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2020-01-31
Stop alle medicine, carestia e crollo del Pil: le bufale su Brexit (smentite dai fatti)
Ansa
Con l'ok anche del Consiglio Ue, Brexit è ormai realtà. E ci vorrebbe un Requiem per i cosiddetti «competenti» ed «esperti». Avevano detto, all'epoca del referendum (giugno 2016) che il remain avrebbe agevolmente vinto: e invece trionfò il leave. Più di recente, avevano pronosticato che Boris Johnson non sarebbe mai diventato leader conservatore: è invece il più acceso sostenitore dell'uscita del Regno Unito dall'Ue ha vinto alcuni mesi fa il leadership contest per aggiudicarsi la guida del partito e conseguentemente è divenuto primo ministro. Poi avevano detto che Johnson, con i suoi modi fiammeggianti, non avrebbe mai strappato ai negoziatori di Bruxelles un'intesa più forte di quella - striminzita e infatti rigettata dal Parlamento britannico - ottenuta dalla debole Theresa May: e invece Johnson, minacciando la carta del no deal, cioè un'uscita senza alcun accordo, ha smontato le trincee di Bruxelles. Poi avevano detto che il primo ministro britannico non avrebbe mai ottenuto la convocazione di nuove elezioni: e invece Johnson ci è riuscito e le ha pure stravinte, conducendo in porto l'uscita dello United Kingdom dalla gabbia di Bruxelles. Un trionfo per lui, un caso da manuale di rispetto della volontà popolare, e insieme una débâcle per la vecchia politica e i mainstream media.
Del resto, già il 23 giugno 2016 in Italia si era capito molto. La notte televisiva del referendum su Brexit andrà conservata e ristudiata, con tesi di laurea da assegnare agli studenti del futuro per capire come non si fa informazione. Fino alla mezzanotte (con il remain in vantaggio), giaculatorie di elogio alla grande democrazia britannica; dopo la mezzanotte, essendo passato in vantaggio il leave, insulti alla Perfida Albione, contumelie contro gli elettori anziani, dubbi sul suffragio universale. Ed era solo l'antipasto di ciò a cui avremmo assistito nei mesi successivi in tv e sui giornali (con poche e pregevoli eccezioni): e cioè essenzialmente servizi ansiogeni sulla sorte degli italiani in Inghilterra, in genere piuttosto esterrefatti nel sentirsi rivolgere domande dagli intervistatori come se il governo di Londra stesse per programmare espulsioni o purghe di massa. Più profezie di sciagura che è il caso di ripercorrere.
L'ufficio in Uk di Amnesty International, ancora nel settembre scorso, si è aggiudicato la medaglia d'oro delle ipotesi di sventura, ovviamente smentite dai fatti: «L'addio britannico pone serie preoccupazioni per i diritti umani». Fino a paventare un'emergenza sanitaria: «Non ci devono essere interruzioni nelle forniture di medicinali, che sono cruciali per garantire che tutti godano del loro diritto alla salute».
Non scherzarono nemmeno diversi settori delle burocrazie britanniche. Un rapporto governativo riservato, poi sbattuto in prima pagina dal Sunday Times, in caso di no deal preconizzava scenari nefasti: problemi con cibo e carburante, file inenarrabili di camion francesi, rischio di disordini.
Ma le previsioni all'insegna del terrore erano cominciate già a cavallo del referendum. Si potrebbe maramaldeggiare sull'81% tra sondaggisti e bookmaker inglesi che scommettevano contro il risultato elettorale pro Brexit, e soprattutto sul 71% di economisti britannici che promettevano, in quel caso, sciagure e recessioni. Ha avuto onestà intellettuale, molti mesi dopo, il capo economista della Banca d'Inghilterra, Andrew Haldane, riconoscendo un eccesso di pessimismo e di catastrofismo nelle previsioni sue e di buona parte degli «esperti». Un report della Bank of England si spinse a preconizzare un calo del Pil dell'8%, il crollo della sterlina, un deprezzamento degli immobili: tutte ipotesi poi smentite dai fatti. «Abbiamo avuto il nostro momento Michael Fish», ha spiritosamente ammesso Haldane, alludendo al leggendario infortunio del meteorologo della Bbc nel 1987, che aveva categoricamente escluso un uragano che invece si verificò puntualmente. Trent'anni dopo, Fish, sentendosi chiamato in causa, è stato anche più spiritoso di Haldane, replicando di aver fatto a suo tempo meno danni di economisti e banchieri.
Naturalmente, solo il tempo darà un giudizio definitivo su questa scelta. Ma, a chiunque esamini la volontà dei britannici senza pregiudizi, la loro decisione appare perfettamente razionale. Hanno la sterlina; sono un membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu; sono una potenza militare anche nucleare; la loro economia va a gonfie vele (nel recente quinquennio, hanno quasi prodotto più posti di lavoro degli altri paesi Ue messi insieme). Ora, uscendo, saranno liberi di negoziare accordi commerciali a 360 gradi: con gli Usa, con i Paesi legati al Commonwealth, con la stessa Ue, con i giganti asiatici. E senza dover chiedere il permesso ai burocrati di Bruxelles.
L’addio di Londra potrebbe costarci almeno 1 miliardo e mezzo di euro
L'addio del Regno Unito all'Unione europea darà non pochi problemi agli Stati membri in termini di bilancio Ue. Se infatti per il 2020 la Gran Bretagna continuerà a versare i suoi 16 miliardi di euro nelle casse dell'Unione, dal 2021 la situazione cambierà. Non solo si dovrà trovare un nuovo accordo politico per il budget 2021-2027, ma si dovrà anche capire come andrà gestito il buco di bilancio lasciato dalla Gran Bretagna.
Al momento, per il 2020, il budget stanziato è stato di 168,7 miliardi di euro. L'Italia versa circa 15-17 miliardi, il che corrisponde al 9-10% del budget Ue. La Gran Bretagna, in linea con il nostro Paese, versa 16 miliardi (9,5%). Da ricordare che la somma totale del budget Ue è spalmato in percentuali diverse tra i vari stati membri. L'Italia risulta essere uno dei maggiori contributori, posizionandosi al quarto posto. Davanti a lei solo Germania, Francia e Gran Bretagna. Ma visto che uno dei più importanti stati contributori, la Gran Bretagna, lascerà l'Unione europea, come saranno coperti i 16 miliardi di euro che versava l'anno?
La risposta la si trova nei 27 Stati membri rimanenti. Ma attenzione, perché la questione non è delle più semplici. Chi subirà le maggiori conseguenze saranno probabilmente la Germania, la Francia e l'Italia, ovvero i Paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio dell'Ue. Secondo lo studio The impact of Brexit in the Eu budget, pubblicato dal Ceps policy brief, centro di ricerca specializzato sugli affari europei, che ha fatto la sua simulazione sul budget Ue del 2014 (più basso rispetto a quello del 2020), per coprire il gap inglese la Germania vedrà un aumento di 2,56 miliardi di euro (+9%), la Francia di 1,47 miliardi di euro (7%) e l'Italia di 791 milioni di euro (+5,22%). Se si considera il budget 2020 l'Italia vede questa somma alzarsi a 1,44 miliardi euro. C'è però da dire che queste somme sono variabili e non definitive, per due motivi. In primis bisogna capire dal punto di vista del mercato unico a livello commerciale cosa si deciderà. E i prossimi mesi saranno fondamentali.
La Gran Bretagna potrebbe infatti decidere di entrare a far parte di alcuni progetti Ue, dunque di mettere del budget. In questo caso il suo buco economico diminuirebbe. Altro aspetto da non sottovalutare è un'ulteriore proroga che gli inglesi potrebbero chiedere (31 dicembre 2020). E infine altra incognita è che non si conosce ancora quanto ambizioso o meno vorrà essere il budget per il 2021-2027, che verrà deciso entro fine anno. Al momento la Commissione e il Parlamento sono due strade diametralmente opposte, ma dovranno trovare un accordo politico per dar vita alle nuove risorse da stanziare in Ue. E dunque da una parte c'è il Parlamento europeo, che spinge per ottenere un progetto di bilancio ambizioso. L'obiettivo è quindi ottenere un budget pari all'1,3% del reddito nazionale lordo dei Paesi membri (al momento siamo all'1,16%). Il budget stimato sarebbe dunque di 1.324 miliardi di euro. Dall'altra parte la Commissione gioca a ribasso e spinge per un 1,11% del reddito nazionale lordo, con previsioni di bilancio attorno ai 1.279 miliardi di euro. I singoli Stati membri spingono ovviamente per abbassare ulteriormente la cifra per dare meno contributi possibili all'Ue. Il 20 febbraio si terrà una riunione per cercare di raggiungere un accordo o un primo compromesso tra le due posizioni dominanti, ma la strada è ancora lunga. Queste percentuali, che giocano sui decimali, sono di fondamentale importanza per gli Stati membri. Se infatti dovesse prevalere la proposta del Parlamento europeo, e dunque si desse vita a un budget più ambizioso, gli Stati membri non solo dovranno aumentare i loro contributi nazionali (adeguati all'inflazione e della crescita economia nazionale) ma dovranno pensare anche a colmare il buco di bilancio di 16 miliardi lasciati dalla Gran Bretagna. E dunque l'Italia potrebbe arrivare a dare all'Ue più di 17 miliardi di euro, compresi il lascito inglese. Da non dimenticare che in questa ipotesi l'Italia potrebbe ricevere anche una maggiore quota di finanziamenti da parte dell'Unione europea (nel 2017 ne ha ricevuto 9,8 miliardi), dato che ci saranno maggiori stanziamenti a programmi Ue. Questo potrebbe andare dunque a colmare, in minima parte, il maggior contributo che l'Italia dovrà dare per l'uscita inglese.
Nel caso invece in cui la Commissione riesca ad avere la meglio si avrebbe un budget meno ambizioso (che significa, per esempio, tagli a progetti) e minore risorse da parte degli stati membri. A questo si potrebbe aggiungere anche il fatto che il gap del Regno Unito potrebbe essere coperto in parte dalle risorse proprie dell'Ue (l'Iva, un prelievo in percentuale sul reddito nazionale lordo degli Stati membri eccetera) e dunque gravare in maniera inferiore sulle casse dei singoli stati membri. L'Italia darebbe dunque sempre come il suo contributo nazionale, ma non dovrebbe garantire anche gli 1,44 miliardi di euro per l'uscita del Regno Unito dall'Ue.
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Fallite le previsioni sulla vittoria del «remain», i media hanno descritto la scissione tra Uk ed Europa con toni apocalittici. Lanciando allarmi persino sui diritti umani.La Gran Bretagna contribuisce per il 9,5% al bilancio dell'Unione (168 miliardi). Dal 2021, tutti questi fondi andranno versati, in proporzione, dagli altri Stati. E il Parlamento vorrebbe addirittura aumentare il budget.Lo speciale contiene due articoliCon l'ok anche del Consiglio Ue, Brexit è ormai realtà. E ci vorrebbe un Requiem per i cosiddetti «competenti» ed «esperti». Avevano detto, all'epoca del referendum (giugno 2016) che il remain avrebbe agevolmente vinto: e invece trionfò il leave. Più di recente, avevano pronosticato che Boris Johnson non sarebbe mai diventato leader conservatore: è invece il più acceso sostenitore dell'uscita del Regno Unito dall'Ue ha vinto alcuni mesi fa il leadership contest per aggiudicarsi la guida del partito e conseguentemente è divenuto primo ministro. Poi avevano detto che Johnson, con i suoi modi fiammeggianti, non avrebbe mai strappato ai negoziatori di Bruxelles un'intesa più forte di quella - striminzita e infatti rigettata dal Parlamento britannico - ottenuta dalla debole Theresa May: e invece Johnson, minacciando la carta del no deal, cioè un'uscita senza alcun accordo, ha smontato le trincee di Bruxelles. Poi avevano detto che il primo ministro britannico non avrebbe mai ottenuto la convocazione di nuove elezioni: e invece Johnson ci è riuscito e le ha pure stravinte, conducendo in porto l'uscita dello United Kingdom dalla gabbia di Bruxelles. Un trionfo per lui, un caso da manuale di rispetto della volontà popolare, e insieme una débâcle per la vecchia politica e i mainstream media. Del resto, già il 23 giugno 2016 in Italia si era capito molto. La notte televisiva del referendum su Brexit andrà conservata e ristudiata, con tesi di laurea da assegnare agli studenti del futuro per capire come non si fa informazione. Fino alla mezzanotte (con il remain in vantaggio), giaculatorie di elogio alla grande democrazia britannica; dopo la mezzanotte, essendo passato in vantaggio il leave, insulti alla Perfida Albione, contumelie contro gli elettori anziani, dubbi sul suffragio universale. Ed era solo l'antipasto di ciò a cui avremmo assistito nei mesi successivi in tv e sui giornali (con poche e pregevoli eccezioni): e cioè essenzialmente servizi ansiogeni sulla sorte degli italiani in Inghilterra, in genere piuttosto esterrefatti nel sentirsi rivolgere domande dagli intervistatori come se il governo di Londra stesse per programmare espulsioni o purghe di massa. Più profezie di sciagura che è il caso di ripercorrere. L'ufficio in Uk di Amnesty International, ancora nel settembre scorso, si è aggiudicato la medaglia d'oro delle ipotesi di sventura, ovviamente smentite dai fatti: «L'addio britannico pone serie preoccupazioni per i diritti umani». Fino a paventare un'emergenza sanitaria: «Non ci devono essere interruzioni nelle forniture di medicinali, che sono cruciali per garantire che tutti godano del loro diritto alla salute». Non scherzarono nemmeno diversi settori delle burocrazie britanniche. Un rapporto governativo riservato, poi sbattuto in prima pagina dal Sunday Times, in caso di no deal preconizzava scenari nefasti: problemi con cibo e carburante, file inenarrabili di camion francesi, rischio di disordini. Ma le previsioni all'insegna del terrore erano cominciate già a cavallo del referendum. Si potrebbe maramaldeggiare sull'81% tra sondaggisti e bookmaker inglesi che scommettevano contro il risultato elettorale pro Brexit, e soprattutto sul 71% di economisti britannici che promettevano, in quel caso, sciagure e recessioni. Ha avuto onestà intellettuale, molti mesi dopo, il capo economista della Banca d'Inghilterra, Andrew Haldane, riconoscendo un eccesso di pessimismo e di catastrofismo nelle previsioni sue e di buona parte degli «esperti». Un report della Bank of England si spinse a preconizzare un calo del Pil dell'8%, il crollo della sterlina, un deprezzamento degli immobili: tutte ipotesi poi smentite dai fatti. «Abbiamo avuto il nostro momento Michael Fish», ha spiritosamente ammesso Haldane, alludendo al leggendario infortunio del meteorologo della Bbc nel 1987, che aveva categoricamente escluso un uragano che invece si verificò puntualmente. Trent'anni dopo, Fish, sentendosi chiamato in causa, è stato anche più spiritoso di Haldane, replicando di aver fatto a suo tempo meno danni di economisti e banchieri. Naturalmente, solo il tempo darà un giudizio definitivo su questa scelta. Ma, a chiunque esamini la volontà dei britannici senza pregiudizi, la loro decisione appare perfettamente razionale. Hanno la sterlina; sono un membro permanente del Consiglio di sicurezza Onu; sono una potenza militare anche nucleare; la loro economia va a gonfie vele (nel recente quinquennio, hanno quasi prodotto più posti di lavoro degli altri paesi Ue messi insieme). Ora, uscendo, saranno liberi di negoziare accordi commerciali a 360 gradi: con gli Usa, con i Paesi legati al Commonwealth, con la stessa Ue, con i giganti asiatici. E senza dover chiedere il permesso ai burocrati di Bruxelles.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stop-alle-medicine-carestia-e-crollo-del-pil-le-bufale-su-brexit-smentite-dai-fatti-2644985507.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laddio-di-londra-potrebbe-costarci-almeno-1-miliardo-e-mezzo-di-euro" data-post-id="2644985507" data-published-at="1781933006" data-use-pagination="False"> L’addio di Londra potrebbe costarci almeno 1 miliardo e mezzo di euro L'addio del Regno Unito all'Unione europea darà non pochi problemi agli Stati membri in termini di bilancio Ue. Se infatti per il 2020 la Gran Bretagna continuerà a versare i suoi 16 miliardi di euro nelle casse dell'Unione, dal 2021 la situazione cambierà. Non solo si dovrà trovare un nuovo accordo politico per il budget 2021-2027, ma si dovrà anche capire come andrà gestito il buco di bilancio lasciato dalla Gran Bretagna. Al momento, per il 2020, il budget stanziato è stato di 168,7 miliardi di euro. L'Italia versa circa 15-17 miliardi, il che corrisponde al 9-10% del budget Ue. La Gran Bretagna, in linea con il nostro Paese, versa 16 miliardi (9,5%). Da ricordare che la somma totale del budget Ue è spalmato in percentuali diverse tra i vari stati membri. L'Italia risulta essere uno dei maggiori contributori, posizionandosi al quarto posto. Davanti a lei solo Germania, Francia e Gran Bretagna. Ma visto che uno dei più importanti stati contributori, la Gran Bretagna, lascerà l'Unione europea, come saranno coperti i 16 miliardi di euro che versava l'anno? La risposta la si trova nei 27 Stati membri rimanenti. Ma attenzione, perché la questione non è delle più semplici. Chi subirà le maggiori conseguenze saranno probabilmente la Germania, la Francia e l'Italia, ovvero i Paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio dell'Ue. Secondo lo studio The impact of Brexit in the Eu budget, pubblicato dal Ceps policy brief, centro di ricerca specializzato sugli affari europei, che ha fatto la sua simulazione sul budget Ue del 2014 (più basso rispetto a quello del 2020), per coprire il gap inglese la Germania vedrà un aumento di 2,56 miliardi di euro (+9%), la Francia di 1,47 miliardi di euro (7%) e l'Italia di 791 milioni di euro (+5,22%). Se si considera il budget 2020 l'Italia vede questa somma alzarsi a 1,44 miliardi euro. C'è però da dire che queste somme sono variabili e non definitive, per due motivi. In primis bisogna capire dal punto di vista del mercato unico a livello commerciale cosa si deciderà. E i prossimi mesi saranno fondamentali. La Gran Bretagna potrebbe infatti decidere di entrare a far parte di alcuni progetti Ue, dunque di mettere del budget. In questo caso il suo buco economico diminuirebbe. Altro aspetto da non sottovalutare è un'ulteriore proroga che gli inglesi potrebbero chiedere (31 dicembre 2020). E infine altra incognita è che non si conosce ancora quanto ambizioso o meno vorrà essere il budget per il 2021-2027, che verrà deciso entro fine anno. Al momento la Commissione e il Parlamento sono due strade diametralmente opposte, ma dovranno trovare un accordo politico per dar vita alle nuove risorse da stanziare in Ue. E dunque da una parte c'è il Parlamento europeo, che spinge per ottenere un progetto di bilancio ambizioso. L'obiettivo è quindi ottenere un budget pari all'1,3% del reddito nazionale lordo dei Paesi membri (al momento siamo all'1,16%). Il budget stimato sarebbe dunque di 1.324 miliardi di euro. Dall'altra parte la Commissione gioca a ribasso e spinge per un 1,11% del reddito nazionale lordo, con previsioni di bilancio attorno ai 1.279 miliardi di euro. I singoli Stati membri spingono ovviamente per abbassare ulteriormente la cifra per dare meno contributi possibili all'Ue. Il 20 febbraio si terrà una riunione per cercare di raggiungere un accordo o un primo compromesso tra le due posizioni dominanti, ma la strada è ancora lunga. Queste percentuali, che giocano sui decimali, sono di fondamentale importanza per gli Stati membri. Se infatti dovesse prevalere la proposta del Parlamento europeo, e dunque si desse vita a un budget più ambizioso, gli Stati membri non solo dovranno aumentare i loro contributi nazionali (adeguati all'inflazione e della crescita economia nazionale) ma dovranno pensare anche a colmare il buco di bilancio di 16 miliardi lasciati dalla Gran Bretagna. E dunque l'Italia potrebbe arrivare a dare all'Ue più di 17 miliardi di euro, compresi il lascito inglese. Da non dimenticare che in questa ipotesi l'Italia potrebbe ricevere anche una maggiore quota di finanziamenti da parte dell'Unione europea (nel 2017 ne ha ricevuto 9,8 miliardi), dato che ci saranno maggiori stanziamenti a programmi Ue. Questo potrebbe andare dunque a colmare, in minima parte, il maggior contributo che l'Italia dovrà dare per l'uscita inglese. Nel caso invece in cui la Commissione riesca ad avere la meglio si avrebbe un budget meno ambizioso (che significa, per esempio, tagli a progetti) e minore risorse da parte degli stati membri. A questo si potrebbe aggiungere anche il fatto che il gap del Regno Unito potrebbe essere coperto in parte dalle risorse proprie dell'Ue (l'Iva, un prelievo in percentuale sul reddito nazionale lordo degli Stati membri eccetera) e dunque gravare in maniera inferiore sulle casse dei singoli stati membri. L'Italia darebbe dunque sempre come il suo contributo nazionale, ma non dovrebbe garantire anche gli 1,44 miliardi di euro per l'uscita del Regno Unito dall'Ue.
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nella notte tra il 18 e il 19 giugno il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 133 droni ucraini nelle regioni di Belgorod, Bryansk, Kaluga, Kursk, Voronezh, Oryol, Smolensk, Tula, Rostov e Ryazan, oltre che nell’area di Mosca, in Crimea e sul Mar Nero. L’attacco è arrivato dopo la più grande offensiva con droni contro la capitale russa dall’inizio della guerra, che ha colpito la raffineria di petrolio di Mosca provocando danni e disagi al traffico aereo. La risposta russa è arrivata con bombardamenti su Kharkiv, città che continua a essere uno degli obiettivi principali delle offensive del Cremlino. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rivolto un duro avvertimento ad Alexander Lukashenko, accusando la Bielorussia di mantenere lungo il confine sistemi utilizzati per correggere il tiro contro il territorio ucraino. «Concedo una settimana di tempo perché vengano ritirati. In caso contrario, provvederemo noi stessi», ha dichiarato il presidente ucraino.
Mentre sul terreno proseguono gli scontri, sul piano diplomatico iniziano a emergere segnali di possibili sviluppi. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato di avere la sensazione che gli Stati Uniti possano modificare nuovamente il loro approccio alla guerra in Ucraina. Pur riconoscendo che Washington continua a sostenere militarmente Kiev attraverso sanzioni e programmi di assistenza, Lavrov ha lasciato intendere che qualcosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi. Le sue parole arrivano mentre The Economist rivela l’esistenza di colloqui informali tra rappresentanti ucraini e figure vicine al presidente americano Donald Trump. Secondo il settimanale britannico, tra le ipotesi allo studio vi sarebbe un piano di pace articolato in due fasi. La prima prevederebbe il congelamento delle ostilità lungo l’attuale linea del fronte con la creazione di una fascia di sicurezza profonda tra cinquanta e settanta chilometri. Solo in una fase successiva si aprirebbe il negoziato sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza.
Secondo la stessa ricostruzione sarebbero ripresi anche contatti informali con Mosca. Tuttavia Kiev mantiene un forte scetticismo. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato che il Cremlino potrebbe preferire prendere tempo almeno fino all’autunno e forse addirittura fino alla prossima primavera. Mosca continua a sostenere che qualsiasi trattativa dovrà svolgersi nello «spirito di Anchorage», facendo riferimento agli accordi discussi durante l’incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump in Alaska nell’agosto 2025. Secondo la posizione russa, un’intesa dovrebbe prevedere il riconoscimento del controllo di Mosca sulla Crimea e sui territori occupati nelle regioni di Donetsk, Kherson e Zaporizhzhia.
Anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha affrontato il tema dei negoziati, criticando l’atteggiamento europeo. Secondo Peskov, Bruxelles e le principali capitali occidentali commettono un errore nel ritenere di poter trattare con la Russia da una posizione di forza. Mosca, ha spiegato, resta disponibile al dialogo ma soltanto a condizione che vengano abbandonati ultimatum e pressioni politiche. Proprio sul tema del dialogo con Mosca stanno emergendo divisioni all’interno dell’Unione europea. Secondo Politico, durante il vertice notturno di Bruxelles il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz avrebbero contestato l’iniziativa del presidente del Consiglio Europeo António Costa volta ad aprire un canale di dialogo con la Russia in vista di eventuali negoziati di pace. Secondo le indiscrezioni, alcuni leader europei hanno definito la proposta prematura e non coordinata, mentre altri hanno sostenuto la necessità di mantenere aperti i contatti diplomatici con il Cremlino.
Ursula von der Leyen ha dichiarato che «prima o poi la Russia dovrà sedersi al tavolo dei negoziati, anche grazie alla pressione delle sanzioni europee». Il presidente della Commissione europea ha aggiunto che, quando si aprirà una reale prospettiva di dialogo, sarà essenziale che l’Unione europea si presenti con una posizione unitaria nei confronti di Putin, commentando l’ipotesi di un canale di comunicazione con Mosca avanzata dal presidente del Consiglio europeo. In questo contesto Lavrov ha rilanciato l’allarme sul rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato. In un’intervista diffusa dal ministero degli Esteri russo, il capo della diplomazia ha avvertito che un confronto militare aperto tra le due potenze potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari dalle conseguenze catastrofiche. Lavrov ha inoltre criticato il rafforzamento delle capacità militari europee e il progetto francese di estendere il proprio ombrello nucleare ad altri Paesi dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Nel frattempo Donald Trump, nella «famosa» intervista a La7, ha ribadito: «Gli Usa vogliono soltanto la pace e non sono coinvolti nel percorso di adesione dell’Ucraina all’Ue».
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Il direttore Maurizio Belpietro durante l'evento dello scorso anno. Nel riquadro la locandina della terza edizione de «Il giorno de La Verità», in programma martedì 23 giugno a Roma
Praticamente tutti i ministri in carica, e i protagonisti di questo momento storico, attraverso speech e interviste esclusive parleranno di economia, politica, difesa e sicurezza, sostenibilità energetica, agroalimentare, lavoro e formazione. L’obiettivo è sempre il solito: mettere nel mirino i nodi cruciali dell’agenda politica nazionale e internazionale mentre però è ancora in corso la guerra tra Russia e Ucraina e l’intesa sulla pace tra gli Usa e Iran appare meno solida di quanto si vorrebbe.
Per la prima volta, un leader dell’opposizione si confronterà con Belpietro nella splendida cornice dell’Acquario romano, lo storico edificio di fine Ottocento a due passi dalla stazione Termini, sede della Casa dell’architettura. La chiusura, come nella scorsa edizione, sarà riservata al faccia a faccia tra Belpietro e il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’intero evento, costituito da una serie di panel tematici, si potrà seguire in diretta sui nostri canali social e sul sito Web della Verità.
Ad aprire le danze per sviluppare il tema «Una nuova Primav(era)», intervistato sempre da Belpietro, sarà Giuseppe Conte, il leader del M5s già al lavoro nel campo largo in vista delle prossime elezioni politiche.
Delle sfide sulla sicurezza si parlerà nel secondo panel della giornata, con l’intervento dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A seguire, lo spazio dedicato all’economia dove sarà protagonista il ministro Giancarlo Giorgetti.
Si guarderà poi in avanti con «La fabbrica del futuro», spazio dedicato alla competitività nella rivoluzione digitale italiana, dove si confronteranno, con la conduzione del vicedirettore della Verità Giuliano Zulin, Georg Gufler, chief executive officer di Doppelmayr Italy, Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Flash entertainment, Stefano Paggi, chief technology e operation officer di Fibercop, Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino, e i rappresentanti di Autostrade per l’Italia e Fs.
È intitolato «Il tesoro d’Italia» il panel dedicato a cibo, filiere e sovranità in cui il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, spiegherà quale sarà la sfida per nutrire il futuro. Con la conduzione del condirettore del nostro quotidiano, Massimo de’ Manzoni, nello stesso spazio è previsto l’intervento di Federico Vecchioni, ceo di BF.
Altro argomento di grande attualità e partita decisiva per l’Europa è «L’energia del potere», panel in cui si confronteranno Riccardo Toto, direttore generaledi Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/Digital Eni, Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale Simest.
Seguirà l’intervista a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Nello spazio condotto dalla giornalista Rai Manuela Moreno, «Le reti della sovranità», si parlerà di infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi. Interverranno Acea, Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Adr, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2a.
Inevitabile un focus sul «Lavoro che cambia», con salari, contratti, formazione e occupazione. La domanda cruciale è come alimentare lo sviluppo davanti alla grande trasformazione del mercato. Risponderà nella sua intervista il ministro del Lavoro Elvira Calderone.
Quindi gli interventi di Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie all’Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, ceo di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e di Daniele Grassucci, direttore di skuola.net.
Concluderà i lavori, come nella scorsa edizione, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, intervistata in esclusiva dal direttore Belpietro, oltre al bilancio del suo governo, potrà anticipare i prossimi passi in agenda per chiudere la sua legislatura tra le richieste dei cittadini, la campagna elettorale già iniziata, i sondaggi e il programma della coalizione di centrodestra «incalzata» dal neo Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci.
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