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2020-11-06
Spediscono i tecnici in tv a giustificare la serrata-spezzatino
Giovanni Rezza (Ansa)
«La Sicilia resta divisa in due zone: a Ovest zona arancina, a Est zona arancino». Ma sì, rievochiamo la battaglia linguistica tra palermitani e catanesi sulla pronuncia del simbolo culinario isolano. Prendiamola sul ridere, pur di non piangere. Perché l'altra sera, alla solita ora del tg, con la conferenza stampa del premier abbiamo raggiunto l'apice della desolazione. Mentre Giuseppe Conte rendeva ancor più carnevalesca l'Italia con la ripartizione tricolore, l'ansia cresceva. Che senso ha scegliere in base a dati vetusti? Come mai la martoriata Campania è colorata di un rassicurante giallo canarino? Perché parrucchieri sì ed estetisti no? La risposta a ogni ipotetica domanda era dipinta sulla faccia del giurista di Volturara Appula: boh. Il presidente del Consiglio, dei criteri e delle logiche che cambiano le nostre vite, ne sa davvero ben poco. Compie scelte politiche, ma si nasconde dietro la tecnocrazia.
Dopo i balbettii serali del premier, sono dunque intervenuti gli esperti: Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, e Gianni Rezza, direttore generale della prevenzione del ministero della Salute. Ma la toppa, pure in questo caso, è stata peggio del buco. La premessa dell'ennesima conferenza stampa è d'obbligo: «Bisogna intervenire per abbassare la curva», informa Brusaferro. Dichiarazione che fa il paio con quella di Domenico Arcuri: «Serve collaborazione per raffreddare la curva. Abbiate fiducia». Già: come non affidarsi anima e corpo all'infallibile commissario straordinario?
Ma è alla premiata ditta Brusaferro&Rezza che tocca passare, eufemisticamente, al dunque. Regioni italiane divise in tre fasce, quindi: gialla, arancione, rossa. A ognuna corrisponde una serie di crescenti limitazioni. Tutto dipende, delucidano i due, da un «coefficiente di rischio» determinato da 21 indicatori dall'ignoto peso scientifico. A loro volta, raggruppati in tre macrocategorie. La prima: «capacità di monitoraggio». Ossia numero di sintomatici, ospedalizzati, terapie intensive, notifiche, controlli nelle Rsa. La seconda: «capacità di accertamento diagnostico e gestione dei contatti». Ovvero percentuale di tamponi positivi, tempo trascorso tra sintomi e diagnosi, addetti al contact tracing e ai laboratori, quarantene e isolamenti, indagini epidemiologiche. La terza: «stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari». Segue altro elencone: casi negli ultimi 14 giorni, sorveglianze, focolai, accessi al pronto soccorso, occupazione di terapie intensive e reparti Covid. E il famoso Rt: se «stabilmente» superiore a 1,5 si finisce dritti dritti in zona rossa. E schiodarsi da lì, grazie allo scattante sistema approntato, diventa impresa erculea.
Chi finisce nel girone, dovrà restarci almeno due settimane. Ma poi, rassicura Rezza, ci potrà essere «una de-escalation». Insomma, se gli espertoni riterranno, il rosso potrà sfumare nell'arancione. E, ipotesi più probabile, viceversa. «Il sistema non è così rigido», si compiace però l'epidemiologo. All'interno della stessa regione sono previste perfino varianti cromatiche. «Si so' sempre fatte le zone rosse, eh…», gigioneggia Rezza. Bergamo o Brescia, per esempio, potrebbero venir colorate di un terra di Siena tendente all'ocra. Sempre se Roberto Speranza, ministro della Salute ed ex assessore all'Urbanistica di Potenza, acconsentirà.
«E come mai la Campania è in giallo?». Ecco, ci siamo. Siamo tutti orecchi. «Ha molti casi», ammette Rezza. «Ma l'Rt è molto più basso della Lombardia, perché la trasmissione s'è forse stabilizzata». Forse. «Eppure in Campania restano un numero di casi alti e il sistema è in sofferenza». Quindi? «I provvedimenti già adottati potrebbero aver avuto il giusto effetto». Potrebbero. Ma a chi gli chiede ulteriori lumi, il supertecnico pazientemente spiega: «Bisogna leggere i dati nella loro interezza». Valutare dunque la «tendenza e resilienza del sistema». Senza dimenticare gli «indicatori di processo». Non avete capito un'acca? Tranquilli: nelle tecnocrazie, specie quelle fasulle, funziona proprio così.
L'unica cosa chiara, in questo fiume di incomprensibili dettagli, è che ogni colpa sarà delle regioni. Che inviano dati incompleti e indici non aggiornati. Seguono ulteriori e incomprensibili dettagli. Ma poi, finalmente, arriva il lapsus freudiano: «Le decisioni della cabina di regia…». Imbarazzato colpetto di tosse. «Pardon, indicazioni», si corregge Rezza. «Perché», chiarisce, «le decisioni le prende la politica».
Bastava vedere lo smarritissimo volto di Conte mentre annunciava l'ultimo dpcm. Ma per fortuna ci sono loro: i professoroni, dietro cui rifugiarsi. «I cittadini devono capire». Appunto. «I nostri sono criteri oggettivi, seppur fallibili e migliorabili». Gli italiani intanto restino a casa. Zitti e buoni, possibilmente.
Mentre Conte umilia il Parlamento Francia e Inghilterra lo fanno votare
La seconda ondata colpisce tutta Europa e ogni Paese cerca un modo di difendersi. Non che, trascorsi ormai nove mesi dallo scoppio della pandemia, i metodi siano stati particolarmente raffinati: mettete la mascherina, restate distanti, lavatevi le mani. E poi c'è il lockdown.
Ieri, il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ne ha annunciato uno di tre settimane, dopo il balzo in avanti dei contagi. Scatterà domani e i cittadini, per uscire, dovranno chiedere un'autorizzazione alle autorità via sms. Il Paese ellenico è solo l'ultimo della lista: in questi giorni, hanno richiuso totalmente o parzialmente anche l'Italia, la Francia, l'Inghilterra, la Germania. Con alcune sensibili differenze, non tanto nel contenuto delle restrizioni, quanto nel modo d'imporle. Difatti, c'è chi si dimentica della democrazia parlamentare e chi onora l'Aula, anche quando non sarebbe obbligato a prenderla in considerazione.
Da noi, ormai, la procedura è arcinota. Giuseppe Conte si chiude in cdm, assiste alla faida tra fratelli coltelli giallorossi, raccoglie i pareri dei tecnici e alla fine tira fuori decreti in serie. Da tutto questo processo, il Parlamento è assente. A partire dalla scorsa estate, dopo le reiterate lamentele delle opposizioni (ma anche di un pezzo di maggioranza), il presidente del Consiglio s'è almeno degnato di andare in Aula per le sue «informative». O «premier time», come l'avvocato vanesio ha di recente ribattezzato il «question time». Si tratta, ovviamente, di una semplice parvenza di coinvolgimento del Parlamento: in sostanza, Conte va a illustrare decisioni già prese, dopodiché i partiti che lo sostengono approvano risoluzioni preconfezionate e bocciano quelle del centrodestra. Con l'eccezione di lunedì scorso, quando, in clima di appelli all'unità nazionale, la maggioranza ha approvato due punti di un documento sottoscritto dagli avversari, su sicurezza scolastica e garanzie nei confronti dei soggetti deboli colpiti dalla pandemia.
Ben diversa la liturgia britannica. Boris Johnson aveva sì proposto un nuovo lockdown. Le autorità erano sì pronte, addirittura, a spedire le forze dell'ordine a casa della gente, per prevenire assembramenti (un'idea rubata al nostro Roberto Speranza). Ma la serrata, alla fine, è stata sottoposta al vaglio di Westminster. Che, ieri l'altro, ha dato il proprio via libera, con 516 voti favorevoli e 38 contrari. Una convergenza tra Tories e laburisti, ma non un semplice passaggio formale. Quello di Londra è stato un voto autentico. Perché è vero che siamo in emergenza, ma è vero pure che la natura di un sistema politico non può essere alterata quando le cose volgono al peggio. Gli inglesi lo sanno bene e se ne ricordarono finanche in piena seconda guerra mondiale.
Persino la Francia, che è una Repubblica semipresidenziale, il lockdown l'ha rimesso al giudizio dell'Assemblea nazionale. Alla fine, l'Aula l'ha approvato con un'ampia maggioranza, 399 contro 27, il 29 ottobre scorso. Insomma, Emmanuel Macron sarà pure un commander in chief in piena regola, ma ha preferito non trasformare una decisione tanto grave in un one man show, come qualcuno si ostina a fare da tempo a Roma.
D'altra parte, bisogna ammettere che Giuseppi ha una buona compagnia. Un metodo simile al suo l'ha seguito, ad esempio, Angela Merkel. Pure la Germania è da poco piombata in un mini lockdown. Ma Christian Lindner, il capo dei liberaldemocratici, che contano su 80 seggi al Bundestag, ha accusato la cancelliera di voler «deformare» la democrazia parlamentare tedesca: «Il dibattito dovrebbe svolgersi prima che le misure siano decise, non dopo». Paese che vai, caudillos che trovi.
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Gli esperti in soccorso del governo: Rezza balbetta su zone rosse e cabine di regia. Domenico Arcuri tenta la via del dogma: «Fidatevi di noi»Giuseppi si limita alle informative. Ma anche in Germania piovono accuse sulla MerkelLo speciale contiene due articoli«La Sicilia resta divisa in due zone: a Ovest zona arancina, a Est zona arancino». Ma sì, rievochiamo la battaglia linguistica tra palermitani e catanesi sulla pronuncia del simbolo culinario isolano. Prendiamola sul ridere, pur di non piangere. Perché l'altra sera, alla solita ora del tg, con la conferenza stampa del premier abbiamo raggiunto l'apice della desolazione. Mentre Giuseppe Conte rendeva ancor più carnevalesca l'Italia con la ripartizione tricolore, l'ansia cresceva. Che senso ha scegliere in base a dati vetusti? Come mai la martoriata Campania è colorata di un rassicurante giallo canarino? Perché parrucchieri sì ed estetisti no? La risposta a ogni ipotetica domanda era dipinta sulla faccia del giurista di Volturara Appula: boh. Il presidente del Consiglio, dei criteri e delle logiche che cambiano le nostre vite, ne sa davvero ben poco. Compie scelte politiche, ma si nasconde dietro la tecnocrazia. Dopo i balbettii serali del premier, sono dunque intervenuti gli esperti: Silvio Brusaferro, presidente dell'Istituto superiore di sanità, e Gianni Rezza, direttore generale della prevenzione del ministero della Salute. Ma la toppa, pure in questo caso, è stata peggio del buco. La premessa dell'ennesima conferenza stampa è d'obbligo: «Bisogna intervenire per abbassare la curva», informa Brusaferro. Dichiarazione che fa il paio con quella di Domenico Arcuri: «Serve collaborazione per raffreddare la curva. Abbiate fiducia». Già: come non affidarsi anima e corpo all'infallibile commissario straordinario? Ma è alla premiata ditta Brusaferro&Rezza che tocca passare, eufemisticamente, al dunque. Regioni italiane divise in tre fasce, quindi: gialla, arancione, rossa. A ognuna corrisponde una serie di crescenti limitazioni. Tutto dipende, delucidano i due, da un «coefficiente di rischio» determinato da 21 indicatori dall'ignoto peso scientifico. A loro volta, raggruppati in tre macrocategorie. La prima: «capacità di monitoraggio». Ossia numero di sintomatici, ospedalizzati, terapie intensive, notifiche, controlli nelle Rsa. La seconda: «capacità di accertamento diagnostico e gestione dei contatti». Ovvero percentuale di tamponi positivi, tempo trascorso tra sintomi e diagnosi, addetti al contact tracing e ai laboratori, quarantene e isolamenti, indagini epidemiologiche. La terza: «stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari». Segue altro elencone: casi negli ultimi 14 giorni, sorveglianze, focolai, accessi al pronto soccorso, occupazione di terapie intensive e reparti Covid. E il famoso Rt: se «stabilmente» superiore a 1,5 si finisce dritti dritti in zona rossa. E schiodarsi da lì, grazie allo scattante sistema approntato, diventa impresa erculea. Chi finisce nel girone, dovrà restarci almeno due settimane. Ma poi, rassicura Rezza, ci potrà essere «una de-escalation». Insomma, se gli espertoni riterranno, il rosso potrà sfumare nell'arancione. E, ipotesi più probabile, viceversa. «Il sistema non è così rigido», si compiace però l'epidemiologo. All'interno della stessa regione sono previste perfino varianti cromatiche. «Si so' sempre fatte le zone rosse, eh…», gigioneggia Rezza. Bergamo o Brescia, per esempio, potrebbero venir colorate di un terra di Siena tendente all'ocra. Sempre se Roberto Speranza, ministro della Salute ed ex assessore all'Urbanistica di Potenza, acconsentirà. «E come mai la Campania è in giallo?». Ecco, ci siamo. Siamo tutti orecchi. «Ha molti casi», ammette Rezza. «Ma l'Rt è molto più basso della Lombardia, perché la trasmissione s'è forse stabilizzata». Forse. «Eppure in Campania restano un numero di casi alti e il sistema è in sofferenza». Quindi? «I provvedimenti già adottati potrebbero aver avuto il giusto effetto». Potrebbero. Ma a chi gli chiede ulteriori lumi, il supertecnico pazientemente spiega: «Bisogna leggere i dati nella loro interezza». Valutare dunque la «tendenza e resilienza del sistema». Senza dimenticare gli «indicatori di processo». Non avete capito un'acca? Tranquilli: nelle tecnocrazie, specie quelle fasulle, funziona proprio così. L'unica cosa chiara, in questo fiume di incomprensibili dettagli, è che ogni colpa sarà delle regioni. Che inviano dati incompleti e indici non aggiornati. Seguono ulteriori e incomprensibili dettagli. Ma poi, finalmente, arriva il lapsus freudiano: «Le decisioni della cabina di regia…». Imbarazzato colpetto di tosse. «Pardon, indicazioni», si corregge Rezza. «Perché», chiarisce, «le decisioni le prende la politica». Bastava vedere lo smarritissimo volto di Conte mentre annunciava l'ultimo dpcm. Ma per fortuna ci sono loro: i professoroni, dietro cui rifugiarsi. «I cittadini devono capire». Appunto. «I nostri sono criteri oggettivi, seppur fallibili e migliorabili». Gli italiani intanto restino a casa. Zitti e buoni, possibilmente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/spediscono-i-tecnici-in-tv-a-giustificare-la-serrata-spezzatino-2648637798.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mentre-conte-umilia-il-parlamento-francia-e-inghilterra-lo-fanno-votare" data-post-id="2648637798" data-published-at="1604607864" data-use-pagination="False"> Mentre Conte umilia il Parlamento Francia e Inghilterra lo fanno votare La seconda ondata colpisce tutta Europa e ogni Paese cerca un modo di difendersi. Non che, trascorsi ormai nove mesi dallo scoppio della pandemia, i metodi siano stati particolarmente raffinati: mettete la mascherina, restate distanti, lavatevi le mani. E poi c'è il lockdown. Ieri, il premier greco, Kyriakos Mitsotakis, ne ha annunciato uno di tre settimane, dopo il balzo in avanti dei contagi. Scatterà domani e i cittadini, per uscire, dovranno chiedere un'autorizzazione alle autorità via sms. Il Paese ellenico è solo l'ultimo della lista: in questi giorni, hanno richiuso totalmente o parzialmente anche l'Italia, la Francia, l'Inghilterra, la Germania. Con alcune sensibili differenze, non tanto nel contenuto delle restrizioni, quanto nel modo d'imporle. Difatti, c'è chi si dimentica della democrazia parlamentare e chi onora l'Aula, anche quando non sarebbe obbligato a prenderla in considerazione. Da noi, ormai, la procedura è arcinota. Giuseppe Conte si chiude in cdm, assiste alla faida tra fratelli coltelli giallorossi, raccoglie i pareri dei tecnici e alla fine tira fuori decreti in serie. Da tutto questo processo, il Parlamento è assente. A partire dalla scorsa estate, dopo le reiterate lamentele delle opposizioni (ma anche di un pezzo di maggioranza), il presidente del Consiglio s'è almeno degnato di andare in Aula per le sue «informative». O «premier time», come l'avvocato vanesio ha di recente ribattezzato il «question time». Si tratta, ovviamente, di una semplice parvenza di coinvolgimento del Parlamento: in sostanza, Conte va a illustrare decisioni già prese, dopodiché i partiti che lo sostengono approvano risoluzioni preconfezionate e bocciano quelle del centrodestra. Con l'eccezione di lunedì scorso, quando, in clima di appelli all'unità nazionale, la maggioranza ha approvato due punti di un documento sottoscritto dagli avversari, su sicurezza scolastica e garanzie nei confronti dei soggetti deboli colpiti dalla pandemia. Ben diversa la liturgia britannica. Boris Johnson aveva sì proposto un nuovo lockdown. Le autorità erano sì pronte, addirittura, a spedire le forze dell'ordine a casa della gente, per prevenire assembramenti (un'idea rubata al nostro Roberto Speranza). Ma la serrata, alla fine, è stata sottoposta al vaglio di Westminster. Che, ieri l'altro, ha dato il proprio via libera, con 516 voti favorevoli e 38 contrari. Una convergenza tra Tories e laburisti, ma non un semplice passaggio formale. Quello di Londra è stato un voto autentico. Perché è vero che siamo in emergenza, ma è vero pure che la natura di un sistema politico non può essere alterata quando le cose volgono al peggio. Gli inglesi lo sanno bene e se ne ricordarono finanche in piena seconda guerra mondiale. Persino la Francia, che è una Repubblica semipresidenziale, il lockdown l'ha rimesso al giudizio dell'Assemblea nazionale. Alla fine, l'Aula l'ha approvato con un'ampia maggioranza, 399 contro 27, il 29 ottobre scorso. Insomma, Emmanuel Macron sarà pure un commander in chief in piena regola, ma ha preferito non trasformare una decisione tanto grave in un one man show, come qualcuno si ostina a fare da tempo a Roma. D'altra parte, bisogna ammettere che Giuseppi ha una buona compagnia. Un metodo simile al suo l'ha seguito, ad esempio, Angela Merkel. Pure la Germania è da poco piombata in un mini lockdown. Ma Christian Lindner, il capo dei liberaldemocratici, che contano su 80 seggi al Bundestag, ha accusato la cancelliera di voler «deformare» la democrazia parlamentare tedesca: «Il dibattito dovrebbe svolgersi prima che le misure siano decise, non dopo». Paese che vai, caudillos che trovi.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.