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2025-11-07
Chiusa l’indagine sugli spioni: 166 vittime
Da sinistra, Antonio Laudati e Pasquale Striano. Sotto, Gianluca Savoini e Francesca Immacolata Chaouqui (Ansa)
Un atto denso, con 56 capi d’imputazione per le 23 persone indagate e decine di pagine fitte che ricostruiscono un migliaio di accessi tracciati e 166 spiati, che segna la fine della fase istruttoria e l’inizio, se dovesse seguire una richiesta di rinvio a giudizio, di quella processuale. È attorno a Laudati e a Pasquale Striano, il luogotenente della Guardia di finanza che guidava il Gruppo Sos della Procura nazionale antimafia, e a tre giornalisti del Domani Giovanni Tizian, e Stefano Vergine, e Nello Trocchia, indagati a vario titolo per accesso abusivo e rivelazione di segreto, che ruota il documento giudiziario sul presunto sistema che interrogava in modo «compulsivo» i sistemi informatici.
Laudati viene indicato come «ideatore e coordinatore delle operazioni», Striano, invece, come «esecutore materiale degli accessi abusivi». I due, secondo l’accusa, avrebbero «formato almeno un appunto riservato su Matteo Renzi» tramite accessi che sarebbero avvenuti «per ragioni estranee al loro servizio». L’appunto, redatto da Striano, sarebbe stato «trasmesso a Laudati», che secondo l’ipotesi accusatoria «già in passato aveva richiesto accertamenti analoghi». Da qui la sequenza si allunga. Con tanto di contestazioni aggravate dal fatto che entrambi «agivano al di fuori delle materie di competenza e in assenza di delega del procuratore nazionale antimafia». Il capitolo successivo riguarda gli accessi su Gabriele Gravina, presidente della Figc. Il fine? «Indagare» le sue «vicende patrimoniali». Quello di Gravina però non è l’unico nome attenzionato. Compare anche l’attuale allenatore del Milan, Massimiliano Allegri.
Da questo asse, Laudati-Striano, si dipana l’altro filone, quello dei rapporti tra il sottufficiale della Guardia di finanza e alcuni giornalisti. La sua tastiera, nelle ricostruzioni della Procura di Roma, sarebbe il punto di partenza di tutto. Probabilmente sono state due verifiche sul nome del ministro della Difesa Guido Crosetto a porre fine alla proficua collaborazione delle tre firme de Il Domani, Tizian, e Vergine, e Trocchia con Striano. Gli accessi sulla posizione dell’esponente e fondatore di Fratelli d’Italia riconducibili a Striano sono due, una del 28 luglio 2022, e l’altra del 20 ottobre dello stesso anno. In entrambi i casi il finanziere consulta «le informazioni concernenti i dati anagrafici ed i redditi percepiti» da Crosetto. La seconda data è quella che, anche in assenza della prova evidente dell’invio a Tizian dei file estratti dalla banca dati, permette agli inquirenti di ipotizzare un collegamento. Dal 27 ottobre, infatti, sarebbero «confluite» in tre articoli pubblicati dal Domani tutti a firma di Tizian e di Emiliano Fittipaldi (non indagato), pubblicati uno quel giorno e i due successivi il 28 e 29 ottobre 2022. I titoli indicati dagli inquirenti negli atti dell’indagine sono abbastanza eloquenti. «Cosi Crosetto ha incassato milioni di euro da Leonardo», «I 200.000 euro che Crosetto ha preso dall’azienda che abbatte droni» e infine «Il ministro della Difesa ha preso altri 125.000 euro dall’azienda che produce i “trojan” spia». Articoli che hanno spinto il titolare della Difesa a rivolgersi alla Procura di Roma per scoprire chi aveva compulsato le sue dichiarazioni dei redditi. I cronisti del quotidiano fondato da Carlo De Benedetti però provano a tenere il punto, e in un articolo pubblicato ieri, usano l’accesso fatto da Striano nel mese di luglio, come una prova a discarico e evidenziano come «le notizie su Crosetto non provenivano da una Sos, cioè una segnalazione di operazione sospetta dell’antiriciclaggio». Cosa che però, nell’invito a comparire notificato a Striano dalla Procura del capoluogo umbro non veniva ipotizzata, anzi. Come detto, gli accessi sul ministro riguardano le sue dichiarazioni dei redditi.
Il rapporto tra Tizian e Striano risalirebbe, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, addirittura al 2014, quando il finanziere aveva inviato sulla mail del giornalista la «scheda di sintesi» contenente le informazioni relative all’operazione denominata “Albe”» e si snoda attraverso l’invio tramite Wetransfer di 337 file estratti dalla banca dati Sidda attraverso 67 accessi che i pm ritengono illeciti. I documenti, per i quali viene contestata la rivelazione di segreto d’ufficio, sono stati trasmessi nel periodo tra il 21 maggio 2018 e il 22 ottobre 2022. Attraversando quindi, due importanti scoop fatti da Tizian e Vergine quando scrivevano per il settimanale L’Espresso (all’epoca controllato da Gedi che apparteneva ancora alla famiglia De Benedetti), quello sui 49 milioni di rimborsi elettorali percepiti dalla Lega e quello sul presunto affare per la compravendita di petrolio importato illegalmente dalla Russia per finanziare il partito di Matteo Salvini. Entrambe confluite in due libri usciti a cavallo tra il 2018 e il 2019. Va detto che gli inquirenti non contestano a Striano e ai due cronisti nessuna ipotesi di illecito rispetto alla stesura delle due pubblicazioni. Ma contestano al finanziere e a Tizian, il contenuto di 58 «segnalazioni di operazioni sospette utilizzate nella redazione di numerosi articoli stampa editi da Tizian e pubblicati sul quotidiano Domani». Uno dei file inviati è praticamente un compendio delle posizioni di personaggi coinvolti nella vicenda dell’incontro all’hotel Metropol di Mosca, a partire da Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, presente alla riunione nell’albergo moscovita. La Sos su Savoini porta la data del 3 settembre 2019, ed è accompagnata da quella, risalente a due giorni dopo, su Ernesto Ferlenghi, attuale presidente di Confindustria Kazakistan. Nel documento il nome di Ferlenghi è associato ad altre due operazioni, una del 7 dicembre 2020 e una del 7 aprile 2022. Compulsando gli archivi delle rassegne stampa emerge che, nei mesi successivi, Tizian pubblica sul Domani altri otto articoli che fanno riferimento alla vicenda del Metropol, ma in questo caso gli inquirenti non indicano date o titoli dei pezzi che nel loro documento vengono collegati al rapporto tra il giornalista e il finanziere. Il file che secondo gli inquirenti sarebbe stato trasmesso da Striano a Tizian contiene anche altre segnalazioni, una relativa all’Associazione culturale Lombardia Russia (collegata a Savoini), e due su Glauco Verdoia, manager italiano di Euro-Ib, istituto bancario anglo-tedesco di investimenti e consulenza, anche lui coinvolto nel caso Metropol. Ma le Sos in qualche modo legate al caso Metropol e finite in articoli firmati da Tizian non finiscono qui.
In altri file ci sono infatti un’ulteriore Sos riguardante Savoini, risalente al 18 giugno 2020, una del 24 aprile dello stesso anno, sulla Lombardia film commission, una sul Francesco Barachetti (non indagato), entrambi finiti in un filone parallelo alla complessa ricostruzione del presunto finanziamento in petrorubli alla Lega, poi archiviata dalla Procura di Milano nel 2023. Due Sos del 28 e 30 luglio 2022 riguardano invece Oleg Kostyukov, diplomatico russo che, due mesi prima della caduta del governo guidato da Mario Draghi, avrebbe incontrato un consigliere diplomatico di Salvini, Antonio Capuano (sul cui nome è stato fatto un accesso in banca dati attribuito però al solo Striano) e aiutato il leader della Lega a comprare i biglietti per il viaggio a Mosca, in vista di una missione di pace che Salvini aveva annunciato e che poi era saltata. All’altro autore delle inchieste sul leader leghista, Vergine, la Procura non contesta nessun presunto illecito relativo a quei filoni giornalistici. Ma anche nei confronti del collaboratore del quotidiano oggi diretto da Fittipaldi vengono contestati i reati di accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto d’ufficio. Ai due viene contestato un solo accesso alla banca dati, durante il quale sarebbero stati scaricati cinque file, e un doppio invio tramite Wetransfer degli stessi, accompagnato dal nome «Gregorio Iannone» avvenuto lo stesso giorno, il 4 ottobre 2022. Poche settimane prima che l’esposto di Crosetto mettesse fine alle ricerche del finanziere, che secondo gli inquirenti, avvenivano anche per conto dei cronisti.
Le ricerche, si scopre ora, sembrano aver schivato Gianluca Meranda. Che, aveva scoperto La Verità, aveva intrattenuto «frequentazioni» con Tizian, «risalenti quantomeno al luglio 2018». Cioè tre mesi prima della riunione moscovita. Nell’agenda del cellulare di Meranda risultavano «registrati 14 promemoria di appuntamenti con Tizian nel periodo dal 25 luglio 2018 al 24 giugno 2019».
Gli atti elencano anche un episodio in cui Striano «dopo aver acquisito per ragioni di servizio elementi informativi su Chatillon Frédéric Didier Oliver nell’ambito delle attività in merito alle ipotesi di riciclaggio di Roberto Fiore» li avrebbe «rivelati al Tizian al fine di consentirne la relativa diffusione». Le ispezioni che gli inquirenti indicano come illecite sarebbero cominciate nel 2018. E hanno risucchiato nel vortice delle ricerche i nomi del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, quello per gli Affari europei, Tommaso Foti, quello dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, la compagna di Salvini, Francesca Verdini, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo e la deputata di Forza Italia Marta Fascina (compagna di Silvio Berlusconi). Ma l’elenco delle Sos contestate a Striano, anche se non finite in articoli, è pressoché sconfinato.
Nell’elenco spiccano i nomi, finora mai comparsi, di Vittorio Sgarbi, del lobbista Fabrizio Centofanti, del costruttore Luca Parnasi, di Francesca Immacolata Chaouqui. L’interesse di Striano si sarebbe concentrato anche su Mario Benotti, il giornalista (deceduto) che durante l’emergenza Covid si era trasformato nel broker delle mascherine cinesi che ora è al centro delle attività della Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. L’avvocato Andrea Castaldo, che difende Laudati, si è detto «fermamente convinto della trasparenza e della legittimità dell’operato» del suo assistito. Tre indagati, invece, sono già usciti di scena: si tratta di Orazio Ladelfa, Roberta Rusica e Marco Puca. Nomi che erano presenti negli atti dell’indagine perugina e che sono scomparsi dall’avviso di chiusura indagini della Procura di Roma.
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Pasquale Striano e Antonio Laudati verso il processo. Assieme a tre cronisti di «Domani» risponderanno di accessi abusivi alle banche dati. Carroccio nel mirino: «attenzionati» tutti i protagonisti del Metropol, tranne uno: Gialuca Meranda.Quando l’ex pm della Procura nazionale antimafia Antonio Laudati aveva sollevato la questione di competenza, chiedendo che l’inchiesta sulla presunta fabbrica dei dossier fosse trasferita da Perugia a Roma, probabilmente la riteneva una mossa destinata a spostare il baricentro del procedimento. Il fascicolo è infatti approdato a Piazzale Clodio, dove la pm Giulia Guccione e il procuratore aggiunto Giuseppe Falco hanno ricostruito la sequenza di accessi alle banche dati ai danni di esponenti di primo piano del mondo della politica, delle istituzioni e non solo. Il trasferimento del fascicolo, però, non ha fermato la corsa dell’inchiesta. E ieri è arrivato l’avviso di chiusura delle indagini preliminari.Un atto denso, con 56 capi d’imputazione per le 23 persone indagate e decine di pagine fitte che ricostruiscono un migliaio di accessi tracciati e 166 spiati, che segna la fine della fase istruttoria e l’inizio, se dovesse seguire una richiesta di rinvio a giudizio, di quella processuale. È attorno a Laudati e a Pasquale Striano, il luogotenente della Guardia di finanza che guidava il Gruppo Sos della Procura nazionale antimafia, e a tre giornalisti del Domani Giovanni Tizian, e Stefano Vergine, e Nello Trocchia, indagati a vario titolo per accesso abusivo e rivelazione di segreto, che ruota il documento giudiziario sul presunto sistema che interrogava in modo «compulsivo» i sistemi informatici. Laudati viene indicato come «ideatore e coordinatore delle operazioni», Striano, invece, come «esecutore materiale degli accessi abusivi». I due, secondo l’accusa, avrebbero «formato almeno un appunto riservato su Matteo Renzi» tramite accessi che sarebbero avvenuti «per ragioni estranee al loro servizio». L’appunto, redatto da Striano, sarebbe stato «trasmesso a Laudati», che secondo l’ipotesi accusatoria «già in passato aveva richiesto accertamenti analoghi». Da qui la sequenza si allunga. Con tanto di contestazioni aggravate dal fatto che entrambi «agivano al di fuori delle materie di competenza e in assenza di delega del procuratore nazionale antimafia». Il capitolo successivo riguarda gli accessi su Gabriele Gravina, presidente della Figc. Il fine? «Indagare» le sue «vicende patrimoniali». Quello di Gravina però non è l’unico nome attenzionato. Compare anche l’attuale allenatore del Milan, Massimiliano Allegri. Da questo asse, Laudati-Striano, si dipana l’altro filone, quello dei rapporti tra il sottufficiale della Guardia di finanza e alcuni giornalisti. La sua tastiera, nelle ricostruzioni della Procura di Roma, sarebbe il punto di partenza di tutto. Probabilmente sono state due verifiche sul nome del ministro della Difesa Guido Crosetto a porre fine alla proficua collaborazione delle tre firme de Il Domani, Tizian, e Vergine, e Trocchia con Striano. Gli accessi sulla posizione dell’esponente e fondatore di Fratelli d’Italia riconducibili a Striano sono due, una del 28 luglio 2022, e l’altra del 20 ottobre dello stesso anno. In entrambi i casi il finanziere consulta «le informazioni concernenti i dati anagrafici ed i redditi percepiti» da Crosetto. La seconda data è quella che, anche in assenza della prova evidente dell’invio a Tizian dei file estratti dalla banca dati, permette agli inquirenti di ipotizzare un collegamento. Dal 27 ottobre, infatti, sarebbero «confluite» in tre articoli pubblicati dal Domani tutti a firma di Tizian e di Emiliano Fittipaldi (non indagato), pubblicati uno quel giorno e i due successivi il 28 e 29 ottobre 2022. I titoli indicati dagli inquirenti negli atti dell’indagine sono abbastanza eloquenti. «Cosi Crosetto ha incassato milioni di euro da Leonardo», «I 200.000 euro che Crosetto ha preso dall’azienda che abbatte droni» e infine «Il ministro della Difesa ha preso altri 125.000 euro dall’azienda che produce i “trojan” spia». Articoli che hanno spinto il titolare della Difesa a rivolgersi alla Procura di Roma per scoprire chi aveva compulsato le sue dichiarazioni dei redditi. I cronisti del quotidiano fondato da Carlo De Benedetti però provano a tenere il punto, e in un articolo pubblicato ieri, usano l’accesso fatto da Striano nel mese di luglio, come una prova a discarico e evidenziano come «le notizie su Crosetto non provenivano da una Sos, cioè una segnalazione di operazione sospetta dell’antiriciclaggio». Cosa che però, nell’invito a comparire notificato a Striano dalla Procura del capoluogo umbro non veniva ipotizzata, anzi. Come detto, gli accessi sul ministro riguardano le sue dichiarazioni dei redditi. Il rapporto tra Tizian e Striano risalirebbe, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, addirittura al 2014, quando il finanziere aveva inviato sulla mail del giornalista la «scheda di sintesi» contenente le informazioni relative all’operazione denominata “Albe”» e si snoda attraverso l’invio tramite Wetransfer di 337 file estratti dalla banca dati Sidda attraverso 67 accessi che i pm ritengono illeciti. I documenti, per i quali viene contestata la rivelazione di segreto d’ufficio, sono stati trasmessi nel periodo tra il 21 maggio 2018 e il 22 ottobre 2022. Attraversando quindi, due importanti scoop fatti da Tizian e Vergine quando scrivevano per il settimanale L’Espresso (all’epoca controllato da Gedi che apparteneva ancora alla famiglia De Benedetti), quello sui 49 milioni di rimborsi elettorali percepiti dalla Lega e quello sul presunto affare per la compravendita di petrolio importato illegalmente dalla Russia per finanziare il partito di Matteo Salvini. Entrambe confluite in due libri usciti a cavallo tra il 2018 e il 2019. Va detto che gli inquirenti non contestano a Striano e ai due cronisti nessuna ipotesi di illecito rispetto alla stesura delle due pubblicazioni. Ma contestano al finanziere e a Tizian, il contenuto di 58 «segnalazioni di operazioni sospette utilizzate nella redazione di numerosi articoli stampa editi da Tizian e pubblicati sul quotidiano Domani». Uno dei file inviati è praticamente un compendio delle posizioni di personaggi coinvolti nella vicenda dell’incontro all’hotel Metropol di Mosca, a partire da Gianluca Savoini, ex portavoce di Salvini, presente alla riunione nell’albergo moscovita. La Sos su Savoini porta la data del 3 settembre 2019, ed è accompagnata da quella, risalente a due giorni dopo, su Ernesto Ferlenghi, attuale presidente di Confindustria Kazakistan. Nel documento il nome di Ferlenghi è associato ad altre due operazioni, una del 7 dicembre 2020 e una del 7 aprile 2022. Compulsando gli archivi delle rassegne stampa emerge che, nei mesi successivi, Tizian pubblica sul Domani altri otto articoli che fanno riferimento alla vicenda del Metropol, ma in questo caso gli inquirenti non indicano date o titoli dei pezzi che nel loro documento vengono collegati al rapporto tra il giornalista e il finanziere. Il file che secondo gli inquirenti sarebbe stato trasmesso da Striano a Tizian contiene anche altre segnalazioni, una relativa all’Associazione culturale Lombardia Russia (collegata a Savoini), e due su Glauco Verdoia, manager italiano di Euro-Ib, istituto bancario anglo-tedesco di investimenti e consulenza, anche lui coinvolto nel caso Metropol. Ma le Sos in qualche modo legate al caso Metropol e finite in articoli firmati da Tizian non finiscono qui. In altri file ci sono infatti un’ulteriore Sos riguardante Savoini, risalente al 18 giugno 2020, una del 24 aprile dello stesso anno, sulla Lombardia film commission, una sul Francesco Barachetti (non indagato), entrambi finiti in un filone parallelo alla complessa ricostruzione del presunto finanziamento in petrorubli alla Lega, poi archiviata dalla Procura di Milano nel 2023. Due Sos del 28 e 30 luglio 2022 riguardano invece Oleg Kostyukov, diplomatico russo che, due mesi prima della caduta del governo guidato da Mario Draghi, avrebbe incontrato un consigliere diplomatico di Salvini, Antonio Capuano (sul cui nome è stato fatto un accesso in banca dati attribuito però al solo Striano) e aiutato il leader della Lega a comprare i biglietti per il viaggio a Mosca, in vista di una missione di pace che Salvini aveva annunciato e che poi era saltata. All’altro autore delle inchieste sul leader leghista, Vergine, la Procura non contesta nessun presunto illecito relativo a quei filoni giornalistici. Ma anche nei confronti del collaboratore del quotidiano oggi diretto da Fittipaldi vengono contestati i reati di accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto d’ufficio. Ai due viene contestato un solo accesso alla banca dati, durante il quale sarebbero stati scaricati cinque file, e un doppio invio tramite Wetransfer degli stessi, accompagnato dal nome «Gregorio Iannone» avvenuto lo stesso giorno, il 4 ottobre 2022. Poche settimane prima che l’esposto di Crosetto mettesse fine alle ricerche del finanziere, che secondo gli inquirenti, avvenivano anche per conto dei cronisti.Le ricerche, si scopre ora, sembrano aver schivato Gianluca Meranda. Che, aveva scoperto La Verità, aveva intrattenuto «frequentazioni» con Tizian, «risalenti quantomeno al luglio 2018». Cioè tre mesi prima della riunione moscovita. Nell’agenda del cellulare di Meranda risultavano «registrati 14 promemoria di appuntamenti con Tizian nel periodo dal 25 luglio 2018 al 24 giugno 2019». Gli atti elencano anche un episodio in cui Striano «dopo aver acquisito per ragioni di servizio elementi informativi su Chatillon Frédéric Didier Oliver nell’ambito delle attività in merito alle ipotesi di riciclaggio di Roberto Fiore» li avrebbe «rivelati al Tizian al fine di consentirne la relativa diffusione». Le ispezioni che gli inquirenti indicano come illecite sarebbero cominciate nel 2018. E hanno risucchiato nel vortice delle ricerche i nomi del ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, quello per gli Affari europei, Tommaso Foti, quello dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, la compagna di Salvini, Francesca Verdini, la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo e la deputata di Forza Italia Marta Fascina (compagna di Silvio Berlusconi). Ma l’elenco delle Sos contestate a Striano, anche se non finite in articoli, è pressoché sconfinato. Nell’elenco spiccano i nomi, finora mai comparsi, di Vittorio Sgarbi, del lobbista Fabrizio Centofanti, del costruttore Luca Parnasi, di Francesca Immacolata Chaouqui. L’interesse di Striano si sarebbe concentrato anche su Mario Benotti, il giornalista (deceduto) che durante l’emergenza Covid si era trasformato nel broker delle mascherine cinesi che ora è al centro delle attività della Commissione d’inchiesta sulla gestione della pandemia. L’avvocato Andrea Castaldo, che difende Laudati, si è detto «fermamente convinto della trasparenza e della legittimità dell’operato» del suo assistito. Tre indagati, invece, sono già usciti di scena: si tratta di Orazio Ladelfa, Roberta Rusica e Marco Puca. Nomi che erano presenti negli atti dell’indagine perugina e che sono scomparsi dall’avviso di chiusura indagini della Procura di Roma.
Lapo Elkann (Ansa)
Non proprio un esilio, ma un manifesto di stile come spiega in un intervista al Luzerner Zeitung. «Ogni città apparteneva a una fase della mia vita. A 25 anni Lucerna non sarebbe stato il posto giusto. Oggi sì». Insomma meno lunghe notti con amici non sempre presentabili e più albe sul lago.
E qui arriva la cartolina del Mulino Bianco: moglie portoghese, Joana Lemos, e un San Bernardo da 85 chili di nome Everest a presidiare la svolta esistenziale. «Quando guardiamo lago e montagne al mattino, è molto più piacevole che a New York». Le montagne come alternativa ai grattacieli.
Un trasferimento per stare lontano dal fisco? Ma quando mai. «Forse altri luoghi sarebbero stati più convenienti, ma abbiamo scelto un posto che ci rende felici». Il portafoglio non c’entra: conta il pasto dell’anima.
Poi però l’intervista cambia tono. Perché Commissione europea e industria dell’auto sono temi che, in famiglia, non si trattano mai davvero da semplici osservatori. E infatti Lapo affonda: «A mio avviso, la Commissione europea ha commesso gravi errori e ha contribuito alla crisi». Innesta il turbo contro Green deal: «Spingendo l’elettrificazione in modo troppo aggressivo, l’Europa ha distrutto il proprio vantaggio competitivo . Di fatto ha aiutato la Cina». Non proprio una carezza. Piuttosto un’accusa che suona come un avviso ai naviganti: attenzione a fare i talebani del Green, perché il rischio è ritrovarsi senza industria. con le fabbriche chiuse e gli operai in piazza. «Non credo che i motori elettrici siano l’unica soluzione», aggiunge, mentre cita la Germania - ex locomotiva - oggi alle prese con «grandi sfide» e, soprattutto, con «cattiva regolamentazione» che ha prodotto «chiusure e licenziamenti».
Tra un attacco a Bruxelles e una passeggiata sul lago, resta una vena dichiaratamente tricolore. «Resto italiano», assicura. E si concede persino un momento da curva sud istituzionale: «Mi sono commosso fino alle lacrime quando è stato suonato l’inno alle Olimpiadi».
Non manca nemmeno un endorsement politico: applausi a Giorgia Meloni («ha fatto molto di buono per l’Italia») e stima per Sergio Mattarella. Un patriottismo a ventiquattro carati.
Il risultato è un ritratto perfettamente lapiano: cosmopolita ma sentimentale, critico ma affezionato, elitario ma con improvvise nostalgie da supermercato. E soprattutto libero - di cambiare casa, idea, latitudine.
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Ansa
Questa era costituita dall’art. 6, comma 2 bis del decreto legislativo n. 142/2015, nella parte in cui prevede che, qualora nei confronti dello straniero già trattenuto in un Cpr (Centro per il rimpatrio) in vista della sua espulsione dal territorio dello Stato sia stato disposto il trattenimento ad altro titolo, sostitutivo del primo, costituito dalla ritenuta pretestuosità della domanda di protezione internazionale da lui avanzata, e il relativo provvedimento non sia stato convalidato dal giudice, lo straniero non venga rilasciato ma resti trattenuto fino alla decisione sulla convalida dell’ulteriore provvedimento di trattenimento che, entro 48 ore dalla comunicazione della mancata convalida del precedente, il questore può adottare per taluna delle diverse ragioni previste dal comma 2 dello stesso, citato art. 6 del decreto legislativo n. 142/2015, tra le quali (come nel caso di specie) figura quella costituita dalla ritenuta pericolosità del soggetto desunta da precedenti condanne, anche non definitive. L’incostituzionalità di tale previsione - secondo la Cassazione, dalla quale era stata sollevata la relativa questione - derivava essenzialmente dal fatto che essa comportava il superamento del limite delle 96 ore complessive entro il quale, ai sensi dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, deve intervenire la convalida di qualsiasi provvedimento restrittivo della libertà personale adottato dall’autorità di pubblica sicurezza.
La Corte costituzionale non ha esaminato nel merito la suddetta questione, ma si è limitata a dichiararne l’inammissibilità per difetto di rilevanza ai fini della decisione che la Cassazione avrebbe dovuto adottare sul ricorso che, avverso la convalida del secondo provvedimento di trattenimento, era stato proposto dall’interessato; decisione il cui oggetto doveva essere soltanto la legittimità o meno di detta convalida e non anche l’avvenuto protrarsi del trattenimento fino al momento in cui essa era stata adottata. Nella parte finale della stessa sentenza, però («in cauda venenum») la Corte costituzionale ha chiaramente fatto capire che la medesima questione, se sollevata in un procedimento avente ad oggetto proprio la legittimità del protrarsi del trattenimento dopo la mancata convalida del primo provvedimento (quale proponibile, ad esempio, mediante un ricorso d’urgenza in sede civile) avrebbe buone probabilità di essere accolta. Di qui il suggerimento, da parte della stessa Corte, di un sollecito intervento del legislatore perché, pur perseguendo la legittima finalità di impedire un uso strumentale delle procedure in materia di protezione internazionale, venga assicurato il pieno rispetto delle esigenze di tutela della libertà personale a garanzia delle quali è posto l’articolo 13 della Costituzione.
Ad avviso di chi scrive il suggerimento meriterebbe, in questo caso, di essere accolto giacché, in effetti, la norma sospettata di incostituzionalità (introdotta nell’originario testo del decreto legislativo n. 142/2015 con un provvedimento di modifica emanato nello scorso anno), appare difficilmente conciliabile con il tassativo disposto dell’articolo 13, secondo comma, della Costituzione.
Il contrasto potrebbe, tuttavia, essere facilmente eliminato prevedendo, ad esempio, che, nel caso in cui già in partenza ricorrano tanto una o più delle condizioni indicate nell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 142/2015, quanto l’ulteriore condizione, indicata nel successivo comma 3 e costituita dalla ritenuta pretestuosità della richiesta di protezione internazionale, il trattenimento del richiedente venga disposto con unico provvedimento, motivato con riferimento ad entrambe le condizioni e soggetto, quindi, ad un’unica procedura di convalida.
L’ occasione potrebbe essere, tuttavia, propizia per chiedersi se, più in generale, sia davvero imprescindibile modellare, come ora avviene, l’intera disciplina dei trattenimenti previsti, a vario titolo, dalle norme sull’immigrazione, secondo lo schema dettato dall’articolo 13 della Costituzione, nonostante che ciò non sia richiesto dalle direttive dettate dall’Unione europea. Tanto l’articolo 9 dell’ancora vigente direttiva n. 33/2013 quanto l’articolo 11 di quella n. 1346/2024, applicabile a partire dal 12 giugno 2026, prevedono, infatti, espressamente, che, ai fini del controllo giurisdizionale sui provvedimenti che dispongono il trattenimento di stranieri in apposite strutture, in attesa della definizione della loro posizione, possano prevedersi, in alternativa a procedure d’ufficio - quali sono, in Italia, quelle di convalida modellate sull’articolo 13 della Costituzione - procedure da attivarsi solo su richiesta dell’interessato e da definirsi entro determinati, ristretti termini. Procedure, quelle ora dette, che, peraltro, sarebbero perfettamente in linea anche con l’articolo 6 della Cedu (Convenzione europea sui diritti dell’uomo) recepita in Italia con la legge n. 848/1955, in base al quale solo chi sia stato arrestato per essere messo a disposizione di un’autorità giudiziaria dev’essere «al più presto» condotto davanti a quest’ultima per l’esame della sua posizione mentre in ogni altro caso di privazione della libertà personale, ivi compreso quello dell’arresto o della detenzione di uno straniero nei cui confronti sia in corso un procedimento di espulsione (lett. F), è solo previsto «il diritto di presentare un ricorso davanti ad un tribunale».
Non sembra potersi dubitare che prevedere la sola possibilità di un tale ricorso da parte dell’interessato in luogo della procedura obbligatoria di convalida, da attivarsi d’ufficio e da concludersi entro ristrettissimi limiti temporali, a pena di caducazione dei provvedimenti di trattenimento, gioverebbe non poco alla efficacia del sistema di controllo dell’immigrazione irregolare. Né sembra potersi dire che in tal modo si creerebbe inevitabilmente un contrasto con l’articolo 13 della Costituzione. Va infatti osservato, a quest’ultimo riguardo, che l’articolo 117 della Costituzione pone sullo stesso piano, nel fissare gli obblighi cui deve attenersi il legislatore ordinario, il rispetto della Costituzione e quello «dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali». Ne deriva che una norma ordinaria che si attenga a quanto previsto dalle direttive europee e dalla Cedu non potrebbe mai essere ritenuta contraria alla Costituzione salvo il caso (stando alla teoria dei cosiddetti «controlimiti» elaborata proprio dalla Corte costituzionale) in cui cozzi manifestamente con taluno dei principi costituzionali da considerarsi come fondamentali e inderogabili. E non sembra che tra essi possano comprendersi le modalità ed i termini stabiliti dall’articolo 13 della Costituzione ai fini del controllo giudiziario sui provvedimenti limitativi della libertà personale adottati dall’autorità di pubblica sicurezza, quando quel controllo, in determinate materie disciplinate da fonti comunitarie o convenzionali, sia, comunque, adeguatamente assicurato ad eventuale iniziativa dell’interessato.
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«Non abbiam bisogno di parole» (Netflix)
Quel film, poi, avrebbe fatto il giro del mondo, accolto con meno clamore e lacrime di quelle riscosse in patria, ma con gli stessi sorrisi. Un po' dolci e inebetiti, quei sorrisi che, un decennio più tardi, sarebbero comparsi sui volti della dirigenza Netflix, inducendola a produrre una versione inedita de La famiglia Bélier, una versione italiana.
Non abbiam bisogno di parole, disponibile online a partire da venerdì 3 aprile, è pressoché identico al corrispettivo francese. E, come l'originale, porta chi guardi all'interno di una famiglia unica, dove le parole non sono chiamate a codificare (e decodificare) la comunicazione. La famiglia Musso è fatta di genitori affetti da una sordità profonda. Non parlano, né esiste apparecchio che possa aiutarli a farlo. I due comunicano a gesti e sono questi gesti che hanno insegnato ai figli. Uno, come loro affetto da sordità profonda. L'altra, dotata di un udito e di una capacità linguistica ordinaria. Elettra, all'interno della famiglia Musso, è l'unica persona che possa capire e parlare, e a lei i genitori, proprietari di una fattoria, hanno demandato i rapporti con l'esterno. Elettra, pur studentessa in un liceo, gestisce gli affari della fattoria, i rapporti con i commercianti. Vende, tratta, parla. E, intanto, cerca di trovare una propria strada nel mondo.
Pensava avrebbe finito per vivere in eterno con i genitori, così da arrivare dove loro non possono. Invece, l'incontro fortuito con un'insegnante di canto - Serena Rossi, nella pellicola di Netflix - le spariglia le carte. Elettra, una Sarah Toscano al suo esordio da attrice, scopre di avere una voce fuori dal comune, un talento immenso. Sembra nata per cantare, ed è questo che cerca di spiegare ai genitori, scegliendo da sé di sostenere un provino per entrare all'interno di una scuola di canto. Se la prendessero, si trasferirebbe altrove, la valigia piena di sogni che mamma e papà, in prima battuta, non paiono capire. Elettra piange, s'arrabbia e dispera. I Musso storcono il naso, la accusano di abbandono, di incuria, di non avere a cuore l'interesse della famiglia. Poi, come spesso accade nelle commedie di genere, fanno retromarcia e con Elettra si incontrano a metà strada, dove ha luogo il compromesso. Un'epifania in musica, più trascinante di quella che ha segnato La Famiglia Bélier accompagna Non abbiam bisogno di parole, leggero e trascinante come solo i musical sanno essere.
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Ma in tempi di prezzi del petrolio impazziti, di inflazione in rampa di lancio e bollette pronte a riprendere la corsa, la preoccupazione prevale sulla speranza per il futuro che per forze di cose dovrà basarsi sulle nuove tecnologie.
Al di là dell’aspetto comunicativo resta il dato di fatto: con l’accordo che ha coinvolto direttamente Mimit e Invitalia (lo Stato ci mette 1,3 miliardi) l’Italia fa un passo in avanti fondamentale nella corsa all’Ia e ai nuovi software che rappresentano il campo di battaglia della nuova competizione industriale. Sanità, automotive, telecomunicazioni, data center dipendono dai semiconduttori e nel maxi impianto piemontese si lavorerà alla trasformazione del wafer grezzo (il disco di silicio) in un chip funzionante attraverso le varie fasi: dai test fino ad arrivare ai processo finali di packaging e back end.
Non è un mistero che l’Europa sia partita nettissimo in ritardo rispetto al resto del mondo e che per recuperare terreno abbia bisogno di investimenti ambiziosi. Oggi i numeri dicono che il Vecchio Continente è completamente dipendente dalla produzione si semiconduttori asiatici e la sfida (ai limiti dell’impossibile) e passare dal 10 al 20% della fabbricazione di chip mondiali entro il 2030.
Ecco perché Novara può diventare centrale.
Il lavoro sul packaging (una sorta di rivestimento per il disco di silicio) rappresenta un unicum e una volta che il sito piemontese sarà andato a regime (la data per l’inizio della produzione è il 2028) potrebbe contribuire in modo decisivo ad affrancare Roma, Parigi e Berlino dalla loro «sottomissione».
E visto che parliamo di know how, viene difficile non evidenziare il ruolo di Silicon Box. Prima che finanziario, determinante per le conoscenza tecnologiche avanzate. La startup di Singapore, nata nel 2021, è un unicum nel suo genere perché riunisce le storie e le esperienze parallele di tre tra i massimi esperti mondiali in materia di semiconduttori: Byung Joon Han, Sehat Sutardja e Weili Dai. Il focus è quello sui chiplet - piccoli chip modulari che vengono combinati per creare processori più potenti ed efficienti con una funzione essenziale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’high-performance computing. Tre anni fa Silicon Box ha inaugurato a Singapore uno stabilimento avanzato da 2 miliardi di dollari: una struttura di 73.000 metri tra le più avanzate al mondo. E pochi mesi dopo si è immediatamente messo a raccogliere altri capitali da investire.
Circa un paio di miliardi sono andati verso l’Italia che ha avuto il grande merito di crederci sempre. Anche perché in diversi momenti l’affare (che era stato annunciato ufficialmente nel giugno del 2024) sembrava sul punto di saltare.
Ora, per il ministro Urso e il governo, è il momento di raccogliere i frutti di un’operazione che restituisce centralità al Paese e rafforza il suo ruolo strategico per l’Europa.
Parliamo di 1.600 posti di lavoro diretti (tra ingegneri, tecnici specializzati e operatori di linee di produzione avanzate) e di altre centinaia di posizioni legati all’indotto: dai fornitori fino alla logistica. Con previsioni che arrivano a stimare la nascita complessiva di circa 3.000 nuovi impieghi.
Non solo. Perché la Commissione Europea ha riconosciuto al progetto lo status di “Open EU Foundry”. Che vuol dire avere una posizione privilegiata nell’ambito del piano per rafforzare la produzione di semiconduttori in Europa (l’European Chips Act). Che si sostanzia in procedure amministrative accelerate, accesso prioritario alle infrastrutture di ricerca finanziate dall’Ue e più visibilità e sostegno strategico da parte di Bruxelles.
Insomma, la strada si è messa in discesa. E il governo, che nel 2024 è arrivato ad attrarre circa 35 miliardi di investimenti esteri greenfield (impianti costruiti ex novo) ed è balzato di tre posizioni nel Fdi Confidence Index, il principale indicatore internazionale sulle operazioni transfrontaliere (dall’undicesimo all’ottavo posto), non vuol perdere l’abbrivio. A breve sono infatti attesi nuovi importanti accordi di sviluppo sulla microelettronica.
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