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2025-07-17
Siria, Israele colpisce il nuovo governo. Obiettivo: restituire un territorio ai Drusi
L'edificio del Ministero della Difesa siriano danneggiato, che ospita il Quartier Generale dello Stato Maggiore dell'esercito (Ansa)
Si sta registrando una tensione crescente in Siria. Ieri, Israele ha effettuato vari bombardamenti su Damasco, che hanno colpito il quartier generale dell’esercito e l’area del palazzo presidenziale. Gli attacchi israeliani sono seguiti a giorni di notevole fibrillazione. Domenica scorsa, erano scoppiati degli scontri nella città siriana di Suwayda tra i drusi e alcune tribù beduine. Il governo di Damasco aveva quindi inviato le proprie forze militari che, secondo Afp, si sono alleate con le tribù beduine, sottoponendo i drusi a delle violenze.
Intestatosi il ruolo di protettore dei drusi stessi, Israele aveva deciso di intervenire militarmente. Martedì, lo Stato ebraico aveva infatti condotto una serie di attacchi contro le forze di Damasco nel Sud del Paese, irritando il governo siriano. «Questo atto criminale costituisce una palese violazione della sovranità della Repubblica araba siriana, una flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite», aveva tuonato il ministero degli Esteri siriano, per poi aggiungere: «Si tratta di un esempio riprovevole di continua aggressione e ingerenza esterna negli affari interni degli Stati sovrani». È così che si è quindi arrivati agli attacchi israeliani di ieri sulla capitale siriana.
In questo quadro, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha criticato la comunità internazionale, accusandola di non interessarsi adeguatamente alla situazione dei drusi. Ha quindi dichiarato che in Siria si sta «assistendo a un fenomeno ricorrente di persecuzione delle minoranze, che arriva fino a massacri e pogrom». «A volte è perpetrato dalle forze del regime, a volte da milizie jihadiste che fanno parte della base del regime, e di solito entrambe le cose», ha proseguito. Dal canto suo, più o meno nelle stesse ore, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, retwittava un video degli attacchi contro Damasco ripresi in diretta alle spalle di una giornalista di una tv siriana, annunciando «colpi dolorosi» contro il regime. Sempre ieri, Benjamin Netanyahu ha chiesto ai drusi israeliani di non attraversare il confine per difendere i drusi siriani dalle forze di Damasco. «Non attraversate il confine. State rischiando la vita; potreste essere assassinati, potreste essere rapiti e state danneggiando gli sforzi dell’Idf», ha detto. Come che sia, nel tardo pomeriggio di ieri, i media di Damasco rendevano noto che era stato raggiunto un cessate il fuoco a Suwayda tra i drusi e le forze governative siriane. Poco dopo, l'esecutivo siriano accusava comunque Gerusalemme di «creare tensione e caos e a minare la sicurezza in Siria».
E adesso emerge un’incognita dal punto di vista geopolitico soprattutto per quanto concerne il futuro degli Accordi di Abramo. L’idea di creare uno Stato cuscinetto druso rientrava nel progetto originario del loro rilancio. Non a caso, si tratta di uno scenario auspicato anche dal presidente libanese, Joseph Aoun. Non si può quindi affatto escludere che quanto accaduto negli ultimi giorni rientri all’interno di questa manovra più ampia. Il problema riguarda semmai l’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano. Israele appoggia i drusi anche perché spera che la Siria, dal punto di vista politico-amministrativo, si doti di un assetto federale e non centralizzato, come invece auspicato dall’attuale presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, e dalla Turchia. È per questo che Donald Trump si sta adoperando per mantenere un certo equilibrio ed evitare un deragliamento. Ieri pomeriggio, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha derubricato la crisi a una «incomprensione» tra Damasco e Gerusalemme, aggiungendo che si fosse ormai «sulla buona strada verso una vera de-escalation».
Sotto questo aspetto, bisognerà capire come si svilupperanno adesso i contatti, iniziati alcune settimane fa, tra Damasco e Gerusalemme in vista di una eventuale normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Ieri, la Turchia, vale a dire il grande sponsor di al-Sharaa, ha accusato lo Stato ebraico di «sabotare gli sforzi della Siria per garantire la pace». A esprimere irritazione verso Israele è stato anche il Consiglio di cooperazione del Golfo, che ha tacciato Gerusalemme di «flagrante violazione» della sovranità siriana. Ricordiamo che, a maggio, erano state Ankara e Riad a mediare la distensione tra la Casa Bianca e l’attuale regime siriano: regime a cui Trump aveva allentato le sanzioni, per spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Ma qui bisogna fare attenzione. La disapprovazione espressa dai sauditi potrebbe rivelarsi più di facciata che sostanziale, proprio in virtù del fatto che essi non sono contrari di per sé a uno Stato cuscinetto druso.
Il punto è che restano guardinghi, per capire se il processo in corso deraglierà o meno. È da rilevare che, ieri pomeriggio, pur mostrandosi critico, Israele non ha chiuso del tutto la porta a una normalizzazione con Damasco. «Tutto dipende da come si comporterà questo regime. Non c’è dubbio che la situazione abbia preso una piega negativa negli ultimi giorni, dopo un breve periodo di calma. Ma non ci stiamo illudendo», ha dichiarato un funzionario di Gerusalemme. Lo stesso Netanyahu deve navigare tra i marosi della sua coalizione di governo, visto che il suo ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha chiesto ieri di «eliminare» al-Sharaa. Trump, il premier israeliano e Riad devono quindi camminare su una linea sottile. È in queste ore che potrebbe giocarsi il futuro dei patti di Abramo.
Gli Usa all’Iran: accordo entro agosto o nuove sanzioni
L’amministrazione Trump ha lanciato un ultimatum all’Iran. Secondo quanto riferito da Axios, il segretario di Stato americano Marco Rubio - in accordo con gli omologhi di Regno Unito, Francia e Germania - ha stabilito che Teheran avrà tempo fino alla fine di agosto per concludere un accordo sul nucleare. In caso contrario, i tre Paesi europei ripristineranno le sanzioni che erano state sospese a seguito della precedente intesa, firmata nel 2015. Il governo tedesco ha confermato di considerare la riattivazione delle sanzioni una «opzione».
Il regime khomeinista, almeno per ora, non sembra avere le idee troppo chiare sul da farsi. Ieri, il parlamento iraniano ha infatti stabilito che i colloqui con gli Stati Uniti non dovrebbero essere ripristinati a meno che non siano prima soddisfatte delle non meglio precisate «precondizioni». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Aragchi, ha dichiarato, durante una conversazione con l’omologo cinese Wang Yi, che l’Iran «è pronto a tenere negoziati e consultazioni con tutte le parti il prima possibile, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla questione nucleare iraniana». «Non stiamo sviluppando armi nucleari, ma allo stesso tempo non rinunciamo al legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia atomica», ha proseguito.
Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere di non avere fretta. «Vorrebbero parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto il loro sito», ha dichiarato, riferendosi agli iraniani e ai loro siti nucleari. Inoltre, sempre secondo Axios, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, avrebbe esortato Teheran a tenere dei colloqui diretti, per accelerare i tempi ed evitare incomprensioni reciproche. Tutto questo, mentre ieri il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, si è recato a Washington, dove incontrerà il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e altri funzionari dell’amministrazione Trump. «Durante la sua visita, il ministro della Difesa discuterà con la sua controparte una serie di questioni politiche e di sicurezza, tra cui in primo piano l’Iran e altre minacce regionali, questioni di appalti e ulteriore cooperazione strategica», ha dichiarato ieri l’ufficio di Katz. Ricordiamo che, per il presidente americano, la risoluzione della questione del nucleare iraniano rappresenta una precondizione per poter arrivare a un rilancio degli Accordi di Abramo: sia Israele che l’Arabia Saudita temono infatti le ambizioni atomiche di Teheran. Senza contare che questi dossier si intersecano con quello della ricostruzione di Gaza.
Nel frattempo, ieri, Ali Khamenei è tornato ad attaccare lo Stato ebraico, accusandolo di aver cercato di rovesciare il regime khomeinista durante la guerra dei dodici giorni. «Il calcolo e il piano degli aggressori erano volti a indebolire il sistema prendendo di mira determinate figure e centri sensibili in Iran», ha tuonato l’ayatollah, secondo cui Israele mirava a fomentare «disordini e portare la gente in piazza per rovesciare il sistema». Il punto vero è che la guerra dei dodici giorni alcuni segni li ha effettivamente lasciati. Nonostante non sia crollato, il regime iraniano risulta particolarmente spaccato al suo interno, soprattutto su quella che è la linea da tenere nei confronti degli Usa.
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Nei Patti di Abramo è previsto uno Stato per la minoranza araba. Se l’Idf esagera, però, mette in crisi l’intesa coi sauditi.Gli Usa all’Iran: accordo entro agosto o nuove sanzioni. Ma Trump pubblicamente frena: «Teheran vorrebbe parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto i loro siti nucleari».Lo speciale contiene due articoli.Si sta registrando una tensione crescente in Siria. Ieri, Israele ha effettuato vari bombardamenti su Damasco, che hanno colpito il quartier generale dell’esercito e l’area del palazzo presidenziale. Gli attacchi israeliani sono seguiti a giorni di notevole fibrillazione. Domenica scorsa, erano scoppiati degli scontri nella città siriana di Suwayda tra i drusi e alcune tribù beduine. Il governo di Damasco aveva quindi inviato le proprie forze militari che, secondo Afp, si sono alleate con le tribù beduine, sottoponendo i drusi a delle violenze. Intestatosi il ruolo di protettore dei drusi stessi, Israele aveva deciso di intervenire militarmente. Martedì, lo Stato ebraico aveva infatti condotto una serie di attacchi contro le forze di Damasco nel Sud del Paese, irritando il governo siriano. «Questo atto criminale costituisce una palese violazione della sovranità della Repubblica araba siriana, una flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite», aveva tuonato il ministero degli Esteri siriano, per poi aggiungere: «Si tratta di un esempio riprovevole di continua aggressione e ingerenza esterna negli affari interni degli Stati sovrani». È così che si è quindi arrivati agli attacchi israeliani di ieri sulla capitale siriana.In questo quadro, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha criticato la comunità internazionale, accusandola di non interessarsi adeguatamente alla situazione dei drusi. Ha quindi dichiarato che in Siria si sta «assistendo a un fenomeno ricorrente di persecuzione delle minoranze, che arriva fino a massacri e pogrom». «A volte è perpetrato dalle forze del regime, a volte da milizie jihadiste che fanno parte della base del regime, e di solito entrambe le cose», ha proseguito. Dal canto suo, più o meno nelle stesse ore, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, retwittava un video degli attacchi contro Damasco ripresi in diretta alle spalle di una giornalista di una tv siriana, annunciando «colpi dolorosi» contro il regime. Sempre ieri, Benjamin Netanyahu ha chiesto ai drusi israeliani di non attraversare il confine per difendere i drusi siriani dalle forze di Damasco. «Non attraversate il confine. State rischiando la vita; potreste essere assassinati, potreste essere rapiti e state danneggiando gli sforzi dell’Idf», ha detto. Come che sia, nel tardo pomeriggio di ieri, i media di Damasco rendevano noto che era stato raggiunto un cessate il fuoco a Suwayda tra i drusi e le forze governative siriane. Poco dopo, l'esecutivo siriano accusava comunque Gerusalemme di «creare tensione e caos e a minare la sicurezza in Siria».E adesso emerge un’incognita dal punto di vista geopolitico soprattutto per quanto concerne il futuro degli Accordi di Abramo. L’idea di creare uno Stato cuscinetto druso rientrava nel progetto originario del loro rilancio. Non a caso, si tratta di uno scenario auspicato anche dal presidente libanese, Joseph Aoun. Non si può quindi affatto escludere che quanto accaduto negli ultimi giorni rientri all’interno di questa manovra più ampia. Il problema riguarda semmai l’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano. Israele appoggia i drusi anche perché spera che la Siria, dal punto di vista politico-amministrativo, si doti di un assetto federale e non centralizzato, come invece auspicato dall’attuale presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, e dalla Turchia. È per questo che Donald Trump si sta adoperando per mantenere un certo equilibrio ed evitare un deragliamento. Ieri pomeriggio, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha derubricato la crisi a una «incomprensione» tra Damasco e Gerusalemme, aggiungendo che si fosse ormai «sulla buona strada verso una vera de-escalation».Sotto questo aspetto, bisognerà capire come si svilupperanno adesso i contatti, iniziati alcune settimane fa, tra Damasco e Gerusalemme in vista di una eventuale normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Ieri, la Turchia, vale a dire il grande sponsor di al-Sharaa, ha accusato lo Stato ebraico di «sabotare gli sforzi della Siria per garantire la pace». A esprimere irritazione verso Israele è stato anche il Consiglio di cooperazione del Golfo, che ha tacciato Gerusalemme di «flagrante violazione» della sovranità siriana. Ricordiamo che, a maggio, erano state Ankara e Riad a mediare la distensione tra la Casa Bianca e l’attuale regime siriano: regime a cui Trump aveva allentato le sanzioni, per spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Ma qui bisogna fare attenzione. La disapprovazione espressa dai sauditi potrebbe rivelarsi più di facciata che sostanziale, proprio in virtù del fatto che essi non sono contrari di per sé a uno Stato cuscinetto druso. Il punto è che restano guardinghi, per capire se il processo in corso deraglierà o meno. È da rilevare che, ieri pomeriggio, pur mostrandosi critico, Israele non ha chiuso del tutto la porta a una normalizzazione con Damasco. «Tutto dipende da come si comporterà questo regime. Non c’è dubbio che la situazione abbia preso una piega negativa negli ultimi giorni, dopo un breve periodo di calma. Ma non ci stiamo illudendo», ha dichiarato un funzionario di Gerusalemme. Lo stesso Netanyahu deve navigare tra i marosi della sua coalizione di governo, visto che il suo ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha chiesto ieri di «eliminare» al-Sharaa. Trump, il premier israeliano e Riad devono quindi camminare su una linea sottile. 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Il governo tedesco ha confermato di considerare la riattivazione delle sanzioni una «opzione».Il regime khomeinista, almeno per ora, non sembra avere le idee troppo chiare sul da farsi. Ieri, il parlamento iraniano ha infatti stabilito che i colloqui con gli Stati Uniti non dovrebbero essere ripristinati a meno che non siano prima soddisfatte delle non meglio precisate «precondizioni». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Aragchi, ha dichiarato, durante una conversazione con l’omologo cinese Wang Yi, che l’Iran «è pronto a tenere negoziati e consultazioni con tutte le parti il prima possibile, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla questione nucleare iraniana». «Non stiamo sviluppando armi nucleari, ma allo stesso tempo non rinunciamo al legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia atomica», ha proseguito.Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere di non avere fretta. «Vorrebbero parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto il loro sito», ha dichiarato, riferendosi agli iraniani e ai loro siti nucleari. Inoltre, sempre secondo Axios, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, avrebbe esortato Teheran a tenere dei colloqui diretti, per accelerare i tempi ed evitare incomprensioni reciproche. Tutto questo, mentre ieri il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, si è recato a Washington, dove incontrerà il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e altri funzionari dell’amministrazione Trump. «Durante la sua visita, il ministro della Difesa discuterà con la sua controparte una serie di questioni politiche e di sicurezza, tra cui in primo piano l’Iran e altre minacce regionali, questioni di appalti e ulteriore cooperazione strategica», ha dichiarato ieri l’ufficio di Katz. Ricordiamo che, per il presidente americano, la risoluzione della questione del nucleare iraniano rappresenta una precondizione per poter arrivare a un rilancio degli Accordi di Abramo: sia Israele che l’Arabia Saudita temono infatti le ambizioni atomiche di Teheran. Senza contare che questi dossier si intersecano con quello della ricostruzione di Gaza.Nel frattempo, ieri, Ali Khamenei è tornato ad attaccare lo Stato ebraico, accusandolo di aver cercato di rovesciare il regime khomeinista durante la guerra dei dodici giorni. «Il calcolo e il piano degli aggressori erano volti a indebolire il sistema prendendo di mira determinate figure e centri sensibili in Iran», ha tuonato l’ayatollah, secondo cui Israele mirava a fomentare «disordini e portare la gente in piazza per rovesciare il sistema». Il punto vero è che la guerra dei dodici giorni alcuni segni li ha effettivamente lasciati. Nonostante non sia crollato, il regime iraniano risulta particolarmente spaccato al suo interno, soprattutto su quella che è la linea da tenere nei confronti degli Usa.
Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
Dopo aver indossato il «Rosso» del sangue e del desiderio nella fortunata stagione che sta per chiudersi, il Teatro Regio di Torino ne annuncia una «Fatale» per il 2026/2027. Nulla di funesto - dove c’è un sipario la scaramanzia regna - l’orizzonte è la «volontà del fato» e il significato della vita. «La tragedia greca», spiega il sovrintendente francese Mathieu Jouvin, «ci insegna che è la morte a trasformare l’esistenza in destino. L’idea che ognuno di noi possa forgiare il suo a piacimento è molto moderna, ma forse non così vera. In questo senso il teatro può aiutarci ad accettare la realtà così com’è». Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle, e per realizzarlo il tempio sabaudo dell’Opera rilancia, passando da 10 a 15 titoli e da quattro a nove nuovi allestimenti (confermati i tre appuntamenti dedicati alla danza), con un gioiello barocco: Juditha triumphans, l’unico oratorio di Antonio Vivaldi arrivato a noi in forma integrale (a proposito, a pochi passi dal Regio c’è una collezione di manoscritti del Prete rosso che vale miliardi: bit.ly/4wiN0cc il link per i curiosi). Il totale fa 92 recite, numero fortunato all’ombra della Mole perché è anche la percentuale di riempimento della rassegna 2025/26, che si concluderà in giugno con Tosca di Giacomo Puccini (buona la Prima, mercoledì sera, del penultimo titolo in cartellone, I Puritani di Vincenzo Bellini: finale col botto, anzi con uno sparo di troppo, che si porta via il povero Arturo e l’happy ending).
Si parte il 15 ottobre con un’inaugurazione ardita: una tetralogia verista che omaggia Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, due «soccombenti», direbbe Thomas Bernhard, davanti ai trionfi di Puccini. Dopo la consueta accoppiata dei rispettivi successi di gioventù, Cavalleria rusticana-Pagliacci, toccherà infatti alla Bohéme di Leoncavallo (27 ottobre) e a Iris di Mascagni (5 novembre). Inutile ricordare che la prima venne surclassata dal compositore lucchese, divertito dal fatto che il rivale stesse lavorando al medesimo soggetto («Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», sentenzierà sul Corsera) e la seconda - ambientata in Giappone - finì nel cono d’ombra di Madama Butterfly. «Una grande sfida produttiva», come l’ha definita il direttore artistico, Cristiano Sandri, un mini festival da 22 recite in poco più di un mese, che verrà affidato all’ottima bacchetta del direttore musicale, Andrea Battistoni, e a due registi, che si spartiranno i compositori: Francesco Micheli (Leoncavallo) e Daniele Menghini (Mascagni).
Nel tempo di Natale, come da tradizione, tornerà in primo piano la danza (da Roberto Bolle and Friends al Tokyo Ballet, fino all’immancabile Schiaccianoci di Ciajkovskij), mentre nel 2027 l’evocato Puccini marcherà il territorio con Edgar (26 gennaio), in una rara versione originaria in quattro atti. E Giuseppe Verdi? L’appassionato pubblico torinese, che ieri ha chiesto quando tornerà il Maestro Riccardo Muti e ha manifestato il desiderio di vedere rappresentati i titoli più trascurati del Cigno di Busseto, dovrà «accontentarsi» di Traviata (27 febbraio, regia di Jacopo Spirei), l’opera più eseguita al mondo. E potrà consolarsi, ad esempio, con Salome di Richard Strauss (6 aprile), diretta per la prima volta a Torino da Axel Kober. Gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij (15 giugno) e la celebre regia di Robert Carsen per il Met (nel 2027 compirà 30 anni), che pochi mesi fa ha commosso fino alle lacrime il Regio riproponendo la sua insuperabile visione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc.
Sicuri che l’Opera non importi più a nessuno, come dice il piccolo Timothée Chalamet? Da queste parti non la pensano così e tirano dritto. L’Anteprima giovani, ci fa sapere il teatro, in tre anni ha fatto registrare 35.000 presenze, con una vera e propria corsa forsennata al biglietto sia per i grandi classici, sia per i titoli meno pop (per polverizzare i tagliandi a volte bastano pochi minuti). Per tutto il resto c’è la Regio card, che permette agli studenti di tirar fuori solo 10 euro. Mica male per fare i conti con la volontà del fato e il significato della vita.
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