stato di agitazione ed entrambe provviste di milizie armate ed addestrate gli equilibri tribali del paese del Corno d’Africa potrebbero saltare.
L’Etiopia, nonostante tutto, rimane una potenza regionale ed un membro del gruppo economico dei Brics, l’alleanza formata da Brasile, Cina, India, Sud Africa e Russia. Addis Abeba è anche un pilastro del Piano Mattei dalla sua inaugurazione e la sua stabilità è fondamentale per quasi tutta l’Africa orientale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi ci spiega perché il partito di Vannacci sta crescendo a dismisura.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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