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2020-11-11
Striscia il Lockdown: ora tocca pure a Emilia Romagna e Veneto
Luca Zaia (Roberto Silvino/NurPhoto via Getty Images)
Il giallo delle Regioni gialle dovrebbe far arrossire il governo giallorosso. Ieri ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato l'ordinanza che individua le Regioni che passano dall'area gialla a quella arancione e rossa. Come già noto, entrano in fascia arancione Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana, Umbria; entra nell'area rossa la Provincia autonoma di Bolzano. Complessivamente quindi la ripartizione delle Regioni nelle diverse aree è attualmente la seguente: in «fascia gialla» Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Veneto; in «fascia arancione» Abruzzo, Basilicata, Liguria, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria; in «fascia rossa» Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Provincia autonoma di Bolzano. Una ripartizione già vecchia: ieri l'Istituto superiore di sanità, analizzando i dati dell'ultimo monitoraggio, ha annunciato misure più restrittive in quattro Regioni fino ad ora in fascia gialla: Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Secondo l'Iss, queste quattro Regioni sono entrate in scenario 4 a rischio moderato con alta probabilità di progressione.
Che succederà, quindi? Con ogni probabilità, queste quattro Regioni nei prossimi giorni passeranno dalla fascia gialla a quella arancione, andando quindi a unirsi a Liguria, Toscana, Abruzzo, Basilicata, Umbria, Puglia e Sicilia. Ma nulla è certo, in questo caleidoscopio impazzito chiamato Italia: la confusione generata da questo meccanismo infernale di valutazione del rischio è totale. Ben 21 i parametri da analizzare per classificare le Regioni, ma neanche questo basta. In alcuni casi, come ad esempio la Campania, anche l'attendibilità degli stessi dati trasmessi dalla Regione a Roma è fonte di incertezze, dubbi, polemiche.
Per la Campania, infatti, la decisione era stata annunciata per ieri, ma non è arrivata. Per fugare i dubbi sulla veridicità dei dati trasmessi dalla Regione guidata da Vincenzo De Luca a Roma, a Napoli sono arrivati i tecnici del ministero della Salute per controllare numeri e parametri e per capire se il flusso di informazioni sia stato trasmesso correttamente. «Riteniamo validi i dati della Campania ma approfondimenti sono in atto per cogliere aspetti che potrebbero completare una analisi che è in corso», ha affermato il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, prima di annunciare che «sulla base dell'ultimo monitoraggio ci sono 4 regioni che vanno verso rischio alto e nelle quali è opportuno anticipare le misure più restrittive»: appunto Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato al governatore del Veneto, Luca Zaia: «Mi ha chiamato il Capo dello Stato», ha detto Zaia, «per chiedere informazioni su come sta andando. Ho ringraziato per l'interesse, ho parlato lungamente della situazione, della preoccupazione per i comportamenti di pochi, che inficiano la situazione di molti».
Fin qui le comunicazioni ufficiali, ma la quello che sta succedendo in Italia conferma la totale incapacità del governo di assumersi la benché minima responsabilità. A quanto apprende la Verità, infatti, tra Regioni e esecutivo ci sono due livelli di trattativa: uno strettamente tecnico, quindi basato sulla valutazione dei dati, che pure si prestano a diverse interpretazioni, e l'altro puramente politico. In sintesi, il governo avrebbe spiegato alle Regioni a rischio che il passaggio dalla fascia gialla a quella arancione potrebbe essere evitato se le stesse Regioni si assumessero la responsabilità di blindare, dichiarandole zona rossa, le città e le aree metropolitane più esposte al contagio. Prendiamo ancora l'esempio della Campania: Napoli e Caserta, con le rispettive province, sono molto più in sofferenza di Avellino, Benevento e Salerno. Se Vincenzo De Luca dichiarasse Napoli e Caserta zone rosse, eviterebbe la «retrocessione» in fascia arancione. Va detto che ieri il governatore campano ha chiarito che «la collocazione di fascia della Campania è già stata decisa ieri (lunedì, ndr), a fronte della piena rispondenza dei nostri dati a quanto previsto dai criteri oggettivi fissati dal ministero della Salute», dunque «non c'è più nulla da decidere e da attendere».
Qui casca l'asino: una decisione drastica da parte di un governatore scatenerebbe contro di lui la rabbia delle categorie colpite dal provvedimento, considerato che i sostegni economici promessi da Roma sono pochi e incerti. Si andrebbe incontro quindi a fortissime tensioni sociali, e le Regioni sarebbero il bersaglio, come già capitato nelle scorse settimane, di proteste e tumulti. Lo scorso 23 ottobre, De Luca annunciò in diretta Facebook un imminente lockdown in Campania: successe il finimondo, con la sede della Regione assediata, le forze dell'ordine prese di mira, la tensione alle stelle. Certo, tra i manifestanti si infiltrarono i soliti facinorosi, ma migliaia di commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori, protestarono pacificamente temendo di finire sul lastrico, e De Luca fece marcia indietro.
Il paradosso è lampante: De Luca avrebbe voluto chiudere tutto già due settimane fa, lo stesso sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, continua a chiedere che la Campania diventi zona rossa, le organizzazioni dei medici avvertono che la situazione è prossima al collasso, ma il governo non fa altro che rimandare la decisione, in preda al terrore. Senza un adeguato e tempestivo piano di sussidi alle categorie colpite, infatti, si scatenerebbe una nuova sommossa popolare, e quindi si temporeggia, si nicchia, si gioca coi numeri. E con i colori.
Chiuderanno tutto anche se la curva cala
Il sorpasso. Nel giorno in cui gli scienziati vedono una «decelerazione del virus» e un «appiattimento della curva», si fa più forte la pressione mediatica per arrivare a un lockdown totale. Alla serrata. A quello spirito di marzo che solo per il ministro Roberto Speranza fu positivo visto che si concretizzò nel rinchiudere in cantina un Paese terrorizzato.
Abbiamo imboccato la stessa strada e nella società della comunicazione, oggi i tifosi del lockdown sono i giornalisti, gli opinion leader, coloro che in febbraio ingurgitavano involtini primavera, in marzo si sono trasformati in virologi e in aprile invocavano gli avvisi di garanzia per epidemia colposa.
«Cresce la pressione per il lockdown totale», è il titolo rimasto per tutto il giorno sulla homepage del Corriere della Sera. «I medici sono stremati» scrive La Repubblica e la notizia più cliccata del giorno è l'allarme a effetto da Monza: «Oggi Codogno siamo noi». Sono state istituite da neppure una settimana, ma per i media le aree colorate non bastano già più. Si chiede inutilmente raziocinio, i governatori consigliano di «aspettare a vedere gli effetti delle restrizioni». Una posizione saggia, che tiene conto degli sforzi di territori colpiti dalla crisi economica, della volontà di persone non garantite di rimanere in piedi. Per i virologi di redazione invece non c'è margine, è una fuga da Saigon: lockdown o morte nera. Eppure.
Eppure si legge anche altro, si ascoltano voci meno isteriche. Ieri Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, è stato chiaro: «L'indice Rt appare stabile, quindi l'accelerazione marcata è venuta meno e c'è decelerazione, frutto delle misure poste in essere. Ciò va letto in modo positivo, ci auguriamo e ci aspettiamo con il trascorrere dei giorni che i dati possano ulteriormente migliorare». Non è superficialità, è realismo. Ma non ha diritto di cittadinanza, il concetto bisogna andarlo a cercare fra le righe, strangolato dall'allarmismo cosmico di medici sull'orlo di una crisi di nervi e di inviati speciali sempre pronti a partire per Parigi, ma con il mal di denti quando la meta è il Sudan o il Kosovo.
Chiudere tutto, chiudere subito; la musica dei talk show suona un'unica nota. E poco importa se nello stesso giorno anche il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, pur sottolineando che «l'impatto sui servizi sanitari sta crescendo e ci si avvicina alla soglia di valori critici», aggiunge: «L'indicatore Rt ora a 1,7 ha mostrato un rallentamento nella sua crescita, ma per ridurre i casi dobbiamo riportarlo sotto l'1». Quindi qualcosa sta funzionando, anche se tutto è travolto dai bollettini di guerra, dai selfie degli infermieri in catalessi. E dal grido di dolore dei medici, gli unici ad avere un megafono per raccontare la loro trincea afghana.
Il lockdown generale li trova ovviamente favorevoli, è normale. Loro non hanno la necessità di guardare oltre il perimetro degli ospedali o dello studio nel quale faticano ad accettare di dare una mano con i tamponi. Allora «Noi a intubare le persone e la gente al parco Sempione» (Repubblica). Allora ecco l'emergenza del condominio se si avvicina un potenziale positivo per farsi curare. E poi lettere imbarazzanti, disfattiste per partito preso, di qualche presidente regionale dell'Ordine ormai incapace di distinguere il ruolo di rappresentante istituzionale da quello di sindacalista. Siamo all'apologia mediatica del dottor Terzilli, chi l'avrebbe mai detto? Nel rispetto di coloro che davvero stanno al fronte sanitario servirebbe un dignitoso silenzio stampa.
In questo sabba chiusurista, mentre già si sente lo scatto dei lucchetti, non poteva che entrare in scena la politica. Sensibile alle paure ma inadeguata ad affrontarle con risposte concrete, tutta la sinistra si sta appiattendo sull'idea della serrata. È la posizione del ministro Speranza, supportato all'interno del Pd da colonnelli come Dario Franceschini. Fosse per loro, istituirebbero le guardie rosse per pattugliare le vie delle città deserte. Il premier Giuseppe Conte ancora resiste, Matteo Renzi è in pericoloso silenzio. Entrambi pronti a capitolare fra una settimana, quando tutto ciò che è giallo sarà diventato arancione.
Ieri ha abbracciato il carcere volontario anche Carlo Calenda, che di crisi economiche se ne intende: «Se i numeri indicano che serve la chiusura totale, va fatta. Avrei fatto il lockdown delle città due o tre settimane fa, quando si è capito che c'erano alcuni epicentri». Anche i liberisti alle vongole vacillano, accompagnati dalla presunzione della ragione retroattiva. Tre settimane fa, come disse Giorgio Gori per andare oltre il governatore Attilio Fontana, attirandosi una contestazione personale a Bergamo. Con il senno del poi non avrebbero mai riaperto. Eppure.
Eppure c'è un altro distinguo e arriva dall'Europa che i competenti dovrebbero ascoltare come i bimbi ascoltano la mamma. Proprio ieri Peter Liese, medico tedesco responsabile Salute del Ppe, ha spiegato che «ordinare alla gente di stare in casa non è un buon modo per combattere la pandemia. Il virus non si diffonde se vai per strada, si diffonde se incontri altre persone. Quindi lo strumento giusto non è uscire ma ridurre i contatti». Quei contatti inevitabili nei pronto soccorso degli ospedali. Proprio lì dove la gente si sta precipitando al terzo colpo di tosse, spinta dal terrorismo dei tifosi del lockdown. I nostalgici dell'assolo di chitarra in piazza Navona o della partita a tennis fra i tetti di Savona.
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L'esecutivo pasticcia con i colori: ieri create cinque zone arancioni, ma già Emilia, Campania, Friuli e Veneto sono nel mirino. Giuseppe Conte tratta con i governatori: niente «retrocessioni» se ci saranno chiusure in singole città.Per Franco Locatelli, del Consiglio superiore di sanità, «c'è una decelerazione» del contagio, per Silvio Brusaferro dell'Iss «l'Rt rallenta». Eppure il fronte del confinamento a tutti i costi non sente ragioni: vogliono imporre il lockdown totale a colpi di propaganda.Lo speciale contiene due articoli. Il giallo delle Regioni gialle dovrebbe far arrossire il governo giallorosso. Ieri ministro della Salute, Roberto Speranza, ha firmato l'ordinanza che individua le Regioni che passano dall'area gialla a quella arancione e rossa. Come già noto, entrano in fascia arancione Abruzzo, Basilicata, Liguria, Toscana, Umbria; entra nell'area rossa la Provincia autonoma di Bolzano. Complessivamente quindi la ripartizione delle Regioni nelle diverse aree è attualmente la seguente: in «fascia gialla» Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Molise, Provincia autonoma di Trento, Sardegna, Veneto; in «fascia arancione» Abruzzo, Basilicata, Liguria, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria; in «fascia rossa» Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta, Provincia autonoma di Bolzano. Una ripartizione già vecchia: ieri l'Istituto superiore di sanità, analizzando i dati dell'ultimo monitoraggio, ha annunciato misure più restrittive in quattro Regioni fino ad ora in fascia gialla: Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Secondo l'Iss, queste quattro Regioni sono entrate in scenario 4 a rischio moderato con alta probabilità di progressione. Che succederà, quindi? Con ogni probabilità, queste quattro Regioni nei prossimi giorni passeranno dalla fascia gialla a quella arancione, andando quindi a unirsi a Liguria, Toscana, Abruzzo, Basilicata, Umbria, Puglia e Sicilia. Ma nulla è certo, in questo caleidoscopio impazzito chiamato Italia: la confusione generata da questo meccanismo infernale di valutazione del rischio è totale. Ben 21 i parametri da analizzare per classificare le Regioni, ma neanche questo basta. In alcuni casi, come ad esempio la Campania, anche l'attendibilità degli stessi dati trasmessi dalla Regione a Roma è fonte di incertezze, dubbi, polemiche.Per la Campania, infatti, la decisione era stata annunciata per ieri, ma non è arrivata. Per fugare i dubbi sulla veridicità dei dati trasmessi dalla Regione guidata da Vincenzo De Luca a Roma, a Napoli sono arrivati i tecnici del ministero della Salute per controllare numeri e parametri e per capire se il flusso di informazioni sia stato trasmesso correttamente. «Riteniamo validi i dati della Campania ma approfondimenti sono in atto per cogliere aspetti che potrebbero completare una analisi che è in corso», ha affermato il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, prima di annunciare che «sulla base dell'ultimo monitoraggio ci sono 4 regioni che vanno verso rischio alto e nelle quali è opportuno anticipare le misure più restrittive»: appunto Emilia Romagna, Campania, Friuli Venezia Giulia e Veneto. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato al governatore del Veneto, Luca Zaia: «Mi ha chiamato il Capo dello Stato», ha detto Zaia, «per chiedere informazioni su come sta andando. Ho ringraziato per l'interesse, ho parlato lungamente della situazione, della preoccupazione per i comportamenti di pochi, che inficiano la situazione di molti».Fin qui le comunicazioni ufficiali, ma la quello che sta succedendo in Italia conferma la totale incapacità del governo di assumersi la benché minima responsabilità. A quanto apprende la Verità, infatti, tra Regioni e esecutivo ci sono due livelli di trattativa: uno strettamente tecnico, quindi basato sulla valutazione dei dati, che pure si prestano a diverse interpretazioni, e l'altro puramente politico. In sintesi, il governo avrebbe spiegato alle Regioni a rischio che il passaggio dalla fascia gialla a quella arancione potrebbe essere evitato se le stesse Regioni si assumessero la responsabilità di blindare, dichiarandole zona rossa, le città e le aree metropolitane più esposte al contagio. Prendiamo ancora l'esempio della Campania: Napoli e Caserta, con le rispettive province, sono molto più in sofferenza di Avellino, Benevento e Salerno. Se Vincenzo De Luca dichiarasse Napoli e Caserta zone rosse, eviterebbe la «retrocessione» in fascia arancione. Va detto che ieri il governatore campano ha chiarito che «la collocazione di fascia della Campania è già stata decisa ieri (lunedì, ndr), a fronte della piena rispondenza dei nostri dati a quanto previsto dai criteri oggettivi fissati dal ministero della Salute», dunque «non c'è più nulla da decidere e da attendere».Qui casca l'asino: una decisione drastica da parte di un governatore scatenerebbe contro di lui la rabbia delle categorie colpite dal provvedimento, considerato che i sostegni economici promessi da Roma sono pochi e incerti. Si andrebbe incontro quindi a fortissime tensioni sociali, e le Regioni sarebbero il bersaglio, come già capitato nelle scorse settimane, di proteste e tumulti. Lo scorso 23 ottobre, De Luca annunciò in diretta Facebook un imminente lockdown in Campania: successe il finimondo, con la sede della Regione assediata, le forze dell'ordine prese di mira, la tensione alle stelle. Certo, tra i manifestanti si infiltrarono i soliti facinorosi, ma migliaia di commercianti, piccoli imprenditori, lavoratori, protestarono pacificamente temendo di finire sul lastrico, e De Luca fece marcia indietro.Il paradosso è lampante: De Luca avrebbe voluto chiudere tutto già due settimane fa, lo stesso sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, continua a chiedere che la Campania diventi zona rossa, le organizzazioni dei medici avvertono che la situazione è prossima al collasso, ma il governo non fa altro che rimandare la decisione, in preda al terrore. Senza un adeguato e tempestivo piano di sussidi alle categorie colpite, infatti, si scatenerebbe una nuova sommossa popolare, e quindi si temporeggia, si nicchia, si gioca coi numeri. E con i colori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stretta-pronta-per-altre-4-regioni-litalia-corre-verso-il-lockdown-2648852370.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiuderanno-tutto-anche-se-la-curva-cala" data-post-id="2648852370" data-published-at="1605040182" data-use-pagination="False"> Chiuderanno tutto anche se la curva cala Il sorpasso. Nel giorno in cui gli scienziati vedono una «decelerazione del virus» e un «appiattimento della curva», si fa più forte la pressione mediatica per arrivare a un lockdown totale. Alla serrata. A quello spirito di marzo che solo per il ministro Roberto Speranza fu positivo visto che si concretizzò nel rinchiudere in cantina un Paese terrorizzato. Abbiamo imboccato la stessa strada e nella società della comunicazione, oggi i tifosi del lockdown sono i giornalisti, gli opinion leader, coloro che in febbraio ingurgitavano involtini primavera, in marzo si sono trasformati in virologi e in aprile invocavano gli avvisi di garanzia per epidemia colposa. «Cresce la pressione per il lockdown totale», è il titolo rimasto per tutto il giorno sulla homepage del Corriere della Sera. «I medici sono stremati» scrive La Repubblica e la notizia più cliccata del giorno è l'allarme a effetto da Monza: «Oggi Codogno siamo noi». Sono state istituite da neppure una settimana, ma per i media le aree colorate non bastano già più. Si chiede inutilmente raziocinio, i governatori consigliano di «aspettare a vedere gli effetti delle restrizioni». Una posizione saggia, che tiene conto degli sforzi di territori colpiti dalla crisi economica, della volontà di persone non garantite di rimanere in piedi. Per i virologi di redazione invece non c'è margine, è una fuga da Saigon: lockdown o morte nera. Eppure. Eppure si legge anche altro, si ascoltano voci meno isteriche. Ieri Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di Sanità, è stato chiaro: «L'indice Rt appare stabile, quindi l'accelerazione marcata è venuta meno e c'è decelerazione, frutto delle misure poste in essere. Ciò va letto in modo positivo, ci auguriamo e ci aspettiamo con il trascorrere dei giorni che i dati possano ulteriormente migliorare». Non è superficialità, è realismo. Ma non ha diritto di cittadinanza, il concetto bisogna andarlo a cercare fra le righe, strangolato dall'allarmismo cosmico di medici sull'orlo di una crisi di nervi e di inviati speciali sempre pronti a partire per Parigi, ma con il mal di denti quando la meta è il Sudan o il Kosovo. Chiudere tutto, chiudere subito; la musica dei talk show suona un'unica nota. E poco importa se nello stesso giorno anche il presidente dell'Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, pur sottolineando che «l'impatto sui servizi sanitari sta crescendo e ci si avvicina alla soglia di valori critici», aggiunge: «L'indicatore Rt ora a 1,7 ha mostrato un rallentamento nella sua crescita, ma per ridurre i casi dobbiamo riportarlo sotto l'1». Quindi qualcosa sta funzionando, anche se tutto è travolto dai bollettini di guerra, dai selfie degli infermieri in catalessi. E dal grido di dolore dei medici, gli unici ad avere un megafono per raccontare la loro trincea afghana. Il lockdown generale li trova ovviamente favorevoli, è normale. Loro non hanno la necessità di guardare oltre il perimetro degli ospedali o dello studio nel quale faticano ad accettare di dare una mano con i tamponi. Allora «Noi a intubare le persone e la gente al parco Sempione» (Repubblica). Allora ecco l'emergenza del condominio se si avvicina un potenziale positivo per farsi curare. E poi lettere imbarazzanti, disfattiste per partito preso, di qualche presidente regionale dell'Ordine ormai incapace di distinguere il ruolo di rappresentante istituzionale da quello di sindacalista. Siamo all'apologia mediatica del dottor Terzilli, chi l'avrebbe mai detto? Nel rispetto di coloro che davvero stanno al fronte sanitario servirebbe un dignitoso silenzio stampa. In questo sabba chiusurista, mentre già si sente lo scatto dei lucchetti, non poteva che entrare in scena la politica. Sensibile alle paure ma inadeguata ad affrontarle con risposte concrete, tutta la sinistra si sta appiattendo sull'idea della serrata. È la posizione del ministro Speranza, supportato all'interno del Pd da colonnelli come Dario Franceschini. Fosse per loro, istituirebbero le guardie rosse per pattugliare le vie delle città deserte. Il premier Giuseppe Conte ancora resiste, Matteo Renzi è in pericoloso silenzio. Entrambi pronti a capitolare fra una settimana, quando tutto ciò che è giallo sarà diventato arancione. Ieri ha abbracciato il carcere volontario anche Carlo Calenda, che di crisi economiche se ne intende: «Se i numeri indicano che serve la chiusura totale, va fatta. Avrei fatto il lockdown delle città due o tre settimane fa, quando si è capito che c'erano alcuni epicentri». Anche i liberisti alle vongole vacillano, accompagnati dalla presunzione della ragione retroattiva. Tre settimane fa, come disse Giorgio Gori per andare oltre il governatore Attilio Fontana, attirandosi una contestazione personale a Bergamo. Con il senno del poi non avrebbero mai riaperto. Eppure. Eppure c'è un altro distinguo e arriva dall'Europa che i competenti dovrebbero ascoltare come i bimbi ascoltano la mamma. Proprio ieri Peter Liese, medico tedesco responsabile Salute del Ppe, ha spiegato che «ordinare alla gente di stare in casa non è un buon modo per combattere la pandemia. Il virus non si diffonde se vai per strada, si diffonde se incontri altre persone. Quindi lo strumento giusto non è uscire ma ridurre i contatti». Quei contatti inevitabili nei pronto soccorso degli ospedali. Proprio lì dove la gente si sta precipitando al terzo colpo di tosse, spinta dal terrorismo dei tifosi del lockdown. I nostalgici dell'assolo di chitarra in piazza Navona o della partita a tennis fra i tetti di Savona.
Ansa
Arrivano le prime certezze dalla Svizzera. «Tre delle vittime sono italiane. Le famiglie sono state avvertite»: ad annunciarlo, in tarda serata, è stato l’ambasciatore Gian Domenico Cornado. I dispersi sono, dunque, tre. Sempre ieri, infatti, in serata, è stata diffusa la notizia dell’identificazione ufficiale, da parte delle autorità elvetiche, del primo morto italiano nella strage di Crans-Montana: si tratta di Giovanni Tamburi , 16 anni di Bologna, che si aggiunge alla probabile morte del golfista genovese, Emanuele Galeppini, e quella di Chiara Costanzo, 15 anni. È il padre di quest’ultima a spegnere ogni speranza una volta saputo che i feriti non identificati sono tutti maschi.
Una giornata, quella di ieri, scandita dalla rabbia delle famiglie. Una risposta al dolore, la loro, spiegano gli psicologi che li assistono. «È una rabbia legata all’attesa e permette di non sentire il dolore e la tristezza. Una risposta fisiologica» che va compresa «senza controreagire», spiegano gli esperti. E chi li cura aggiunge: «Hanno bisogno di sapere e lo stato di attesa è peggiore di una certezza anche terribile».
Chiunque abbia figli ha provato a immaginare quel dolore, è impossibile, eppure la rabbia non monta solo tra i diretti coinvolti perché iniziano a farsi largo le domande che tutte puntualmente, restano senza risposte. Come è potuto succedere? Di chi sono le responsabilità? Possibile che non si riesca a capire chi è morto e chi è vivo? E nelle stesse ore un’altra penosa polemica ha preso piede nei dibattiti televisivi e sui social. Alcuni, senza che ancora si sia messo un punto all’emergenza e alle identificazioni, ha pensato di giudicare quei ragazzi che, presi dall’ingenuità, nei primi momenti dell’emergenza riprendevano le fiamme. Quasi fosse loro la colpa della loro disgrazia. Mancano le risposte ma manca anche il rispetto.
«L’operazione non è affatto conclusa fino a quando l’ultimo dei nostri ragazzi sarà tornato a casa», ha detto l’assessore al Welfare lombardo, Guido Bertolaso, che sta gestendo l’emergenza. «In questi giorni abbiamo fatto oltre venti voli verso la Svizzera per andare a prendere i ragazzi, 40 ore di volo in condizioni meteorologiche non ottimali e attraversando le Alpi. È un gioco di squadra italiano di cui siamo orgogliosi, e non ci fermiamo qui».
Non solo Milano, anche il Villa Scassi di Genova accoglierà una paziente ferita a Crans-Montana. Si tratterebbe di una persona adulta, non è certo se italiana o straniera. L’arrivo in elicottero è previsto intorno alle 15 di oggi, l’ospedale ha messo a disposizione ulteriori quattro posti letto. I pazienti trasferiti dalla Svizzera al Niguarda di Milano, intanto, sono diventati nove e sono tutti in «buone condizioni cliniche», come riferito nell’ultimo bollettino. Nella tarda mattinata di ieri è arrivata un’altra quindicenne, Sofia. Era ricoverata all’ospedale di Losanna «sicuramente la paziente in questo momento più grave», ha detto Bertolaso. Almeno fino a quando non c’è stato un altro arrivo precedentemente non previsto. Contrariamente a quanto comunicato al mattino, infatti, nel pomeriggio è arrivata nell’ospedale del capoluogo lombardo una nuova paziente. Ha 16 anni, era proveniente da Zurigo ed era stata definita in precedenza «non trasportabile». Si tratta di Francesca, anche lei milanese, considerata la paziente più grave e già operata due volte in Svizzera.
Francesca e Sofia frequentano il liceo Virgilio, con loro ci sono altri due ragazzi coinvolti nella tragedia del locale svizzero, tutti e quattro frequentavano la terza D del liceo di Milano che in questi giorni vive momenti di angoscia. Gli altri due, Leonardo, promessa del calcio e Kean, sono ricoverati in Svizzera e, per il momento, non possono essere trasportati. Erano tutti ospiti nella casa a Crans dei genitori di Francesca. Insieme a loro dovevano partire per la vacanza altri due studenti del Virgilio, due amici anche loro invitati dalla famiglia di Francesca, ma all’ultimo hanno rinunciato al viaggio, uno perché malato. Lo ha confermato all’Ansa il preside dell’istituto, Roberto Garrone: inizialmente, infatti, «dovevano partire in sei».
«Poi ci sono due ragazzi nostri, sembrano essere nostri perché non sono ancora stati identificati con certezza», ha detto Bertolaso in uno degli ultimi punti stampa, «sono i due casi più gravi e si trovano al centro grandi ustioni in Zurigo. Abbiamo la ragionevole speranza che si tratti di due ragazzi italiani ma dobbiamo ancora fare le prove del Dna. Hanno il volto completamente coperto da tutte le medicazioni perché, avendo avuto ustioni sul volto, il primo intervento che hanno fatto i sanitari elvetici è stato quello di curare la parte della faccia e, quindi, non possiamo sciogliere quelle che sono le medicazioni per andare a vedere se si tratta di uno piuttosto che di un altro. Ovviamente sono intubati, quindi non sono in grado di parlare e per cui bisogna attendere la possibilità di una identificazione certa».
Una tragedia per le famiglie, ma per un’intera comunità. Il 7 gennaio riaprirà il Virgilio, così come le altre scuole italiane, ma quegli studenti dovranno affrontare questo terribile trauma. Per questo è stato già predisposto l’arrivo di una squadra di psicologi ha spiegato il preside: «la sera dello stesso giorno probabilmente ci sarà un incontro di supporto dedicato ai docenti e ai genitori con degli specialisti». Storie di vite spezzate, tra chi è morto, chi è sopravvissuto e chi per affetto è vicino a queste vittime, nulla sarà più lo stesso.
Indagati i titolari del locale-trappola. Erano senza licenza per la discoteca
Sono indagati per «omicidio, lesioni personali e incendio a titolo colposo per negligenza» Jessica e Jacques Moretti, i titolari di Le Constellation, il locale nella via centrale di Crans-Montana che, la notte di Capodanno, si è trasformato in una trappola senza scampo per 40 giovani bruciati vivi e altri 121 gravemente feriti.
A dare, finalmente, la notizia - che a dire il vero per le logiche della giustizia italiana risultava scontata, se non addirittura in ritardo rispetto all’enormità della tragedia - è stata la Procura cantonale del Vallese che, due giorni fa, aveva annunciato con una conferenza stampa l’avvio di un inchiesta sulle cause del rogo, causato - ormai con pochi dubbi - dalle candele scintillanti accese sulle bottiglie di champagne e finite troppo vicine al soffitto, ricoperto con materiale fonoassorbente evidentemente non ignifugo. In ossequio alla prudenza svizzera, tuttavia, le stesse autorità, ci hanno tenuto a puntualizzare che «la presunzione di innocenza si applica fino alla pronuncia della condanna definitiva» e che, per il momento, a carico della coppia non sono previste misure cautelari in carcere, né ai domiciliari.
Mentre le ore trascorrono - lentissime per le tante famiglie colpite dalla tragedia - le domande senza risposta, su come e con quali logiche, quel locale, aperto ai più giovani, fosse realmente gestito dalla coppia di corsi, sono sempre più numerose e inquietanti. Le misure di sicurezza evidentemente non adeguate, una porta di uscita sul retro che alcuni soccorritori sostengono di aver trovato chiusa a chiave, l’abitudine consolidata di utilizzare giochi pirotecnici in un seminterrato e quella schiuma insonorizzante a tappezzare il soffitto che ha preso fuoco in un attimo e che lascia, legittimamente, aperti tutti i dubbi possibili sull’adeguatezza degli spazi alle norme antincendio.
Eppure, la chiave per capire come sia possibile che, nella precisa Svizzera, un locale così pericoloso fosse accessibile e frequentato, potrebbe nascondersi proprio nella destinazione d’uso degli spazi, ricavati nei sotterranei del palazzo di Rue Central 35 a Crans-Montana. Le Constellation, infatti, era stato autorizzato con la funzione di bar e non di discoteca e non sarebbe mai dovuto essere adibito a sala da ballo. E, forse, proprio qui, si nasconde l’inghippo.
A rendere nota l’incongruenza è l’agenzia di stampa Agi che è entrata in possesso della visura camerale del locale, nella quale è riportato chiaramente che la licenza riguarda attività di «ristorazione, vendita di bevande e commercio dei vini in generale», senza alcuna menzione ad attività di discoteca. Effettivamente, anche guardando semplicemente ai claim promozionali di Le Constellation, arriva la conferma: la scritta all’esterno del locale indica «longue bar» e «cocktail bar» e anche le recensioni su Tripadvisor, sospese dopo la tragedia, non nominano mai locali da ballo: «Pranzo, cena, aperto fino a tardi, bevande da asporto e al tavolo» sono i servizi promossi sul sito per turisti, e niente altro. Ed è chiaro che le norme di sicurezza per servire un cocktail ad avventori seduti a tavolino non sono le stesse che si applicano ad una serata scatenata in pista con centinaia di adolescenti.
Sotto accusa - soprattutto per chi conosceva la storia del locale - ci sono i lavori di ristrutturazione realizzati nel 2015, a quanto pare, direttamente da Jacques Moretti nel tempo record di 100 giorni, ovvero tre mesi, nei quali l’uomo - lavorando instancabilmente - aveva trasformato il seminterrato abbandonato in uno spazio con il permesso di ospitare fino a 300 persone. «Sono stati fatti tre controlli in dieci anni ed era sempre tutto a posto», ha dichiarato più volte lo stesso Moretti e mentre si spera che i risultati di quei controlli siano già al vaglio degli inquirenti elvetici, resta da capire per quale finalità d’uso degli spazi quei controlli erano stati predisposti.
Per esempio quella schiuma insonorizzante in materiale plastico nero, che rivestiva il soffitto - ben visibile in diverse immagini diffuse sui social e nei video drammatici delle prime fiamme - era stato validato come rivestimento per un tranquillo cocktail bar o era stato ritenuto idoneo anche a ricoprire le pareti di una discoteca? Molte ricostruzioni dell’accaduto riportate sui social dagli avventori abituali di Le Constellation sottolineano la vetustà dello stabile e alcune ipotizzano addirittura che durante la ristrutturazione, avvenuta nel 2015, il vano scale che collega i due piani - il terra e il seminterrato - sia stato ridotto per il posizionamento degli arredi.
Comunque sia, la piantina degli ambienti sembra evidenziare una carenza di uscite soprattutto in relazione al numero di persone ammesse, almeno secondo gli standard del nostro Paese. In Italia, infatti, è obbligatorio. per ottenere il via libera a qualsiasi inaugurazione di attività aperta al pubblico. presentare il «piano di sicurezza» formulato e sottoscritto da esperti che basano le autorizzazioni proprio sul rapporto tra il numero e l’ampiezza delle vie di fuga, la capienza delle persone e il tipo di attività previste.
«Non sono in grado di fare paragoni con l’Italia ma quello che posso dire è che in Italia esistono servizi di vigilanza interna, c’è del personale e non oso immaginare un locale notturno gestito in questo modo nel nostro Paese dove abbiamo procedure molto severe», ha dichiarato l’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, interpellato sulla questione.
Truffa e squillo nella vita di Jacques
Lui ex carcerato, finito dentro per sfruttamento della prostituzione, lei imprenditrice rampante, figlia - per beffa del destino - di un vigile del fuoco. Sembrano i protagonisti di un brutto film Jaques Moretti e Jessica Maric, i proprietari del locale Le Constellation, nel centro di Crans-Monatana, all’interno del quale hanno perso la vita, arsi vivi, 40 giovanissimi che festeggiavano lì la notte di Capodanno e che non sono riusciti a fuggire dalle fiamme mentre Jessica Maric, presente, è uscita praticamente illesa dal rogo.
A rivelare il passato dell’uomo è il quotidiano Le Parisien che spiega come Moretti, soprannominato «il corso» e originario di Ghisonaccia, un piccolo paese dell’isola francese, oggi 49 anni, non sarebbe affatto uno sconosciuto per il sistema giudiziario francese. L’uomo, tra la metà degli anni Novanta e il 2005, sarebbe stato processato e poi condannato a un periodo di carcere, scontato nelle galere della Savoia, per reati non banali: truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Moretti, tuttavia, dopo aver pagato il suo debito con la giustizia, era uscito dal giro tanto che la polizia francese - sempre secondo Le Parisien - lo ritiene un soggetto ormai «lontano dallo spettro della criminalità organizzata».
Pochi anni dopo, l’incontro con Jessica, allora giovane intraprendente con un curriculum di studi di tutto rispetto. Il profilo di Jessica Maric, oggi 40 anni, è quello di una donna benestante a cui la famiglia ha dato la possibilità di formarsi una solida base culturale. Originaria della Corsica, la donna ha vissuto in Costa Azzurra per molti anni e precisamente a Cannes dove il padre, Jean-Paul Maric, è stato vigile del fuoco nel comparto cittadino e lo zio, Jean-Pierre Maric, presidente del comitato municipale degli incendi forestali ad Auribeau-sur-Siagne.
Dopo gli studi superiori in un istituto di Antibes, Jessica ha frequentato l’Università di Glamorgan, nel Galles meridionale, per poi completare la sua formazione all’Università internazionale di Monaco e alla Montpelier Business School in Francia. Tutte esperienze che dovevano prepararla a un futuro nel commercio e nell’impresa. Oltre che sulla formazione di Jessica, tuttavia, la coppia ha, con ogni probabilità, potuto contare anche su solide basi economiche per arrivare a diventare proprietaria di ben tre locali di livello medio alto, in una delle località sciistiche più rinomate dell’arco alpino. L’idea di investire a Crans Montana sarebbe arrivata proprio dopo una vacanza sulla neve e - detto fatto - da quel momento i due avrebbero intrapreso attività a tal punto efficaci da renderli titolari e gestori in pochi anni, oltre che di Le Constellation, aperto nel 2015, anche del bar ristorante Le Senso e del locale Le vieux Chalet, nel Comune di Lens, specializzato nel servire piatti tipici della Corsica.
La coppia che, a quanto risulta, ha un figlio, la residenza in Corsica e una proprietà immobiliare in Costa Azzurra, a Crans-Montana è molto conosciuta ma non sempre di buona fama. Mentre alcuni ricordano la «cattiva reputazione» di Jaques, altri lo definiscono «un gran lavoratore». Su di lui Le Parisien riporta, tra gli altri, un racconto inquietante. Un anziano del posto, che sostiene di conoscere da tempo Moretti, intervistato dal quotidiano francese ha riferito che l’uomo, in una occasione, gli avrebbe chiesto «di portare dei contanti in Corsica nelle sue valigie quando stava programmando una vacanza lì» e che la stessa proposta sarebbe stata avanzata da parte di Moretti anche ad altri del posto.
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Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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