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2019-06-28
Lo scandalo «interrotto» è servito a spostare di nuovo a sinistra il Csm
Ansa
E se lo scandalo del Csm fosse solo servito a normalizzare un consiglio considerato troppo vicino alla Lega o quanto meno non ostile al Carroccio e per far saltare la nomina a procuratore di Roma di Marcello Viola, altro non belligerante, del quale a oggi non è uscita ancora un'intercettazione scomoda? Qualcosa non torna. E per capirlo basta mettere in fila le date. Nel maggio 2018 la Procura di Roma trasmette a Perugia gli atti sulla presunta corruzione di Luca Palamara, ma ci vogliono sette mesi per la sua iscrizione sul registro degli indagati e un anno per l'attivazione del trojan. Da quel momento tutto va a velocità supersonica, proprio nelle ore in cui Palamara si spende per la designazione di Viola, un candidato considerato troppo in «discontinuità» con la gestione del vecchio procuratore Giuseppe Pignatone (in pensione da maggio) e dei suoi vice. Alla fine del mese scorso, gli inquirenti umbri inviano al Csm le trascrizioni delle intercettazioni captate pochi giorni prima, e che testimoniano gli incontri di cinque consiglieri del Csm con il deputato imputato Luca Lotti e il collega Cosimo Ferri. Una manina infila nella cassetta della posta di due quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera, considerati in sintonia con Pignatone & C., atti coperti dal segreto. In poche ore diventano pubbliche imputazioni e intercettazioni (tagliate e cucite) che descrivono non un'inchiesta per corruzione, ma quella che assomiglia a un'indagine parallela e non ufficiale per traffico di influenze illecite o violazione della legge Anselmi sulle logge segrete. Si contestano gli incontri con Lotti e Ferri (che non risultano indagati, tanto meno per la corruzione) e si disarcionano cinque membri del Csm che spostavano a destra l'asse del consiglio. Deve dimettersi anche il segretario di Magistratura indipendente, Antonello Racanelli, che su questo giornale ha invitato i colleghi a non fare invasioni di campo su temi di competenza governativa, e non si era scandalizzato per la proposta di modifica dell'abuso d'ufficio suggerito da Matteo Salvini. Una posizione che non avrà praticamente più patria nel nuovo Csm. MI, e parte di Unicost, sono state rase al suolo da bombe sganciate su mandato di non si sa chi. Nei giorni caldi dell'attacco mediatico i giornali inviano pizzini anche ad «altri consiglieri coinvolti nella trattativa per la nomina dei procuratori di Roma, Perugia e Brescia», senza fare nomi. I superstiti di Unicost e i consiglieri di Autonomia e indipendenza (corrente fondata da Piercamillo Davigo), pur avendo avuto rapporti con Palamara ed avendo votato Viola, come sfollati saltano sul carro dei salvati dell'inchiesta, quello di Area, ottenendo in cambio la remissione dei presunti peccati. L'ultimo avvertimento viene inviato a Riccardo Fuzio, pg di Cassazione, titolare dell'azione disciplinare contro i colleghi del Csm. Qualcuno scrive che ci sono intercettazioni che lo riguardano. Ma nel frattempo il pg ha chiesto la sospensione di Palamara dalle funzioni e dallo stipendio. L'annunciata intercettazione tra Fuzio e Palamara non interessa più a nessuno. I B52 dell'informazione dopo le dimissioni dei consiglieri e l'avvertimento a Fuzio, tornano negli hangar. Siamo alla vigilia del discorso del presidente Sergio Mattarella al Csm. I giornali smettono di pubblicare indiscrezioni sulle indagini, il capo dello Stato annuncia che le mele marce sono state eliminate. Il Csm viene rinnovato con altri due giudici della corrente di Davigo, adesso alleata con Area. Il Quirinale sembra mettere la sordina sul caso. I cronisti improvvisamente smettono di dare notizie.
Ma tante cose non tornano. Per esempio, nell'informativa perugina utilizzata per annientare il vecchio Csm si parlava anche dei consiglieri di Davigo. Ma loro sono i salvati delle inchieste giornalistiche. Il caso più eclatante è quello di Sebastiano Ardita. Il consigliere del Csm e procuratore aggiunto di Catania nelle intercettazioni dei giornaloni è stato citato con grande magnanimità. A metà giugno l'Adnkronos fa sapere che per la cricca Ardita «è un talebano», uno per cui «o è bianco o e nero». Subito Il Fatto Quotidiano lo definisce «integerrimo» e qualcun altro «il pm che si oppose al sistema».
Nelle intercettazioni, però, emerge anche un altro Ardita, quello che stava spingendo l'esposto presentato al Csm dal pm romano Stefano Rocco Fava contro i suoi superiori Pignatone e Paolo Ielo. Una denuncia per cui Fava è indagato a Perugia per il presunto favoreggiamento di Palamara. Ferri è contento di come il magistrato siciliano si stia comportando: «Però Ardita lo inizio a rivalutare (…) è tosto, è diventato nostro alleato». Ferri lo conosce bene, visto che il consigliere di Ai prima era in Mi: «Io l'ho capito Ardita. Lui vuole rientrare e prendere in mano Mi, politicamente, come segreteria, perché lui politicamente il cuore ce lo ha lì». Il consigliere Luigi Spina interviene: «È più a destra di tutti Ardita, ragazzi». Ferri continua il suo elogio: «E lui poi gli piace la politica, perché è uno che ragiona,… cioè lui non è un coglione (…) lui mi faceva la linea politica (quando erano entrambi in Mi, ndr) quando ero segretario perché lui era il mio delfino (…) lui è uno che ti portava a cena (…) io dormivo a casa sua… invece che in questo albergo del cacchio (…) c'aveva l'appartamento di servizio (quando era al Dap, ndr)… poi lui è un tipo così, ti prendeva, mi portava all'aeroporto, mi veniva a prendere, (…) mi scriveva i documenti… cioè è uno che ha le palle… poi mi sono spaventato perché vedevo che ti soffoca». Una voce azzarda: «Opprimente». Palamara: «Talebano». Ferri: «O nero o bianco. Lui ce l'aveva con Paolo Giordano (ex procuratore di Siracusa, trasferito alla Corte d'Appello di Catania dopo essere stato coinvolto nel pasticcio del falso complotto contro l'ad di Eni, Claudio Descalzi, ndr), ce l'aveva con Tinebra, (Giovanni Tinebra, ex capo del Dap, deceduto nel 2017, ndr), ti raccontava di quelle storie… su tutti… dico cazzo Sebastiano…».
Il «talebano» Ardita era, però, anche uno dei consiglieri su cui la presunta cricca contava per la nomina di Viola. Parola di Ferri: «Ci vota, fatto il pranzo Viola-Ardita». A leggere le intercettazioni, per il deputato pd il suo vecchio pupillo, oltre a essere un po' rigido, ha un altro difetto: «Cercava di condizionare». Un atteggiamento che, secondo Palamara, non avrebbe cambiato: «Come sta facendo con Stefano Fava adesso». Il riferimento è all'esposto. A quanto ci risulta Fava e Ardita si sono incontrati più volte per discuterne, sino a maggio. E, grazie anche all'impregno di Ardita, Fava era stato convocato al Csm per il 2 luglio, in prima commissione. Oggi il consigliere di Ai non lavora più per far camminare l'esposto contro Ielo, ma si trova alleato con gli amici del procuratore aggiunto.
«Torna il cuscinetto per i giudici»
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, si è accorto di quanto denunciato il 9 e 10 giugno scorsi dalla Verità, e cioè che il mercato delle nomine del Csm era aggravato dal bazar degli stessi consiglieri che, una volta terminato l'incarico, puntavano subito a ottenere incarichi semidirettivi e direttivi in procure e tribunali. Una possibilità che era stata loro restituita dai governi Renzi e Gentiloni, dopo che Silvio Berlusconi aveva stabilito un periodo di decantazione lungo due anni, e che il nostro giornale aveva sintetizzato così nel titolo di prima pagina, il 9 giugno scorso: «Il regalo del Pd ai magistrati che ha riaperto i traffici dei pm».
«Nel progetto che stiamo elaborando», ha spiegato il ministro nel suo question time alla Camera, «si prevede che un membro del Csm, dopo che abbia concluso il mandato, per almeno quattro anni non possa fare domanda per incarichi direttivi e che i membri laici che si candidano non debbano aver avuto ruoli politici elettivi nei cinque anni precedenti». Con questa norma, non sarebbero mai entrati a Palazzo dei Marescialli gli ultimi quattro vicepresidenti: David Ermini (deputato pd), Giovanni Legnini (deputato pd), Michele Vietti (deputato udc), e Nicola Mancino ( Margherita).
La lotta alla «degenerazione del correntismo» e la riorganizzazione del Csm saranno inseriti nella riforma dei processi civile e penale. I meccanismi elettorali non sono ancora chiari, Dagospia ha ipotizzato che una parte dei componenti togati sarà sorteggiata, un'altra eletta. Ci sarà la diminuzione della componente laica (politica), e il vicepresidente sarà a rotazione: una volta un laico, una volta un togato. Ridotti anche i compensi.
Ha continuato Bonafede: «Il mio intendimento è reagire al fine di restituire a quella che è una delle migliori magistrature in Europa e nel mondo l'alta dignità che le spetta e ciò sarà fatto attraverso l'accertamento delle responsabilità disciplinari», per quanto emerso dalle inchiesta, «rispetto alle quali il ministero ha già proceduto in estensione rispetto alle contestazioni della Procura generale della Cassazione».
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L'inchiesta su Luca Palamara è del 2018, ma accelera quando si apre la successione a Giuseppe Pignatone. Per tre settimane sui giornali piovono carte, poi lo stop. Ma intanto i pm di Magistratura indipendente cadono e Area «incassa».Il Guardasigilli lancia una riforma anti correntismo: quattro anni senza promozioni dopo il mandato al Csm e introduzione del sorteggio dei togati. Meno peso ai laici.Lo speciale contiene due articoli.E se lo scandalo del Csm fosse solo servito a normalizzare un consiglio considerato troppo vicino alla Lega o quanto meno non ostile al Carroccio e per far saltare la nomina a procuratore di Roma di Marcello Viola, altro non belligerante, del quale a oggi non è uscita ancora un'intercettazione scomoda? Qualcosa non torna. E per capirlo basta mettere in fila le date. Nel maggio 2018 la Procura di Roma trasmette a Perugia gli atti sulla presunta corruzione di Luca Palamara, ma ci vogliono sette mesi per la sua iscrizione sul registro degli indagati e un anno per l'attivazione del trojan. Da quel momento tutto va a velocità supersonica, proprio nelle ore in cui Palamara si spende per la designazione di Viola, un candidato considerato troppo in «discontinuità» con la gestione del vecchio procuratore Giuseppe Pignatone (in pensione da maggio) e dei suoi vice. Alla fine del mese scorso, gli inquirenti umbri inviano al Csm le trascrizioni delle intercettazioni captate pochi giorni prima, e che testimoniano gli incontri di cinque consiglieri del Csm con il deputato imputato Luca Lotti e il collega Cosimo Ferri. Una manina infila nella cassetta della posta di due quotidiani, La Repubblica e Il Corriere della Sera, considerati in sintonia con Pignatone & C., atti coperti dal segreto. In poche ore diventano pubbliche imputazioni e intercettazioni (tagliate e cucite) che descrivono non un'inchiesta per corruzione, ma quella che assomiglia a un'indagine parallela e non ufficiale per traffico di influenze illecite o violazione della legge Anselmi sulle logge segrete. Si contestano gli incontri con Lotti e Ferri (che non risultano indagati, tanto meno per la corruzione) e si disarcionano cinque membri del Csm che spostavano a destra l'asse del consiglio. Deve dimettersi anche il segretario di Magistratura indipendente, Antonello Racanelli, che su questo giornale ha invitato i colleghi a non fare invasioni di campo su temi di competenza governativa, e non si era scandalizzato per la proposta di modifica dell'abuso d'ufficio suggerito da Matteo Salvini. Una posizione che non avrà praticamente più patria nel nuovo Csm. MI, e parte di Unicost, sono state rase al suolo da bombe sganciate su mandato di non si sa chi. Nei giorni caldi dell'attacco mediatico i giornali inviano pizzini anche ad «altri consiglieri coinvolti nella trattativa per la nomina dei procuratori di Roma, Perugia e Brescia», senza fare nomi. I superstiti di Unicost e i consiglieri di Autonomia e indipendenza (corrente fondata da Piercamillo Davigo), pur avendo avuto rapporti con Palamara ed avendo votato Viola, come sfollati saltano sul carro dei salvati dell'inchiesta, quello di Area, ottenendo in cambio la remissione dei presunti peccati. L'ultimo avvertimento viene inviato a Riccardo Fuzio, pg di Cassazione, titolare dell'azione disciplinare contro i colleghi del Csm. Qualcuno scrive che ci sono intercettazioni che lo riguardano. Ma nel frattempo il pg ha chiesto la sospensione di Palamara dalle funzioni e dallo stipendio. L'annunciata intercettazione tra Fuzio e Palamara non interessa più a nessuno. I B52 dell'informazione dopo le dimissioni dei consiglieri e l'avvertimento a Fuzio, tornano negli hangar. Siamo alla vigilia del discorso del presidente Sergio Mattarella al Csm. I giornali smettono di pubblicare indiscrezioni sulle indagini, il capo dello Stato annuncia che le mele marce sono state eliminate. Il Csm viene rinnovato con altri due giudici della corrente di Davigo, adesso alleata con Area. Il Quirinale sembra mettere la sordina sul caso. I cronisti improvvisamente smettono di dare notizie.Ma tante cose non tornano. Per esempio, nell'informativa perugina utilizzata per annientare il vecchio Csm si parlava anche dei consiglieri di Davigo. Ma loro sono i salvati delle inchieste giornalistiche. Il caso più eclatante è quello di Sebastiano Ardita. Il consigliere del Csm e procuratore aggiunto di Catania nelle intercettazioni dei giornaloni è stato citato con grande magnanimità. A metà giugno l'Adnkronos fa sapere che per la cricca Ardita «è un talebano», uno per cui «o è bianco o e nero». Subito Il Fatto Quotidiano lo definisce «integerrimo» e qualcun altro «il pm che si oppose al sistema». Nelle intercettazioni, però, emerge anche un altro Ardita, quello che stava spingendo l'esposto presentato al Csm dal pm romano Stefano Rocco Fava contro i suoi superiori Pignatone e Paolo Ielo. Una denuncia per cui Fava è indagato a Perugia per il presunto favoreggiamento di Palamara. Ferri è contento di come il magistrato siciliano si stia comportando: «Però Ardita lo inizio a rivalutare (…) è tosto, è diventato nostro alleato». Ferri lo conosce bene, visto che il consigliere di Ai prima era in Mi: «Io l'ho capito Ardita. Lui vuole rientrare e prendere in mano Mi, politicamente, come segreteria, perché lui politicamente il cuore ce lo ha lì». Il consigliere Luigi Spina interviene: «È più a destra di tutti Ardita, ragazzi». Ferri continua il suo elogio: «E lui poi gli piace la politica, perché è uno che ragiona,… cioè lui non è un coglione (…) lui mi faceva la linea politica (quando erano entrambi in Mi, ndr) quando ero segretario perché lui era il mio delfino (…) lui è uno che ti portava a cena (…) io dormivo a casa sua… invece che in questo albergo del cacchio (…) c'aveva l'appartamento di servizio (quando era al Dap, ndr)… poi lui è un tipo così, ti prendeva, mi portava all'aeroporto, mi veniva a prendere, (…) mi scriveva i documenti… cioè è uno che ha le palle… poi mi sono spaventato perché vedevo che ti soffoca». Una voce azzarda: «Opprimente». Palamara: «Talebano». Ferri: «O nero o bianco. Lui ce l'aveva con Paolo Giordano (ex procuratore di Siracusa, trasferito alla Corte d'Appello di Catania dopo essere stato coinvolto nel pasticcio del falso complotto contro l'ad di Eni, Claudio Descalzi, ndr), ce l'aveva con Tinebra, (Giovanni Tinebra, ex capo del Dap, deceduto nel 2017, ndr), ti raccontava di quelle storie… su tutti… dico cazzo Sebastiano…».Il «talebano» Ardita era, però, anche uno dei consiglieri su cui la presunta cricca contava per la nomina di Viola. Parola di Ferri: «Ci vota, fatto il pranzo Viola-Ardita». A leggere le intercettazioni, per il deputato pd il suo vecchio pupillo, oltre a essere un po' rigido, ha un altro difetto: «Cercava di condizionare». Un atteggiamento che, secondo Palamara, non avrebbe cambiato: «Come sta facendo con Stefano Fava adesso». Il riferimento è all'esposto. A quanto ci risulta Fava e Ardita si sono incontrati più volte per discuterne, sino a maggio. E, grazie anche all'impregno di Ardita, Fava era stato convocato al Csm per il 2 luglio, in prima commissione. Oggi il consigliere di Ai non lavora più per far camminare l'esposto contro Ielo, ma si trova alleato con gli amici del procuratore aggiunto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sommersi-e-salvati-di-toghe-sporche-spostano-verso-sinistra-tutto-il-csm-2639007815.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="torna-il-cuscinetto-per-i-giudici" data-post-id="2639007815" data-published-at="1775674933" data-use-pagination="False"> «Torna il cuscinetto per i giudici» Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, si è accorto di quanto denunciato il 9 e 10 giugno scorsi dalla Verità, e cioè che il mercato delle nomine del Csm era aggravato dal bazar degli stessi consiglieri che, una volta terminato l'incarico, puntavano subito a ottenere incarichi semidirettivi e direttivi in procure e tribunali. Una possibilità che era stata loro restituita dai governi Renzi e Gentiloni, dopo che Silvio Berlusconi aveva stabilito un periodo di decantazione lungo due anni, e che il nostro giornale aveva sintetizzato così nel titolo di prima pagina, il 9 giugno scorso: «Il regalo del Pd ai magistrati che ha riaperto i traffici dei pm». «Nel progetto che stiamo elaborando», ha spiegato il ministro nel suo question time alla Camera, «si prevede che un membro del Csm, dopo che abbia concluso il mandato, per almeno quattro anni non possa fare domanda per incarichi direttivi e che i membri laici che si candidano non debbano aver avuto ruoli politici elettivi nei cinque anni precedenti». Con questa norma, non sarebbero mai entrati a Palazzo dei Marescialli gli ultimi quattro vicepresidenti: David Ermini (deputato pd), Giovanni Legnini (deputato pd), Michele Vietti (deputato udc), e Nicola Mancino ( Margherita). La lotta alla «degenerazione del correntismo» e la riorganizzazione del Csm saranno inseriti nella riforma dei processi civile e penale. I meccanismi elettorali non sono ancora chiari, Dagospia ha ipotizzato che una parte dei componenti togati sarà sorteggiata, un'altra eletta. Ci sarà la diminuzione della componente laica (politica), e il vicepresidente sarà a rotazione: una volta un laico, una volta un togato. Ridotti anche i compensi. Ha continuato Bonafede: «Il mio intendimento è reagire al fine di restituire a quella che è una delle migliori magistrature in Europa e nel mondo l'alta dignità che le spetta e ciò sarà fatto attraverso l'accertamento delle responsabilità disciplinari», per quanto emerso dalle inchiesta, «rispetto alle quali il ministero ha già proceduto in estensione rispetto alle contestazioni della Procura generale della Cassazione».
A sinistra Giampaolo Ricci, capitano dell'Olimopia Milano. A destra Haley Bugeja, attaccante dell'Inter femminile
Dal 7 al 12 aprile il Csi Milano lancia Fuori Rosa, mobilitazione contro la violenza di genere. Coinvolte oltre 650 società sportive e atleti di Serie A. Un gesto simbolico sui campi e una campagna social per promuovere rispetto e consapevolezza.
Nel mondo dello sport, dove il linguaggio è spesso quello della competizione, arriva un messaggio che va oltre il risultato. Dal 7 al 12 aprile il Centro Sportivo Italiano di Milano chiama a raccolta società, atleti e appassionati per una mobilitazione contro la violenza di genere. Il nome scelto è diretto: Fuori Rosa: la violenza di genere non si convoca.
L’iniziativa si sviluppa soprattutto sui social, ma coinvolge concretamente i campi e le palestre di tutta la provincia. Oltre 650 società sportive affiliate al comitato milanese sono invitate a partecipare con un gesto simbolico: esporre un cartellino rosa prima delle partite o durante gli allenamenti, condividendo immagini e contenuti per ribadire un concetto semplice — la violenza non ha spazio, nemmeno nello sport. A dare visibilità alla campagna è anche un video che riunisce volti noti di discipline diverse. Dal calcio femminile con Lavinia Tornaghi e Haley Bugeja, al basket con Giampaolo Ricci, fino al volley con Damiano Catania e Tommaso Ichino. Sport diversi, un’unica presa di posizione: rompere il silenzio.
Dietro la mobilitazione c’è un tema che resta urgente. Secondo i dati più recenti dell’Istat, in Italia oltre 6 milioni di donne hanno subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale. Un fenomeno che riguarda anche da vicino il territorio lombardo e che chiama in causa non solo le istituzioni, ma l’intera società.
Per il Csi Milano, lo sport ha un ruolo che va oltre l’attività agonistica. Ogni giorno, nei campi e negli oratori, passa un’idea di educazione che coinvolge migliaia di giovani. È su questo terreno che si inserisce Fuori Rosa, con l’obiettivo di trasformare una settimana di sensibilizzazione in un percorso più ampio e continuo. La campagna rientra infatti nelle Giornate a Tema, un progetto con cui alcune giornate di campionato vengono dedicate a questioni sociali ritenute centrali. In questo caso, il focus è sulla prevenzione e sul riconoscimento della violenza di genere, anche attraverso strumenti concreti messi a disposizione delle società sportive. A supporto dell’iniziativa, il comitato milanese ha attivato una collaborazione con la Rete Antiviolenza Milano e con la Rete Artemide, che hanno contribuito con materiali informativi e di supporto. L’obiettivo è rendere le comunità sportive più consapevoli e preparate ad affrontare situazioni di violenza, dentro e fuori dai contesti agonistici.
Il messaggio, alla fine, è lineare: lo sport non può restare neutrale. In una realtà che coinvolge oltre 100 mila atleti e centinaia di società solo nell’area milanese, la scelta è quella di utilizzare il campo come spazio educativo, capace di trasmettere valori che vanno oltre il gioco.
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