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2020-09-02
Speranza usa l’emergenza per vincolare l’educazione alla didattica a distanza
Roberto Speranza (Ansa)
In un tweet, il direttore dell'Oms Europa, Hans Kluge, non se l'era fatto scappare e commentava: «Tenere aperte le scuole è complesso; non esiste una soluzione a rischio zero; il trasporto è un punto critico per la riapertura; sono vitali evidenze scientifiche più forti» sul tema del Covid-19 negli istituti scolastici. Era in corso il vertice virtuale del 31 agosto, tra i 53 Stati membri della Regione europea dell'Organizzazione mondiale della sanità e stava parlando il nostro presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro. «Lezioni apprese dall'Italia», si congratulava Kluge, che poche ore dopo stilava con il ministro della Salute, Roberto Speranza, un comunicato nefasto per la scuola. «È realistico prepararsi e fare piani per rendere disponibile la didattica online a integrazione dell'apprendimento in aula nel prossimo anno scolastico», avvertivano, spiegando nel dettaglio che «ciò sarà necessario durante le chiusure temporanee, può essere un'alternativa per bambini e insegnanti con condizioni di salute particolari, può essere necessario durante quarantene episodiche e può integrare l'apprendimento scolastico in circostanze in cui i bambini alternano la loro presenza a scuola» a periodi in cui siano costretti a rimanere a casa, «per rispettare le esigenze di distanziamento fisico nelle aule più piccole».
Quindi a pochi giorni dalla riapertura delle scuole, mentre i presidi impazziscono a sistemare le aule e i genitori finalmente cominciano a credere che potranno mandare i figli a studiare in classe, il ministro Speranza ha tenuto a mettere nero su bianco che la didattica a distanza (Dad) rimane uno strumento importante. Indispensabile. Paradossalmente, la nota congiunta messa a punto con il direttore dell'Oms Europa faceva seguito alla dichiarazione con cui Speranza annunciava di aver promosso, in rappresentanza dell'Italia, la conferenza virtuale perché «diritto alla salute e diritto all'istruzione devono camminare insieme». In realtà il ministro e l'Oms dimostrano di voler fare di una soluzione d'emergenza, come è stata la Dad durante il lockdown, l'unica alternativa possibile all'incapacità di organizzare la scuola «in presenza», secondo le norme anti Covid. Sappiamo tutti, l'Istat ce l'ha ricordato, che tre famiglie italiane su dieci non hanno un pc o un tablet a casa e che solo il 6,1% dei ragazzi ha un dispositivo personale. Il 16% delle famiglie senza titolo di studio ha un accesso a banda larga fissa o mobile, contro il 95% delle famiglie di laureati. Sappiamo anche che nei mesi dell'emergenza sanitaria la didattica a distanza ha escluso i più deboli e i più svantaggiati: non hanno potuto seguire maestri, insegnanti, lezioni online. L'ha ammesso lo stesso ministero dell'Istruzione: 1,6 milioni di alunni non sono stati raggiunti dalla scuola, che per loro è rimasta drammaticamente chiusa. In ogni caso, lo schermo di un pc non può replicare la presenza di una lezione, di un insegnante, sostituire una relazione educativa costruita assieme ai compagni di classe. Il ricorso esclusivo alla tecnologia informatica non può diventare la condizione ordinaria a cui vengono costretti studenti, tenuti lontano dalle aule solo perché le misure adottate non riusciranno ad azzerare il rischio di trasmissione del virus in ambito scolastico. Eppure il vademecum dell'Iss è stato chiaro, le misure possono ridurre il rischio e «modelli previsionali solidi sull'effetto delle diverse strategie di intervento» andranno sviluppati «man mano che si acquisirà conoscenza» su come il Covid-19 si trasmetterà nelle scuole. Non servono allarmismi né previsioni catastrofiche. Quanti alunni si vogliono abbandonare all'isolamento sociale, costretti (i più fortunati) a collegarsi in Rete da un'abitazione dove non hanno a disposizione uno spazio proprio per concentrarsi e devono così vivere le lezioni virtuali in situazioni di stress? Lo scorso marzo, in un intervento sul sito di informazione Lavoce, il presidente della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, affermava che nella didattica a distanza «il primo obiettivo rimane quello di non perdere per strada i più deboli e i meno attrezzati». Ricordava, a proposito delle tecnologie digitali, che dall'indagine 2019 dell'Autorità delle comunicazioni «solo nell'8,6 per cento dei casi gli insegnanti le utilizzano per attività progettuali a distanza, mentre per la maggioranza si tratta di consultare fonti o materiali digitali, compilare il registro elettronico o preparare Powerpoint. Insomma, un uso abbastanza rudimentale della Rete, in linea con la didattica frontale, di poco aiuto nella gestione di una classe online per un periodo prolungato, specie nella scuola primaria». Questa sarebbe la capacità di insegnare online dei nostri docenti? In ogni caso, momenti di lavoro per via telematica organizzati dai professori non vogliono dire che gli studenti debbano fruire delle tecnologie in solitaria, magari con problemi di concentrazione e di comprensione di lezioni online. Non ci sarebbe più equità, garantita nel diritto allo studio. Il ministro Speranza, assieme a Kluge, fa sapere: «Stiamo davvero dimostrando che vogliamo garantire che i bambini e gli adolescenti non siano lasciati indietro mentre il mondo continua ad affrontare questa pandemia». Asserisce di voler «preservare l'equità come principio guida fondamentale per garantire che le popolazioni svantaggiate non siano ulteriormente svantaggiate», ma prima ancora che le scuole aprano sta già pensando di chiuderle. «L'importante collegamento tra i settori della salute e dell'istruzione continuerà a crescere mentre navighiamo nella nuova realtà post Covid-19», hanno concluso. Forse intendevano navigare in Internet, costringendo la scuola a fare altrettanto.
Il caos della scuola non ha confini. Salta l'istituto italiano in Eritrea
I banchi con le rotelle e le mascherine in classe, questa volta, non c'entrano. Eppure, il vortice di caos che ha travolto la scuola nelle ultime settimane si fa sentire anche a migliaia di chilometri di distanza. Più di 6.000, per la precisione, e arriva fino ad Asmara, in Eritrea, dove è appena stato chiuso l'istituto italiano omnicomprensivo statale. Si tratta di una delle scuole italiane all'estero più antiche, attiva addirittura dal 1903. «Oltre 1.200 alunni (di cui l'88% eritrei) e circa 120 dipendenti impiegati a pieno regime», come ha spiegato in commissione Esteri al Senato il sottosegretario Riccardo Merlo. Una sede di eccellenza del sistema scolastico italiano all'estero, ricordano i sindacati, che ha formato generazioni di italiani ed eritrei e che ha resistito a due guerre mondiali. Nulla ha potuto però di fronte alla debolezza diplomatica del ministero degli Esteri a guida Luigi Di Maio e alla catena di errori e incomprensioni tra il governo italiano e quello eritreo.
Per capire l'evoluzione della vicenda bisogna tornare al 2012, quando viene siglato l'accordo bilaterale per la gestione dell'istituto. All'articolo 15 del Concordato, i due governi si impegnano a «istituire un comitato tecnico congiunto con il compito di monitorare gli indirizzi pedagogici e altri aspetti relativi al funzionamento delle scuole italiane». Il comitato si sarebbe dovuto riunire almeno due volte l'anno. Peccato che, come lamentano da Asmara e come confermano alcuni insegnanti per anni impegnati in Eritrea, i componenti italiani non siano mai stati nominati. Tra il 2017 e il 2018, poi, le cose sono ulteriormente peggiorate: i motivi sono da ricercare nella riduzione dei fondi per gli istituti di formazione all'estero e l'abolizione del personale supplente italiano. Il massiccio ricorso ai docenti locali avrebbe indebolito l'offerta formativa e generato nel governo di Asmara il sospetto di un progressivo disimpegno da parte italiana. L'accordo, della durata di cinque anni, è scaduto nel 2017 ed è stato rinnovato in maniera unilaterale dal governo eritreo, che ha garantito la licenza a operare. Almeno fino allo scorso 25 marzo. In piena emergenza sanitaria, il direttore dell'ufficio di presidenza dello Stato eritreo ha comunicato il recesso dall'accordo bilaterale e la revoca della licenza. La motivazione? «La decisione da parte del dirigente scolastico, Vilma Candolini, di chiudere l'istituto». In realtà, la dirigente non ha mai disposto la chiusura dell'istituto. Come si legge nella risposta del sottosegretario Merlo a un'interrogazione presentata dalla senatrice di Iv Laura Garavini, l'ambasciatore italiano ad Asmara «aveva semplicemente disposto l'interruzione dell'attività in presenza per via della crescita dei contagi in Italia e per il fatto che diversi docenti si trovavano temporaneamente fuori dal Paese o erano stati posti in quarantena dalle autorità eritree». Inoltre, la scelta del governo eritreo contravviene palesemente all'accordo del 2012, in base al quale «ogni divergenza deve essere risolta attraverso canali diplomatici». Ecco, in questa vicenda sembra che siano proprio i canali diplomatici a non funzionare. Le missive e i colloqui del viceministro degli Esteri, Marina Sereni, non hanno sortito gli effetti sperati. Da Asmara non sono arrivati segnali di apertura né chiarimenti. Contattato dalla Verità, il viceministro ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. E non sono bastate le sollecitazioni del rappresentante permanente italiano alle Nazioni Unite, che lo scorso primo luglio ha cercato di fare breccia nelle resistenze eritree trattando con il suo omologo a Ginevra. Non è bastata, infine, la lettera che Giuseppe Conte ha spedito al presidente, Isaias Afewerki: il tentativo di chiedere «un approccio costruttivo» si è evidentemente risolto in un buco nell'acqua. «È un brutto segnale per la promozione del nostro Paese nel mondo», commenta Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori. «Bisogna invertire la tendenza degli ultimi anni, la scuola non può più essere un luogo di risparmio. Avremmo potuto trarre enormi benefici e invece stiamo perdendo la nostra influenza su un terreno importante della storia italiana come il Corno d'Africa». Al governo giallorosso, insomma, non resta che raccogliere i cocci di una situazione che si trascina da anni, ma che mostra, ancora una volta, una scarsa visione da parte dell'Italia sul piano della politica estera.
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In un vertice dell'Oms, il ministro della Salute ha definito «irrinunciabili» le lezioni on line. Per nascondere i ritardi il governo è pronto a stravolgere l'apprendimento.Un gioiello che ha resistito ai conflitti mondiali. Ma non agli errori diplomatici di Luigi Di Maio.Lo speciale contiene due articoli.In un tweet, il direttore dell'Oms Europa, Hans Kluge, non se l'era fatto scappare e commentava: «Tenere aperte le scuole è complesso; non esiste una soluzione a rischio zero; il trasporto è un punto critico per la riapertura; sono vitali evidenze scientifiche più forti» sul tema del Covid-19 negli istituti scolastici. Era in corso il vertice virtuale del 31 agosto, tra i 53 Stati membri della Regione europea dell'Organizzazione mondiale della sanità e stava parlando il nostro presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro. «Lezioni apprese dall'Italia», si congratulava Kluge, che poche ore dopo stilava con il ministro della Salute, Roberto Speranza, un comunicato nefasto per la scuola. «È realistico prepararsi e fare piani per rendere disponibile la didattica online a integrazione dell'apprendimento in aula nel prossimo anno scolastico», avvertivano, spiegando nel dettaglio che «ciò sarà necessario durante le chiusure temporanee, può essere un'alternativa per bambini e insegnanti con condizioni di salute particolari, può essere necessario durante quarantene episodiche e può integrare l'apprendimento scolastico in circostanze in cui i bambini alternano la loro presenza a scuola» a periodi in cui siano costretti a rimanere a casa, «per rispettare le esigenze di distanziamento fisico nelle aule più piccole». Quindi a pochi giorni dalla riapertura delle scuole, mentre i presidi impazziscono a sistemare le aule e i genitori finalmente cominciano a credere che potranno mandare i figli a studiare in classe, il ministro Speranza ha tenuto a mettere nero su bianco che la didattica a distanza (Dad) rimane uno strumento importante. Indispensabile. Paradossalmente, la nota congiunta messa a punto con il direttore dell'Oms Europa faceva seguito alla dichiarazione con cui Speranza annunciava di aver promosso, in rappresentanza dell'Italia, la conferenza virtuale perché «diritto alla salute e diritto all'istruzione devono camminare insieme». In realtà il ministro e l'Oms dimostrano di voler fare di una soluzione d'emergenza, come è stata la Dad durante il lockdown, l'unica alternativa possibile all'incapacità di organizzare la scuola «in presenza», secondo le norme anti Covid. Sappiamo tutti, l'Istat ce l'ha ricordato, che tre famiglie italiane su dieci non hanno un pc o un tablet a casa e che solo il 6,1% dei ragazzi ha un dispositivo personale. Il 16% delle famiglie senza titolo di studio ha un accesso a banda larga fissa o mobile, contro il 95% delle famiglie di laureati. Sappiamo anche che nei mesi dell'emergenza sanitaria la didattica a distanza ha escluso i più deboli e i più svantaggiati: non hanno potuto seguire maestri, insegnanti, lezioni online. L'ha ammesso lo stesso ministero dell'Istruzione: 1,6 milioni di alunni non sono stati raggiunti dalla scuola, che per loro è rimasta drammaticamente chiusa. In ogni caso, lo schermo di un pc non può replicare la presenza di una lezione, di un insegnante, sostituire una relazione educativa costruita assieme ai compagni di classe. Il ricorso esclusivo alla tecnologia informatica non può diventare la condizione ordinaria a cui vengono costretti studenti, tenuti lontano dalle aule solo perché le misure adottate non riusciranno ad azzerare il rischio di trasmissione del virus in ambito scolastico. Eppure il vademecum dell'Iss è stato chiaro, le misure possono ridurre il rischio e «modelli previsionali solidi sull'effetto delle diverse strategie di intervento» andranno sviluppati «man mano che si acquisirà conoscenza» su come il Covid-19 si trasmetterà nelle scuole. Non servono allarmismi né previsioni catastrofiche. Quanti alunni si vogliono abbandonare all'isolamento sociale, costretti (i più fortunati) a collegarsi in Rete da un'abitazione dove non hanno a disposizione uno spazio proprio per concentrarsi e devono così vivere le lezioni virtuali in situazioni di stress? Lo scorso marzo, in un intervento sul sito di informazione Lavoce, il presidente della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, affermava che nella didattica a distanza «il primo obiettivo rimane quello di non perdere per strada i più deboli e i meno attrezzati». Ricordava, a proposito delle tecnologie digitali, che dall'indagine 2019 dell'Autorità delle comunicazioni «solo nell'8,6 per cento dei casi gli insegnanti le utilizzano per attività progettuali a distanza, mentre per la maggioranza si tratta di consultare fonti o materiali digitali, compilare il registro elettronico o preparare Powerpoint. Insomma, un uso abbastanza rudimentale della Rete, in linea con la didattica frontale, di poco aiuto nella gestione di una classe online per un periodo prolungato, specie nella scuola primaria». Questa sarebbe la capacità di insegnare online dei nostri docenti? In ogni caso, momenti di lavoro per via telematica organizzati dai professori non vogliono dire che gli studenti debbano fruire delle tecnologie in solitaria, magari con problemi di concentrazione e di comprensione di lezioni online. Non ci sarebbe più equità, garantita nel diritto allo studio. Il ministro Speranza, assieme a Kluge, fa sapere: «Stiamo davvero dimostrando che vogliamo garantire che i bambini e gli adolescenti non siano lasciati indietro mentre il mondo continua ad affrontare questa pandemia». Asserisce di voler «preservare l'equità come principio guida fondamentale per garantire che le popolazioni svantaggiate non siano ulteriormente svantaggiate», ma prima ancora che le scuole aprano sta già pensando di chiuderle. «L'importante collegamento tra i settori della salute e dell'istruzione continuerà a crescere mentre navighiamo nella nuova realtà post Covid-19», hanno concluso. Forse intendevano navigare in Internet, costringendo la scuola a fare altrettanto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-usa-lemergenza-per-vincolare-leducazione-alla-didattica-a-distanza-2647426673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-caos-della-scuola-non-ha-confini-salta-l-istituto-italiano-in-eritrea" data-post-id="2647426673" data-published-at="1598986539" data-use-pagination="False"> Il caos della scuola non ha confini. Salta l'istituto italiano in Eritrea I banchi con le rotelle e le mascherine in classe, questa volta, non c'entrano. Eppure, il vortice di caos che ha travolto la scuola nelle ultime settimane si fa sentire anche a migliaia di chilometri di distanza. Più di 6.000, per la precisione, e arriva fino ad Asmara, in Eritrea, dove è appena stato chiuso l'istituto italiano omnicomprensivo statale. Si tratta di una delle scuole italiane all'estero più antiche, attiva addirittura dal 1903. «Oltre 1.200 alunni (di cui l'88% eritrei) e circa 120 dipendenti impiegati a pieno regime», come ha spiegato in commissione Esteri al Senato il sottosegretario Riccardo Merlo. Una sede di eccellenza del sistema scolastico italiano all'estero, ricordano i sindacati, che ha formato generazioni di italiani ed eritrei e che ha resistito a due guerre mondiali. Nulla ha potuto però di fronte alla debolezza diplomatica del ministero degli Esteri a guida Luigi Di Maio e alla catena di errori e incomprensioni tra il governo italiano e quello eritreo. Per capire l'evoluzione della vicenda bisogna tornare al 2012, quando viene siglato l'accordo bilaterale per la gestione dell'istituto. All'articolo 15 del Concordato, i due governi si impegnano a «istituire un comitato tecnico congiunto con il compito di monitorare gli indirizzi pedagogici e altri aspetti relativi al funzionamento delle scuole italiane». Il comitato si sarebbe dovuto riunire almeno due volte l'anno. Peccato che, come lamentano da Asmara e come confermano alcuni insegnanti per anni impegnati in Eritrea, i componenti italiani non siano mai stati nominati. Tra il 2017 e il 2018, poi, le cose sono ulteriormente peggiorate: i motivi sono da ricercare nella riduzione dei fondi per gli istituti di formazione all'estero e l'abolizione del personale supplente italiano. Il massiccio ricorso ai docenti locali avrebbe indebolito l'offerta formativa e generato nel governo di Asmara il sospetto di un progressivo disimpegno da parte italiana. L'accordo, della durata di cinque anni, è scaduto nel 2017 ed è stato rinnovato in maniera unilaterale dal governo eritreo, che ha garantito la licenza a operare. Almeno fino allo scorso 25 marzo. In piena emergenza sanitaria, il direttore dell'ufficio di presidenza dello Stato eritreo ha comunicato il recesso dall'accordo bilaterale e la revoca della licenza. La motivazione? «La decisione da parte del dirigente scolastico, Vilma Candolini, di chiudere l'istituto». In realtà, la dirigente non ha mai disposto la chiusura dell'istituto. Come si legge nella risposta del sottosegretario Merlo a un'interrogazione presentata dalla senatrice di Iv Laura Garavini, l'ambasciatore italiano ad Asmara «aveva semplicemente disposto l'interruzione dell'attività in presenza per via della crescita dei contagi in Italia e per il fatto che diversi docenti si trovavano temporaneamente fuori dal Paese o erano stati posti in quarantena dalle autorità eritree». Inoltre, la scelta del governo eritreo contravviene palesemente all'accordo del 2012, in base al quale «ogni divergenza deve essere risolta attraverso canali diplomatici». Ecco, in questa vicenda sembra che siano proprio i canali diplomatici a non funzionare. Le missive e i colloqui del viceministro degli Esteri, Marina Sereni, non hanno sortito gli effetti sperati. Da Asmara non sono arrivati segnali di apertura né chiarimenti. Contattato dalla Verità, il viceministro ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. E non sono bastate le sollecitazioni del rappresentante permanente italiano alle Nazioni Unite, che lo scorso primo luglio ha cercato di fare breccia nelle resistenze eritree trattando con il suo omologo a Ginevra. Non è bastata, infine, la lettera che Giuseppe Conte ha spedito al presidente, Isaias Afewerki: il tentativo di chiedere «un approccio costruttivo» si è evidentemente risolto in un buco nell'acqua. «È un brutto segnale per la promozione del nostro Paese nel mondo», commenta Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori. «Bisogna invertire la tendenza degli ultimi anni, la scuola non può più essere un luogo di risparmio. Avremmo potuto trarre enormi benefici e invece stiamo perdendo la nostra influenza su un terreno importante della storia italiana come il Corno d'Africa». Al governo giallorosso, insomma, non resta che raccogliere i cocci di una situazione che si trascina da anni, ma che mostra, ancora una volta, una scarsa visione da parte dell'Italia sul piano della politica estera.
Matteo Salvini (Ansa)
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
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Il segretario di Stato americano Marco Rubio (Ansa)
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
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