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2022-09-22
Solo in Italia è vietato criticare il dogma Lgbt
(IStock)
Non passa settimana senza che emerga un orrore di qualche tipo. L’ultimo lo ha scoperto Matt Walsh, attivista americano famoso nel mondo che si occupa per lo più delle cosiddette tematiche gender. Assieme al suo staff, Walsh ha svolto indagini sulla clinica Vanderbilt di Nashville, negli Stati Uniti. Si tratta di una struttura aperta nel 2018 che si occupa appunto di problematiche legate al genere. Prima di tutto, Walsh ha mostrato - pubblicando tanto di video sui social - come la dottoressa Shayne Taylor, grande sostenitrice del progetto, abbia convinto i suoi colleghi di Nashville a «entrare nel gioco della transizione di genere». Nel corso di una conferenza, la studiosa ha ribadito con convinzione che una clinica gender si sarebbe rilevata una «grande fonte di denaro», anche perché i pazienti che si sottopongono a interventi chirurgici hanno bisogno poi di molti follow up. Quel che segue è ancora più inquietante: «A quanto pare», scrive Walsh, «alla Vanderbilt erano preoccupati del fatto che non tutto il personale avrebbe appoggiato il progetto. La dottoressa Ellen Clayton ha avvertito che le «obiezioni di coscienza» sono «problematiche». E che chiunque decidesse di non essere coinvolto in interventi chirurgici di transizione per via delle sue «credenze religiose» avrebbe dovuto affrontare «conseguenze».
Per assicurarsi che non ci fossero ammutinamenti di qualche tipo, la Vanderbilt ha creato un programma chiamato Trans Buddies (amici trans). «Gli «amici» sono attivisti della comunità trans che partecipano agli appuntamenti con pazienti trans», spiega Walsh, «monitorando i medici per evitare comportamenti “non sicuri” come il misgendering». Capito? I medici che ascoltano i pazienti intenzionati a cambiare sesso vengono «supervisionati» da attivisti trans, i quali hanno l’obiettivo di impedire che i dottori mettano in campo comportamenti politicamente scorretti (ad esempio dire a un paziente che farebbe meglio a non modificare il proprio corpo).
Fin qui, la parte ideologica della faccenda. Poi c’è quella chirurgica. Alla Vanderbilt si somministrano ormoni e bloccanti della pubertà a minorenni, persino a ragazzini di 13 anni (anche se i trattamenti dovrebbero iniziare a 16). E si praticano mastectomie su ragazze adolescenti. «Riepilogando», conclude Walsh, «la Vanderbilt è entrata nel giro della transizione di genere in gran parte perché è molto redditizio dal punto di vista finanziario. Ha quindi minacciato tutti i membri del personale che si fossero opposti e ha arruolato una banda di attivisti trans perché agissero come sorveglianti. Ora alla Vanderbilt castrano, sterilizzano e mutilano minori e adulti. E, all’apparenza, adottano misure per nascondere questa attività alla vista del pubblico. Ecco che cosa è diventata la “assistenza sanitaria” nell’America moderna».
L’attivista usa toni molto duri, ma ciò che ha mostrato è sconvolgente. Eppure non si tratta di un caso isolato. Di cliniche di questo genere negli Usa ce ne sono parecchie. E fino a qualche mese fa ce n’erano anche nel Regno Unito: il famigerato Tavistock Institute, che negli ultimi anni è stato al centro di polemiche feroci e pure di pesanti azioni legali. A seguito dei processi, e dopo numerose inchieste giornalistiche svolte dai principali quotidiani britannici - tra cui The Times - il governo d’Oltremanica ha deciso di smantellare la Tavistock. I servizi per minori e adulti con problematiche legate al genere resteranno, ma la grande centrale del cambio di sesso è stata prima depotenziata e poi bloccata, in modo che non potesse più sovrapporre l’ideologia alla medicina. Ed eccoci al punto. Nel mondo anglosassone, ma pure in quello nordeuropeo e francese, è in corso da tempo un dibattito pubblico rovente e molto approfondito sulle cosiddette «teorie gender».
Se ne occupano con serietà (e rispetto per tutte le parti in causa) giornali e trasmissioni televisive, politici e attivisti. I quali, con tutta evidenza, si sono resi conto di quanto tali argomenti siano rilevanti (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro). Non solo: a seguito delle discussioni pubbliche, molte nazioni hanno deciso di rallentare la corsa arcobaleno, o addirittura di fermarla, soprattutto nei casi in cui a essere coinvolti sono minorenni.
Precisiamo che a mettere un freno alla deriva gender sono stati governi ed esperti di vario colore, quindi non pericolosi reazionari. Il fatto è che gli attivisti trans sono riusciti - con il supporto dell’intellighenzia cosiddetta woke, cioè «risvegliata» - a imporre istanze minoritarie e per lo meno discutibili. E, col tempo, hanno ottenuto il supporto della quasi totalità del sistema politico-mediatico (con alcune radiose eccezioni). Tutto ciò ha prodotto un’accelerazione senza precedenti lungo il sentiero tracciato dagli ideologi transgender. Un sentiero che però non a tutti piace percorrere, anzi.
Secondo un sondaggio svolto quest’estate dall’autorevole Pew Research Center statunitense sulla popolazione americana, «la maggior parte degli intervistati è favorevole alla protezione delle persone trans dalla discriminazione, ma meno favorevole alle politiche di sostegno relative all’assistenza medica per le transizioni di genere; molti sono a disagio con il ritmo del cambiamento sulle questioni trans». La situazione non è dissimile in Italia, stando a una delle pochissime indagini realizzate sull’argomento, ovvero il sondaggio presentato ieri da Provita. Dalla ricerca, di cui si occupa in modo completo il pezzo di Giuliano Guzzo qui sotto, emerge che il «50% degli intervistati ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come ritiene invece il 26% degli intervistati (il 24% non sa esprimersi). Il 60% degli intervistati ritiene che un uomo che si percepisce donna non possa competere negli sport femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne (contro il 31% favorevole)». Tutto questo dimostra, se non altro, che l’ideologia Lgbt e le sue derive sono state calate dall’alto, e non sono poi così gradite o accettate dalle popolazioni, anche dopo decenni di propaganda mediatica. Quando poi l’ideologia produce effetti inquietanti che riguardano la vita e la salute dei minori (gli adulti hanno la facoltà di agire come vogliono), allora la misura si colma rapidamente. Badate bene: qui l’omofobia o la transfobia non c’entrano nulla. Non si tratta di cancellare i trans, ma di evitare che qualcuno venga avviato lungo un percorso da cui non c’è ritorno (per altro, in molti casi si tratta di persone omosessuali).
Poiché l’argomento è di delicatezza estrema, andrebbe trattato con grande attenzione, con precisione e coraggio. Negli Stati Uniti, almeno in parte, questo avviene. Nel Regno Unito avviene ancora di più, così come in altre nazioni nordiche, anche perché da quelle parti l’ideologia trans si è presa più spazio che altrove. Da noi, invece, non si discute. Si ritiene che il tema sia marginale, troppo scivoloso per essere preso di petto. Si pasticcia un po’ sul ddl Zan, ci si scambiano accuse di omofobia, ma intanto l’ossessione gender avanza e guadagna terreno. Qui non ci sono, per ora, cliniche spregiudicate come la Vanderbilt o la Tavistock. Però ci sono centri che si ispirano direttamente alla Tavistock, che hanno legami con la clinica inglese, ma che a differenza di quella sono ancora perfettamente operativi.
Forse, dunque, è il momento di aprire una discussione vera anche qui. Nel corso della campagna elettorale non è stato ancora fatto, ed è difficile che il tema finisca sul piatto. Ma non può essere dimenticato, perché sottotraccia l’ideologia avanza. E più il tempo passa, più diventa difficile arginarla.
Italiani contrari alle teorie gender e all’indottrinamento nelle scuole
Che le battaglie sui diritti civili, per quanto sposate dai media e da settori anche apicali delle istituzioni, magistratura in primis, fossero lontane dalle priorità degli italiani era, in realtà, cosa intuibile; la realtà quotidiana è infatti ben diversa dalla bolla di influencer, conduttori e cantanti sempre pronti a sventolare bandiere arcobaleno. Allo stesso modo, era immaginabile che la gran parte delle famiglie non condividesse la somministrazione ai loro figli di quelle lezioni «contro gli stereotipi di genere» che, di fatto, sono forme di omologazione forzata, pena l’accusa di discriminare, alle istanze Lgbt. Mancava però una fotografia, rispetto a tutto ciò, delle opinioni effettive della gente.
Questo fino a ieri quando al Senato, presso la Sala Caduti di Nassirya, nel corso della conferenza stampa «Scuola, gender, carriera Alias… parola alle famiglie», organizzata da Pro Vita & Famiglia, è stato illustrato un sondaggio che finalmente offre una fotografia della questione. Trattasi di un’indagine commissionata all’istituto Noto - realtà cui fanno riferimento spesso testate come Il Sole24Ore o trasmissioni come Porta a Porta - e realizzata su 1.000 cittadini, da cui sono emersi molti dati interessanti, specie perché in controtendenza rispetto alla linea promossa dai grandi media.
Anzitutto, si è visto come ormai il tema del gender tutto sia fuorché sconosciuto alla popolazione generale: il 92% degli italiani ne ha sentito parlare, l’81% addirittura sa «molto bene» o comunque «approssimativamente» in che cosa consista; di questi - attenzione - appena il 32% concorda con la teoria genderista, mentre il 48% si dice contrario e il 20% non sa esprimersi. Ancora, un italiano su due ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come pensa invece il 26% degli interpellati, e col 24% che non sa esprimersi. Dati che fanno riflettere sono emersi pure sul transgenderismo nello sport: il 60% del campione ritiene che un uomo che «si sente» donna non possa competere nelle gare femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne, opzione che convince meno di un italiano su tre, vale a dire il 31%. Questo posizioni diventano ancora più nette, nelle loro tendenze, se si volge l’attenzione al mondo giovanile. Il 66%, quindi la netta maggioranza degli italiani, si esprime infatti contro la possibilità di sottoporre un minore incerto sulla propria identità sessuale a terapie di transizione di genere a colpi di farmaci ormonali o interventi chirurgici, e il 75% ritiene invece che, in questi casi - contrariamente a quando asseriscono i fautori dell’identità di genere come dato meramente «percepito» -, il minore dovrebbe poter ricevere assistenza psicologica per riconciliarsi con il sesso biologico.
Stessa musica sulla scuola: quasi quattro intervistati su cinque (il 79%) appoggiano il diritto dei genitori di scegliere come educare i figli su temi inerenti sessualità e affettività, e l’81% ritiene che, su corsi o progetti al riguardo, le scuole debbano preventivamente informare e coinvolgere le famiglie, evitando i blitz nelle aule dei soliti sedicenti esperti. «Questi risultati dicono chiaramente che gli italiani non vogliono corsi e progetti Lgbtqia+ nelle scuole», ha commentato Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia, «e che, comunque, in caso di attività inerenti i delicati aspetti della sessualità e dell’affettività la scuola deve prima passare dalla famiglia». Non è tutto. Questi dati in realtà dicono anche che c’è un’Italia maggioritaria e silenziosa che, al sermoncino dell’influencer di turno, preferisce ancora il buon senso e le verità che da esso derivano; in primis, quella che si nasca maschi e femmine e che uomini e donne siano, e restino, differenti.
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Un’inchiesta Usa smaschera una clinica per il cambio di sesso: «Gli interventi ci portano tanti soldi». Mentre all’estero il dibattito sull’ideologia arcobaleno monta, qui ogni dubbio è silenziato. Eppure, nonostante la propaganda, i cittadini si oppongono alla deriva.Sondaggio commissionato da Pro Vita: l’80% del campione si oppone ai corsi sul genere.Lo speciale contiene due articoli.Non passa settimana senza che emerga un orrore di qualche tipo. L’ultimo lo ha scoperto Matt Walsh, attivista americano famoso nel mondo che si occupa per lo più delle cosiddette tematiche gender. Assieme al suo staff, Walsh ha svolto indagini sulla clinica Vanderbilt di Nashville, negli Stati Uniti. Si tratta di una struttura aperta nel 2018 che si occupa appunto di problematiche legate al genere. Prima di tutto, Walsh ha mostrato - pubblicando tanto di video sui social - come la dottoressa Shayne Taylor, grande sostenitrice del progetto, abbia convinto i suoi colleghi di Nashville a «entrare nel gioco della transizione di genere». Nel corso di una conferenza, la studiosa ha ribadito con convinzione che una clinica gender si sarebbe rilevata una «grande fonte di denaro», anche perché i pazienti che si sottopongono a interventi chirurgici hanno bisogno poi di molti follow up. Quel che segue è ancora più inquietante: «A quanto pare», scrive Walsh, «alla Vanderbilt erano preoccupati del fatto che non tutto il personale avrebbe appoggiato il progetto. La dottoressa Ellen Clayton ha avvertito che le «obiezioni di coscienza» sono «problematiche». E che chiunque decidesse di non essere coinvolto in interventi chirurgici di transizione per via delle sue «credenze religiose» avrebbe dovuto affrontare «conseguenze». Per assicurarsi che non ci fossero ammutinamenti di qualche tipo, la Vanderbilt ha creato un programma chiamato Trans Buddies (amici trans). «Gli «amici» sono attivisti della comunità trans che partecipano agli appuntamenti con pazienti trans», spiega Walsh, «monitorando i medici per evitare comportamenti “non sicuri” come il misgendering». Capito? I medici che ascoltano i pazienti intenzionati a cambiare sesso vengono «supervisionati» da attivisti trans, i quali hanno l’obiettivo di impedire che i dottori mettano in campo comportamenti politicamente scorretti (ad esempio dire a un paziente che farebbe meglio a non modificare il proprio corpo).Fin qui, la parte ideologica della faccenda. Poi c’è quella chirurgica. Alla Vanderbilt si somministrano ormoni e bloccanti della pubertà a minorenni, persino a ragazzini di 13 anni (anche se i trattamenti dovrebbero iniziare a 16). E si praticano mastectomie su ragazze adolescenti. «Riepilogando», conclude Walsh, «la Vanderbilt è entrata nel giro della transizione di genere in gran parte perché è molto redditizio dal punto di vista finanziario. Ha quindi minacciato tutti i membri del personale che si fossero opposti e ha arruolato una banda di attivisti trans perché agissero come sorveglianti. Ora alla Vanderbilt castrano, sterilizzano e mutilano minori e adulti. E, all’apparenza, adottano misure per nascondere questa attività alla vista del pubblico. Ecco che cosa è diventata la “assistenza sanitaria” nell’America moderna».L’attivista usa toni molto duri, ma ciò che ha mostrato è sconvolgente. Eppure non si tratta di un caso isolato. Di cliniche di questo genere negli Usa ce ne sono parecchie. E fino a qualche mese fa ce n’erano anche nel Regno Unito: il famigerato Tavistock Institute, che negli ultimi anni è stato al centro di polemiche feroci e pure di pesanti azioni legali. A seguito dei processi, e dopo numerose inchieste giornalistiche svolte dai principali quotidiani britannici - tra cui The Times - il governo d’Oltremanica ha deciso di smantellare la Tavistock. I servizi per minori e adulti con problematiche legate al genere resteranno, ma la grande centrale del cambio di sesso è stata prima depotenziata e poi bloccata, in modo che non potesse più sovrapporre l’ideologia alla medicina. Ed eccoci al punto. Nel mondo anglosassone, ma pure in quello nordeuropeo e francese, è in corso da tempo un dibattito pubblico rovente e molto approfondito sulle cosiddette «teorie gender». Se ne occupano con serietà (e rispetto per tutte le parti in causa) giornali e trasmissioni televisive, politici e attivisti. I quali, con tutta evidenza, si sono resi conto di quanto tali argomenti siano rilevanti (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro). Non solo: a seguito delle discussioni pubbliche, molte nazioni hanno deciso di rallentare la corsa arcobaleno, o addirittura di fermarla, soprattutto nei casi in cui a essere coinvolti sono minorenni.Precisiamo che a mettere un freno alla deriva gender sono stati governi ed esperti di vario colore, quindi non pericolosi reazionari. Il fatto è che gli attivisti trans sono riusciti - con il supporto dell’intellighenzia cosiddetta woke, cioè «risvegliata» - a imporre istanze minoritarie e per lo meno discutibili. E, col tempo, hanno ottenuto il supporto della quasi totalità del sistema politico-mediatico (con alcune radiose eccezioni). Tutto ciò ha prodotto un’accelerazione senza precedenti lungo il sentiero tracciato dagli ideologi transgender. Un sentiero che però non a tutti piace percorrere, anzi.Secondo un sondaggio svolto quest’estate dall’autorevole Pew Research Center statunitense sulla popolazione americana, «la maggior parte degli intervistati è favorevole alla protezione delle persone trans dalla discriminazione, ma meno favorevole alle politiche di sostegno relative all’assistenza medica per le transizioni di genere; molti sono a disagio con il ritmo del cambiamento sulle questioni trans». La situazione non è dissimile in Italia, stando a una delle pochissime indagini realizzate sull’argomento, ovvero il sondaggio presentato ieri da Provita. Dalla ricerca, di cui si occupa in modo completo il pezzo di Giuliano Guzzo qui sotto, emerge che il «50% degli intervistati ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come ritiene invece il 26% degli intervistati (il 24% non sa esprimersi). Il 60% degli intervistati ritiene che un uomo che si percepisce donna non possa competere negli sport femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne (contro il 31% favorevole)». Tutto questo dimostra, se non altro, che l’ideologia Lgbt e le sue derive sono state calate dall’alto, e non sono poi così gradite o accettate dalle popolazioni, anche dopo decenni di propaganda mediatica. Quando poi l’ideologia produce effetti inquietanti che riguardano la vita e la salute dei minori (gli adulti hanno la facoltà di agire come vogliono), allora la misura si colma rapidamente. Badate bene: qui l’omofobia o la transfobia non c’entrano nulla. Non si tratta di cancellare i trans, ma di evitare che qualcuno venga avviato lungo un percorso da cui non c’è ritorno (per altro, in molti casi si tratta di persone omosessuali).Poiché l’argomento è di delicatezza estrema, andrebbe trattato con grande attenzione, con precisione e coraggio. Negli Stati Uniti, almeno in parte, questo avviene. Nel Regno Unito avviene ancora di più, così come in altre nazioni nordiche, anche perché da quelle parti l’ideologia trans si è presa più spazio che altrove. Da noi, invece, non si discute. Si ritiene che il tema sia marginale, troppo scivoloso per essere preso di petto. Si pasticcia un po’ sul ddl Zan, ci si scambiano accuse di omofobia, ma intanto l’ossessione gender avanza e guadagna terreno. Qui non ci sono, per ora, cliniche spregiudicate come la Vanderbilt o la Tavistock. Però ci sono centri che si ispirano direttamente alla Tavistock, che hanno legami con la clinica inglese, ma che a differenza di quella sono ancora perfettamente operativi.Forse, dunque, è il momento di aprire una discussione vera anche qui. Nel corso della campagna elettorale non è stato ancora fatto, ed è difficile che il tema finisca sul piatto. Ma non può essere dimenticato, perché sottotraccia l’ideologia avanza. E più il tempo passa, più diventa difficile arginarla.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-in-italia-e-vietato-criticare-il-dogma-lgbt-2658321927.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italiani-contrari-alle-teorie-gender-e-allindottrinamento-nelle-scuole" data-post-id="2658321927" data-published-at="1663840021" data-use-pagination="False"> Italiani contrari alle teorie gender e all’indottrinamento nelle scuole Che le battaglie sui diritti civili, per quanto sposate dai media e da settori anche apicali delle istituzioni, magistratura in primis, fossero lontane dalle priorità degli italiani era, in realtà, cosa intuibile; la realtà quotidiana è infatti ben diversa dalla bolla di influencer, conduttori e cantanti sempre pronti a sventolare bandiere arcobaleno. Allo stesso modo, era immaginabile che la gran parte delle famiglie non condividesse la somministrazione ai loro figli di quelle lezioni «contro gli stereotipi di genere» che, di fatto, sono forme di omologazione forzata, pena l’accusa di discriminare, alle istanze Lgbt. Mancava però una fotografia, rispetto a tutto ciò, delle opinioni effettive della gente. Questo fino a ieri quando al Senato, presso la Sala Caduti di Nassirya, nel corso della conferenza stampa «Scuola, gender, carriera Alias… parola alle famiglie», organizzata da Pro Vita & Famiglia, è stato illustrato un sondaggio che finalmente offre una fotografia della questione. Trattasi di un’indagine commissionata all’istituto Noto - realtà cui fanno riferimento spesso testate come Il Sole24Ore o trasmissioni come Porta a Porta - e realizzata su 1.000 cittadini, da cui sono emersi molti dati interessanti, specie perché in controtendenza rispetto alla linea promossa dai grandi media. Anzitutto, si è visto come ormai il tema del gender tutto sia fuorché sconosciuto alla popolazione generale: il 92% degli italiani ne ha sentito parlare, l’81% addirittura sa «molto bene» o comunque «approssimativamente» in che cosa consista; di questi - attenzione - appena il 32% concorda con la teoria genderista, mentre il 48% si dice contrario e il 20% non sa esprimersi. Ancora, un italiano su due ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come pensa invece il 26% degli interpellati, e col 24% che non sa esprimersi. Dati che fanno riflettere sono emersi pure sul transgenderismo nello sport: il 60% del campione ritiene che un uomo che «si sente» donna non possa competere nelle gare femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne, opzione che convince meno di un italiano su tre, vale a dire il 31%. Questo posizioni diventano ancora più nette, nelle loro tendenze, se si volge l’attenzione al mondo giovanile. Il 66%, quindi la netta maggioranza degli italiani, si esprime infatti contro la possibilità di sottoporre un minore incerto sulla propria identità sessuale a terapie di transizione di genere a colpi di farmaci ormonali o interventi chirurgici, e il 75% ritiene invece che, in questi casi - contrariamente a quando asseriscono i fautori dell’identità di genere come dato meramente «percepito» -, il minore dovrebbe poter ricevere assistenza psicologica per riconciliarsi con il sesso biologico. Stessa musica sulla scuola: quasi quattro intervistati su cinque (il 79%) appoggiano il diritto dei genitori di scegliere come educare i figli su temi inerenti sessualità e affettività, e l’81% ritiene che, su corsi o progetti al riguardo, le scuole debbano preventivamente informare e coinvolgere le famiglie, evitando i blitz nelle aule dei soliti sedicenti esperti. «Questi risultati dicono chiaramente che gli italiani non vogliono corsi e progetti Lgbtqia+ nelle scuole», ha commentato Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia, «e che, comunque, in caso di attività inerenti i delicati aspetti della sessualità e dell’affettività la scuola deve prima passare dalla famiglia». Non è tutto. Questi dati in realtà dicono anche che c’è un’Italia maggioritaria e silenziosa che, al sermoncino dell’influencer di turno, preferisce ancora il buon senso e le verità che da esso derivano; in primis, quella che si nasca maschi e femmine e che uomini e donne siano, e restino, differenti.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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