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2022-09-22
Solo in Italia è vietato criticare il dogma Lgbt
(IStock)
Non passa settimana senza che emerga un orrore di qualche tipo. L’ultimo lo ha scoperto Matt Walsh, attivista americano famoso nel mondo che si occupa per lo più delle cosiddette tematiche gender. Assieme al suo staff, Walsh ha svolto indagini sulla clinica Vanderbilt di Nashville, negli Stati Uniti. Si tratta di una struttura aperta nel 2018 che si occupa appunto di problematiche legate al genere. Prima di tutto, Walsh ha mostrato - pubblicando tanto di video sui social - come la dottoressa Shayne Taylor, grande sostenitrice del progetto, abbia convinto i suoi colleghi di Nashville a «entrare nel gioco della transizione di genere». Nel corso di una conferenza, la studiosa ha ribadito con convinzione che una clinica gender si sarebbe rilevata una «grande fonte di denaro», anche perché i pazienti che si sottopongono a interventi chirurgici hanno bisogno poi di molti follow up. Quel che segue è ancora più inquietante: «A quanto pare», scrive Walsh, «alla Vanderbilt erano preoccupati del fatto che non tutto il personale avrebbe appoggiato il progetto. La dottoressa Ellen Clayton ha avvertito che le «obiezioni di coscienza» sono «problematiche». E che chiunque decidesse di non essere coinvolto in interventi chirurgici di transizione per via delle sue «credenze religiose» avrebbe dovuto affrontare «conseguenze».
Per assicurarsi che non ci fossero ammutinamenti di qualche tipo, la Vanderbilt ha creato un programma chiamato Trans Buddies (amici trans). «Gli «amici» sono attivisti della comunità trans che partecipano agli appuntamenti con pazienti trans», spiega Walsh, «monitorando i medici per evitare comportamenti “non sicuri” come il misgendering». Capito? I medici che ascoltano i pazienti intenzionati a cambiare sesso vengono «supervisionati» da attivisti trans, i quali hanno l’obiettivo di impedire che i dottori mettano in campo comportamenti politicamente scorretti (ad esempio dire a un paziente che farebbe meglio a non modificare il proprio corpo).
Fin qui, la parte ideologica della faccenda. Poi c’è quella chirurgica. Alla Vanderbilt si somministrano ormoni e bloccanti della pubertà a minorenni, persino a ragazzini di 13 anni (anche se i trattamenti dovrebbero iniziare a 16). E si praticano mastectomie su ragazze adolescenti. «Riepilogando», conclude Walsh, «la Vanderbilt è entrata nel giro della transizione di genere in gran parte perché è molto redditizio dal punto di vista finanziario. Ha quindi minacciato tutti i membri del personale che si fossero opposti e ha arruolato una banda di attivisti trans perché agissero come sorveglianti. Ora alla Vanderbilt castrano, sterilizzano e mutilano minori e adulti. E, all’apparenza, adottano misure per nascondere questa attività alla vista del pubblico. Ecco che cosa è diventata la “assistenza sanitaria” nell’America moderna».
L’attivista usa toni molto duri, ma ciò che ha mostrato è sconvolgente. Eppure non si tratta di un caso isolato. Di cliniche di questo genere negli Usa ce ne sono parecchie. E fino a qualche mese fa ce n’erano anche nel Regno Unito: il famigerato Tavistock Institute, che negli ultimi anni è stato al centro di polemiche feroci e pure di pesanti azioni legali. A seguito dei processi, e dopo numerose inchieste giornalistiche svolte dai principali quotidiani britannici - tra cui The Times - il governo d’Oltremanica ha deciso di smantellare la Tavistock. I servizi per minori e adulti con problematiche legate al genere resteranno, ma la grande centrale del cambio di sesso è stata prima depotenziata e poi bloccata, in modo che non potesse più sovrapporre l’ideologia alla medicina. Ed eccoci al punto. Nel mondo anglosassone, ma pure in quello nordeuropeo e francese, è in corso da tempo un dibattito pubblico rovente e molto approfondito sulle cosiddette «teorie gender».
Se ne occupano con serietà (e rispetto per tutte le parti in causa) giornali e trasmissioni televisive, politici e attivisti. I quali, con tutta evidenza, si sono resi conto di quanto tali argomenti siano rilevanti (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro). Non solo: a seguito delle discussioni pubbliche, molte nazioni hanno deciso di rallentare la corsa arcobaleno, o addirittura di fermarla, soprattutto nei casi in cui a essere coinvolti sono minorenni.
Precisiamo che a mettere un freno alla deriva gender sono stati governi ed esperti di vario colore, quindi non pericolosi reazionari. Il fatto è che gli attivisti trans sono riusciti - con il supporto dell’intellighenzia cosiddetta woke, cioè «risvegliata» - a imporre istanze minoritarie e per lo meno discutibili. E, col tempo, hanno ottenuto il supporto della quasi totalità del sistema politico-mediatico (con alcune radiose eccezioni). Tutto ciò ha prodotto un’accelerazione senza precedenti lungo il sentiero tracciato dagli ideologi transgender. Un sentiero che però non a tutti piace percorrere, anzi.
Secondo un sondaggio svolto quest’estate dall’autorevole Pew Research Center statunitense sulla popolazione americana, «la maggior parte degli intervistati è favorevole alla protezione delle persone trans dalla discriminazione, ma meno favorevole alle politiche di sostegno relative all’assistenza medica per le transizioni di genere; molti sono a disagio con il ritmo del cambiamento sulle questioni trans». La situazione non è dissimile in Italia, stando a una delle pochissime indagini realizzate sull’argomento, ovvero il sondaggio presentato ieri da Provita. Dalla ricerca, di cui si occupa in modo completo il pezzo di Giuliano Guzzo qui sotto, emerge che il «50% degli intervistati ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come ritiene invece il 26% degli intervistati (il 24% non sa esprimersi). Il 60% degli intervistati ritiene che un uomo che si percepisce donna non possa competere negli sport femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne (contro il 31% favorevole)». Tutto questo dimostra, se non altro, che l’ideologia Lgbt e le sue derive sono state calate dall’alto, e non sono poi così gradite o accettate dalle popolazioni, anche dopo decenni di propaganda mediatica. Quando poi l’ideologia produce effetti inquietanti che riguardano la vita e la salute dei minori (gli adulti hanno la facoltà di agire come vogliono), allora la misura si colma rapidamente. Badate bene: qui l’omofobia o la transfobia non c’entrano nulla. Non si tratta di cancellare i trans, ma di evitare che qualcuno venga avviato lungo un percorso da cui non c’è ritorno (per altro, in molti casi si tratta di persone omosessuali).
Poiché l’argomento è di delicatezza estrema, andrebbe trattato con grande attenzione, con precisione e coraggio. Negli Stati Uniti, almeno in parte, questo avviene. Nel Regno Unito avviene ancora di più, così come in altre nazioni nordiche, anche perché da quelle parti l’ideologia trans si è presa più spazio che altrove. Da noi, invece, non si discute. Si ritiene che il tema sia marginale, troppo scivoloso per essere preso di petto. Si pasticcia un po’ sul ddl Zan, ci si scambiano accuse di omofobia, ma intanto l’ossessione gender avanza e guadagna terreno. Qui non ci sono, per ora, cliniche spregiudicate come la Vanderbilt o la Tavistock. Però ci sono centri che si ispirano direttamente alla Tavistock, che hanno legami con la clinica inglese, ma che a differenza di quella sono ancora perfettamente operativi.
Forse, dunque, è il momento di aprire una discussione vera anche qui. Nel corso della campagna elettorale non è stato ancora fatto, ed è difficile che il tema finisca sul piatto. Ma non può essere dimenticato, perché sottotraccia l’ideologia avanza. E più il tempo passa, più diventa difficile arginarla.
Italiani contrari alle teorie gender e all’indottrinamento nelle scuole
Che le battaglie sui diritti civili, per quanto sposate dai media e da settori anche apicali delle istituzioni, magistratura in primis, fossero lontane dalle priorità degli italiani era, in realtà, cosa intuibile; la realtà quotidiana è infatti ben diversa dalla bolla di influencer, conduttori e cantanti sempre pronti a sventolare bandiere arcobaleno. Allo stesso modo, era immaginabile che la gran parte delle famiglie non condividesse la somministrazione ai loro figli di quelle lezioni «contro gli stereotipi di genere» che, di fatto, sono forme di omologazione forzata, pena l’accusa di discriminare, alle istanze Lgbt. Mancava però una fotografia, rispetto a tutto ciò, delle opinioni effettive della gente.
Questo fino a ieri quando al Senato, presso la Sala Caduti di Nassirya, nel corso della conferenza stampa «Scuola, gender, carriera Alias… parola alle famiglie», organizzata da Pro Vita & Famiglia, è stato illustrato un sondaggio che finalmente offre una fotografia della questione. Trattasi di un’indagine commissionata all’istituto Noto - realtà cui fanno riferimento spesso testate come Il Sole24Ore o trasmissioni come Porta a Porta - e realizzata su 1.000 cittadini, da cui sono emersi molti dati interessanti, specie perché in controtendenza rispetto alla linea promossa dai grandi media.
Anzitutto, si è visto come ormai il tema del gender tutto sia fuorché sconosciuto alla popolazione generale: il 92% degli italiani ne ha sentito parlare, l’81% addirittura sa «molto bene» o comunque «approssimativamente» in che cosa consista; di questi - attenzione - appena il 32% concorda con la teoria genderista, mentre il 48% si dice contrario e il 20% non sa esprimersi. Ancora, un italiano su due ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come pensa invece il 26% degli interpellati, e col 24% che non sa esprimersi. Dati che fanno riflettere sono emersi pure sul transgenderismo nello sport: il 60% del campione ritiene che un uomo che «si sente» donna non possa competere nelle gare femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne, opzione che convince meno di un italiano su tre, vale a dire il 31%. Questo posizioni diventano ancora più nette, nelle loro tendenze, se si volge l’attenzione al mondo giovanile. Il 66%, quindi la netta maggioranza degli italiani, si esprime infatti contro la possibilità di sottoporre un minore incerto sulla propria identità sessuale a terapie di transizione di genere a colpi di farmaci ormonali o interventi chirurgici, e il 75% ritiene invece che, in questi casi - contrariamente a quando asseriscono i fautori dell’identità di genere come dato meramente «percepito» -, il minore dovrebbe poter ricevere assistenza psicologica per riconciliarsi con il sesso biologico.
Stessa musica sulla scuola: quasi quattro intervistati su cinque (il 79%) appoggiano il diritto dei genitori di scegliere come educare i figli su temi inerenti sessualità e affettività, e l’81% ritiene che, su corsi o progetti al riguardo, le scuole debbano preventivamente informare e coinvolgere le famiglie, evitando i blitz nelle aule dei soliti sedicenti esperti. «Questi risultati dicono chiaramente che gli italiani non vogliono corsi e progetti Lgbtqia+ nelle scuole», ha commentato Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia, «e che, comunque, in caso di attività inerenti i delicati aspetti della sessualità e dell’affettività la scuola deve prima passare dalla famiglia». Non è tutto. Questi dati in realtà dicono anche che c’è un’Italia maggioritaria e silenziosa che, al sermoncino dell’influencer di turno, preferisce ancora il buon senso e le verità che da esso derivano; in primis, quella che si nasca maschi e femmine e che uomini e donne siano, e restino, differenti.
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Un’inchiesta Usa smaschera una clinica per il cambio di sesso: «Gli interventi ci portano tanti soldi». Mentre all’estero il dibattito sull’ideologia arcobaleno monta, qui ogni dubbio è silenziato. Eppure, nonostante la propaganda, i cittadini si oppongono alla deriva.Sondaggio commissionato da Pro Vita: l’80% del campione si oppone ai corsi sul genere.Lo speciale contiene due articoli.Non passa settimana senza che emerga un orrore di qualche tipo. L’ultimo lo ha scoperto Matt Walsh, attivista americano famoso nel mondo che si occupa per lo più delle cosiddette tematiche gender. Assieme al suo staff, Walsh ha svolto indagini sulla clinica Vanderbilt di Nashville, negli Stati Uniti. Si tratta di una struttura aperta nel 2018 che si occupa appunto di problematiche legate al genere. Prima di tutto, Walsh ha mostrato - pubblicando tanto di video sui social - come la dottoressa Shayne Taylor, grande sostenitrice del progetto, abbia convinto i suoi colleghi di Nashville a «entrare nel gioco della transizione di genere». Nel corso di una conferenza, la studiosa ha ribadito con convinzione che una clinica gender si sarebbe rilevata una «grande fonte di denaro», anche perché i pazienti che si sottopongono a interventi chirurgici hanno bisogno poi di molti follow up. Quel che segue è ancora più inquietante: «A quanto pare», scrive Walsh, «alla Vanderbilt erano preoccupati del fatto che non tutto il personale avrebbe appoggiato il progetto. La dottoressa Ellen Clayton ha avvertito che le «obiezioni di coscienza» sono «problematiche». E che chiunque decidesse di non essere coinvolto in interventi chirurgici di transizione per via delle sue «credenze religiose» avrebbe dovuto affrontare «conseguenze». Per assicurarsi che non ci fossero ammutinamenti di qualche tipo, la Vanderbilt ha creato un programma chiamato Trans Buddies (amici trans). «Gli «amici» sono attivisti della comunità trans che partecipano agli appuntamenti con pazienti trans», spiega Walsh, «monitorando i medici per evitare comportamenti “non sicuri” come il misgendering». Capito? I medici che ascoltano i pazienti intenzionati a cambiare sesso vengono «supervisionati» da attivisti trans, i quali hanno l’obiettivo di impedire che i dottori mettano in campo comportamenti politicamente scorretti (ad esempio dire a un paziente che farebbe meglio a non modificare il proprio corpo).Fin qui, la parte ideologica della faccenda. Poi c’è quella chirurgica. Alla Vanderbilt si somministrano ormoni e bloccanti della pubertà a minorenni, persino a ragazzini di 13 anni (anche se i trattamenti dovrebbero iniziare a 16). E si praticano mastectomie su ragazze adolescenti. «Riepilogando», conclude Walsh, «la Vanderbilt è entrata nel giro della transizione di genere in gran parte perché è molto redditizio dal punto di vista finanziario. Ha quindi minacciato tutti i membri del personale che si fossero opposti e ha arruolato una banda di attivisti trans perché agissero come sorveglianti. Ora alla Vanderbilt castrano, sterilizzano e mutilano minori e adulti. E, all’apparenza, adottano misure per nascondere questa attività alla vista del pubblico. Ecco che cosa è diventata la “assistenza sanitaria” nell’America moderna».L’attivista usa toni molto duri, ma ciò che ha mostrato è sconvolgente. Eppure non si tratta di un caso isolato. Di cliniche di questo genere negli Usa ce ne sono parecchie. E fino a qualche mese fa ce n’erano anche nel Regno Unito: il famigerato Tavistock Institute, che negli ultimi anni è stato al centro di polemiche feroci e pure di pesanti azioni legali. A seguito dei processi, e dopo numerose inchieste giornalistiche svolte dai principali quotidiani britannici - tra cui The Times - il governo d’Oltremanica ha deciso di smantellare la Tavistock. I servizi per minori e adulti con problematiche legate al genere resteranno, ma la grande centrale del cambio di sesso è stata prima depotenziata e poi bloccata, in modo che non potesse più sovrapporre l’ideologia alla medicina. Ed eccoci al punto. Nel mondo anglosassone, ma pure in quello nordeuropeo e francese, è in corso da tempo un dibattito pubblico rovente e molto approfondito sulle cosiddette «teorie gender». Se ne occupano con serietà (e rispetto per tutte le parti in causa) giornali e trasmissioni televisive, politici e attivisti. I quali, con tutta evidenza, si sono resi conto di quanto tali argomenti siano rilevanti (e lo diverranno sempre di più nel prossimo futuro). Non solo: a seguito delle discussioni pubbliche, molte nazioni hanno deciso di rallentare la corsa arcobaleno, o addirittura di fermarla, soprattutto nei casi in cui a essere coinvolti sono minorenni.Precisiamo che a mettere un freno alla deriva gender sono stati governi ed esperti di vario colore, quindi non pericolosi reazionari. Il fatto è che gli attivisti trans sono riusciti - con il supporto dell’intellighenzia cosiddetta woke, cioè «risvegliata» - a imporre istanze minoritarie e per lo meno discutibili. E, col tempo, hanno ottenuto il supporto della quasi totalità del sistema politico-mediatico (con alcune radiose eccezioni). Tutto ciò ha prodotto un’accelerazione senza precedenti lungo il sentiero tracciato dagli ideologi transgender. Un sentiero che però non a tutti piace percorrere, anzi.Secondo un sondaggio svolto quest’estate dall’autorevole Pew Research Center statunitense sulla popolazione americana, «la maggior parte degli intervistati è favorevole alla protezione delle persone trans dalla discriminazione, ma meno favorevole alle politiche di sostegno relative all’assistenza medica per le transizioni di genere; molti sono a disagio con il ritmo del cambiamento sulle questioni trans». La situazione non è dissimile in Italia, stando a una delle pochissime indagini realizzate sull’argomento, ovvero il sondaggio presentato ieri da Provita. Dalla ricerca, di cui si occupa in modo completo il pezzo di Giuliano Guzzo qui sotto, emerge che il «50% degli intervistati ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come ritiene invece il 26% degli intervistati (il 24% non sa esprimersi). Il 60% degli intervistati ritiene che un uomo che si percepisce donna non possa competere negli sport femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne (contro il 31% favorevole)». Tutto questo dimostra, se non altro, che l’ideologia Lgbt e le sue derive sono state calate dall’alto, e non sono poi così gradite o accettate dalle popolazioni, anche dopo decenni di propaganda mediatica. Quando poi l’ideologia produce effetti inquietanti che riguardano la vita e la salute dei minori (gli adulti hanno la facoltà di agire come vogliono), allora la misura si colma rapidamente. Badate bene: qui l’omofobia o la transfobia non c’entrano nulla. Non si tratta di cancellare i trans, ma di evitare che qualcuno venga avviato lungo un percorso da cui non c’è ritorno (per altro, in molti casi si tratta di persone omosessuali).Poiché l’argomento è di delicatezza estrema, andrebbe trattato con grande attenzione, con precisione e coraggio. Negli Stati Uniti, almeno in parte, questo avviene. Nel Regno Unito avviene ancora di più, così come in altre nazioni nordiche, anche perché da quelle parti l’ideologia trans si è presa più spazio che altrove. Da noi, invece, non si discute. Si ritiene che il tema sia marginale, troppo scivoloso per essere preso di petto. Si pasticcia un po’ sul ddl Zan, ci si scambiano accuse di omofobia, ma intanto l’ossessione gender avanza e guadagna terreno. Qui non ci sono, per ora, cliniche spregiudicate come la Vanderbilt o la Tavistock. Però ci sono centri che si ispirano direttamente alla Tavistock, che hanno legami con la clinica inglese, ma che a differenza di quella sono ancora perfettamente operativi.Forse, dunque, è il momento di aprire una discussione vera anche qui. Nel corso della campagna elettorale non è stato ancora fatto, ed è difficile che il tema finisca sul piatto. Ma non può essere dimenticato, perché sottotraccia l’ideologia avanza. E più il tempo passa, più diventa difficile arginarla.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/solo-in-italia-e-vietato-criticare-il-dogma-lgbt-2658321927.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="italiani-contrari-alle-teorie-gender-e-allindottrinamento-nelle-scuole" data-post-id="2658321927" data-published-at="1663840021" data-use-pagination="False"> Italiani contrari alle teorie gender e all’indottrinamento nelle scuole Che le battaglie sui diritti civili, per quanto sposate dai media e da settori anche apicali delle istituzioni, magistratura in primis, fossero lontane dalle priorità degli italiani era, in realtà, cosa intuibile; la realtà quotidiana è infatti ben diversa dalla bolla di influencer, conduttori e cantanti sempre pronti a sventolare bandiere arcobaleno. Allo stesso modo, era immaginabile che la gran parte delle famiglie non condividesse la somministrazione ai loro figli di quelle lezioni «contro gli stereotipi di genere» che, di fatto, sono forme di omologazione forzata, pena l’accusa di discriminare, alle istanze Lgbt. Mancava però una fotografia, rispetto a tutto ciò, delle opinioni effettive della gente. Questo fino a ieri quando al Senato, presso la Sala Caduti di Nassirya, nel corso della conferenza stampa «Scuola, gender, carriera Alias… parola alle famiglie», organizzata da Pro Vita & Famiglia, è stato illustrato un sondaggio che finalmente offre una fotografia della questione. Trattasi di un’indagine commissionata all’istituto Noto - realtà cui fanno riferimento spesso testate come Il Sole24Ore o trasmissioni come Porta a Porta - e realizzata su 1.000 cittadini, da cui sono emersi molti dati interessanti, specie perché in controtendenza rispetto alla linea promossa dai grandi media. Anzitutto, si è visto come ormai il tema del gender tutto sia fuorché sconosciuto alla popolazione generale: il 92% degli italiani ne ha sentito parlare, l’81% addirittura sa «molto bene» o comunque «approssimativamente» in che cosa consista; di questi - attenzione - appena il 32% concorda con la teoria genderista, mentre il 48% si dice contrario e il 20% non sa esprimersi. Ancora, un italiano su due ritiene che non esistano infinite identità sessuali oltre maschile e femminile, come pensa invece il 26% degli interpellati, e col 24% che non sa esprimersi. Dati che fanno riflettere sono emersi pure sul transgenderismo nello sport: il 60% del campione ritiene che un uomo che «si sente» donna non possa competere nelle gare femminili, e il 51% che non possa usufruire di bagni, spogliatoi, docce e luoghi riservati alle donne, opzione che convince meno di un italiano su tre, vale a dire il 31%. Questo posizioni diventano ancora più nette, nelle loro tendenze, se si volge l’attenzione al mondo giovanile. Il 66%, quindi la netta maggioranza degli italiani, si esprime infatti contro la possibilità di sottoporre un minore incerto sulla propria identità sessuale a terapie di transizione di genere a colpi di farmaci ormonali o interventi chirurgici, e il 75% ritiene invece che, in questi casi - contrariamente a quando asseriscono i fautori dell’identità di genere come dato meramente «percepito» -, il minore dovrebbe poter ricevere assistenza psicologica per riconciliarsi con il sesso biologico. Stessa musica sulla scuola: quasi quattro intervistati su cinque (il 79%) appoggiano il diritto dei genitori di scegliere come educare i figli su temi inerenti sessualità e affettività, e l’81% ritiene che, su corsi o progetti al riguardo, le scuole debbano preventivamente informare e coinvolgere le famiglie, evitando i blitz nelle aule dei soliti sedicenti esperti. «Questi risultati dicono chiaramente che gli italiani non vogliono corsi e progetti Lgbtqia+ nelle scuole», ha commentato Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita & famiglia, «e che, comunque, in caso di attività inerenti i delicati aspetti della sessualità e dell’affettività la scuola deve prima passare dalla famiglia». Non è tutto. Questi dati in realtà dicono anche che c’è un’Italia maggioritaria e silenziosa che, al sermoncino dell’influencer di turno, preferisce ancora il buon senso e le verità che da esso derivano; in primis, quella che si nasca maschi e femmine e che uomini e donne siano, e restino, differenti.
Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli Italia, spiega che cosa sta succedendo: il Qatar sospende la produzione di Gnl e il prezzo del gas vola al Ttf di Amsterdam.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 marzo 2026. Il tesoriere della Lega Alberto Di Rubba ci racconta la sua odissea da vittima di dossieraggio.
Dal 2008 le nascite sono diminuite del 35,8% e nel 2024 il tasso di fertilità è sceso a 1,18 figli per donna, minimo storico. Numeri che descrivono un trend strutturale di lungo periodo e che proiettano l'Italia verso il cosiddetto «inverno demografico»: entro il 2050 meno residenti, più anziani e un sistema pensionistico a rischio.
Gli italiani non fanno più figli, una frase che ormai da qualche anno sentiamo ripetere quasi meccanicamente nei servizi dei vari telegiornali. Ci sono però diversi aspetti, al di là della magnitudine del calo della popolazione, che meriterebbero un approfondimento. Permetteteci un’anticipazione: la situazione è molto grave.
L'Italia sta attraversando una crisi demografica senza precedenti nella sua storia, un vero e proprio «inverno demografico» che rischia di lasciare il Paese in un gigantesco museo a cielo aperto, dove i visitatori ammireranno bellezze artistiche custodite da una popolazione sempre più anziana e meno numerosa. I dati dell'Istat per il 2024 sono piuttosto evidenti al riguardo.
Il tasso di fertilità, indicatore di riferimento in merito alla salute riproduttiva della popolazione, è crollato a 1,18 figli per donna, il minimo storico assoluto, mentre le proiezioni per il 2025 indicano un ulteriore crollo a 1,13. Per comprendere l'entità del disastro basta confrontare questi numeri con il livello di sostituzione demografica di 2,1 figli per donna, necessario per mantenere stabile una popolazione senza apporto migratorio. L'Italia, anche prendendo in considerazione l’immigrazione, si trova ormai a metà di quel traguardo, e la tendenza è inesorabilmente discendente.
Nel 2024 le nascite sono state 369.944, quasi 10.000 in meno rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 2,6% che conferma la media annua del -2,7% registrata dal 2008. Rispetto al picco di quell’anno, quando nacquero oltre 576.000 bambini, il Paese ha perso più di un terzo delle nascite, con una diminuzione complessiva del 35,8%. Ma i dati provvisori relativi ai primi sette mesi del 2025 sono ancora più allarmanti: le nascite sono diminuite di circa 13.000 unità rispetto allo stesso periodo del 2024, con un crollo del 6,3%.
Molti dei danni non sono più recuperabili, le donne in età riproduttiva (15-49 anni), ad esempio, che oggi ammontano a 11,5 milioni, si ridurranno a 9,1 milioni nel 2050. Anche ipotizzando un recupero della fecondità, il numero assoluto di nascite continuerà a calare per la semplice mancanza di potenziali madri.
Entro il 2050 la popolazione residente scenderà da 59 a 54,7 milioni, con un'età media record che arriverà ai 51 anni. Gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre i giovani fino ai 14 anni scenderanno all'11,2%. Anche per questo dato le conseguenze sono autoevidenti: il rapporto tra popolazione attiva (15-64 anni) e anziani diventerà insostenibile, con i lavoratori attivi che diminuiranno da 37,4 a 29,7 milioni, mentre gli ultra-sessantacinquenni cresceranno considerevolmente. L'INPS ha già lanciato l’allarme sul fatto che il sistema pensionistico non sarà più finanziabile senza deficit, con un rapporto attivi/pensionati che diventerà matematicamente ingestibile.
La trasformazione demografica riguarderà anche le famiglie italiane, o forse sarebbe più corretto dire le «non-famiglie», visto che le proiezioni ISTAT per il 2050 indicano che solo famiglia su cinque sarà composta da una coppia con figli (oggi sono tre su dieci). Mentre il 41,1% sarà formata da persone sole, rispetto al 36,8% attuale. La dimensione media familiare si ridurrà da 2,21 a 2,03 componenti, con un incremento del 13% delle persone sole che porterà il loro numero da 9,7 a 11 milioni. Tra queste, gli anziani soli cresceranno da 4,6 a 6,5 milioni, persone che in molti casi dovranno affrontare la vecchiaia senza rete familiare di supporto.
Le conseguenze economiche e sociali si faranno sentire; un Paese con meno consumatori, meno domanda interna, meno innovazione e una popolazione lavorativa in contrazione, vedrà giocoforza la propria competitività globale diminuire. L'economia italiana dovrà fare i conti con una spirale «deflattiva» permanente: meno giovani significano meno imprese innovative, meno startup, meno dinamismo imprenditoriale e, più banalmente, meno forza lavoro disponibile.
L'Italia rischia quindi di diventare un «Paese museo» non solo metaforicamente ma anche nella realtà. Ci vengano perdonati i toni allarmistici, ma di allarme si tratta. Senza interventi strutturali radicali il 2050 potrebbe simbolicamente segnare l'ingresso definitivo dell'Italia in una nuova era demografica, quella di una civiltà che ha smesso di riprodursi e che contempla il proprio declino con la rassegnazione di chi osserva un reperto archeologico.
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Uno specialista del 4° Reggimento Alpini paracadutisti in Alaska (Esercito Italiano)
L’esercitazione, che si è sviluppata in uno scenario warfighting con confronto tra forze contrapposte di pari livello tecnologico (peer-to-peer) in ambiente artico, è stata caratterizzata da un forte realismo ed un elevato grado di complessità, con il coinvolgimento di assetti di varie nazioni, un rilevante numero di personale e mezzi operativi e di supporto nella vasta area addestrativa di Fort Wainwright.
Nel corso dell’attività si è strutturato il confronto sul terreno di due unità di livello Brigata (Infrantry Brigade Combat Team) e i Ranger hanno operato in stretto collegamento con i Berretti Verdi del 10° Special Forces Group dello United States Army Special Operations Command (USASOC), costituendo distaccamenti operativi, per la condotta di Operazioni Speciali nelle aree assegnate e a supporto delle rispettive Forze di manovra.
Durante le tre settimane di esercitazione, il focus addestrativo ha riguardato la condotta di tutto lo spettro delle Operazioni Speciali con specifico riferimento alle attività cinetiche in ambiente artico innevato. Sono state svolte ricognizioni speciali anche a lungo raggio grazie all’impiego di motoslitte, azioni dirette di varia tipologia (sia stand off con guida terminale di munizionamento, raid con l’utilizzo di droni FPV, sia hands on con demolizione di manufatti, recupero di materiali o imboscate) e anche attività di assistenza a favore di possibili forze irregolari.
A conclusione dell’attività addestrativa, il Comandante del COMFOSE, il Generale di Brigata Carmine Vizzuso e il Comandante del 4° reggimento Alpini Paracadutisti, il Colonnello Paolo Rocchi, si sono recati in visita a Fort Wainwright per visionare alcune delle attività condotte dai Ranger e partecipare all’attività dimostrativa organizzata dal JPMRC-AK.
L’esercitazione ha rappresentato un’opportunità addestrativa molto proficua ed unica nel suo genere, permettendo ai membri delle Forze Speciali di operare in uno scenario ad alta intensità e con ritmi operativi serrati, in un ambiente naturale estremo e permettendo ai Ranger di incrementare ulteriormente l’interoperabilità con le forze speciali e le forze convenzionali di altri Paesi.
I Ranger dell’Esercito, preparati a condurre tutto lo spettro delle Operazioni Speciali (Military Assistance, Special Reconnaissance e Direct Action), sono particolarmente addestrati ed equipaggiati per operare in contesti ad alta intensità e complessità, con uno specifico focus sul combattimento in ambiente montano artico.
Il 4° reggimento Alpini paracadutisti rappresenta un’eccellenza assoluta, i cui operatori, apprezzati anche a livello internazionale, sono in grado di intervenire sempre con la massima prontezza e tempestività in ogni situazione.
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