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2019-02-19
Sito in tilt e doppio rinvio. Ma dopo lo psicodramma il M5s assolve il leghista
Il soldato Salvini è salvo: gli iscritti del M5s hanno votato contro l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell'Interno.
Al termine di una giornata convulsa, i contrari al processo al segretario della Lega sono stati 30.948 (il 59,05%), mentre a favore dell'autorizzazione a procedere si sono espressi 21.469 militanti del M5s (il 40,95%). Hanno votato 52.147 iscritti al M5s, su un totale di circa 100.000 aventi diritto. «La votazione», secondo il Blog delle stelle, «entra nella storia di Rousseau per essere stata quella con il maggior numero di votanti di sempre in una singola giornata. Un record. E ciò conferma l'importanza dei principi di democrazia diretta all'interno del M5s». Fino a ieri, il primo gradino del podio era occupato dal voto sulle Quirinarie del gennaio 2015, quando votarono 51.677 iscritti.
Il risultato consente una navigazione serena del governo guidato dal premier Giuseppe Conte: già oggi si vedranno gli effetti concreti della scelta degli iscritti al M5s, visto che i sette componenti grillini della giunta per le Immunità del Senato si adegueranno alla indicazione della «base», definite «vincolanti» da Luigi Di Maio. Il vicepremier ha commentato su Facebook l'esito della consultazione online, che è stato comunicato mentre a Montecitorio era già iniziata l'assemblea congiunta dei gruppi parlamentari: «Grazie», ha scritto Di Maio, «a tutti i 52.417 iscritti che oggi hanno partecipato alla votazione online su Rousseau. Far votare i cittadini fa parte del nostro Dna, lo abbiamo sempre fatto come accaduto per il contratto di governo, per la scelta dei nostri parlamentari o per i programmi. L'altissimo numero di votanti dimostra anche questa volta che Rousseau funziona e si conferma il nostro strumento di partecipazione diretta». «Con questo risultato», ha aggiunto Di Maio, «i nostri iscritti hanno valutato che c'era un interesse pubblico nella vicenda Diciotti e che era necessario ricordare all'Europa che c'è un principio di solidarietà da rispettare. Sono orgoglioso di far parte dell'unica forza politica che interpella i propri iscritti, chiamandoli ad esprimersi. Presto ci saranno votazioni anche sulla nuova organizzazione del M5s». La nuova organizzazione alla quale si riferisce Di Maio è stata illustrata per sommi capi ai parlamentari nel corso dell'assemblea congiunta di ieri sera: «Non basta presentare una lista», ha detto Di Maio, «abbiamo bisogno di un tessuto di amministratori sui territori, di un'organizzazione verticale sui temi. L'argomento che vorrei porre nei prossimi mesi è un'organizzazione centrale del Movimento, con una struttura verticale». Il Movimento si fa partito, dunque, e non potrebbe essere altrimenti, considerati i risultati negativi che il M5s raccoglie nelle consultazioni regionali e amministrative.
Pochi minuti dopo, è arrivato anche il commento di Matteo Salvini: «Li ringrazio per la fiducia», ha detto il ministro dell'Interno, rivolgendosi agli iscritti del M5s, «poi non sono qua a stappare spumante, né mi sarei depresso se fosse stato il contrario. Ero tranquillo prima e sarò tranquillo domani. Se uno ha la coscienza a posto», ha aggiunto Salvini, «come ce l'ho io non vive con l'ansia».
Una giornata complicata, quella di ieri, per il M5s, i cui militanti hanno incontrato molte difficoltà di carattere tecnico per riuscire a esprimere il loro voto online. I responsabili della piattaforma hanno dovuto posticipare l'inizio e la fine della consultazione: l'apertura delle «urne telematiche», prevista per le 10 di ieri mattina, è slittata alle 11, e così anche la chiusura delle votazioni, originariamente fissata per le 19, è stata posticipata prima alle 20 e poi alle 21.30. La Verità ha assistito alla votazione di un iscritto, durata una mezz'oretta circa. I problemi che si sono verificati? Innanzitutto, per collegarsi alla piattaforma sono stati necessari diversi tentativi; una volta connessi, per tre volte è apparso il messaggio che segnalava che la password era errata; il tentativo di recuperarla è stato vano. In realtà, la password era corretta, e infatti dopo diversi tentativi il log in è riuscito. Prima che comparisse la fatidica scritta «grazie per aver votato», però, è stato necessario cliccare molte volte. Anche la formulazione del quesito, che aveva scatenato molte critiche, è stata leggermente modificata.
Sul Blog delle stelle si sono moltiplicate le proteste degli attivisti: c'è chi ha denunciato di non essere riuscito a votare pur avendo provato per 5 ore. La senatrice pentastellata Elena Fattori è intervenuta a gamba tesa: «L'associazione Rousseau usufruisce di 90.000 euro di soldi pubblici, versati dai parlamentari, dal mese di Marzo 2018. Quindi ha ottenuto circa un milione di euro per implementare la piattaforma. Non riesco neanche a connettermi. Tutti i mesi», ha aggiunto la Fattori, verso 300 euro e chiedo gentilmente, internamente, una fattura e il rendiconto. Mai ottenuto risposta».
In ogni caso, ora che lo scoglio della votazione on line sul caso-Diciotti è stato superato, il governo targato Lega-M5s può tornare a dedicarsi ai temi di più stringente attualità, tra i quali al primo posto c'è l'autonomia differenziata per Veneto, Lombardia e Emilia Romagna.
I pm di Catania vogliono archiviare il governo
Dopo il voto on line, si passa a quelli «veri»: oggi alle 13 e 30 si riunisce la giunta per le Immunità del Senato, con all'ordine del giorno la «Domanda di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Matteo Salvini». La giunta dovrà pronunciarsi sulla relazione del presidente, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che è anche relatore del procedimento, e che ha chiesto di non concedere l'autorizzazione a procedere, in quanto, a suo giudizio, dalle carte emerge che Salvini «ha agito per tutelare preminenti interessi di natura pubblica nel quadro di una azione di politiche di governo sul contrasto dell'immigrazione e di tutela della sicurezza nazionale». «Faremo», ha detto ieri Gasparri al programma di Rai Radio 1 Un Giorno da Pecora, «quello che le procedure parlamentari ci dicono di fare. Ci sarà una mia breve replica all'inizio, le dichiarazioni di voto dei gruppi e in due ore al massimo si arriverà al voto, con scrutinio palese, per alzata di mano, sia lì che in Aula nel voto successivo. In giunta si esprimerà una tendenza che immagino sarà confermata in Aula, ma non c'è un vincolo: ognuno», ha precisato Gasparri, «è libero di votare come vuole».
I componenti della giunta per le Immunità di Palazzo Madama, lo ricordiamo, sono 23. Prima della votazione di ieri sulla piattaforma Rousseau, e quindi prima che la base desse la sua indicazione ai sette esponenti del M5s presenti nell'organismo, per il «no» al processo erano schierati i quattro senatori della Lega, i quattro di Forza Italia, il senatore Meinhard Durnwalder (Autonomie) e Alberto Balboni di Fdi, per un totale di 10; a favore dell'autorizzazione si erano già dichiarati i quattro del Pd, Pietro Grasso di Leu, pe run totale di cinque. Ancora in bilico il fuoriuscito Gregorio De Falco. La maggioranza è a quota 12, quindi saranno i sette pentastellati a essere determinanti.
Una volta concluso l'iter in giunta, l'aula del Senato dovrà votare sulla richiesta di autorizzazione. Il Senato dovrà decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'Aula: anche in questo caso, il voto del M5s è determinante.
Contro il processo a Salvini erano già schierati i 61 senatori di Forza Italia, i 18 di Fdi e i 58 della Lega: 137, ben lontani dalla maggioranza assoluta, che è di 160 senatori. Per negare l'autorizzazione a procedere sono necessari almeno altri 23 senatori: il M5s ne ha 107 in tutto.
La richiesta di autorizzazione a procedere, lo ricordiamo, proviene dal Tribunale dei ministri di Catania, che ha chiesto al Senato di poter processare il ministro dell'Interno per sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale per aver impedito ad agosto lo sbarco di 177 migranti per cinque giorni dalla nave Diciotti, pattugliatore della Guardia costiera italiana. Lo scorso 1° novembre la procura di Catania aveva chiesto l'archiviazione perchè la decisione di Salvini di non far sbarcare i migranti costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza di archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere.
Il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sta esaminando in queste ore le «autodenunce di corresponsabilità politica e di governo» pervenute all'ufficio da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, del vicepremier Luigi Di Maio e del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Probabile la richiesta di archiviazione, così come accaduto per Salvini; bisognerà vedere se anche stavolta il Tribunale dei ministri non la accoglierà, chiedendo al Senato l'autorizzazione a procedere anche nei confronti di Conte, Di Maio e Toninelli, per ora iscritti nel registro degli indagati come atto dovuto.
E nel Movimento si apre il fronte dei sindaci
L'autorizzazione a procedere contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, alleato di governo, è soltanto l'ultima miccia accesa all'interno del M5s. Ora è la volta dei sindaci. Gli ultimi ad intervenire, mentre era in corso la votazione sulla piattaforma Rousseau, sono stati tre primi cittadini pentastellati, per motivi diversi, finiti indagati o imputati. Tutti e tre, con sfumature differenti, a favore del processo al leader della Lega. Per comunicare la sua retromarcia, invece, è intervenuto il fondatore Beppe Grillo che dopo il sarcasmo sulle regole di voto ha spiegato: «Ho fatto solo una battuta. Confermo la piena fiducia nel capo politico Luigi Di Maio».
Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, già indagato per omicidio colposo plurimo per le otto vittime dell'alluvione del settembre 2017, ieri ha citato George Orwell per motivare il suo sì poco governativo: «Salvini non è un ministro più uguale degli altri. Ci si deve sempre difendere nei processi, non dai processi. Dunque negare l'autorizzazione a procedere nei confronti di un ministro significa rendere insindacabile il suo operato e questo rende, di fatto, questo ministro più uguale degli altri» e, ha aggiunto, «non entro nel merito della questione perché so quanto sia complesso governare e perché non voglio dare un giudizio politico sull'atto alla base della richiesta di autorizzazione a procedere. Ritengo corretto, però, che a esprimersi nel merito siano i giudici, nei diversi gradi di giudizio. Non è obbligatorio condividere le accuse dei pm, anche perché non è assolutamente detto che portino a una condanna ed è sempre bene ribadire che ciascuno è innocente fino a sentenza definitiva. Il nostro ordinamento prevede che il luogo corretto per difendersi dalle accuse e far valere le proprie ragioni siano le aule di tribunale e credo che questo debba valere per tutti». Sulla stessa lunghezza d'onda il sindaco di Torino Chiara Appendino, anche lei imputata per gli incidenti del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo, durante la proiezione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid: «Non entro nel merito della questione, ma ritengo corretto che a esprimersi siano i giudici, nei diversi gradi di giudizio. Il nostro ordinamento prevede che il luogo corretto per difendersi dalle accuse e far valere le proprie ragioni siano le aule del tribunale e credo che questo debba valere per tutti».
Ha cambiato invece parere il sindaco di Roma Virginia Raggi che in un primo tempo aveva affermato: «Io non dico agli altri cosa debbano fare. Posso dire però che io un processo l'ho affrontato a testa alta e sono stata assolta. Avevo già annunciato che avrei rimesso il mio mandato in caso di condanna. Ma ero fiduciosa dell'assoluzione perché mi sono sempre comportata onestamente. È una questione strettamente personale. Le responsabilità, anche quelle politiche, devono restare personali». Poi però ha rettificato su Twitter: «Ingigantite le mie parole sul caso Diciotti. Chiariamo subito un punto: sostegno pieno alla linea scelta da Luigi Di Maio». Più netta la posizione del marito, Andrea Severini, che era intervento con un post su Facebook spiegando bene il perché del voto all'autorizzazione: «Non si deroga sui nostri principi. I processi si affrontano come hanno fatto Chiara, Filippo e Virginia. Sono convinto che non esista reato e Salvini non può nascondersi dietro di noi».
Sibillina la posizione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi, che ieri mattina ha detto: «Permettetemi di valutare attentamente in giornata. Ritengo che i politici debbano sempre andare a testa alta davanti ai giudici senza avere nulla da temere come hanno fatto i nostri sindaci, specialmente se fanno delle scelte consapevoli e motivate». Ha già annunciato che voterà sì all'autorizzazione Alberto Airola mentre Mattia Crucioli, nella giunta delle immunità, ha detto che si esprimerà «secondo coscienza».
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Rousseau zoppica, slittano l'inizio e il termine della votazione sulla Diciotti. Sui 52.147 iscritti totali, il 59% si oppone al procedimento per il vicepremier. Oggi la decisione della giunta del Senato: grillini decisivi. Per la Procura Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli «innocenti». Nel movimento di apre il fronte dei sindaci. Filippo Nogarin e Chiara Appendino tifano contro il ministro. Luigi Di Maio: «si fanno strumentalizzare, mi cadono le braccia». Lo speciale contiene tre articoli Il soldato Salvini è salvo: gli iscritti del M5s hanno votato contro l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell'Interno. Al termine di una giornata convulsa, i contrari al processo al segretario della Lega sono stati 30.948 (il 59,05%), mentre a favore dell'autorizzazione a procedere si sono espressi 21.469 militanti del M5s (il 40,95%). Hanno votato 52.147 iscritti al M5s, su un totale di circa 100.000 aventi diritto. «La votazione», secondo il Blog delle stelle, «entra nella storia di Rousseau per essere stata quella con il maggior numero di votanti di sempre in una singola giornata. Un record. E ciò conferma l'importanza dei principi di democrazia diretta all'interno del M5s». Fino a ieri, il primo gradino del podio era occupato dal voto sulle Quirinarie del gennaio 2015, quando votarono 51.677 iscritti.Il risultato consente una navigazione serena del governo guidato dal premier Giuseppe Conte: già oggi si vedranno gli effetti concreti della scelta degli iscritti al M5s, visto che i sette componenti grillini della giunta per le Immunità del Senato si adegueranno alla indicazione della «base», definite «vincolanti» da Luigi Di Maio. Il vicepremier ha commentato su Facebook l'esito della consultazione online, che è stato comunicato mentre a Montecitorio era già iniziata l'assemblea congiunta dei gruppi parlamentari: «Grazie», ha scritto Di Maio, «a tutti i 52.417 iscritti che oggi hanno partecipato alla votazione online su Rousseau. Far votare i cittadini fa parte del nostro Dna, lo abbiamo sempre fatto come accaduto per il contratto di governo, per la scelta dei nostri parlamentari o per i programmi. L'altissimo numero di votanti dimostra anche questa volta che Rousseau funziona e si conferma il nostro strumento di partecipazione diretta». «Con questo risultato», ha aggiunto Di Maio, «i nostri iscritti hanno valutato che c'era un interesse pubblico nella vicenda Diciotti e che era necessario ricordare all'Europa che c'è un principio di solidarietà da rispettare. Sono orgoglioso di far parte dell'unica forza politica che interpella i propri iscritti, chiamandoli ad esprimersi. Presto ci saranno votazioni anche sulla nuova organizzazione del M5s». La nuova organizzazione alla quale si riferisce Di Maio è stata illustrata per sommi capi ai parlamentari nel corso dell'assemblea congiunta di ieri sera: «Non basta presentare una lista», ha detto Di Maio, «abbiamo bisogno di un tessuto di amministratori sui territori, di un'organizzazione verticale sui temi. L'argomento che vorrei porre nei prossimi mesi è un'organizzazione centrale del Movimento, con una struttura verticale». Il Movimento si fa partito, dunque, e non potrebbe essere altrimenti, considerati i risultati negativi che il M5s raccoglie nelle consultazioni regionali e amministrative.Pochi minuti dopo, è arrivato anche il commento di Matteo Salvini: «Li ringrazio per la fiducia», ha detto il ministro dell'Interno, rivolgendosi agli iscritti del M5s, «poi non sono qua a stappare spumante, né mi sarei depresso se fosse stato il contrario. Ero tranquillo prima e sarò tranquillo domani. Se uno ha la coscienza a posto», ha aggiunto Salvini, «come ce l'ho io non vive con l'ansia». Una giornata complicata, quella di ieri, per il M5s, i cui militanti hanno incontrato molte difficoltà di carattere tecnico per riuscire a esprimere il loro voto online. I responsabili della piattaforma hanno dovuto posticipare l'inizio e la fine della consultazione: l'apertura delle «urne telematiche», prevista per le 10 di ieri mattina, è slittata alle 11, e così anche la chiusura delle votazioni, originariamente fissata per le 19, è stata posticipata prima alle 20 e poi alle 21.30. La Verità ha assistito alla votazione di un iscritto, durata una mezz'oretta circa. I problemi che si sono verificati? Innanzitutto, per collegarsi alla piattaforma sono stati necessari diversi tentativi; una volta connessi, per tre volte è apparso il messaggio che segnalava che la password era errata; il tentativo di recuperarla è stato vano. In realtà, la password era corretta, e infatti dopo diversi tentativi il log in è riuscito. Prima che comparisse la fatidica scritta «grazie per aver votato», però, è stato necessario cliccare molte volte. Anche la formulazione del quesito, che aveva scatenato molte critiche, è stata leggermente modificata.Sul Blog delle stelle si sono moltiplicate le proteste degli attivisti: c'è chi ha denunciato di non essere riuscito a votare pur avendo provato per 5 ore. La senatrice pentastellata Elena Fattori è intervenuta a gamba tesa: «L'associazione Rousseau usufruisce di 90.000 euro di soldi pubblici, versati dai parlamentari, dal mese di Marzo 2018. Quindi ha ottenuto circa un milione di euro per implementare la piattaforma. Non riesco neanche a connettermi. Tutti i mesi», ha aggiunto la Fattori, verso 300 euro e chiedo gentilmente, internamente, una fattura e il rendiconto. Mai ottenuto risposta».In ogni caso, ora che lo scoglio della votazione on line sul caso-Diciotti è stato superato, il governo targato Lega-M5s può tornare a dedicarsi ai temi di più stringente attualità, tra i quali al primo posto c'è l'autonomia differenziata per Veneto, Lombardia e Emilia Romagna. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sito-in-tilt-e-doppio-rinvio-lo-psicodramma-diciotti-fa-infuriare-la-base-del-m5s-2629327628.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-pm-di-catania-vogliono-archiviare-il-governo" data-post-id="2629327628" data-published-at="1781718756" data-use-pagination="False"> I pm di Catania vogliono archiviare il governo Dopo il voto on line, si passa a quelli «veri»: oggi alle 13 e 30 si riunisce la giunta per le Immunità del Senato, con all'ordine del giorno la «Domanda di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore Matteo Salvini». La giunta dovrà pronunciarsi sulla relazione del presidente, Maurizio Gasparri di Forza Italia, che è anche relatore del procedimento, e che ha chiesto di non concedere l'autorizzazione a procedere, in quanto, a suo giudizio, dalle carte emerge che Salvini «ha agito per tutelare preminenti interessi di natura pubblica nel quadro di una azione di politiche di governo sul contrasto dell'immigrazione e di tutela della sicurezza nazionale». «Faremo», ha detto ieri Gasparri al programma di Rai Radio 1 Un Giorno da Pecora, «quello che le procedure parlamentari ci dicono di fare. Ci sarà una mia breve replica all'inizio, le dichiarazioni di voto dei gruppi e in due ore al massimo si arriverà al voto, con scrutinio palese, per alzata di mano, sia lì che in Aula nel voto successivo. In giunta si esprimerà una tendenza che immagino sarà confermata in Aula, ma non c'è un vincolo: ognuno», ha precisato Gasparri, «è libero di votare come vuole». I componenti della giunta per le Immunità di Palazzo Madama, lo ricordiamo, sono 23. Prima della votazione di ieri sulla piattaforma Rousseau, e quindi prima che la base desse la sua indicazione ai sette esponenti del M5s presenti nell'organismo, per il «no» al processo erano schierati i quattro senatori della Lega, i quattro di Forza Italia, il senatore Meinhard Durnwalder (Autonomie) e Alberto Balboni di Fdi, per un totale di 10; a favore dell'autorizzazione si erano già dichiarati i quattro del Pd, Pietro Grasso di Leu, pe run totale di cinque. Ancora in bilico il fuoriuscito Gregorio De Falco. La maggioranza è a quota 12, quindi saranno i sette pentastellati a essere determinanti. Una volta concluso l'iter in giunta, l'aula del Senato dovrà votare sulla richiesta di autorizzazione. Il Senato dovrà decidere se autorizzare o meno il procedimento entro 60 giorni dalla trasmissione della richiesta. Per stoppare il processo, è bene ricordarlo, ci vuole il voto della maggioranza assoluta dell'Aula: anche in questo caso, il voto del M5s è determinante. Contro il processo a Salvini erano già schierati i 61 senatori di Forza Italia, i 18 di Fdi e i 58 della Lega: 137, ben lontani dalla maggioranza assoluta, che è di 160 senatori. Per negare l'autorizzazione a procedere sono necessari almeno altri 23 senatori: il M5s ne ha 107 in tutto. La richiesta di autorizzazione a procedere, lo ricordiamo, proviene dal Tribunale dei ministri di Catania, che ha chiesto al Senato di poter processare il ministro dell'Interno per sequestro di persona, abuso d'ufficio e arresto illegale per aver impedito ad agosto lo sbarco di 177 migranti per cinque giorni dalla nave Diciotti, pattugliatore della Guardia costiera italiana. Lo scorso 1° novembre la procura di Catania aveva chiesto l'archiviazione perchè la decisione di Salvini di non far sbarcare i migranti costituiva una scelta politica non sindacabile dal potere giudiziario; il Tribunale dei ministri del capoluogo etneo, però, ha deciso di non accogliere l'istanza di archiviazione e ha inviato al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere. Il Procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sta esaminando in queste ore le «autodenunce di corresponsabilità politica e di governo» pervenute all'ufficio da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, del vicepremier Luigi Di Maio e del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli. Probabile la richiesta di archiviazione, così come accaduto per Salvini; bisognerà vedere se anche stavolta il Tribunale dei ministri non la accoglierà, chiedendo al Senato l'autorizzazione a procedere anche nei confronti di Conte, Di Maio e Toninelli, per ora iscritti nel registro degli indagati come atto dovuto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sito-in-tilt-e-doppio-rinvio-lo-psicodramma-diciotti-fa-infuriare-la-base-del-m5s-2629327628.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-nel-movimento-si-apre-il-fronte-dei-sindaci" data-post-id="2629327628" data-published-at="1781718756" data-use-pagination="False"> E nel Movimento si apre il fronte dei sindaci L'autorizzazione a procedere contro il ministro dell'Interno Matteo Salvini, alleato di governo, è soltanto l'ultima miccia accesa all'interno del M5s. Ora è la volta dei sindaci. Gli ultimi ad intervenire, mentre era in corso la votazione sulla piattaforma Rousseau, sono stati tre primi cittadini pentastellati, per motivi diversi, finiti indagati o imputati. Tutti e tre, con sfumature differenti, a favore del processo al leader della Lega. Per comunicare la sua retromarcia, invece, è intervenuto il fondatore Beppe Grillo che dopo il sarcasmo sulle regole di voto ha spiegato: «Ho fatto solo una battuta. Confermo la piena fiducia nel capo politico Luigi Di Maio». Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, già indagato per omicidio colposo plurimo per le otto vittime dell'alluvione del settembre 2017, ieri ha citato George Orwell per motivare il suo sì poco governativo: «Salvini non è un ministro più uguale degli altri. Ci si deve sempre difendere nei processi, non dai processi. Dunque negare l'autorizzazione a procedere nei confronti di un ministro significa rendere insindacabile il suo operato e questo rende, di fatto, questo ministro più uguale degli altri» e, ha aggiunto, «non entro nel merito della questione perché so quanto sia complesso governare e perché non voglio dare un giudizio politico sull'atto alla base della richiesta di autorizzazione a procedere. Ritengo corretto, però, che a esprimersi nel merito siano i giudici, nei diversi gradi di giudizio. Non è obbligatorio condividere le accuse dei pm, anche perché non è assolutamente detto che portino a una condanna ed è sempre bene ribadire che ciascuno è innocente fino a sentenza definitiva. Il nostro ordinamento prevede che il luogo corretto per difendersi dalle accuse e far valere le proprie ragioni siano le aule di tribunale e credo che questo debba valere per tutti». Sulla stessa lunghezza d'onda il sindaco di Torino Chiara Appendino, anche lei imputata per gli incidenti del 3 giugno 2017 in piazza San Carlo, durante la proiezione della finale di Champions League tra Juventus e Real Madrid: «Non entro nel merito della questione, ma ritengo corretto che a esprimersi siano i giudici, nei diversi gradi di giudizio. Il nostro ordinamento prevede che il luogo corretto per difendersi dalle accuse e far valere le proprie ragioni siano le aule del tribunale e credo che questo debba valere per tutti». Ha cambiato invece parere il sindaco di Roma Virginia Raggi che in un primo tempo aveva affermato: «Io non dico agli altri cosa debbano fare. Posso dire però che io un processo l'ho affrontato a testa alta e sono stata assolta. Avevo già annunciato che avrei rimesso il mio mandato in caso di condanna. Ma ero fiduciosa dell'assoluzione perché mi sono sempre comportata onestamente. È una questione strettamente personale. Le responsabilità, anche quelle politiche, devono restare personali». Poi però ha rettificato su Twitter: «Ingigantite le mie parole sul caso Diciotti. Chiariamo subito un punto: sostegno pieno alla linea scelta da Luigi Di Maio». Più netta la posizione del marito, Andrea Severini, che era intervento con un post su Facebook spiegando bene il perché del voto all'autorizzazione: «Non si deroga sui nostri principi. I processi si affrontano come hanno fatto Chiara, Filippo e Virginia. Sono convinto che non esista reato e Salvini non può nascondersi dietro di noi». Sibillina la posizione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi, che ieri mattina ha detto: «Permettetemi di valutare attentamente in giornata. Ritengo che i politici debbano sempre andare a testa alta davanti ai giudici senza avere nulla da temere come hanno fatto i nostri sindaci, specialmente se fanno delle scelte consapevoli e motivate». Ha già annunciato che voterà sì all'autorizzazione Alberto Airola mentre Mattia Crucioli, nella giunta delle immunità, ha detto che si esprimerà «secondo coscienza».
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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