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2020-03-29
Sorpresa: Ursula ringhia come Angela. Persino Gualtieri reagisce: «Sbaglia»
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il panico si diffonde nei palazzi romani nel pomeriggio di ieri, quando, con singolare ritardo e per vie traverse, siti e social network fanno rimbalzare i virgolettati di Ursula von der Leyen a Dpa, la principale agenzia di stampa tedesca. Interpellata sui coronabond, la presidente della Commissione Ue, che in Italia molti osservatori - non si capisce su quali basi - avevano iscritto nell'elenco degli «aperturisti», stronca l'ipotesi di emissioni comuni, di fatto derubricandola a poco più di un tormentone: «Solo uno slogan. Ci sono limiti legali molto chiari, non è questo il piano. Non ci stiamo lavorando».
Un clamoroso schiaffo ai nove Paesi firmatari dell'appello anti austerità, e - per converso - un'adesione morale al cartello dei rigoristi del Nord mandati avanti dalla Germania nei giorni scorsi. A questo punto, non solo è da escludere un'ipotesi di emissione comune, ma c'è da temere che possa in qualche modo resuscitare un pezzo del Patto di stabilità: magari non le regole sul deficit, sospese per l'emergenza del virus, ma quelle sul debito.
A maggior ragione, qualcuno a Palazzo Chigi avrebbe motivo per profonde riflessioni. Intanto Rocco Casalino, ieri, ha veicolato un'imbarazzata nota per negare tensioni tra Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Ma in questi casi la regola è quella di sempre: la smentita è una notizia data due volte.
In ogni caso, nel nuovo quadro europeo che va delineandosi, ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni del governo. Che succede se - ormai tra meno di due settimane - viene confermato il no alla nostra impostazione? Ad una ad una, molte porte vanno chiudendosi. Si chiude quella dei coronabond. Sulla Francia si può contare ma solo fino a un certo punto: Emmanuel Macron, infatti, ha dapprima firmato la lettera con Giuseppe Conte, Pedro Sanchez e altri sei capi di stato e di governo, ma alla fine si è riservato un ruolo negoziale in proprio. E soprattutto punta - per conto suo - a quello che l'Italia avrebbe dovuto fare per prima: un'interlocuzione privilegiata con Donald Trump.
Alla von der Leyen, Conte ha risposto in modo solo retorico in conferenza stampa: «Il compito di elaborare proposte non l'abbiamo affidato alla von der Leyen ma all'Eurogruppo. Tutti i dibattiti di questo mondo, ma qui c'è un appuntamento con la storia. L'Europa deve dimostrare se è all'altezza di questa chiamata. Mi batterò fino all'ultima goccia di sudore per ottenere una risposta». E Roberto Gualtieri ha definito «sbagliate» le parole della presidente della Commissione Ue.
Quanto ai giorni rimasti per cercare altre soluzioni, sul Messaggero è stato Romano Prodi, non certo una personalità sospettabile di euroscetticismo, a definire «tragicamente umoristica» l'idea di «passare la palla ai ministri delle Finanze, come se essi potessero avere posizioni diverse da quelle dei loro superiori». Lo stesso Prodi che, interpellato da Radio Rai, ha prefigurato una soluzione umiliante per l'Italia, e cioè la riemersione del Mes.
Da prospettiva culturale e politica opposta a quella di Prodi, è esattamente la soluzione temuta e descritta in modo doloroso e disincantato da Stefania Craxi, che ha parlato del rinvio come «di una messa in scena premeditata e ben orchestrata con tanto di regia». Nell'analisi della senatrice di Fi, si paventa che la perdita di tempo vada di pari passo con l'aggravarsi della situazione (sia sanitaria sia finanziaria), «puntando una pistola fumante sulla tempia dei refrattari». A quel punto, teme la Craxi, scatterebbero trattative confuse, riemergerebbe la «relazione speciale tra Francia e Germania», e per l'Italia, come in un tragico gioco dell'oca, si tornerebbe al Mes, con i leader dei Paesi più colpiti che otterrebbero nulla più di «una bella pacca sulla spalla nel mentre gli è stato sfilato di tasca il Paese». Scenario cupo e umiliante, ma purtroppo tutt'altro che irrealistico, a questo punto. E la Craxi conclude con queste parole: «Visti i precedenti, qualcuno nell'Unione pensa, non a torto, di trattarci come quei buoi legati a un palo: li si fa girare liberamente intorno e poi, quando serve, si riportano a casa».Naturalmente, in queste ore, è tutto un fiorire di indiscrezioni, bozze e paper, che adombrano soluzioni ulteriori, talora ingegnose, anche coinvolgendo la Bei. Ma il punto politico resta insormontabile: c'è un no «nordico» a qualunque forma di vera mutualizzazione dei rischi.
E allora? E allora ognuno fa da sé. E non è un caso se tutti abbiano già messo in campo mega piani molto impegnativi. Tutti tranne l'Italia, che risulta paralizzata. Se Conte fosse conseguente, dovrebbe riprendere la velina che il solito Casalino aveva fatto circolare qualche sera fa, quando il premier italiano voleva veicolare l'idea di aver battuto i pugni sul tavolo in Europa: altrimenti faremo da noi. Ecco, «fare da noi» significherebbe assumere decisioni di spesa ingentissime, emettere titoli, e scommettere sul fatto che la Bce li acquisti, a maggior ragione essendo stati cassati i vincoli alle acquisizioni di titoli da parte di Francoforte. La scommessa starebbe qui: andare a «vedere» i comportamenti reali di Christine Lagarde, anche come leva negoziale rispetto all'ultimo round di trattative. Ma a Palazzo Chigi sembrano paralizzati dal virus della mancanza di visione e convinzioni.
E dalla trincea opposta Matteo Salvini rilancia: «Ben vengano teste come quelle di Mario Draghi, che ha saputo, saprebbe e saprà contrastare a testa alta la signora Merkel». Conte avvisato…
Da Prodi a Monti, il brusco risveglio di quelli che idolatravano l’Europa
Dopo il Consiglio europeo di giovedì sera, pare che nei pressi del castello di Canossa il rispetto delle regole del distanziamento sociale abbia portato a file chilometriche.
Lo stesso dicasi lungo la strada che porta a Damasco, alle cui porte si affollano tanti europeisti folgorati dalla luce che gli ha rivelato l'esistenza della realtà. Che, dal 1992, è sempre e solo quella: la Ue è fondata su un corpus di regole, interpretate per gli amici e applicate per i nemici, che beneficiano un gruppo di nazioni a trazione tedesca, con l'Italia nel ruolo di Cenerentola.
Chi, come Mario Monti, che sotto dettatura della Bce e della Commissione, varò una manovra di bilancio «salva Italia» che, a fine 2011, ci aprì il baratro di quasi tre anni di recessione e che portò il debito Pil dal 116% al 132%; chi, come Enrico Letta, che tornò trionfante dal Consiglio europeo a fine dicembre 2013, per l'approvazione dell'Unione bancaria «per tutelare risparmiatori ed evitare nuove crisi», salvo poi scoprire che nessuno avrebbe mai applicato il bail-in, tanti erano i danni che arrecava; chi, come Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi, che obbedì senza alzare un dito al diktat della Commissione Ue che, nel 2015, ritenne un aiuto di Stato lesivo della concorrenza, circa 300 milioni dati dal Fondo Interbancario a una banchetta di provincia, con l'esito di impedire il salvataggio di altre quattro banche e far crollare le quotazioni delle banche italiane del 60% circa nel primo semestre 2016.
Si, proprio loro, tutta la «meglio gioventù» delle «magnifiche sorti progressive» dell'Europa, ora scopre la realtà e si aggira spaurita, lamentandosi come le anziane donne che nei paesini del sud seguono i funerali.
Monti, ieri sul Corriere della Sera, prende atto che il Re è nudo, prospettando una «frattura insanabile» tra Paesi del Nord e del Sud. Dobbiamo fare da soli. Rievoca inviti che non sentivamo dagli anni trenta del secolo scorso e propone agli italiani di donare l'oro alla patria, con la sottoscrizione di «buoni per la salute pubblica». Gli italiani saranno convinti «con appelli e altri strumenti» (sta forse pensando a un prestito forzoso?). Monti scopre che la Germania ha potuto imporre il suo «Bund, come dominus incontrastato del mercato» e non vuole certo rinunciare a questo privilegio se e quando sarà emesso un Eurobond. Infine, poggia sul tavolo, a mo' di testa di cavallo, l'«iperinflazione stile Repubblica di Weimar» che, per i tedeschi, è come l'uomo nero. Mettono subito mano alla pistola. Sarebbe quello il problema che la Bce si troverebbe ad affrontare se fosse lasciata sola ad affrontare la crisi. Per cui i tedeschi farebbero meglio a scendere a più miti consigli, accettando gli Eurobond. Insomma, ci vogliono metodi da saloon nell'Europa della solidarietà di facciata.
Letta invece è davvero disperato. Gli si sta rompendo il giocattolo tra le mani e rilancia su Twitter compulsivamente il monito di Jacques Delors, secondo il quale la mancanza di solidarietà è un pericolo mortale per la Ue e, in un'intervista a Le Figaro, accusa Olanda ed Austria di irresponsabilità.
Accorre pure Renzi che scrive giulivo «Su tutti: fantastico Mario Draghi sul Financial Times», commentando l'invito a indebitarsi e a soccorrere il settore privato, che quest'ultimo ha rivolto ai governi. Esattamente quanto la Ue ci ha impedito di fare a fine 2018, con la recessione già in fieri.
La Palma d'oro non può che spettare a Romano Prodi che con «Lasciati soli dall'Unione che rischia di dissolversi» stacca tutti. Proprio lui, che sa le cose sin dall'inizio.
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Ursula von der Leyen, presunta aperturista, chiude ai coronabond. Giuseppe Conte piccato: «Non l'abbiamo chiesto a lei. Ue sia all'altezza».Da Romano Prodi a Mario Monti, il brusco risveglio di quelli che idolatravano l'Europa. Gli ultrà dell'Unione scoprono la realtà: le regole, a Bruxelles, valgono solo per i nemici.Lo speciale comprende due articoli. Il panico si diffonde nei palazzi romani nel pomeriggio di ieri, quando, con singolare ritardo e per vie traverse, siti e social network fanno rimbalzare i virgolettati di Ursula von der Leyen a Dpa, la principale agenzia di stampa tedesca. Interpellata sui coronabond, la presidente della Commissione Ue, che in Italia molti osservatori - non si capisce su quali basi - avevano iscritto nell'elenco degli «aperturisti», stronca l'ipotesi di emissioni comuni, di fatto derubricandola a poco più di un tormentone: «Solo uno slogan. Ci sono limiti legali molto chiari, non è questo il piano. Non ci stiamo lavorando». Un clamoroso schiaffo ai nove Paesi firmatari dell'appello anti austerità, e - per converso - un'adesione morale al cartello dei rigoristi del Nord mandati avanti dalla Germania nei giorni scorsi. A questo punto, non solo è da escludere un'ipotesi di emissione comune, ma c'è da temere che possa in qualche modo resuscitare un pezzo del Patto di stabilità: magari non le regole sul deficit, sospese per l'emergenza del virus, ma quelle sul debito. A maggior ragione, qualcuno a Palazzo Chigi avrebbe motivo per profonde riflessioni. Intanto Rocco Casalino, ieri, ha veicolato un'imbarazzata nota per negare tensioni tra Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Ma in questi casi la regola è quella di sempre: la smentita è una notizia data due volte.In ogni caso, nel nuovo quadro europeo che va delineandosi, ben altre dovrebbero essere le preoccupazioni del governo. Che succede se - ormai tra meno di due settimane - viene confermato il no alla nostra impostazione? Ad una ad una, molte porte vanno chiudendosi. Si chiude quella dei coronabond. Sulla Francia si può contare ma solo fino a un certo punto: Emmanuel Macron, infatti, ha dapprima firmato la lettera con Giuseppe Conte, Pedro Sanchez e altri sei capi di stato e di governo, ma alla fine si è riservato un ruolo negoziale in proprio. E soprattutto punta - per conto suo - a quello che l'Italia avrebbe dovuto fare per prima: un'interlocuzione privilegiata con Donald Trump. Alla von der Leyen, Conte ha risposto in modo solo retorico in conferenza stampa: «Il compito di elaborare proposte non l'abbiamo affidato alla von der Leyen ma all'Eurogruppo. Tutti i dibattiti di questo mondo, ma qui c'è un appuntamento con la storia. L'Europa deve dimostrare se è all'altezza di questa chiamata. Mi batterò fino all'ultima goccia di sudore per ottenere una risposta». E Roberto Gualtieri ha definito «sbagliate» le parole della presidente della Commissione Ue. Quanto ai giorni rimasti per cercare altre soluzioni, sul Messaggero è stato Romano Prodi, non certo una personalità sospettabile di euroscetticismo, a definire «tragicamente umoristica» l'idea di «passare la palla ai ministri delle Finanze, come se essi potessero avere posizioni diverse da quelle dei loro superiori». Lo stesso Prodi che, interpellato da Radio Rai, ha prefigurato una soluzione umiliante per l'Italia, e cioè la riemersione del Mes. Da prospettiva culturale e politica opposta a quella di Prodi, è esattamente la soluzione temuta e descritta in modo doloroso e disincantato da Stefania Craxi, che ha parlato del rinvio come «di una messa in scena premeditata e ben orchestrata con tanto di regia». Nell'analisi della senatrice di Fi, si paventa che la perdita di tempo vada di pari passo con l'aggravarsi della situazione (sia sanitaria sia finanziaria), «puntando una pistola fumante sulla tempia dei refrattari». A quel punto, teme la Craxi, scatterebbero trattative confuse, riemergerebbe la «relazione speciale tra Francia e Germania», e per l'Italia, come in un tragico gioco dell'oca, si tornerebbe al Mes, con i leader dei Paesi più colpiti che otterrebbero nulla più di «una bella pacca sulla spalla nel mentre gli è stato sfilato di tasca il Paese». Scenario cupo e umiliante, ma purtroppo tutt'altro che irrealistico, a questo punto. E la Craxi conclude con queste parole: «Visti i precedenti, qualcuno nell'Unione pensa, non a torto, di trattarci come quei buoi legati a un palo: li si fa girare liberamente intorno e poi, quando serve, si riportano a casa».Naturalmente, in queste ore, è tutto un fiorire di indiscrezioni, bozze e paper, che adombrano soluzioni ulteriori, talora ingegnose, anche coinvolgendo la Bei. Ma il punto politico resta insormontabile: c'è un no «nordico» a qualunque forma di vera mutualizzazione dei rischi. E allora? E allora ognuno fa da sé. E non è un caso se tutti abbiano già messo in campo mega piani molto impegnativi. Tutti tranne l'Italia, che risulta paralizzata. Se Conte fosse conseguente, dovrebbe riprendere la velina che il solito Casalino aveva fatto circolare qualche sera fa, quando il premier italiano voleva veicolare l'idea di aver battuto i pugni sul tavolo in Europa: altrimenti faremo da noi. Ecco, «fare da noi» significherebbe assumere decisioni di spesa ingentissime, emettere titoli, e scommettere sul fatto che la Bce li acquisti, a maggior ragione essendo stati cassati i vincoli alle acquisizioni di titoli da parte di Francoforte. La scommessa starebbe qui: andare a «vedere» i comportamenti reali di Christine Lagarde, anche come leva negoziale rispetto all'ultimo round di trattative. Ma a Palazzo Chigi sembrano paralizzati dal virus della mancanza di visione e convinzioni. E dalla trincea opposta Matteo Salvini rilancia: «Ben vengano teste come quelle di Mario Draghi, che ha saputo, saprebbe e saprà contrastare a testa alta la signora Merkel». Conte avvisato…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sorpresa-ursula-ringhia-come-angela-persino-gualtieri-reagisce-sbaglia-2645582877.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-prodi-a-monti-il-brusco-risveglio-di-quelli-che-idolatravano-leuropa" data-post-id="2645582877" data-published-at="1779818349" data-use-pagination="False"> Da Prodi a Monti, il brusco risveglio di quelli che idolatravano l’Europa Dopo il Consiglio europeo di giovedì sera, pare che nei pressi del castello di Canossa il rispetto delle regole del distanziamento sociale abbia portato a file chilometriche. Lo stesso dicasi lungo la strada che porta a Damasco, alle cui porte si affollano tanti europeisti folgorati dalla luce che gli ha rivelato l'esistenza della realtà. Che, dal 1992, è sempre e solo quella: la Ue è fondata su un corpus di regole, interpretate per gli amici e applicate per i nemici, che beneficiano un gruppo di nazioni a trazione tedesca, con l'Italia nel ruolo di Cenerentola. Chi, come Mario Monti, che sotto dettatura della Bce e della Commissione, varò una manovra di bilancio «salva Italia» che, a fine 2011, ci aprì il baratro di quasi tre anni di recessione e che portò il debito Pil dal 116% al 132%; chi, come Enrico Letta, che tornò trionfante dal Consiglio europeo a fine dicembre 2013, per l'approvazione dell'Unione bancaria «per tutelare risparmiatori ed evitare nuove crisi», salvo poi scoprire che nessuno avrebbe mai applicato il bail-in, tanti erano i danni che arrecava; chi, come Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi, che obbedì senza alzare un dito al diktat della Commissione Ue che, nel 2015, ritenne un aiuto di Stato lesivo della concorrenza, circa 300 milioni dati dal Fondo Interbancario a una banchetta di provincia, con l'esito di impedire il salvataggio di altre quattro banche e far crollare le quotazioni delle banche italiane del 60% circa nel primo semestre 2016. Si, proprio loro, tutta la «meglio gioventù» delle «magnifiche sorti progressive» dell'Europa, ora scopre la realtà e si aggira spaurita, lamentandosi come le anziane donne che nei paesini del sud seguono i funerali. Monti, ieri sul Corriere della Sera, prende atto che il Re è nudo, prospettando una «frattura insanabile» tra Paesi del Nord e del Sud. Dobbiamo fare da soli. Rievoca inviti che non sentivamo dagli anni trenta del secolo scorso e propone agli italiani di donare l'oro alla patria, con la sottoscrizione di «buoni per la salute pubblica». Gli italiani saranno convinti «con appelli e altri strumenti» (sta forse pensando a un prestito forzoso?). Monti scopre che la Germania ha potuto imporre il suo «Bund, come dominus incontrastato del mercato» e non vuole certo rinunciare a questo privilegio se e quando sarà emesso un Eurobond. Infine, poggia sul tavolo, a mo' di testa di cavallo, l'«iperinflazione stile Repubblica di Weimar» che, per i tedeschi, è come l'uomo nero. Mettono subito mano alla pistola. Sarebbe quello il problema che la Bce si troverebbe ad affrontare se fosse lasciata sola ad affrontare la crisi. Per cui i tedeschi farebbero meglio a scendere a più miti consigli, accettando gli Eurobond. Insomma, ci vogliono metodi da saloon nell'Europa della solidarietà di facciata. Letta invece è davvero disperato. Gli si sta rompendo il giocattolo tra le mani e rilancia su Twitter compulsivamente il monito di Jacques Delors, secondo il quale la mancanza di solidarietà è un pericolo mortale per la Ue e, in un'intervista a Le Figaro, accusa Olanda ed Austria di irresponsabilità. Accorre pure Renzi che scrive giulivo «Su tutti: fantastico Mario Draghi sul Financial Times», commentando l'invito a indebitarsi e a soccorrere il settore privato, che quest'ultimo ha rivolto ai governi. Esattamente quanto la Ue ci ha impedito di fare a fine 2018, con la recessione già in fieri. La Palma d'oro non può che spettare a Romano Prodi che con «Lasciati soli dall'Unione che rischia di dissolversi» stacca tutti. Proprio lui, che sa le cose sin dall'inizio.
iStock
La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Friedrich Merz (Getty Images)
La più diffusa reazione sarebbe stata certamente quella dello sgomento e dell’indignazione a fronte di ciò che ai più sarebbe apparso come un inopinato e terrificante risorgere del militarismo tedesco, responsabile esclusivo, secondo la «vulgata» della storiografia ufficiale, delle due guerre mondiali che hanno funestato la prima metà del XX secolo. Torniamo ora ai nostri giorni e constatiamo come la stessa identica intenzione, manifestata dall’attuale cancelliere Friedrich Merz, viene invece accolta con la più assoluta indifferenza se non anche, da parte di determinati ambienti politici e militari che sembrano ormai affascinati dall’idea di una possibile guerra con la Russia, con vera e propria soddisfazione. E con indifferenza risulta accolta anche la ulteriore intenzione, manifestata di recente dal ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, di far assumere alla Germania le sue «responsabilità di leadership» nell’ambito dell’alleanza atlantica, a fronte di quello che appare il progressivo disimpegno degli Usa. Prospettiva questa che, in anni non lontani, avrebbe anch’essa suscitato reazioni oscillanti fra l’incredulità, l’ironia e la più seria preoccupazione. Pressoché nulle risultano poi le reazioni al manifestarsi di idee come quelle che si ritrovano, ad esempio, in un articolo recentemente comparso sul settimanale tedesco Focus (che, insieme allo Spiegel e allo Stern, è uno dei più diffusi in Germania), in cui, come riferito da Money.it, tali Roderich Kiesewetter e Susann Worschech, rispettivamente ex colonnello dell’esercito tedesco e docente (pare) di non meglio precisati «studi ucraini» presso l’Università di Francoforte oltre che aderente al partito dei Verdi, prospettano come obiettivo auspicabile e realistico niente di meno che la «resa incondizionata» della Russia nell’attuale conflitto con l’Ucraina; obiettivo da realizzarsi mediante un massiccio rafforzamento della capacità militari dell’Ucraina tale da consentirle il recupero di tutti i territori occupati dalla Russia, compresa la Crimea, nonché mediante ricorso a un forte aumento delle sanzioni, all’esproprio degli «asset» russi in Europa e a ogni altro mezzo che appaia idoneo a far sì che la Russia sia «messa in ginocchio». A preoccupare non è tanto il fatto che qualcuno esprima farneticazioni del genere, ma quello che esse trovino spazio su organi d’informazione autorevoli e di larga diffusione senza timore né del ridicolo né (a dir poco) dello sconcerto che dovrebbero suscitare in chiunque abbia il benché minimo uso di ragione.
Ma - occorre ora chiedersi - come ci si può spiegare un tale cambiamento proprio in un Paese come la Germania che, a causa delle passate, tragiche esperienze vissute e fatte vivere ad altri, appariva ed era considerato come il più vaccinato contro ogni possibile ritorno di «spiriti guerrieri»? Tanto vaccinato da aver rifiutato, a suo tempo, la propria partecipazione (suscitando anche qualche malumore, specialmente oltre Atlantico) a iniziative belliche quali, in particolare, le due «guerre del golfo» condotte, nel 1990 e nel 2003, contro l’Iraq di Saddam Hussein; la «guerra umanitaria» a sostegno dei kosovari contro la Serbia di Slobodan Milošević nel 1999; la guerra a sostegno della «primavera araba» contro la Libia di Muammar Gheddafi, nel 2011. Guerre, queste, tutte promosse e condotte dagli Usa e altri alleati della Nato tra i quali, salvo che nel caso della seconda guerra del golfo, figurava anche l’Italia.
Che all’origine del fenomeno vi sia il fatto nuovo costituito dall’«operazione militare speciale» condotta dalla Russia contro l’Ucraina appare, ovviamente, di tutta evidenza. Sarebbe però del tutto errato pensare che ad avere efficacia determinante sia stato veramente - come, invece, si vuol far credere - il timore che, una volta liquidata in qualche modo la partita con l’Ucraina, la Russia rivolgerebbe le sue mire aggressive contro altri Paesi europei ivi compresa, naturalmente, la Germania. Un tale timore può, infatti, per ragioni storiche, essere largamente nutrito - non importa se a torto o a ragione - in popolazioni come quelle dei paesi baltici o della Polonia, che dell’espansionismo russo sono stati, a suo tempo, vittime, ma non certo nella popolazione tedesca, in cui, semmai, dovrebbe essere presente il ricordo delle due guerre condotte, a iniziativa della Germania, contro la Russia nel 1914 e nel 1941. Né può ritenersi che il mutamento sia frutto soltanto del pur sicuramente presente interesse economico della Germania allo sviluppo dell’industria bellica, a compenso del declino di altre, a cominciare da quella automobilistica, follemente sacrificata alle presunte esigenze del Green deal. Se così fosse il governo tedesco tutto farebbe tranne che ostentare ed esaltare un proposito che gli converrebbe, invece, tenere il più possibile nascosto. Rimane, quindi, a questo punto, come ipotesi più probabile, quella che il mutamento sia stato determinato essenzialmente dal fatto che la Russia, con la guerra definita tout court di «aggressione» contro l’Ucraina, è venuta ad assumere, nella narrazione imposta dall’«establishment» politico e mediatico dominante in Europa, quello stesso ruolo di nazione irremissibilmente colpevole di un «male assoluto» che, in precedenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era stato riservato alla Germania; ruolo che quest’ultima, «bon grè mal grè», aveva dovuto accettare, rassegnandosi ad assumere l’atteggiamento di perenne contrizione per il suo passato che esso richiedeva nonché ad astenersi da ogni comportamento che potesse anche lontanamente dar luogo al sospetto che quel passato potesse tornare. Non le è parso vero, quindi, di potersi scrollare di dosso, finalmente, l’abito penitenziale che così a lungo ha dovuto portare per riprendere, al suo posto, l’antica e forzatamente dimessa veste di autonominatasi suprema garante dell’ordine in tutto il continente europeo, con il diritto, perciò, di disporre della forza necessaria per imporne, all’occasione, l’osservanza a chi, come oggi la Russia, lo abbia violato. Se così è, sia però almeno consentito sperare, senza che a Berlino qualcuno si offenda, che quell’occasione non abbia mai a presentarsi.
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