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2020-09-02
Speranza usa l’emergenza per vincolare l’educazione alla didattica a distanza
Roberto Speranza (Ansa)
In un tweet, il direttore dell'Oms Europa, Hans Kluge, non se l'era fatto scappare e commentava: «Tenere aperte le scuole è complesso; non esiste una soluzione a rischio zero; il trasporto è un punto critico per la riapertura; sono vitali evidenze scientifiche più forti» sul tema del Covid-19 negli istituti scolastici. Era in corso il vertice virtuale del 31 agosto, tra i 53 Stati membri della Regione europea dell'Organizzazione mondiale della sanità e stava parlando il nostro presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro. «Lezioni apprese dall'Italia», si congratulava Kluge, che poche ore dopo stilava con il ministro della Salute, Roberto Speranza, un comunicato nefasto per la scuola. «È realistico prepararsi e fare piani per rendere disponibile la didattica online a integrazione dell'apprendimento in aula nel prossimo anno scolastico», avvertivano, spiegando nel dettaglio che «ciò sarà necessario durante le chiusure temporanee, può essere un'alternativa per bambini e insegnanti con condizioni di salute particolari, può essere necessario durante quarantene episodiche e può integrare l'apprendimento scolastico in circostanze in cui i bambini alternano la loro presenza a scuola» a periodi in cui siano costretti a rimanere a casa, «per rispettare le esigenze di distanziamento fisico nelle aule più piccole».
Quindi a pochi giorni dalla riapertura delle scuole, mentre i presidi impazziscono a sistemare le aule e i genitori finalmente cominciano a credere che potranno mandare i figli a studiare in classe, il ministro Speranza ha tenuto a mettere nero su bianco che la didattica a distanza (Dad) rimane uno strumento importante. Indispensabile. Paradossalmente, la nota congiunta messa a punto con il direttore dell'Oms Europa faceva seguito alla dichiarazione con cui Speranza annunciava di aver promosso, in rappresentanza dell'Italia, la conferenza virtuale perché «diritto alla salute e diritto all'istruzione devono camminare insieme». In realtà il ministro e l'Oms dimostrano di voler fare di una soluzione d'emergenza, come è stata la Dad durante il lockdown, l'unica alternativa possibile all'incapacità di organizzare la scuola «in presenza», secondo le norme anti Covid. Sappiamo tutti, l'Istat ce l'ha ricordato, che tre famiglie italiane su dieci non hanno un pc o un tablet a casa e che solo il 6,1% dei ragazzi ha un dispositivo personale. Il 16% delle famiglie senza titolo di studio ha un accesso a banda larga fissa o mobile, contro il 95% delle famiglie di laureati. Sappiamo anche che nei mesi dell'emergenza sanitaria la didattica a distanza ha escluso i più deboli e i più svantaggiati: non hanno potuto seguire maestri, insegnanti, lezioni online. L'ha ammesso lo stesso ministero dell'Istruzione: 1,6 milioni di alunni non sono stati raggiunti dalla scuola, che per loro è rimasta drammaticamente chiusa. In ogni caso, lo schermo di un pc non può replicare la presenza di una lezione, di un insegnante, sostituire una relazione educativa costruita assieme ai compagni di classe. Il ricorso esclusivo alla tecnologia informatica non può diventare la condizione ordinaria a cui vengono costretti studenti, tenuti lontano dalle aule solo perché le misure adottate non riusciranno ad azzerare il rischio di trasmissione del virus in ambito scolastico. Eppure il vademecum dell'Iss è stato chiaro, le misure possono ridurre il rischio e «modelli previsionali solidi sull'effetto delle diverse strategie di intervento» andranno sviluppati «man mano che si acquisirà conoscenza» su come il Covid-19 si trasmetterà nelle scuole. Non servono allarmismi né previsioni catastrofiche. Quanti alunni si vogliono abbandonare all'isolamento sociale, costretti (i più fortunati) a collegarsi in Rete da un'abitazione dove non hanno a disposizione uno spazio proprio per concentrarsi e devono così vivere le lezioni virtuali in situazioni di stress? Lo scorso marzo, in un intervento sul sito di informazione Lavoce, il presidente della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, affermava che nella didattica a distanza «il primo obiettivo rimane quello di non perdere per strada i più deboli e i meno attrezzati». Ricordava, a proposito delle tecnologie digitali, che dall'indagine 2019 dell'Autorità delle comunicazioni «solo nell'8,6 per cento dei casi gli insegnanti le utilizzano per attività progettuali a distanza, mentre per la maggioranza si tratta di consultare fonti o materiali digitali, compilare il registro elettronico o preparare Powerpoint. Insomma, un uso abbastanza rudimentale della Rete, in linea con la didattica frontale, di poco aiuto nella gestione di una classe online per un periodo prolungato, specie nella scuola primaria». Questa sarebbe la capacità di insegnare online dei nostri docenti? In ogni caso, momenti di lavoro per via telematica organizzati dai professori non vogliono dire che gli studenti debbano fruire delle tecnologie in solitaria, magari con problemi di concentrazione e di comprensione di lezioni online. Non ci sarebbe più equità, garantita nel diritto allo studio. Il ministro Speranza, assieme a Kluge, fa sapere: «Stiamo davvero dimostrando che vogliamo garantire che i bambini e gli adolescenti non siano lasciati indietro mentre il mondo continua ad affrontare questa pandemia». Asserisce di voler «preservare l'equità come principio guida fondamentale per garantire che le popolazioni svantaggiate non siano ulteriormente svantaggiate», ma prima ancora che le scuole aprano sta già pensando di chiuderle. «L'importante collegamento tra i settori della salute e dell'istruzione continuerà a crescere mentre navighiamo nella nuova realtà post Covid-19», hanno concluso. Forse intendevano navigare in Internet, costringendo la scuola a fare altrettanto.
Il caos della scuola non ha confini. Salta l'istituto italiano in Eritrea
I banchi con le rotelle e le mascherine in classe, questa volta, non c'entrano. Eppure, il vortice di caos che ha travolto la scuola nelle ultime settimane si fa sentire anche a migliaia di chilometri di distanza. Più di 6.000, per la precisione, e arriva fino ad Asmara, in Eritrea, dove è appena stato chiuso l'istituto italiano omnicomprensivo statale. Si tratta di una delle scuole italiane all'estero più antiche, attiva addirittura dal 1903. «Oltre 1.200 alunni (di cui l'88% eritrei) e circa 120 dipendenti impiegati a pieno regime», come ha spiegato in commissione Esteri al Senato il sottosegretario Riccardo Merlo. Una sede di eccellenza del sistema scolastico italiano all'estero, ricordano i sindacati, che ha formato generazioni di italiani ed eritrei e che ha resistito a due guerre mondiali. Nulla ha potuto però di fronte alla debolezza diplomatica del ministero degli Esteri a guida Luigi Di Maio e alla catena di errori e incomprensioni tra il governo italiano e quello eritreo.
Per capire l'evoluzione della vicenda bisogna tornare al 2012, quando viene siglato l'accordo bilaterale per la gestione dell'istituto. All'articolo 15 del Concordato, i due governi si impegnano a «istituire un comitato tecnico congiunto con il compito di monitorare gli indirizzi pedagogici e altri aspetti relativi al funzionamento delle scuole italiane». Il comitato si sarebbe dovuto riunire almeno due volte l'anno. Peccato che, come lamentano da Asmara e come confermano alcuni insegnanti per anni impegnati in Eritrea, i componenti italiani non siano mai stati nominati. Tra il 2017 e il 2018, poi, le cose sono ulteriormente peggiorate: i motivi sono da ricercare nella riduzione dei fondi per gli istituti di formazione all'estero e l'abolizione del personale supplente italiano. Il massiccio ricorso ai docenti locali avrebbe indebolito l'offerta formativa e generato nel governo di Asmara il sospetto di un progressivo disimpegno da parte italiana. L'accordo, della durata di cinque anni, è scaduto nel 2017 ed è stato rinnovato in maniera unilaterale dal governo eritreo, che ha garantito la licenza a operare. Almeno fino allo scorso 25 marzo. In piena emergenza sanitaria, il direttore dell'ufficio di presidenza dello Stato eritreo ha comunicato il recesso dall'accordo bilaterale e la revoca della licenza. La motivazione? «La decisione da parte del dirigente scolastico, Vilma Candolini, di chiudere l'istituto». In realtà, la dirigente non ha mai disposto la chiusura dell'istituto. Come si legge nella risposta del sottosegretario Merlo a un'interrogazione presentata dalla senatrice di Iv Laura Garavini, l'ambasciatore italiano ad Asmara «aveva semplicemente disposto l'interruzione dell'attività in presenza per via della crescita dei contagi in Italia e per il fatto che diversi docenti si trovavano temporaneamente fuori dal Paese o erano stati posti in quarantena dalle autorità eritree». Inoltre, la scelta del governo eritreo contravviene palesemente all'accordo del 2012, in base al quale «ogni divergenza deve essere risolta attraverso canali diplomatici». Ecco, in questa vicenda sembra che siano proprio i canali diplomatici a non funzionare. Le missive e i colloqui del viceministro degli Esteri, Marina Sereni, non hanno sortito gli effetti sperati. Da Asmara non sono arrivati segnali di apertura né chiarimenti. Contattato dalla Verità, il viceministro ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. E non sono bastate le sollecitazioni del rappresentante permanente italiano alle Nazioni Unite, che lo scorso primo luglio ha cercato di fare breccia nelle resistenze eritree trattando con il suo omologo a Ginevra. Non è bastata, infine, la lettera che Giuseppe Conte ha spedito al presidente, Isaias Afewerki: il tentativo di chiedere «un approccio costruttivo» si è evidentemente risolto in un buco nell'acqua. «È un brutto segnale per la promozione del nostro Paese nel mondo», commenta Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori. «Bisogna invertire la tendenza degli ultimi anni, la scuola non può più essere un luogo di risparmio. Avremmo potuto trarre enormi benefici e invece stiamo perdendo la nostra influenza su un terreno importante della storia italiana come il Corno d'Africa». Al governo giallorosso, insomma, non resta che raccogliere i cocci di una situazione che si trascina da anni, ma che mostra, ancora una volta, una scarsa visione da parte dell'Italia sul piano della politica estera.
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In un vertice dell'Oms, il ministro della Salute ha definito «irrinunciabili» le lezioni on line. Per nascondere i ritardi il governo è pronto a stravolgere l'apprendimento.Un gioiello che ha resistito ai conflitti mondiali. Ma non agli errori diplomatici di Luigi Di Maio.Lo speciale contiene due articoli.In un tweet, il direttore dell'Oms Europa, Hans Kluge, non se l'era fatto scappare e commentava: «Tenere aperte le scuole è complesso; non esiste una soluzione a rischio zero; il trasporto è un punto critico per la riapertura; sono vitali evidenze scientifiche più forti» sul tema del Covid-19 negli istituti scolastici. Era in corso il vertice virtuale del 31 agosto, tra i 53 Stati membri della Regione europea dell'Organizzazione mondiale della sanità e stava parlando il nostro presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro. «Lezioni apprese dall'Italia», si congratulava Kluge, che poche ore dopo stilava con il ministro della Salute, Roberto Speranza, un comunicato nefasto per la scuola. «È realistico prepararsi e fare piani per rendere disponibile la didattica online a integrazione dell'apprendimento in aula nel prossimo anno scolastico», avvertivano, spiegando nel dettaglio che «ciò sarà necessario durante le chiusure temporanee, può essere un'alternativa per bambini e insegnanti con condizioni di salute particolari, può essere necessario durante quarantene episodiche e può integrare l'apprendimento scolastico in circostanze in cui i bambini alternano la loro presenza a scuola» a periodi in cui siano costretti a rimanere a casa, «per rispettare le esigenze di distanziamento fisico nelle aule più piccole». Quindi a pochi giorni dalla riapertura delle scuole, mentre i presidi impazziscono a sistemare le aule e i genitori finalmente cominciano a credere che potranno mandare i figli a studiare in classe, il ministro Speranza ha tenuto a mettere nero su bianco che la didattica a distanza (Dad) rimane uno strumento importante. Indispensabile. Paradossalmente, la nota congiunta messa a punto con il direttore dell'Oms Europa faceva seguito alla dichiarazione con cui Speranza annunciava di aver promosso, in rappresentanza dell'Italia, la conferenza virtuale perché «diritto alla salute e diritto all'istruzione devono camminare insieme». In realtà il ministro e l'Oms dimostrano di voler fare di una soluzione d'emergenza, come è stata la Dad durante il lockdown, l'unica alternativa possibile all'incapacità di organizzare la scuola «in presenza», secondo le norme anti Covid. Sappiamo tutti, l'Istat ce l'ha ricordato, che tre famiglie italiane su dieci non hanno un pc o un tablet a casa e che solo il 6,1% dei ragazzi ha un dispositivo personale. Il 16% delle famiglie senza titolo di studio ha un accesso a banda larga fissa o mobile, contro il 95% delle famiglie di laureati. Sappiamo anche che nei mesi dell'emergenza sanitaria la didattica a distanza ha escluso i più deboli e i più svantaggiati: non hanno potuto seguire maestri, insegnanti, lezioni online. L'ha ammesso lo stesso ministero dell'Istruzione: 1,6 milioni di alunni non sono stati raggiunti dalla scuola, che per loro è rimasta drammaticamente chiusa. In ogni caso, lo schermo di un pc non può replicare la presenza di una lezione, di un insegnante, sostituire una relazione educativa costruita assieme ai compagni di classe. Il ricorso esclusivo alla tecnologia informatica non può diventare la condizione ordinaria a cui vengono costretti studenti, tenuti lontano dalle aule solo perché le misure adottate non riusciranno ad azzerare il rischio di trasmissione del virus in ambito scolastico. Eppure il vademecum dell'Iss è stato chiaro, le misure possono ridurre il rischio e «modelli previsionali solidi sull'effetto delle diverse strategie di intervento» andranno sviluppati «man mano che si acquisirà conoscenza» su come il Covid-19 si trasmetterà nelle scuole. Non servono allarmismi né previsioni catastrofiche. Quanti alunni si vogliono abbandonare all'isolamento sociale, costretti (i più fortunati) a collegarsi in Rete da un'abitazione dove non hanno a disposizione uno spazio proprio per concentrarsi e devono così vivere le lezioni virtuali in situazioni di stress? Lo scorso marzo, in un intervento sul sito di informazione Lavoce, il presidente della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, affermava che nella didattica a distanza «il primo obiettivo rimane quello di non perdere per strada i più deboli e i meno attrezzati». Ricordava, a proposito delle tecnologie digitali, che dall'indagine 2019 dell'Autorità delle comunicazioni «solo nell'8,6 per cento dei casi gli insegnanti le utilizzano per attività progettuali a distanza, mentre per la maggioranza si tratta di consultare fonti o materiali digitali, compilare il registro elettronico o preparare Powerpoint. Insomma, un uso abbastanza rudimentale della Rete, in linea con la didattica frontale, di poco aiuto nella gestione di una classe online per un periodo prolungato, specie nella scuola primaria». Questa sarebbe la capacità di insegnare online dei nostri docenti? In ogni caso, momenti di lavoro per via telematica organizzati dai professori non vogliono dire che gli studenti debbano fruire delle tecnologie in solitaria, magari con problemi di concentrazione e di comprensione di lezioni online. Non ci sarebbe più equità, garantita nel diritto allo studio. Il ministro Speranza, assieme a Kluge, fa sapere: «Stiamo davvero dimostrando che vogliamo garantire che i bambini e gli adolescenti non siano lasciati indietro mentre il mondo continua ad affrontare questa pandemia». Asserisce di voler «preservare l'equità come principio guida fondamentale per garantire che le popolazioni svantaggiate non siano ulteriormente svantaggiate», ma prima ancora che le scuole aprano sta già pensando di chiuderle. «L'importante collegamento tra i settori della salute e dell'istruzione continuerà a crescere mentre navighiamo nella nuova realtà post Covid-19», hanno concluso. Forse intendevano navigare in Internet, costringendo la scuola a fare altrettanto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-usa-lemergenza-per-vincolare-leducazione-alla-didattica-a-distanza-2647426673.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-caos-della-scuola-non-ha-confini-salta-l-istituto-italiano-in-eritrea" data-post-id="2647426673" data-published-at="1598986539" data-use-pagination="False"> Il caos della scuola non ha confini. Salta l'istituto italiano in Eritrea I banchi con le rotelle e le mascherine in classe, questa volta, non c'entrano. Eppure, il vortice di caos che ha travolto la scuola nelle ultime settimane si fa sentire anche a migliaia di chilometri di distanza. Più di 6.000, per la precisione, e arriva fino ad Asmara, in Eritrea, dove è appena stato chiuso l'istituto italiano omnicomprensivo statale. Si tratta di una delle scuole italiane all'estero più antiche, attiva addirittura dal 1903. «Oltre 1.200 alunni (di cui l'88% eritrei) e circa 120 dipendenti impiegati a pieno regime», come ha spiegato in commissione Esteri al Senato il sottosegretario Riccardo Merlo. Una sede di eccellenza del sistema scolastico italiano all'estero, ricordano i sindacati, che ha formato generazioni di italiani ed eritrei e che ha resistito a due guerre mondiali. Nulla ha potuto però di fronte alla debolezza diplomatica del ministero degli Esteri a guida Luigi Di Maio e alla catena di errori e incomprensioni tra il governo italiano e quello eritreo. Per capire l'evoluzione della vicenda bisogna tornare al 2012, quando viene siglato l'accordo bilaterale per la gestione dell'istituto. All'articolo 15 del Concordato, i due governi si impegnano a «istituire un comitato tecnico congiunto con il compito di monitorare gli indirizzi pedagogici e altri aspetti relativi al funzionamento delle scuole italiane». Il comitato si sarebbe dovuto riunire almeno due volte l'anno. Peccato che, come lamentano da Asmara e come confermano alcuni insegnanti per anni impegnati in Eritrea, i componenti italiani non siano mai stati nominati. Tra il 2017 e il 2018, poi, le cose sono ulteriormente peggiorate: i motivi sono da ricercare nella riduzione dei fondi per gli istituti di formazione all'estero e l'abolizione del personale supplente italiano. Il massiccio ricorso ai docenti locali avrebbe indebolito l'offerta formativa e generato nel governo di Asmara il sospetto di un progressivo disimpegno da parte italiana. L'accordo, della durata di cinque anni, è scaduto nel 2017 ed è stato rinnovato in maniera unilaterale dal governo eritreo, che ha garantito la licenza a operare. Almeno fino allo scorso 25 marzo. In piena emergenza sanitaria, il direttore dell'ufficio di presidenza dello Stato eritreo ha comunicato il recesso dall'accordo bilaterale e la revoca della licenza. La motivazione? «La decisione da parte del dirigente scolastico, Vilma Candolini, di chiudere l'istituto». In realtà, la dirigente non ha mai disposto la chiusura dell'istituto. Come si legge nella risposta del sottosegretario Merlo a un'interrogazione presentata dalla senatrice di Iv Laura Garavini, l'ambasciatore italiano ad Asmara «aveva semplicemente disposto l'interruzione dell'attività in presenza per via della crescita dei contagi in Italia e per il fatto che diversi docenti si trovavano temporaneamente fuori dal Paese o erano stati posti in quarantena dalle autorità eritree». Inoltre, la scelta del governo eritreo contravviene palesemente all'accordo del 2012, in base al quale «ogni divergenza deve essere risolta attraverso canali diplomatici». Ecco, in questa vicenda sembra che siano proprio i canali diplomatici a non funzionare. Le missive e i colloqui del viceministro degli Esteri, Marina Sereni, non hanno sortito gli effetti sperati. Da Asmara non sono arrivati segnali di apertura né chiarimenti. Contattato dalla Verità, il viceministro ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione. E non sono bastate le sollecitazioni del rappresentante permanente italiano alle Nazioni Unite, che lo scorso primo luglio ha cercato di fare breccia nelle resistenze eritree trattando con il suo omologo a Ginevra. Non è bastata, infine, la lettera che Giuseppe Conte ha spedito al presidente, Isaias Afewerki: il tentativo di chiedere «un approccio costruttivo» si è evidentemente risolto in un buco nell'acqua. «È un brutto segnale per la promozione del nostro Paese nel mondo», commenta Marcello Pacifico, presidente dell'Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori. «Bisogna invertire la tendenza degli ultimi anni, la scuola non può più essere un luogo di risparmio. Avremmo potuto trarre enormi benefici e invece stiamo perdendo la nostra influenza su un terreno importante della storia italiana come il Corno d'Africa». Al governo giallorosso, insomma, non resta che raccogliere i cocci di una situazione che si trascina da anni, ma che mostra, ancora una volta, una scarsa visione da parte dell'Italia sul piano della politica estera.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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