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2018-07-11
Spintoni e minacce ai marinai italiani. Il grazie dei migranti a chi li ha salvati
Ansa
La Vos Thalassa è una nave battente bandiera italiana, con equipaggio tutto italiano (composto da 12 marittimi) che fa servizio di rifornimento per una piattaforma petrolifera della compagnia francese Total. Già in passato ha recuperato migranti dalle acque del Mediterraneo. A quanto sembra, domenica sera si trovava in acque Sar libiche e si è imbattuta in un barchino alla deriva che trasportava 58 uomini, 3 donne e 6 minori, tutti migranti. L'equipaggio li ha fatti salire a bordo, ed è lì che è il pasticcio è iniziato. Come ha notato il ministero dell'Interno, la Vos Thalassa «ha anticipato l'intervento della Guardia costiera libica che era già stata allertata». Non a caso, il Viminale ha subito fatto sapere che non avrebbe consentito lo sbarco in un porto italiano: stesso trattamento riservato alle navi delle Ong.
Le cose, però, sono andate in maniera diversa. Dopo il salvataggio in mare, l'equipaggio della Vos Thalassa ha contattato l'Imrcc di Roma (il centro che coordina i salvataggi nel Mediterraneo), segnalando una situazione di grave pericolo dovuta agli «atteggiamenti minacciosi nei confronti dell'equipaggio da parte di alcuni migranti all'arrivo in zona della Guardia costiera libica».
Per questo motivo, ha spiegato la Guardia costiera italiana, «si è reso necessario far intervenire la nave Diciotti a tutela dell'incolumità dell'equipaggio del rimorchiatore battente bandiera italiana, che intanto dirigeva verso nord».
Vediamo di riepilogare: la Vos Thalassa, in acque libiche, intercetta un barchino carico di migranti. Li fa salire a bordo prima che arrivi la Guardia costiera libica, poi contatta le autorità italiane descrivendo una situazione pericolosa. A quel punto, è intervenuta la nave Diciotti della Guardia costiera italiana, che - sempre in acque libiche - ha fatto salire a bordo i migranti ed è ripartita in direzione dell'Italia. Con tutta probabilità, nonostante la contrarietà del Viminale, la Diciotti sbarcherà in Italia e i migranti saranno fatti scendere qui.
Ma che cosa è davvero accaduto a bordo della Vos Thalassa? Per quale motivo l'incolumità dell'equipaggio è stata messa a rischio? Secondo il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «la nostra Guardia costiera è stata chiamata dal comandante della nave ed è intervenuta per difendere l'equipaggio dalle minacce di morte perpetrate da alcuni dei migranti. Il Vos Thalassa è una imbarcazione italiana e, come prevedono le norme in casi di pericolo per l'equipaggio, ha allertato Roma che è intervenuta con la nave Diciotti per difendere la vita del personale di bordo. Adesso i responsabili delle gravissime minacce ne risponderanno, senza sconti, di fronte alla giustizia».
Sulla Vos Thalassa sono saliti migranti provenienti da vari Paesi: 4 dall'Algeria, 1 dal Bangladesh, 1 dal Ciad, 2 dall'Egitto, 1 dal Ghana, 10 dalla Libia, 4 dal Marocco, 1 dal Nepal, 23 dal Pakistan, 7 dalla Palestina, 12 dal Sudan e 1 dallo Yemen. A scatenare il caos sarebbero stati il ghanese e uno dei sudanesi («facinorosi», li ha definiti Toninelli), che hanno cominciato a dare in escandescenze coinvolgendo poi gli altri.
In effetti, le email inviate dalla Vos Thalassa al Centro di coordinamento dei soccorsi di Roma suonano abbastanza allarmanti. Già domenica sera, i responsabili della nave scrivono che «i migranti a bordo hanno mostrato segni di rivolta». Lunedì arrivano ulteriori chiarimenti: «Alle 22.00», dicono dalla Vos Thalassa, «la nave è partita per il punto d'incontro con la motovedetta libica. Alle 23.00 circa qualcuno dei migranti in possesso di telefoni e Gps ha accertato che la nave dirigeva verso sud. È iniziato così uno stato di agitazione. I migranti in gran numero dirigevano verso il marinaio di guardia chiedendo spiegazioni in modo molto agitato e chiedendo di poter parlare con qualche ufficiale o comandante».
In sostanza, quando i migranti recuperati dalla Vos Thalassa si sono accorti che la nave si stava dirigendo verso una motovedetta libica che li avrebbe riportati al punto di partenza, si sono infuriati. Il primo ufficiale è corso in coperta, e i migranti lo avrebbero «accerchiato [...] chiedendo spiegazioni e manifestando un forte disappunto, spintonando lo stesso e minacciandolo. [...] Per tranquillizzare la situazione abbiamo dovuto affermare che verrà una motovedetta italiana». Le richieste degli stranieri erano chiare: «Ad un possibile intervento libico ci sarebbe stata una reazione non certo pacifica», scrivono dalla Vos Thalassa.
Nel pomeriggio di lunedì, le cose si complicano. «Vi informiamo che la situazione sta degenerando a bordo», comunicano dalla Vos Thalassa al Centro di coordinamento di Roma. «Le persone danno segni di agitazione, chiedendo insistentemente quando verranno recuperati. Da parte nostra richiediamo una tempestiva soluzione a questa situazione che potrebbe degenerare ancora». Poco dopo, un'altra mail: «Siamo seriamente preoccupati per l'incolumità del nostro equipaggio e della nostra nave battente bandiera italiana. [...] Pochi minuti fa è arrivata [...] una motovedetta libica incaricata di prendere i 66 migranti e riportarli probabilmente in Libia. È evidente che, non appena i migranti se ne renderanno conto, reagiranno in malo modo e faranno di tutto per evitare di essere trasbordati. [...] Non possiamo permetterci di mettere a repentaglio la vita del nostro equipaggio, che ha il diritto sacrosanto di tornare a casa dalle proprie famiglie».
Di fronte a informazioni del genere, non intervenire era difficile. Di sicuro, tutta questa situazione non può fare piacere a Matteo Salvini, anche perché crea un pericoloso precedente. «Sono stufo che del fatto che navi italiane vadano in acque libiche mancando anche di rispetto alle autorità libiche internazionalmente riconosciute», ha detto ieri il ministro dell'Interno, parecchio irritato. «Non vedo perché una nave italiana debba entrare in acque libiche quando ci sono imbarcazioni libiche pronte a intervenire. Andrò fino in fondo. Se qualcuno scenderà, scenderà per andare in galera». Ora resta da capire perché la Vos Thalassa abbia anticipato la Guardia costiera libica procedendo al recupero dei migranti, per altro esponendosi a un rischio. Se c'è sotto qualcosa, verrà a galla.
Riccardo Torrescura
Insulti al ministro nella baraccopoli
Strette di mano, domande, insulti e qualche selfie. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ieri mattina ha visitato la tendopoli di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, dove ha incontrato una delegazione di migranti che prima lo ha contestato gridando «era meglio lasciarci morire in mare che vivere così» e poi gli ha esposto la situazione drammatica del campo. «Questa tendopoli è un'eredità pesante e dimostra che l'immigrazione fuori controllo porta solo il caos. Questa è la dimostrazione che i buonisti», ha detto il vicepremier, «che parlano dell'aprite i porti, dovrebbero venire a San Ferdinando. Quando non ci sono limiti, regole e numeri è un casino per tutti. Non ce la facciamo a garantire i diritti a tutto il mondo. Io posso farlo a un numero limitato di persone. Al mondo no. Chi ha diritti è giusto li chieda e che non ci siano sfruttamento, prostituzione e spaccio. Lavoreremo per dare diritti con una immigrazione controllata». Quindi ha sottolineato il suo obiettivo politico: «Arrivare alla fine del mandato senza vergogne di questo tipo».
Dopo aver chiesto che lavoro fanno, tutti per lo più impiegati nella raccolta delle arance e dei mandarini (ma non manca la droga e la prostituzione), il ministro leghista ha invitato i ragazzi a denunciare, se ci sono irregolarità, chi li sfrutta ribadendo che «la legge è legge» e soltanto chi ha i documenti, può chiedere casa e lavoro. «Nel mio Paese, nel 2018, non si sta nelle baracche. Chi ha diritto a rimanere in Italia ci deve stare con tutti i diritti e i doveri degli altri cittadini. Siccome ci sono 5 milioni di italiani in povertà vengono prima loro per casa e lavoro. Non ci sono vie privilegiate se stai in una baraccopoli di San Ferdinando». Con una certezza per il titolare del Viminale: chi scappa dalla guerra e ha diritto a vivere in Italia è il benvenuto. Chi invece non scappa dalla guerra ed è semplicemente un nuovo schiavo a disposizione della malavita organizzata non deve stare né a San Ferdinando né in Italia. Una baraccopoli dove vive un migliaio di migranti e dove «si schiatta e non so come si faccia a vivere» ha sottolineato uscendo il leader della Lega mentre un gruppo di giovani attivisti con indosso magliette rosse ha urlato «restiamo umani» e altri lo hanno insultato a suon di «Non venire qui», «Salvini vai via, lasciaci tranquilli», «Salvini figlio di p…».
Qualcuno ha invece condiviso il pensiero del ministro dicendo «Mi piace» e ha voluto farsi un selfie che Salvini non ha negato. Tutto regolarmente postato su Facebook ad uso e consumo dei «buonisti». Da sottolineare un curioso parallelo: ieri il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha presentato le nuove direttive per combattere l'odio razziale, reati da trattare come una priorità, compresi i manifesti e slogan politici. Gli insulti a un ministro, però, sembrano ordinaria amministrzione.
Salvini dal canto suo ha già risposto: «Chiudere i porti è un dovere, se qualcuno la pensa diversamente si candidi alle elezioni».
Sarina Biraghi
Salvini si gioca tutto sulle frontiere. E incassa l’apertura del falco tedesco
La partita più difficile, Matteo Salvini la gioca «fuori casa», a Innsbruck, in Austria, dove oggi e domani è in programma la riunione informale dei ministri della Giustizia e degli Interni dell'Unione europea. Si parlerà di immigrazione, manco a dirlo, e l'agenda di Salvini è più fitta che mai. Oggi, alle 18 e 15, è in programma l'incontro bilaterale con il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer; domani alle 7 e 30 il trilaterale con lo stesso Seehofer ed il ministro austriaco Herbert Kickl; dalle 9 alle 12 la sessione di lavoro di tutti i ministri dell'Unione; al termine, Salvini ha in programma un bilaterale con la consigliera federale Svizzera, Simonetta Sommaruga; alle 13 di domani l'ultimo appuntamento, l'incontro con il ministro dell'Interno francese Gérard Collomb (chiesto da quest'ultimo).
Salvini, che in mattinata avrà un briefing il premier Giuseppe Conte, come anticipato, farà bene a dotarsi di qualche buon amuleto anti-jella: in molti fanno il tifo per un fallimento del vertice, a partire dalla sinistra in maglietta rossa griffata e Rolex. Sono gli stessi che, al termine del Consiglio europeo dello scorso giugno, definirono «fallimentare» l'operato del premier Giuseppe Conte, salvo poi essere costretti ad ammettere che la linea dura italiana aveva prodotto effetti positivi al di là delle più rosee aspettative: da quel momento (anzi, da quando Salvini ha tenuto il punto sulla nave Aquarius) l'invasione degli immigrati è diventato non più un problema solo italiano, ma la più scottante questione europea.
Per Matteo Salvini la partita, a Innsbruck, si annuncia complicata. Il leader della Lega ha un rapporto molto saldo con il governo austriaco, guidato dal cancelliere di destra Sebastian Kurz, e affinità politiche rilevanti con il «falco» bavarese Seehofer. Eppure, proprio Austria e Germania potrebbero mettere in difficoltà Salvini, poiché al summit verrà sollevata la questione dei «movimenti secondari» degli immigrati, ovvero gli spostamenti degli stessi tra i diversi Paesi europei. Seehofer vuole che gli immigrati arrivati in Germania dopo essere stati registrati nel Paese di «primo approdo», che nella stragrande maggioranza dei casi è l'Italia, vengano rispediti indietro. In quest'ottica, le nazioni che si sono già impegnate con Berlino a riprendersi gli immigrati registrati sul proprio territorio sono Polonia, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Svezia. Seehofer e il collega austriaco Kickl chiederanno all'Italia e alla Grecia di fare altrettanto? Se lo faranno, riceveranno un secco «no grazie» dal nostro governo. «Germania e Austria», ha detto Salvini al Messaggero, «fanno il loro interesse, ovviamente. Ci incontreremo per trovare un punto di accordo. Di certo, nel dossier italiano non c'è l'ipotesi di far rientrare in Italia chi è andato all'estero. Questa è l'ultima cosa che può accadere»
«Il mio obiettivo», ha sottolineato ieri Salvini, «è che questa estate si abbiano meno sbarchi e quindi meno morti. Vedremo di raggiungere con i colleghi europei un accordo soddisfacente per tutti che preveda il controllo delle frontiere esterne. Se vogliamo aiutare la Libia a ricostruire la democrazia e i diritti dobbiamo farlo con i soldi e per questo», ha proseguito Salvini, «a Innsbruck chiederò ai colleghi europei soldi veri non soldi finti o chiacchiere. Questo riguarderà anche le missioni navali europee che dovranno essere di tutti e non solo dell'Italia. Di farmi prendere in giro a nome degli italiani non ho più voglia. Cominceremo una trattativa che probabilmente sarà lunga».
Ieri Seehofer ha presentato il masterplan sull'immigrazione, che prevede la realizzazione al confine tedesco di centri di transito per gli immigrati che da queste strutture «saranno respinti direttamente nei Paesi competenti». «Con l'Italia e la Grecia», ha commentato Seehofer, «ci saranno colloqui difficili, molto difficili, ma possono riuscire. Provo una certa simpatia per l'Italia, visto che è il paese, dentro l'Ue, che al momento assorbe il peso principale della crisi migratoria».
Dunque, è possibile che Seehofer e Salvini, quando oggi pomeriggio saranno faccia a faccia, troveranno un compromesso. Quello che è certo, è che la Germania dovrà prendere impegni molto seri sul fronte dei «movimenti primari», degli immigrati, ovvero gli sbarchi veri e propri, pilastro della strategia italiana sull'immigrazione. Rafforzare le frontiere esterne significa mettere in campo una operazione di controllo del Mediterraneo da «tolleranza zero», oltre che prevedere stanziamenti economici importanti per «aiutare» i paesi africani a stoppare gli immigrati prima che partano. La soluzione ideale, contenuta anche nella bozza di lavoro della presidenza austriaca, sarebbero i famosi «centri di rimpatrio nei Paesi terzi», da realizzare in nazioni come Albania, Kosovo, Marocco, Tunisia, Algeria. Il problema è che sono già fioccati i «no» dalla maggior parte dei governi degli stessi «Paesi terzi». Per convincerli ci vorrebbero ottimi argomenti, ovvero qualche miliardo di euro. Oggi, prima di partire per Innsbruck, Salvini metterà a punto la strategia con il premier Giuseppe Conte. Il governo italiano, come hanno fatto sapere fonti di governo, «parlerà con una voce sola».
Carlo Tarallo
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La Vos Thalassa prende a bordo 66 persone nelle acque di Tripoli. Poi la rivolta per non essere consegnati ai libici. Interviene la nostra Guardia costiera: «Problemi di sicurezza». Danilo Toninelli: «Puniremo i facinorosi».Il vicepremier leghista in visita alla maxi tendopoli di San Ferdinando, in Calabria. E subito scatta la contestazione degli irregolari aizzati dalle «magliette rosse».Matteo Salvini si gioca tutto sulle frontiere. E incassa l'apertura del falco tedesco. Oggi vertice decisivo a Innsbruck. Horst Seehofer: «Simpatia per voi, reggete il peso dell'immigrazione». Ma la trattativa sarà dura.Lo speciale contiene tre articoli e le email inviate dalla Vos Thalassa. La Vos Thalassa è una nave battente bandiera italiana, con equipaggio tutto italiano (composto da 12 marittimi) che fa servizio di rifornimento per una piattaforma petrolifera della compagnia francese Total. Già in passato ha recuperato migranti dalle acque del Mediterraneo. A quanto sembra, domenica sera si trovava in acque Sar libiche e si è imbattuta in un barchino alla deriva che trasportava 58 uomini, 3 donne e 6 minori, tutti migranti. L'equipaggio li ha fatti salire a bordo, ed è lì che è il pasticcio è iniziato. Come ha notato il ministero dell'Interno, la Vos Thalassa «ha anticipato l'intervento della Guardia costiera libica che era già stata allertata». Non a caso, il Viminale ha subito fatto sapere che non avrebbe consentito lo sbarco in un porto italiano: stesso trattamento riservato alle navi delle Ong. Le cose, però, sono andate in maniera diversa. Dopo il salvataggio in mare, l'equipaggio della Vos Thalassa ha contattato l'Imrcc di Roma (il centro che coordina i salvataggi nel Mediterraneo), segnalando una situazione di grave pericolo dovuta agli «atteggiamenti minacciosi nei confronti dell'equipaggio da parte di alcuni migranti all'arrivo in zona della Guardia costiera libica». Per questo motivo, ha spiegato la Guardia costiera italiana, «si è reso necessario far intervenire la nave Diciotti a tutela dell'incolumità dell'equipaggio del rimorchiatore battente bandiera italiana, che intanto dirigeva verso nord».Vediamo di riepilogare: la Vos Thalassa, in acque libiche, intercetta un barchino carico di migranti. Li fa salire a bordo prima che arrivi la Guardia costiera libica, poi contatta le autorità italiane descrivendo una situazione pericolosa. A quel punto, è intervenuta la nave Diciotti della Guardia costiera italiana, che - sempre in acque libiche - ha fatto salire a bordo i migranti ed è ripartita in direzione dell'Italia. Con tutta probabilità, nonostante la contrarietà del Viminale, la Diciotti sbarcherà in Italia e i migranti saranno fatti scendere qui. Ma che cosa è davvero accaduto a bordo della Vos Thalassa? Per quale motivo l'incolumità dell'equipaggio è stata messa a rischio? Secondo il ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, «la nostra Guardia costiera è stata chiamata dal comandante della nave ed è intervenuta per difendere l'equipaggio dalle minacce di morte perpetrate da alcuni dei migranti. Il Vos Thalassa è una imbarcazione italiana e, come prevedono le norme in casi di pericolo per l'equipaggio, ha allertato Roma che è intervenuta con la nave Diciotti per difendere la vita del personale di bordo. Adesso i responsabili delle gravissime minacce ne risponderanno, senza sconti, di fronte alla giustizia». Sulla Vos Thalassa sono saliti migranti provenienti da vari Paesi: 4 dall'Algeria, 1 dal Bangladesh, 1 dal Ciad, 2 dall'Egitto, 1 dal Ghana, 10 dalla Libia, 4 dal Marocco, 1 dal Nepal, 23 dal Pakistan, 7 dalla Palestina, 12 dal Sudan e 1 dallo Yemen. A scatenare il caos sarebbero stati il ghanese e uno dei sudanesi («facinorosi», li ha definiti Toninelli), che hanno cominciato a dare in escandescenze coinvolgendo poi gli altri. In effetti, le email inviate dalla Vos Thalassa al Centro di coordinamento dei soccorsi di Roma suonano abbastanza allarmanti. Già domenica sera, i responsabili della nave scrivono che «i migranti a bordo hanno mostrato segni di rivolta». Lunedì arrivano ulteriori chiarimenti: «Alle 22.00», dicono dalla Vos Thalassa, «la nave è partita per il punto d'incontro con la motovedetta libica. Alle 23.00 circa qualcuno dei migranti in possesso di telefoni e Gps ha accertato che la nave dirigeva verso sud. È iniziato così uno stato di agitazione. I migranti in gran numero dirigevano verso il marinaio di guardia chiedendo spiegazioni in modo molto agitato e chiedendo di poter parlare con qualche ufficiale o comandante». In sostanza, quando i migranti recuperati dalla Vos Thalassa si sono accorti che la nave si stava dirigendo verso una motovedetta libica che li avrebbe riportati al punto di partenza, si sono infuriati. Il primo ufficiale è corso in coperta, e i migranti lo avrebbero «accerchiato [...] chiedendo spiegazioni e manifestando un forte disappunto, spintonando lo stesso e minacciandolo. [...] Per tranquillizzare la situazione abbiamo dovuto affermare che verrà una motovedetta italiana». Le richieste degli stranieri erano chiare: «Ad un possibile intervento libico ci sarebbe stata una reazione non certo pacifica», scrivono dalla Vos Thalassa. Nel pomeriggio di lunedì, le cose si complicano. «Vi informiamo che la situazione sta degenerando a bordo», comunicano dalla Vos Thalassa al Centro di coordinamento di Roma. «Le persone danno segni di agitazione, chiedendo insistentemente quando verranno recuperati. Da parte nostra richiediamo una tempestiva soluzione a questa situazione che potrebbe degenerare ancora». Poco dopo, un'altra mail: «Siamo seriamente preoccupati per l'incolumità del nostro equipaggio e della nostra nave battente bandiera italiana. [...] Pochi minuti fa è arrivata [...] una motovedetta libica incaricata di prendere i 66 migranti e riportarli probabilmente in Libia. È evidente che, non appena i migranti se ne renderanno conto, reagiranno in malo modo e faranno di tutto per evitare di essere trasbordati. [...] Non possiamo permetterci di mettere a repentaglio la vita del nostro equipaggio, che ha il diritto sacrosanto di tornare a casa dalle proprie famiglie».Di fronte a informazioni del genere, non intervenire era difficile. Di sicuro, tutta questa situazione non può fare piacere a Matteo Salvini, anche perché crea un pericoloso precedente. «Sono stufo che del fatto che navi italiane vadano in acque libiche mancando anche di rispetto alle autorità libiche internazionalmente riconosciute», ha detto ieri il ministro dell'Interno, parecchio irritato. «Non vedo perché una nave italiana debba entrare in acque libiche quando ci sono imbarcazioni libiche pronte a intervenire. Andrò fino in fondo. Se qualcuno scenderà, scenderà per andare in galera». Ora resta da capire perché la Vos Thalassa abbia anticipato la Guardia costiera libica procedendo al recupero dei migranti, per altro esponendosi a un rischio. Se c'è sotto qualcosa, verrà a galla.Riccardo Torrescura Email Vos Thalassa from La Verità <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spintoni-e-minacce-ai-marinai-italiani-il-grazie-dei-migranti-a-chi-li-ha-salvati-2585525423.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="insulti-al-ministro-nella-baraccopoli" data-post-id="2585525423" data-published-at="1777044524" data-use-pagination="False"> Insulti al ministro nella baraccopoli Strette di mano, domande, insulti e qualche selfie. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini ieri mattina ha visitato la tendopoli di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, dove ha incontrato una delegazione di migranti che prima lo ha contestato gridando «era meglio lasciarci morire in mare che vivere così» e poi gli ha esposto la situazione drammatica del campo. «Questa tendopoli è un'eredità pesante e dimostra che l'immigrazione fuori controllo porta solo il caos. Questa è la dimostrazione che i buonisti», ha detto il vicepremier, «che parlano dell'aprite i porti, dovrebbero venire a San Ferdinando. Quando non ci sono limiti, regole e numeri è un casino per tutti. Non ce la facciamo a garantire i diritti a tutto il mondo. Io posso farlo a un numero limitato di persone. Al mondo no. Chi ha diritti è giusto li chieda e che non ci siano sfruttamento, prostituzione e spaccio. Lavoreremo per dare diritti con una immigrazione controllata». Quindi ha sottolineato il suo obiettivo politico: «Arrivare alla fine del mandato senza vergogne di questo tipo». Dopo aver chiesto che lavoro fanno, tutti per lo più impiegati nella raccolta delle arance e dei mandarini (ma non manca la droga e la prostituzione), il ministro leghista ha invitato i ragazzi a denunciare, se ci sono irregolarità, chi li sfrutta ribadendo che «la legge è legge» e soltanto chi ha i documenti, può chiedere casa e lavoro. «Nel mio Paese, nel 2018, non si sta nelle baracche. Chi ha diritto a rimanere in Italia ci deve stare con tutti i diritti e i doveri degli altri cittadini. Siccome ci sono 5 milioni di italiani in povertà vengono prima loro per casa e lavoro. Non ci sono vie privilegiate se stai in una baraccopoli di San Ferdinando». Con una certezza per il titolare del Viminale: chi scappa dalla guerra e ha diritto a vivere in Italia è il benvenuto. Chi invece non scappa dalla guerra ed è semplicemente un nuovo schiavo a disposizione della malavita organizzata non deve stare né a San Ferdinando né in Italia. Una baraccopoli dove vive un migliaio di migranti e dove «si schiatta e non so come si faccia a vivere» ha sottolineato uscendo il leader della Lega mentre un gruppo di giovani attivisti con indosso magliette rosse ha urlato «restiamo umani» e altri lo hanno insultato a suon di «Non venire qui», «Salvini vai via, lasciaci tranquilli», «Salvini figlio di p…». Qualcuno ha invece condiviso il pensiero del ministro dicendo «Mi piace» e ha voluto farsi un selfie che Salvini non ha negato. Tutto regolarmente postato su Facebook ad uso e consumo dei «buonisti». Da sottolineare un curioso parallelo: ieri il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, ha presentato le nuove direttive per combattere l'odio razziale, reati da trattare come una priorità, compresi i manifesti e slogan politici. Gli insulti a un ministro, però, sembrano ordinaria amministrzione. Salvini dal canto suo ha già risposto: «Chiudere i porti è un dovere, se qualcuno la pensa diversamente si candidi alle elezioni». Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spintoni-e-minacce-ai-marinai-italiani-il-grazie-dei-migranti-a-chi-li-ha-salvati-2585525423.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-si-gioca-tutto-sulle-frontiere-e-incassa-lapertura-del-falco-tedesco" data-post-id="2585525423" data-published-at="1777044524" data-use-pagination="False"> Salvini si gioca tutto sulle frontiere. E incassa l’apertura del falco tedesco La partita più difficile, Matteo Salvini la gioca «fuori casa», a Innsbruck, in Austria, dove oggi e domani è in programma la riunione informale dei ministri della Giustizia e degli Interni dell'Unione europea. Si parlerà di immigrazione, manco a dirlo, e l'agenda di Salvini è più fitta che mai. Oggi, alle 18 e 15, è in programma l'incontro bilaterale con il ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer; domani alle 7 e 30 il trilaterale con lo stesso Seehofer ed il ministro austriaco Herbert Kickl; dalle 9 alle 12 la sessione di lavoro di tutti i ministri dell'Unione; al termine, Salvini ha in programma un bilaterale con la consigliera federale Svizzera, Simonetta Sommaruga; alle 13 di domani l'ultimo appuntamento, l'incontro con il ministro dell'Interno francese Gérard Collomb (chiesto da quest'ultimo). Salvini, che in mattinata avrà un briefing il premier Giuseppe Conte, come anticipato, farà bene a dotarsi di qualche buon amuleto anti-jella: in molti fanno il tifo per un fallimento del vertice, a partire dalla sinistra in maglietta rossa griffata e Rolex. Sono gli stessi che, al termine del Consiglio europeo dello scorso giugno, definirono «fallimentare» l'operato del premier Giuseppe Conte, salvo poi essere costretti ad ammettere che la linea dura italiana aveva prodotto effetti positivi al di là delle più rosee aspettative: da quel momento (anzi, da quando Salvini ha tenuto il punto sulla nave Aquarius) l'invasione degli immigrati è diventato non più un problema solo italiano, ma la più scottante questione europea. Per Matteo Salvini la partita, a Innsbruck, si annuncia complicata. Il leader della Lega ha un rapporto molto saldo con il governo austriaco, guidato dal cancelliere di destra Sebastian Kurz, e affinità politiche rilevanti con il «falco» bavarese Seehofer. Eppure, proprio Austria e Germania potrebbero mettere in difficoltà Salvini, poiché al summit verrà sollevata la questione dei «movimenti secondari» degli immigrati, ovvero gli spostamenti degli stessi tra i diversi Paesi europei. Seehofer vuole che gli immigrati arrivati in Germania dopo essere stati registrati nel Paese di «primo approdo», che nella stragrande maggioranza dei casi è l'Italia, vengano rispediti indietro. In quest'ottica, le nazioni che si sono già impegnate con Berlino a riprendersi gli immigrati registrati sul proprio territorio sono Polonia, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Svezia. Seehofer e il collega austriaco Kickl chiederanno all'Italia e alla Grecia di fare altrettanto? Se lo faranno, riceveranno un secco «no grazie» dal nostro governo. «Germania e Austria», ha detto Salvini al Messaggero, «fanno il loro interesse, ovviamente. Ci incontreremo per trovare un punto di accordo. Di certo, nel dossier italiano non c'è l'ipotesi di far rientrare in Italia chi è andato all'estero. Questa è l'ultima cosa che può accadere» «Il mio obiettivo», ha sottolineato ieri Salvini, «è che questa estate si abbiano meno sbarchi e quindi meno morti. Vedremo di raggiungere con i colleghi europei un accordo soddisfacente per tutti che preveda il controllo delle frontiere esterne. Se vogliamo aiutare la Libia a ricostruire la democrazia e i diritti dobbiamo farlo con i soldi e per questo», ha proseguito Salvini, «a Innsbruck chiederò ai colleghi europei soldi veri non soldi finti o chiacchiere. Questo riguarderà anche le missioni navali europee che dovranno essere di tutti e non solo dell'Italia. Di farmi prendere in giro a nome degli italiani non ho più voglia. Cominceremo una trattativa che probabilmente sarà lunga». Ieri Seehofer ha presentato il masterplan sull'immigrazione, che prevede la realizzazione al confine tedesco di centri di transito per gli immigrati che da queste strutture «saranno respinti direttamente nei Paesi competenti». «Con l'Italia e la Grecia», ha commentato Seehofer, «ci saranno colloqui difficili, molto difficili, ma possono riuscire. Provo una certa simpatia per l'Italia, visto che è il paese, dentro l'Ue, che al momento assorbe il peso principale della crisi migratoria». Dunque, è possibile che Seehofer e Salvini, quando oggi pomeriggio saranno faccia a faccia, troveranno un compromesso. Quello che è certo, è che la Germania dovrà prendere impegni molto seri sul fronte dei «movimenti primari», degli immigrati, ovvero gli sbarchi veri e propri, pilastro della strategia italiana sull'immigrazione. Rafforzare le frontiere esterne significa mettere in campo una operazione di controllo del Mediterraneo da «tolleranza zero», oltre che prevedere stanziamenti economici importanti per «aiutare» i paesi africani a stoppare gli immigrati prima che partano. La soluzione ideale, contenuta anche nella bozza di lavoro della presidenza austriaca, sarebbero i famosi «centri di rimpatrio nei Paesi terzi», da realizzare in nazioni come Albania, Kosovo, Marocco, Tunisia, Algeria. Il problema è che sono già fioccati i «no» dalla maggior parte dei governi degli stessi «Paesi terzi». Per convincerli ci vorrebbero ottimi argomenti, ovvero qualche miliardo di euro. Oggi, prima di partire per Innsbruck, Salvini metterà a punto la strategia con il premier Giuseppe Conte. Il governo italiano, come hanno fatto sapere fonti di governo, «parlerà con una voce sola». Carlo Tarallo
Poi le Forze di difesa israeliane avevano provveduto a inviarne un altro, ma con uno stile diverso e decisamente più piccolo, insieme a un messaggio di scuse e alla promessa di una punizione per il soldato colpevole del gesto.
Eppure la comunità di Debel voleva il Crocifisso che, per tanto tempo, l’aveva vegliata dall’alto. Oppure uno che gli assomigliasse almeno un po’. E così sono intervenuti i militari italiani che operano con Unifil. Sono entrati nel villaggio e hanno percorso una piccola via Crucis, passando dalla chiesa locale, dove il Cristo ha ricevuto la benedizione del nunzio apostolico, per poi essere posizionato là dove era stato distrutto. «Le immagini della consegna della statua alla comunità e del suo posizionamento, nello stesso luogo dove si trovava la statua distrutta pochi giorni fa da un soldato dell’Idf, riempiono il cuore e rappresentano un potente messaggio di speranza, dialogo e pace», ha detto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della Camera, Lorenzo Fontana: «Donare una nuova statua di Cristo crocifisso, che era stata vergognosamente sfregiata e profanata, significa affermare valori che vanno oltre ogni divisione: la dignità della persona, la convivenza tra culture e religioni, la tutela dei simboli della fede, l’attenzione per le comunità cristiane». Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha invece notato come «l’uniforme dei militari italiani non è mai sinonimo di sopraffazione: è vicinanza, dialogo e sostegno. Le donne e gli uomini delle nostre forze armate portano ogni giorno nel mondo l’immagine migliore dell’Italia». Proprio mentre veniva riposizionato il Crocifisso, gli abitanti di Debel hanno scritto che «dopo la croce viene la resurrezione. Ciò che alcuni consideravano debolezza, è diventato la nostra forza. La croce è stata e rimarrà la nostra protettrice, la nostra speranza e il segno della nostra salvezza». Ed è proprio così. I cristiani libanesi, ma più in generale mediorientali, sanno bene come la pietra scartata dai costruttori sia diventata quella angolare. Quella che tutto regge. E che non può essere eliminata attraverso i colpi di martello o con l’occupazione. Lo sa bene il Patriarcato di Gerusalemme, che ha avviato alcune azioni legali contro i coloni in alcune aree in Cisgiordania. La Chiesa di Gerusalemme ha dichiarato che si tratta di una «chiara violazione» delle sue proprietà. E che «la tutela dei beni ecclesiastici di proprietà della Chiesa è un principio imprescindibile e continuerà ad adottare tutte le misure legali e amministrative necessarie per proteggerne la sacralità, preservarne l’identità ecclesiale, difenderne i diritti legittimi». Ancora una volta, la croce resta salda mentre il mondo gira.
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Un gruppo di soldati degli Alpini sfila davanti a una parata durante l'Adunata Nazionale Alpini del 2019 (Getty Images)
Benvenuta una campionessa del progressismo cosmico che ha presenti i danni delle okkupazioni studentesche, degli sfinenti cortei pro Pal, delle manifestazioni che virano nella violenza degli antagonisti. Poi leggi meglio e scopri che quello di Lorena Lucattini, ex candidata di Avs e funzionaria della Procura di Genova, non è un’illuminazione divina volta al bene della sua città. No, per lei la pagliacciata è la sfilata gli Alpini prevista il 10 maggio.
Travolta da una disturbante miopia ideologica che le fa guardare la pagliuzza dimenticandosi la trave, la signora - che immaginiamo eccitata all’idea di partecipare a un flash mob pro utero in affitto o a un blocco stradale di Ultima Generazione - proprio non sopporta l’idea che le penne nere abbiano scelto per la sesta volta Genova per l’Adunata nazionale. Vale la pena ricordarle che si ripete ogni anno dal 1920 nelle città italiane per commemorare i caduti della prima guerra mondiale (magari c’era pure suo nonno) e per testimoniare quella simbiosi di sangue, orgoglio, identità nazionale che costituisce il sacro di una tradizione quasi centenaria. Solo la Seconda guerra mondiale, un Giubileo e la pandemia avevano fermato l’evento; ora ci prova lady Lucattini, funzionaria pubblica infastidita al punto da arrivare al disprezzo nei confronti di uno dei corpi più gloriosi del nostro Paese.
I motori del miserevole post sono due: l’incontinenza da social e il clima fetido di questi anni. La prima è un problema individuale, il secondo riguarda tutti noi. Ed è testimoniato da un altro incendio antipatizzante, pochi giorni fa, quando le transfemministe di «Nonunadimeno» avevano bollato gli alpini come «molestatori e maschi tossici», alimentando un odio gratuito subito cavalcato dalla Cgil di Maurizio «Che» Landini. La deriva che stranamente porta la sinistra più tetra a contrapporsi alle penne nere è cominciata quattro anni fa all’Adunata di Rimini. Allora, in piena trance da Me Too all’italiana, politici boldriniani, intellettuali capalbiesi e démi monde arcobaleno avevano aperto il fuoco contro i 400.000 ospiti accusandoli di molestie e catcalling nei confronti di qualche cameriera e hostess. Con Elly Schlein, allora assessora regionale, a tifare per gli arresti di massa: «Per intervenire non servono denunce, questi non sono episodi di ubriachezza ma molestie vere e proprie». Come se dire «Ciao bella» invece che «Bella ciao» fosse un eccesso da Battaglione Azov.
L’adunata degli alpini non è un concerto di musica da camera, una design week milanese (comunque si sniffa zero) e neppure Orticola con le sciure in bici da 2.000 euro. Ma non può essere strumentalizzata per criminalizzare un mondo al quale l’Italia deve dire grazie tutti i giorni. L’alpino è orgoglio nazionale in purezza. Non solo per storico senso del dovere e capacità ineguagliabile in guerra (hanno vinto la Prima e hanno salvato la dignità nazionale con i loro eroismi nella grande tragedia della Seconda guerra mondiale) ma per quotidiani spirito di sacrificio e generosità. Questi uomini e donne mettono a disposizione del Paese milioni di ore di volontariato presentandosi in prima fila davanti alle vittime di un terremoto, di un’alluvione, di una qualsivoglia emergenza a tendere la mano a chi soffre con la gratuità di chi pratica il valore della solidarietà. Qualcosa che non abita più nella sinistra globalista, liquida e liquefatta dalle mode. Molti alpini divennero partigiani; perché l’Anpi a 24 ore dal 25 Aprile non critica il delirio iconoclasta?
L’ex presidente dell’Ana, Massimo Cortesi, ha replicato alla funzionaria radical: «Rispondiamo con i fatti, ovunque gli alpini realizzano un campo lasciano più pulito di prima. Non cerchiamo polemica, portiamo i nostri valori da condividere con tutta la città». Più incisivo il senatore Maurizio Gasparri (Fi): «Il raduno degli Alpini è uno dei momenti più belli della vita italiana. Chi ha avuto la fortuna di assistere a questa adunata ha visto come trasmetta valori, positività e patriottismo. Che una persona candidata con il partito di Fratoianni e Bonelli disprezzi questo evento non mi meraviglia; mi preoccupa che sia anche una funzionaria presso la procura di Genova. In che mani siamo?».
L’attesa dell’adunata è nevrotica: le scuole e due mercati rionali saranno chiusi, invece il «Centro operativo comunale» rimarrà aperto come per le emergenze. È psicosi da penna nera mentre la sindaca Silvia Salis (più a suo agio alle sfilate di Vuitton) tace. Ilaria Cavo, deputata e capogruppo di Noi Moderati, la incalza: «Quando abbiamo bisogno gli alpini ci sono. Perché lei non prende le distanze da quelle parole?». È curioso notare che il consigliere per i Grandi Eventi, Lorenzo Garzarelli, è di Avs come la funzionaria contestatrice, ora subissata di critiche sui suoi profili social. Da Marte, Lucattini non demorde: «Tutti gli alpini o ex alpini che mi stanno insultando sono la dimostrazione di quanto il mio post avesse ragione di essere». A tirare le fila del delirio è Mario Mascia, consigliere genovese di Forza Italia: «Per noi i pagliacci sono ben altri».
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