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2019-06-28
Lo scandalo «interrotto» è servito a spostare di nuovo a sinistra il Csm
Ansa
E se lo scandalo del Csm fosse solo servito a normalizzare un consiglio considerato troppo vicino alla Lega o quanto meno non ostile al Carroccio e per far saltare la nomina a procuratore di Roma di Marcello Viola, altro non belligerante, del quale a oggi non è uscita ancora un'intercettazione scomoda? Qualcosa non torna. E per capirlo basta mettere in fila le date. Nel maggio 2018 la Procura di Roma trasmette a Perugia gli atti sulla presunta corruzione di Luca Palamara, ma ci vogliono sette mesi per la sua iscrizione sul registro degli indagati e un anno per l'attivazione del trojan. Da quel momento tutto va a velocità supersonica, proprio nelle ore in cui Palamara si spende per la designazione di Viola, un candidato considerato troppo in «discontinuità» con la gestione del vecchio procuratore Giuseppe Pignatone (in pensione da maggio) e dei suoi vice. Alla fine del mese scorso, gli inquirenti umbri inviano al Csm le trascrizioni delle intercettazioni captate pochi giorni prima, e che testimoniano gli incontri di cinque consiglieri del Csm con il deputato imputato Luca Lotti e il collega Cosimo Ferri. Una manina infila nella cassetta della posta di due quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera, considerati in sintonia con Pignatone & C., atti coperti dal segreto. In poche ore diventano pubbliche imputazioni e intercettazioni (tagliate e cucite) che descrivono non un'inchiesta per corruzione, ma quella che assomiglia a un'indagine parallela e non ufficiale per traffico di influenze illecite o violazione della legge Anselmi sulle logge segrete. Si contestano gli incontri con Lotti e Ferri (che non risultano indagati, tanto meno per la corruzione) e si disarcionano cinque membri del Csm che spostavano a destra l'asse del consiglio. Deve dimettersi anche il segretario di Magistratura indipendente, Antonello Racanelli, che su questo giornale ha invitato i colleghi a non fare invasioni di campo su temi di competenza governativa, e non si era scandalizzato per la proposta di modifica dell'abuso d'ufficio suggerito da Matteo Salvini. Una posizione che non avrà praticamente più patria nel nuovo Csm. MI, e parte di Unicost, sono state rase al suolo da bombe sganciate su mandato di non si sa chi. Nei giorni caldi dell'attacco mediatico i giornali inviano pizzini anche ad «altri consiglieri coinvolti nella trattativa per la nomina dei procuratori di Roma, Perugia e Brescia», senza fare nomi. I superstiti di Unicost e i consiglieri di Autonomia e indipendenza (corrente fondata da Piercamillo Davigo), pur avendo avuto rapporti con Palamara ed avendo votato Viola, come sfollati saltano sul carro dei salvati dell'inchiesta, quello di Area, ottenendo in cambio la remissione dei presunti peccati. L'ultimo avvertimento viene inviato a Riccardo Fuzio, pg di Cassazione, titolare dell'azione disciplinare contro i colleghi del Csm. Qualcuno scrive che ci sono intercettazioni che lo riguardano. Ma nel frattempo il pg ha chiesto la sospensione di Palamara dalle funzioni e dallo stipendio. L'annunciata intercettazione tra Fuzio e Palamara non interessa più a nessuno. I B52 dell'informazione dopo le dimissioni dei consiglieri e l'avvertimento a Fuzio, tornano negli hangar. Siamo alla vigilia del discorso del presidente Sergio Mattarella al Csm. I giornali smettono di pubblicare indiscrezioni sulle indagini, il capo dello Stato annuncia che le mele marce sono state eliminate. Il Csm viene rinnovato con altri due giudici della corrente di Davigo, adesso alleata con Area. Il Quirinale sembra mettere la sordina sul caso. I cronisti improvvisamente smettono di dare notizie.
Ma tante cose non tornano. Per esempio, nell'informativa perugina utilizzata per annientare il vecchio Csm si parlava anche dei consiglieri di Davigo. Ma loro sono i salvati delle inchieste giornalistiche. Il caso più eclatante è quello di Sebastiano Ardita. Il consigliere del Csm e procuratore aggiunto di Catania nelle intercettazioni dei giornaloni è stato citato con grande magnanimità. A metà giugno l'Adnkronos fa sapere che per la cricca Ardita «è un talebano», uno per cui «o è bianco o e nero». Subito Il Fatto Quotidiano lo definisce «integerrimo» e qualcun altro «il pm che si oppose al sistema».
Nelle intercettazioni, però, emerge anche un altro Ardita, quello che stava spingendo l'esposto presentato al Csm dal pm romano Stefano Rocco Fava contro i suoi superiori Pignatone e Paolo Ielo. Una denuncia per cui Fava è indagato a Perugia per il presunto favoreggiamento di Palamara. Ferri è contento di come il magistrato siciliano si stia comportando: «Però Ardita lo inizio a rivalutare (…) è tosto, è diventato nostro alleato». Ferri lo conosce bene, visto che il consigliere di Ai prima era in Mi: «Io l'ho capito Ardita. Lui vuole rientrare e prendere in mano Mi, politicamente, come segreteria, perché lui politicamente il cuore ce lo ha lì». Il consigliere Luigi Spina interviene: «È più a destra di tutti Ardita, ragazzi». Ferri continua il suo elogio: «E lui poi gli piace la politica, perché è uno che ragiona,… cioè lui non è un coglione (…) lui mi faceva la linea politica (quando erano entrambi in Mi, ndr) quando ero segretario perché lui era il mio delfino (…) lui è uno che ti portava a cena (…) io dormivo a casa sua… invece che in questo albergo del cacchio (…) c'aveva l'appartamento di servizio (quando era al Dap, ndr)… poi lui è un tipo così, ti prendeva, mi portava all'aeroporto, mi veniva a prendere, (…) mi scriveva i documenti… cioè è uno che ha le palle… poi mi sono spaventato perché vedevo che ti soffoca». Una voce azzarda: «Opprimente». Palamara: «Talebano». Ferri: «O nero o bianco. Lui ce l'aveva con Paolo Giordano (ex procuratore di Siracusa, trasferito alla Corte d'Appello di Catania dopo essere stato coinvolto nel pasticcio del falso complotto contro l'ad di Eni, Claudio Descalzi, ndr), ce l'aveva con Tinebra, (Giovanni Tinebra, ex capo del Dap, deceduto nel 2017, ndr), ti raccontava di quelle storie… su tutti… dico cazzo Sebastiano…».
Il «talebano» Ardita era, però, anche uno dei consiglieri su cui la presunta cricca contava per la nomina di Viola. Parola di Ferri: «Ci vota, fatto il pranzo Viola-Ardita». A leggere le intercettazioni, per il deputato pd il suo vecchio pupillo, oltre a essere un po' rigido, ha un altro difetto: «Cercava di condizionare». Un atteggiamento che, secondo Palamara, non avrebbe cambiato: «Come sta facendo con Stefano Fava adesso». Il riferimento è all'esposto. A quanto ci risulta Fava e Ardita si sono incontrati più volte per discuterne, sino a maggio. E, grazie anche all'impregno di Ardita, Fava era stato convocato al Csm per il 2 luglio, in prima commissione. Oggi il consigliere di Ai non lavora più per far camminare l'esposto contro Ielo, ma si trova alleato con gli amici del procuratore aggiunto.
«Torna il cuscinetto per i giudici»
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, si è accorto di quanto denunciato il 9 e 10 giugno scorsi dalla Verità, e cioè che il mercato delle nomine del Csm era aggravato dal bazar degli stessi consiglieri che, una volta terminato l'incarico, puntavano subito a ottenere incarichi semidirettivi e direttivi in procure e tribunali. Una possibilità che era stata loro restituita dai governi Renzi e Gentiloni, dopo che Silvio Berlusconi aveva stabilito un periodo di decantazione lungo due anni, e che il nostro giornale aveva sintetizzato così nel titolo di prima pagina, il 9 giugno scorso: «Il regalo del Pd ai magistrati che ha riaperto i traffici dei pm».
«Nel progetto che stiamo elaborando», ha spiegato il ministro nel suo question time alla Camera, «si prevede che un membro del Csm, dopo che abbia concluso il mandato, per almeno quattro anni non possa fare domanda per incarichi direttivi e che i membri laici che si candidano non debbano aver avuto ruoli politici elettivi nei cinque anni precedenti». Con questa norma, non sarebbero mai entrati a Palazzo dei Marescialli gli ultimi quattro vicepresidenti: David Ermini (deputato pd), Giovanni Legnini (deputato pd), Michele Vietti (deputato udc), e Nicola Mancino ( Margherita).
La lotta alla «degenerazione del correntismo» e la riorganizzazione del Csm saranno inseriti nella riforma dei processi civile e penale. I meccanismi elettorali non sono ancora chiari, Dagospia ha ipotizzato che una parte dei componenti togati sarà sorteggiata, un'altra eletta. Ci sarà la diminuzione della componente laica (politica), e il vicepresidente sarà a rotazione: una volta un laico, una volta un togato. Ridotti anche i compensi.
Ha continuato Bonafede: «Il mio intendimento è reagire al fine di restituire a quella che è una delle migliori magistrature in Europa e nel mondo l'alta dignità che le spetta e ciò sarà fatto attraverso l'accertamento delle responsabilità disciplinari», per quanto emerso dalle inchiesta, «rispetto alle quali il ministero ha già proceduto in estensione rispetto alle contestazioni della Procura generale della Cassazione».
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L'inchiesta su Luca Palamara è del 2018, ma accelera quando si apre la successione a Giuseppe Pignatone. Per tre settimane sui giornali piovono carte, poi lo stop. Ma intanto i pm di Magistratura indipendente cadono e Area «incassa».Il Guardasigilli lancia una riforma anti correntismo: quattro anni senza promozioni dopo il mandato al Csm e introduzione del sorteggio dei togati. Meno peso ai laici.Lo speciale contiene due articoli.E se lo scandalo del Csm fosse solo servito a normalizzare un consiglio considerato troppo vicino alla Lega o quanto meno non ostile al Carroccio e per far saltare la nomina a procuratore di Roma di Marcello Viola, altro non belligerante, del quale a oggi non è uscita ancora un'intercettazione scomoda? Qualcosa non torna. E per capirlo basta mettere in fila le date. Nel maggio 2018 la Procura di Roma trasmette a Perugia gli atti sulla presunta corruzione di Luca Palamara, ma ci vogliono sette mesi per la sua iscrizione sul registro degli indagati e un anno per l'attivazione del trojan. Da quel momento tutto va a velocità supersonica, proprio nelle ore in cui Palamara si spende per la designazione di Viola, un candidato considerato troppo in «discontinuità» con la gestione del vecchio procuratore Giuseppe Pignatone (in pensione da maggio) e dei suoi vice. Alla fine del mese scorso, gli inquirenti umbri inviano al Csm le trascrizioni delle intercettazioni captate pochi giorni prima, e che testimoniano gli incontri di cinque consiglieri del Csm con il deputato imputato Luca Lotti e il collega Cosimo Ferri. Una manina infila nella cassetta della posta di due quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera, considerati in sintonia con Pignatone & C., atti coperti dal segreto. In poche ore diventano pubbliche imputazioni e intercettazioni (tagliate e cucite) che descrivono non un'inchiesta per corruzione, ma quella che assomiglia a un'indagine parallela e non ufficiale per traffico di influenze illecite o violazione della legge Anselmi sulle logge segrete. Si contestano gli incontri con Lotti e Ferri (che non risultano indagati, tanto meno per la corruzione) e si disarcionano cinque membri del Csm che spostavano a destra l'asse del consiglio. Deve dimettersi anche il segretario di Magistratura indipendente, Antonello Racanelli, che su questo giornale ha invitato i colleghi a non fare invasioni di campo su temi di competenza governativa, e non si era scandalizzato per la proposta di modifica dell'abuso d'ufficio suggerito da Matteo Salvini. Una posizione che non avrà praticamente più patria nel nuovo Csm. MI, e parte di Unicost, sono state rase al suolo da bombe sganciate su mandato di non si sa chi. Nei giorni caldi dell'attacco mediatico i giornali inviano pizzini anche ad «altri consiglieri coinvolti nella trattativa per la nomina dei procuratori di Roma, Perugia e Brescia», senza fare nomi. I superstiti di Unicost e i consiglieri di Autonomia e indipendenza (corrente fondata da Piercamillo Davigo), pur avendo avuto rapporti con Palamara ed avendo votato Viola, come sfollati saltano sul carro dei salvati dell'inchiesta, quello di Area, ottenendo in cambio la remissione dei presunti peccati. L'ultimo avvertimento viene inviato a Riccardo Fuzio, pg di Cassazione, titolare dell'azione disciplinare contro i colleghi del Csm. Qualcuno scrive che ci sono intercettazioni che lo riguardano. Ma nel frattempo il pg ha chiesto la sospensione di Palamara dalle funzioni e dallo stipendio. L'annunciata intercettazione tra Fuzio e Palamara non interessa più a nessuno. I B52 dell'informazione dopo le dimissioni dei consiglieri e l'avvertimento a Fuzio, tornano negli hangar. Siamo alla vigilia del discorso del presidente Sergio Mattarella al Csm. I giornali smettono di pubblicare indiscrezioni sulle indagini, il capo dello Stato annuncia che le mele marce sono state eliminate. Il Csm viene rinnovato con altri due giudici della corrente di Davigo, adesso alleata con Area. Il Quirinale sembra mettere la sordina sul caso. I cronisti improvvisamente smettono di dare notizie.Ma tante cose non tornano. Per esempio, nell'informativa perugina utilizzata per annientare il vecchio Csm si parlava anche dei consiglieri di Davigo. Ma loro sono i salvati delle inchieste giornalistiche. Il caso più eclatante è quello di Sebastiano Ardita. Il consigliere del Csm e procuratore aggiunto di Catania nelle intercettazioni dei giornaloni è stato citato con grande magnanimità. A metà giugno l'Adnkronos fa sapere che per la cricca Ardita «è un talebano», uno per cui «o è bianco o e nero». Subito Il Fatto Quotidiano lo definisce «integerrimo» e qualcun altro «il pm che si oppose al sistema». Nelle intercettazioni, però, emerge anche un altro Ardita, quello che stava spingendo l'esposto presentato al Csm dal pm romano Stefano Rocco Fava contro i suoi superiori Pignatone e Paolo Ielo. Una denuncia per cui Fava è indagato a Perugia per il presunto favoreggiamento di Palamara. Ferri è contento di come il magistrato siciliano si stia comportando: «Però Ardita lo inizio a rivalutare (…) è tosto, è diventato nostro alleato». Ferri lo conosce bene, visto che il consigliere di Ai prima era in Mi: «Io l'ho capito Ardita. Lui vuole rientrare e prendere in mano Mi, politicamente, come segreteria, perché lui politicamente il cuore ce lo ha lì». Il consigliere Luigi Spina interviene: «È più a destra di tutti Ardita, ragazzi». Ferri continua il suo elogio: «E lui poi gli piace la politica, perché è uno che ragiona,… cioè lui non è un coglione (…) lui mi faceva la linea politica (quando erano entrambi in Mi, ndr) quando ero segretario perché lui era il mio delfino (…) lui è uno che ti portava a cena (…) io dormivo a casa sua… invece che in questo albergo del cacchio (…) c'aveva l'appartamento di servizio (quando era al Dap, ndr)… poi lui è un tipo così, ti prendeva, mi portava all'aeroporto, mi veniva a prendere, (…) mi scriveva i documenti… cioè è uno che ha le palle… poi mi sono spaventato perché vedevo che ti soffoca». Una voce azzarda: «Opprimente». Palamara: «Talebano». Ferri: «O nero o bianco. Lui ce l'aveva con Paolo Giordano (ex procuratore di Siracusa, trasferito alla Corte d'Appello di Catania dopo essere stato coinvolto nel pasticcio del falso complotto contro l'ad di Eni, Claudio Descalzi, ndr), ce l'aveva con Tinebra, (Giovanni Tinebra, ex capo del Dap, deceduto nel 2017, ndr), ti raccontava di quelle storie… su tutti… dico cazzo Sebastiano…».Il «talebano» Ardita era, però, anche uno dei consiglieri su cui la presunta cricca contava per la nomina di Viola. Parola di Ferri: «Ci vota, fatto il pranzo Viola-Ardita». A leggere le intercettazioni, per il deputato pd il suo vecchio pupillo, oltre a essere un po' rigido, ha un altro difetto: «Cercava di condizionare». Un atteggiamento che, secondo Palamara, non avrebbe cambiato: «Come sta facendo con Stefano Fava adesso». Il riferimento è all'esposto. A quanto ci risulta Fava e Ardita si sono incontrati più volte per discuterne, sino a maggio. E, grazie anche all'impregno di Ardita, Fava era stato convocato al Csm per il 2 luglio, in prima commissione. 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Una possibilità che era stata loro restituita dai governi Renzi e Gentiloni, dopo che Silvio Berlusconi aveva stabilito un periodo di decantazione lungo due anni, e che il nostro giornale aveva sintetizzato così nel titolo di prima pagina, il 9 giugno scorso: «Il regalo del Pd ai magistrati che ha riaperto i traffici dei pm». «Nel progetto che stiamo elaborando», ha spiegato il ministro nel suo question time alla Camera, «si prevede che un membro del Csm, dopo che abbia concluso il mandato, per almeno quattro anni non possa fare domanda per incarichi direttivi e che i membri laici che si candidano non debbano aver avuto ruoli politici elettivi nei cinque anni precedenti». Con questa norma, non sarebbero mai entrati a Palazzo dei Marescialli gli ultimi quattro vicepresidenti: David Ermini (deputato pd), Giovanni Legnini (deputato pd), Michele Vietti (deputato udc), e Nicola Mancino ( Margherita). La lotta alla «degenerazione del correntismo» e la riorganizzazione del Csm saranno inseriti nella riforma dei processi civile e penale. I meccanismi elettorali non sono ancora chiari, Dagospia ha ipotizzato che una parte dei componenti togati sarà sorteggiata, un'altra eletta. Ci sarà la diminuzione della componente laica (politica), e il vicepresidente sarà a rotazione: una volta un laico, una volta un togato. Ridotti anche i compensi. Ha continuato Bonafede: «Il mio intendimento è reagire al fine di restituire a quella che è una delle migliori magistrature in Europa e nel mondo l'alta dignità che le spetta e ciò sarà fatto attraverso l'accertamento delle responsabilità disciplinari», per quanto emerso dalle inchiesta, «rispetto alle quali il ministero ha già proceduto in estensione rispetto alle contestazioni della Procura generale della Cassazione».
Monica Montefalcone (Ansa)
Ieri le squadre di soccorso nell’arcipelago hanno recuperato il primo corpo, quello di Gianluca Benedetti. Ancora disperse, invece, le altre quattro vittime di quello che le autorità locali hanno definito il più grave incidente subacqueo nella storia del Paese. Le immersioni di soccorso, considerate di per sé ad alto rischio, sono state interrotte per il maltempo dopo l’una di ieri e riprenderanno oggi.
Dopo il ritrovamento del corpo di Benedetti, il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu, ha espresso su X «le nostre più sentite condoglianze a Sergio Mattarella e al popolo italiano per il tragico incidente». «Siamo profondamente addolorati per questa tragedia», ha detto Muizzu, «e i nostri pensieri e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie del cittadino italiano deceduto, ai quattro italiani dispersi e a tutti coloro che sono stati colpiti da questo evento. La ricerca dei quattro subacquei ancora dispersi rimane la nostra massima priorità e il governo delle Maldive ringrazia l’Italia per il supporto fornito alle vaste operazioni di recupero in corso».
Sui dettagli delle ricerche è intervenuto portavoce del governo, Mohamed Hussain Shareef, che ha dichiarato che le autorità hanno delimitato l’area di ricerca e che riprenderanno le operazioni non appena le condizioni meteorologiche miglioreranno. Si ritiene che le vittime siano intrappolate all’interno di una grotta a una profondità di 62 metri. «Le condizioni meteorologiche non sono ideali per le immersioni e il mare è molto agitato. Abbiamo inviato nella zona la nostra nave più grande della Guardia costiera e anche i diplomatici italiani sono sul posto», ha dichiarato Shareef. Ha aggiunto che ai turisti non è consentito immergersi al di sotto dei 30 metri. «Verrà avviata un’indagine separata per accertare come questi subacquei siano finiti al di sotto della profondità consentita, ma al momento la nostra priorità è la ricerca e il salvataggio», ha concluso Shareef.
Intanto, anche la Procura di Roma ha fatto sapere che aprirà un fascicolo di indagine in relazione al decesso di cinque cittadini italiani durante un’immersione nel mare delle Maldive. Formalmente i pm capitolini attendono la comunicazione del consolato e, a quel punto, affideranno una delega di indagine per compiere tutti gli accertamenti necessari a stabilire le cause dei decessi. «Il tempo ieri (giovedì, ndr) al momento dell’immersione era bello, il mare non era perturbato e la visibilità ottima», ha raccontato all’Ansa una delle persone a bordo della safari boat Duke of York da cui si sono tuffati i cinque italiani morti durante l’immersione alle grotte di Alimathà. «Non abbiamo idea di cosa possa essere successo in quegli antri», ha aggiunto, «è presto per fare ipotesi. Bisogna ancora recuperare quattro corpi. Stiamo bene ma sotto choc».
«Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto 5.000 immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà»: Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone, ha appena finito di parlare con l’ambasciata. La figlia Giorgia si doveva laureare tra un mese, laurea triennale di Ingegneria biomedica. Quando ieri ha ricevuto la telefonata dall’ambasciata «mi sono crollate le gambe. E da lì non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui». Il marito spera che ritrovino i corpi anche perché «di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo».
In una nota, la Farnesina ha rassicurato sulle condizioni degli altri 20 italiani a bordo del Duke of York che hanno partecipato alla spedizione insieme ai cinque connazionali deceduti. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza e ha preso contatto con la Mezzaluna rossa che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire primo soccorso psicologico per gli italiani ancora a bordo del battello tra cui non si registrano feriti.
Tuttavia, a causa del maltempo, non è chiaro se i soccorritori potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro, in attesa dl miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malè. La sede diplomatica è anche in contatto con il gruppo Dan, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. Dan ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, sia per il rimpatrio delle stesse.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, segue da vicino situazione connazionali alle Maldive e ha dato indicazioni all’ambasciata e al consolato di tenersi in stretto contatto con le autorità locali. L’isola Alimathà, il luogo delle Maldive dove sono morti i cinque italiani, fa parte dell’atollo di Vaavu, a circa un’ora di motoscafo o 20 minuti di idrovolante dalla capitale Malè.
L’ambasciatore Italiano alle Maldive, Damiano Francovigh, intervistato dalla trasmissione di Rete 4 Diario del giorno, ha spiegato: «La grotta consiste in tre ambienti successivi: sono riusciti (i soccorritori, ndr) a raggiungere i primi due ma non il terzo. Nei primi due non sono riusciti a intravedere i corpi dei connazionali. Anche domani (oggi, ndr) cercheranno di fare un’ulteriore immersione, hanno garantito che domani dovrebbero riuscire a raggiungere l’ultimo degli ambienti quindi verosimilmente vedere i corpi dei nostri connazionali».
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Impossibile quindi? Non proprio. Ed è qui che entra in gioco, anche se sarebbe meglio dire in scena, la nuova Sv Ultra, che rappresenta l’apice del lusso e della distinzione Range Rover, fondendo con eleganza finiture di altissimo livello con tecnologie audio uniche al mondo, per arricchire il legame tra comfort, benessere ed esperienza d’ascolto.
Quest’auto, nella storia di Range Rover, rappresenta un vero e proprio primato visto che si tratta dell’auto più lussuosa e tecnologicamente avanzata di sempre realizzata da questa casa automobilistica. La gamma di tecnologie audio coinvolgenti della Range Rover Sv Ultra, infatti, include il rivoluzionario sistema Sv Electrostatic Sound, che trasforma l’abitacolo in una sala da concerto, affiancato dai Body and Soul Seats (Bass) e dal Sensory Haptic Floor.
Uno dei tanti punti forti di quest’auto è il design. La carrozzeria della Range Rover SV Ultra è disponibile in una vasta scelta di colori e introduce il Titan Silver, esclusivo della Sv Ultra, grazie alla sua formulazione dedicata. Come spiega la casa automobilistica, «questa nuova tinta incarna una rappresentazione sofisticata dell’autentico metallo in forma liquida». Ma come si realizza questo colore così particolare? Il Titan Silver utilizza fini lamelle di alluminio reale e una tecnologia avanzata dei pigmenti per creare una superficie luminosa e altamente riflettente, con una qualità iridescente e simile a uno specchio. Il risultato? Una finitura che si distingue per la sua unicità e la sua lavorazione meticolosa. Gli accenti Satin Platinum Atlas e Silver Chrome valorizzano poi la finitura esterna Titan Silver, esaltando la griglia e la grafica laterale, mentre i cerchi in lega da 23" sono rifiniti con inserti Satin Platinum e nuovi coprimozzi Range Rover.
C’è poi l’interno, dove la Sv Ultra svela un nuovo ed esclusivo abitacolo bicolore nelle tonalità chiare in Ultrafabrics™ Orchid White e Cinder Grey, che coniuga l’innovazione avanzata dei materiali con un’atmosfera serena e improntata al design. I sedili presentano per la prima volta un intricato nuovo motivo a mosaico lavorato al laser, applicato sulle sezioni superiori sagomate e ripreso negli inserti e negli schienali per creare un trattamento superficiale unitario e altamente dettagliato.
Un nuovo intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo una texture delicata e una profondità materica attraverso la sua naturale armonia strutturale. Grazie poi a una tecnica brevettata che ne preserva le caratteristiche naturali, la venatura unica dell’intarsio è valorizzata da una tinta Orchid White che ne esalta la texture a poro aperto e la forma lineare. La sua struttura cellulare tubolare consente tagli precisi in sezione trasversale che assorbono il colorante, creando una tonalità calda derivata dalle resine naturali del materiale. Per la SV Ultra, l’intarsio è rifinito in una tonalità più chiara per conferire un aspetto più contemporaneo. Si estende sotto il singolo touchscreen e prosegue nell’abitacolo fino al Club Table elettrico nella parte posteriore, nonché allo sportello motorizzato del vano refrigerante integrato.
La caratteristica finitura in ceramica bianco lucido di Range Rover SV prosegue il tema chiaro, affiancata da altoparlanti SV Orchid Pearl abbinati al colore, cinture di sicurezza Orchid White e pedane con marchio SV Ultra.
Un nuovo cuscino decorativo allungato incorpora il tessile Kvadrat remix, un’alternativa alla pelle realizzata con un mix durevole di lana e poliestere riciclato, che offre una forma morbida e contemporanea accuratamente ottimizzata per il comfort.
Phoebe Lindsay, Range Rover Materiality Manager, ha dichiarato: «Sv Ultra rappresenta la nostra interpretazione più modernista della materialità, coniugando linee pulite con una palette neutra attentamente bilanciata e un uso disciplinato dei materiali naturali. La scelta di Ultrafabrics™ rispetto alla pelle è stata intenzionale: la sua morbidezza ingegnerizzata consente il raffinato motivo lavorato al laser e la complessa perforazione che caratterizzano l’interno. L’intarsio in palma di rattan introduce nell’abitacolo un’espressione materica completamente nuova, con il suo poro aperto naturale e il rivestimento chiaro che aumentano la luminosità visiva e rafforzano un senso di design calmo e coerente».
Infine, la Range Rover Sv Ultra porta alla perfezione acustica dei migliori posti di una sala da concerto, introducendo per la prima volta in assoluto la tecnologia audio elettrostatica ad alta fedeltà a bordo di un veicolo. Il nuovo sistema SV Electrostatic Sound (disponibile come optional esclusivamente sui modelli SV) garantisce che ogni nota armoniosa e ogni dettaglio nitido pongano l’occupante al cuore di ogni performance, riproducendo la musica fedelmente come l’artista aveva concepito.
La Range Rover Sv Ultra sarà disponibile con una scelta tra la motorizzazione ibrida plug-in P550e e il V8 P540”. Una versione completamente elettrica arriverà entro la fine dell’anno.
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.