True
2025-11-09
Cibi extra Ue entrano senza controlli. Lollobrigida: in Italia la sede delle dogane
Immediata la risposta del ministro per la Sovranità alimentare Franceso Lollobrigida: «L’Italia è il Paese che controlla di più e truffa di meno, grazie anche al lavoro straordinario delle nostre forze dell’ordine; per questo chiediamo che la futura Authority europea abbia sede qui, in Italia. E che nei porti del Nord Europa, come Rotterdam, si adottino gli stessi standard di controllo che applichiamo nei nostri porti. Chi ha pensato di ridurre la produzione europea per aumentare le importazioni», ecco la frecciata a Frans Timmermans l’ex vicepresidente della Commissione Ue ideologo del Green deal e mandato a casa proprio dai contadini olandesi, «ha sbagliato i conti, e in molti casi ne ha già pagato le conseguenze. Il governo, in questi anni, ha invertito la rotta e ha messo l’agricoltura al centro». Vero, ma resta il fronte di Bruxelles. Dalle parole di Lollobrigida, Prandini chiede di passare ai fatti in sede europea ricontrattando i dazi Usa, fermando il Mercosur, assicurando reciprocità sulle importazioni. Sostiene il presidente, che ringrazia il ministro per aver dato slancio alla proposta della Coldiretti sulle dogane, «non si possono imporre regole stringenti ai nostri produttori e poi aprire le frontiere a chi produce senza rispettarle. Oggi in Europa solo il 3% dei prodotti importati viene controllato. È inaccettabile, se pensiamo al numero di verifiche che subiscono le nostre aziende e soprattutto non è pensabile che il nostro made in Italy possa essere affossato dalla mancanza del concetto di reciprocità». Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti, rincara: «Non è pensabile che l’agricoltura più distintiva e più ricca di potenziale subisca attacchi che ne mettono costantemente a rischio il valore; dobbiamo arrivare a un controllo sui prodotti che arrivi al 100%, soprattutto su filiere che sappiamo essere già compromesse all’origine». I cibi e le bevande importati in Italia sono 5 volte più pericolosi dei nostri; nei prodotti importati c’è una presenza di residui chimici irregolari pari al 2,6% rispetto ad appena lo 0,5% di quelli nazionali e considerano quelli extra Ue la percentuale sale al 4,5%. Va anche detto che Parma ospita già l’Efsa, l’autorità europea che vigila sull’agroalimentare. È dunque una questione di salute, ma anche economica. Lo ha messo in evidenza Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bf di gran lunga il gruppo agroalimentare più importante d’Italia, quotato in Borsa. «Dieci anni fa», ha scandito Vecchioni, «Coldiretti ha avuto la lungimiranza di affiancare un solido progetto economico al progetto sindacale. È nata Bf con la volontà di creare un campione nazionale che mancava e che ha portato poi alla nascita di Cai-Consorzi Agrari d’Italia. Un’infrastruttura al servizio degli agricoltori per renderli più competitivi e per aiutarli a proteggere il loro reddito e che ha una funzione inscindibile con Coldiretti. Oggi abbiamo il dovere di usare questa nostra esperienza per proteggere gli agricoltori non solo in Italia, ma anche nel mondo, a partire dall’Africa dove siamo protagonisti del Piano Mattei. E lo facciamo senza essere predatori, senza acquistare i terreni, senza importare qui i prodotti che invece servono alla sicurezza alimentare dei Paesi dove operiamo, ma con la capacita anche di attrarre investimenti della finanza verso progetti agricoli».
Tutto questo però sarebbe vano senza una vera protezione dei nostri prodotti che nascono dall’agricoltura più verde del mondo (ha il record di sostenibilità), che ha la maggiore redditività (3.100 euro all’ettaro, il doppio della Francia) e che continua ad attrarre giovani (sono 115.000 i nuovi imprenditori agricoli under 35 con un aumento di occupazione del 18% nel 2025 sui 12,5 milioni di ettari coltivati). Ecco perché Gesmundo nel sostenere le affermazioni di Vecchioni - «con Bf e Cai è stata offerta agli agricoltori una piattaforma di servizio e un gruppo che vale oltre duemila miliardi» - insiste su due punti: Mercosur e dazi Usa. L’accordo col Sudamerica penalizza l’export (abbiamo importato per 2,3 miliardi in più ed esportato solo per 284 milioni con un calo dell’8% quest’anno), mentre quello sui dazi non solo ci toglie mercato, ma avvantaggia i produttori americani che «sono i primi contraffattori del made in Italy per un valore di oltre 40 miliardi» con tutte le nostre esportazioni dal vino (meno 18%) all’olio (meno 62%) in calo e il caso dei formaggi che diventa clamoroso. Agli americani abbiamo venduto meno 12% in compenso la produzione Usa di formaggi italian style - dal Parmesan alla mozzarella - è arrivata a 2,7 miliardi di chili. Ce n’è d’avanzo per occuparsi delle frontiere europee per tutelare la salute e l’economia.
Continua a leggereRiduci
Allarme Coldiretti: «Il porto di Rotterdam è un colabrodo, il 97% dei prodotti non subisce esami». Il ministro incalza Bruxelles.In ballo ci sono malcontati 700 miliardi di euro, quasi un terzo del Pil generato dall’agroalimentare, oltre che la salute, eppure l’Europa non protegge i campi. Perciò l’Italia si candida a sentinella della qualità e della salubrità delle merci che arrivano dall’estero. Francesco Lollobrigida annuncia: «Chiederemo che venga assegnata all’Italia l’autorità doganale europea». È la risposta all’allarme lanciato dalla Codiretti nella sua tre giorni di Bologna. Ha ammonito il presidente Ettore Prandini: «Con 97 prodotti alimentari stranieri su 100 che entrano nell’Ue senza alcun controllo, approfittando di porti “colabrodo” come Rotterdam, serve un sistema realmente efficace di controlli alle frontiere per tutelare la salute dei cittadini e difendere le imprese agroalimentari dalla concorrenza sleale che mette a rischio i nostri record». Immediata la risposta del ministro per la Sovranità alimentare Franceso Lollobrigida: «L’Italia è il Paese che controlla di più e truffa di meno, grazie anche al lavoro straordinario delle nostre forze dell’ordine; per questo chiediamo che la futura Authority europea abbia sede qui, in Italia. E che nei porti del Nord Europa, come Rotterdam, si adottino gli stessi standard di controllo che applichiamo nei nostri porti. Chi ha pensato di ridurre la produzione europea per aumentare le importazioni», ecco la frecciata a Frans Timmermans l’ex vicepresidente della Commissione Ue ideologo del Green deal e mandato a casa proprio dai contadini olandesi, «ha sbagliato i conti, e in molti casi ne ha già pagato le conseguenze. Il governo, in questi anni, ha invertito la rotta e ha messo l’agricoltura al centro». Vero, ma resta il fronte di Bruxelles. Dalle parole di Lollobrigida, Prandini chiede di passare ai fatti in sede europea ricontrattando i dazi Usa, fermando il Mercosur, assicurando reciprocità sulle importazioni. Sostiene il presidente, che ringrazia il ministro per aver dato slancio alla proposta della Coldiretti sulle dogane, «non si possono imporre regole stringenti ai nostri produttori e poi aprire le frontiere a chi produce senza rispettarle. Oggi in Europa solo il 3% dei prodotti importati viene controllato. È inaccettabile, se pensiamo al numero di verifiche che subiscono le nostre aziende e soprattutto non è pensabile che il nostro made in Italy possa essere affossato dalla mancanza del concetto di reciprocità». Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti, rincara: «Non è pensabile che l’agricoltura più distintiva e più ricca di potenziale subisca attacchi che ne mettono costantemente a rischio il valore; dobbiamo arrivare a un controllo sui prodotti che arrivi al 100%, soprattutto su filiere che sappiamo essere già compromesse all’origine». I cibi e le bevande importati in Italia sono 5 volte più pericolosi dei nostri; nei prodotti importati c’è una presenza di residui chimici irregolari pari al 2,6% rispetto ad appena lo 0,5% di quelli nazionali e considerano quelli extra Ue la percentuale sale al 4,5%. Va anche detto che Parma ospita già l’Efsa, l’autorità europea che vigila sull’agroalimentare. È dunque una questione di salute, ma anche economica. Lo ha messo in evidenza Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bf di gran lunga il gruppo agroalimentare più importante d’Italia, quotato in Borsa. «Dieci anni fa», ha scandito Vecchioni, «Coldiretti ha avuto la lungimiranza di affiancare un solido progetto economico al progetto sindacale. È nata Bf con la volontà di creare un campione nazionale che mancava e che ha portato poi alla nascita di Cai-Consorzi Agrari d’Italia. Un’infrastruttura al servizio degli agricoltori per renderli più competitivi e per aiutarli a proteggere il loro reddito e che ha una funzione inscindibile con Coldiretti. Oggi abbiamo il dovere di usare questa nostra esperienza per proteggere gli agricoltori non solo in Italia, ma anche nel mondo, a partire dall’Africa dove siamo protagonisti del Piano Mattei. E lo facciamo senza essere predatori, senza acquistare i terreni, senza importare qui i prodotti che invece servono alla sicurezza alimentare dei Paesi dove operiamo, ma con la capacita anche di attrarre investimenti della finanza verso progetti agricoli». Tutto questo però sarebbe vano senza una vera protezione dei nostri prodotti che nascono dall’agricoltura più verde del mondo (ha il record di sostenibilità), che ha la maggiore redditività (3.100 euro all’ettaro, il doppio della Francia) e che continua ad attrarre giovani (sono 115.000 i nuovi imprenditori agricoli under 35 con un aumento di occupazione del 18% nel 2025 sui 12,5 milioni di ettari coltivati). Ecco perché Gesmundo nel sostenere le affermazioni di Vecchioni - «con Bf e Cai è stata offerta agli agricoltori una piattaforma di servizio e un gruppo che vale oltre duemila miliardi» - insiste su due punti: Mercosur e dazi Usa. L’accordo col Sudamerica penalizza l’export (abbiamo importato per 2,3 miliardi in più ed esportato solo per 284 milioni con un calo dell’8% quest’anno), mentre quello sui dazi non solo ci toglie mercato, ma avvantaggia i produttori americani che «sono i primi contraffattori del made in Italy per un valore di oltre 40 miliardi» con tutte le nostre esportazioni dal vino (meno 18%) all’olio (meno 62%) in calo e il caso dei formaggi che diventa clamoroso. Agli americani abbiamo venduto meno 12% in compenso la produzione Usa di formaggi italian style - dal Parmesan alla mozzarella - è arrivata a 2,7 miliardi di chili. Ce n’è d’avanzo per occuparsi delle frontiere europee per tutelare la salute e l’economia.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
Continua a leggereRiduci
L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
Continua a leggereRiduci