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2025-07-17
Siria, Israele colpisce il nuovo governo. Obiettivo: restituire un territorio ai Drusi
L'edificio del Ministero della Difesa siriano danneggiato, che ospita il Quartier Generale dello Stato Maggiore dell'esercito (Ansa)
Si sta registrando una tensione crescente in Siria. Ieri, Israele ha effettuato vari bombardamenti su Damasco, che hanno colpito il quartier generale dell’esercito e l’area del palazzo presidenziale. Gli attacchi israeliani sono seguiti a giorni di notevole fibrillazione. Domenica scorsa, erano scoppiati degli scontri nella città siriana di Suwayda tra i drusi e alcune tribù beduine. Il governo di Damasco aveva quindi inviato le proprie forze militari che, secondo Afp, si sono alleate con le tribù beduine, sottoponendo i drusi a delle violenze.
Intestatosi il ruolo di protettore dei drusi stessi, Israele aveva deciso di intervenire militarmente. Martedì, lo Stato ebraico aveva infatti condotto una serie di attacchi contro le forze di Damasco nel Sud del Paese, irritando il governo siriano. «Questo atto criminale costituisce una palese violazione della sovranità della Repubblica araba siriana, una flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite», aveva tuonato il ministero degli Esteri siriano, per poi aggiungere: «Si tratta di un esempio riprovevole di continua aggressione e ingerenza esterna negli affari interni degli Stati sovrani». È così che si è quindi arrivati agli attacchi israeliani di ieri sulla capitale siriana.
In questo quadro, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha criticato la comunità internazionale, accusandola di non interessarsi adeguatamente alla situazione dei drusi. Ha quindi dichiarato che in Siria si sta «assistendo a un fenomeno ricorrente di persecuzione delle minoranze, che arriva fino a massacri e pogrom». «A volte è perpetrato dalle forze del regime, a volte da milizie jihadiste che fanno parte della base del regime, e di solito entrambe le cose», ha proseguito. Dal canto suo, più o meno nelle stesse ore, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, retwittava un video degli attacchi contro Damasco ripresi in diretta alle spalle di una giornalista di una tv siriana, annunciando «colpi dolorosi» contro il regime. Sempre ieri, Benjamin Netanyahu ha chiesto ai drusi israeliani di non attraversare il confine per difendere i drusi siriani dalle forze di Damasco. «Non attraversate il confine. State rischiando la vita; potreste essere assassinati, potreste essere rapiti e state danneggiando gli sforzi dell’Idf», ha detto. Come che sia, nel tardo pomeriggio di ieri, i media di Damasco rendevano noto che era stato raggiunto un cessate il fuoco a Suwayda tra i drusi e le forze governative siriane. Poco dopo, l'esecutivo siriano accusava comunque Gerusalemme di «creare tensione e caos e a minare la sicurezza in Siria».
E adesso emerge un’incognita dal punto di vista geopolitico soprattutto per quanto concerne il futuro degli Accordi di Abramo. L’idea di creare uno Stato cuscinetto druso rientrava nel progetto originario del loro rilancio. Non a caso, si tratta di uno scenario auspicato anche dal presidente libanese, Joseph Aoun. Non si può quindi affatto escludere che quanto accaduto negli ultimi giorni rientri all’interno di questa manovra più ampia. Il problema riguarda semmai l’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano. Israele appoggia i drusi anche perché spera che la Siria, dal punto di vista politico-amministrativo, si doti di un assetto federale e non centralizzato, come invece auspicato dall’attuale presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, e dalla Turchia. È per questo che Donald Trump si sta adoperando per mantenere un certo equilibrio ed evitare un deragliamento. Ieri pomeriggio, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha derubricato la crisi a una «incomprensione» tra Damasco e Gerusalemme, aggiungendo che si fosse ormai «sulla buona strada verso una vera de-escalation».
Sotto questo aspetto, bisognerà capire come si svilupperanno adesso i contatti, iniziati alcune settimane fa, tra Damasco e Gerusalemme in vista di una eventuale normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Ieri, la Turchia, vale a dire il grande sponsor di al-Sharaa, ha accusato lo Stato ebraico di «sabotare gli sforzi della Siria per garantire la pace». A esprimere irritazione verso Israele è stato anche il Consiglio di cooperazione del Golfo, che ha tacciato Gerusalemme di «flagrante violazione» della sovranità siriana. Ricordiamo che, a maggio, erano state Ankara e Riad a mediare la distensione tra la Casa Bianca e l’attuale regime siriano: regime a cui Trump aveva allentato le sanzioni, per spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Ma qui bisogna fare attenzione. La disapprovazione espressa dai sauditi potrebbe rivelarsi più di facciata che sostanziale, proprio in virtù del fatto che essi non sono contrari di per sé a uno Stato cuscinetto druso.
Il punto è che restano guardinghi, per capire se il processo in corso deraglierà o meno. È da rilevare che, ieri pomeriggio, pur mostrandosi critico, Israele non ha chiuso del tutto la porta a una normalizzazione con Damasco. «Tutto dipende da come si comporterà questo regime. Non c’è dubbio che la situazione abbia preso una piega negativa negli ultimi giorni, dopo un breve periodo di calma. Ma non ci stiamo illudendo», ha dichiarato un funzionario di Gerusalemme. Lo stesso Netanyahu deve navigare tra i marosi della sua coalizione di governo, visto che il suo ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha chiesto ieri di «eliminare» al-Sharaa. Trump, il premier israeliano e Riad devono quindi camminare su una linea sottile. È in queste ore che potrebbe giocarsi il futuro dei patti di Abramo.
Gli Usa all’Iran: accordo entro agosto o nuove sanzioni
L’amministrazione Trump ha lanciato un ultimatum all’Iran. Secondo quanto riferito da Axios, il segretario di Stato americano Marco Rubio - in accordo con gli omologhi di Regno Unito, Francia e Germania - ha stabilito che Teheran avrà tempo fino alla fine di agosto per concludere un accordo sul nucleare. In caso contrario, i tre Paesi europei ripristineranno le sanzioni che erano state sospese a seguito della precedente intesa, firmata nel 2015. Il governo tedesco ha confermato di considerare la riattivazione delle sanzioni una «opzione».
Il regime khomeinista, almeno per ora, non sembra avere le idee troppo chiare sul da farsi. Ieri, il parlamento iraniano ha infatti stabilito che i colloqui con gli Stati Uniti non dovrebbero essere ripristinati a meno che non siano prima soddisfatte delle non meglio precisate «precondizioni». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Aragchi, ha dichiarato, durante una conversazione con l’omologo cinese Wang Yi, che l’Iran «è pronto a tenere negoziati e consultazioni con tutte le parti il prima possibile, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla questione nucleare iraniana». «Non stiamo sviluppando armi nucleari, ma allo stesso tempo non rinunciamo al legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia atomica», ha proseguito.
Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere di non avere fretta. «Vorrebbero parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto il loro sito», ha dichiarato, riferendosi agli iraniani e ai loro siti nucleari. Inoltre, sempre secondo Axios, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, avrebbe esortato Teheran a tenere dei colloqui diretti, per accelerare i tempi ed evitare incomprensioni reciproche. Tutto questo, mentre ieri il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, si è recato a Washington, dove incontrerà il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e altri funzionari dell’amministrazione Trump. «Durante la sua visita, il ministro della Difesa discuterà con la sua controparte una serie di questioni politiche e di sicurezza, tra cui in primo piano l’Iran e altre minacce regionali, questioni di appalti e ulteriore cooperazione strategica», ha dichiarato ieri l’ufficio di Katz. Ricordiamo che, per il presidente americano, la risoluzione della questione del nucleare iraniano rappresenta una precondizione per poter arrivare a un rilancio degli Accordi di Abramo: sia Israele che l’Arabia Saudita temono infatti le ambizioni atomiche di Teheran. Senza contare che questi dossier si intersecano con quello della ricostruzione di Gaza.
Nel frattempo, ieri, Ali Khamenei è tornato ad attaccare lo Stato ebraico, accusandolo di aver cercato di rovesciare il regime khomeinista durante la guerra dei dodici giorni. «Il calcolo e il piano degli aggressori erano volti a indebolire il sistema prendendo di mira determinate figure e centri sensibili in Iran», ha tuonato l’ayatollah, secondo cui Israele mirava a fomentare «disordini e portare la gente in piazza per rovesciare il sistema». Il punto vero è che la guerra dei dodici giorni alcuni segni li ha effettivamente lasciati. Nonostante non sia crollato, il regime iraniano risulta particolarmente spaccato al suo interno, soprattutto su quella che è la linea da tenere nei confronti degli Usa.
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Nei Patti di Abramo è previsto uno Stato per la minoranza araba. Se l’Idf esagera, però, mette in crisi l’intesa coi sauditi.Gli Usa all’Iran: accordo entro agosto o nuove sanzioni. Ma Trump pubblicamente frena: «Teheran vorrebbe parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto i loro siti nucleari».Lo speciale contiene due articoli.Si sta registrando una tensione crescente in Siria. Ieri, Israele ha effettuato vari bombardamenti su Damasco, che hanno colpito il quartier generale dell’esercito e l’area del palazzo presidenziale. Gli attacchi israeliani sono seguiti a giorni di notevole fibrillazione. Domenica scorsa, erano scoppiati degli scontri nella città siriana di Suwayda tra i drusi e alcune tribù beduine. Il governo di Damasco aveva quindi inviato le proprie forze militari che, secondo Afp, si sono alleate con le tribù beduine, sottoponendo i drusi a delle violenze. Intestatosi il ruolo di protettore dei drusi stessi, Israele aveva deciso di intervenire militarmente. Martedì, lo Stato ebraico aveva infatti condotto una serie di attacchi contro le forze di Damasco nel Sud del Paese, irritando il governo siriano. «Questo atto criminale costituisce una palese violazione della sovranità della Repubblica araba siriana, una flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite», aveva tuonato il ministero degli Esteri siriano, per poi aggiungere: «Si tratta di un esempio riprovevole di continua aggressione e ingerenza esterna negli affari interni degli Stati sovrani». È così che si è quindi arrivati agli attacchi israeliani di ieri sulla capitale siriana.In questo quadro, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha criticato la comunità internazionale, accusandola di non interessarsi adeguatamente alla situazione dei drusi. Ha quindi dichiarato che in Siria si sta «assistendo a un fenomeno ricorrente di persecuzione delle minoranze, che arriva fino a massacri e pogrom». «A volte è perpetrato dalle forze del regime, a volte da milizie jihadiste che fanno parte della base del regime, e di solito entrambe le cose», ha proseguito. Dal canto suo, più o meno nelle stesse ore, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, retwittava un video degli attacchi contro Damasco ripresi in diretta alle spalle di una giornalista di una tv siriana, annunciando «colpi dolorosi» contro il regime. Sempre ieri, Benjamin Netanyahu ha chiesto ai drusi israeliani di non attraversare il confine per difendere i drusi siriani dalle forze di Damasco. «Non attraversate il confine. State rischiando la vita; potreste essere assassinati, potreste essere rapiti e state danneggiando gli sforzi dell’Idf», ha detto. Come che sia, nel tardo pomeriggio di ieri, i media di Damasco rendevano noto che era stato raggiunto un cessate il fuoco a Suwayda tra i drusi e le forze governative siriane. Poco dopo, l'esecutivo siriano accusava comunque Gerusalemme di «creare tensione e caos e a minare la sicurezza in Siria».E adesso emerge un’incognita dal punto di vista geopolitico soprattutto per quanto concerne il futuro degli Accordi di Abramo. L’idea di creare uno Stato cuscinetto druso rientrava nel progetto originario del loro rilancio. Non a caso, si tratta di uno scenario auspicato anche dal presidente libanese, Joseph Aoun. Non si può quindi affatto escludere che quanto accaduto negli ultimi giorni rientri all’interno di questa manovra più ampia. Il problema riguarda semmai l’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano. Israele appoggia i drusi anche perché spera che la Siria, dal punto di vista politico-amministrativo, si doti di un assetto federale e non centralizzato, come invece auspicato dall’attuale presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, e dalla Turchia. È per questo che Donald Trump si sta adoperando per mantenere un certo equilibrio ed evitare un deragliamento. Ieri pomeriggio, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha derubricato la crisi a una «incomprensione» tra Damasco e Gerusalemme, aggiungendo che si fosse ormai «sulla buona strada verso una vera de-escalation».Sotto questo aspetto, bisognerà capire come si svilupperanno adesso i contatti, iniziati alcune settimane fa, tra Damasco e Gerusalemme in vista di una eventuale normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Ieri, la Turchia, vale a dire il grande sponsor di al-Sharaa, ha accusato lo Stato ebraico di «sabotare gli sforzi della Siria per garantire la pace». A esprimere irritazione verso Israele è stato anche il Consiglio di cooperazione del Golfo, che ha tacciato Gerusalemme di «flagrante violazione» della sovranità siriana. Ricordiamo che, a maggio, erano state Ankara e Riad a mediare la distensione tra la Casa Bianca e l’attuale regime siriano: regime a cui Trump aveva allentato le sanzioni, per spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Ma qui bisogna fare attenzione. La disapprovazione espressa dai sauditi potrebbe rivelarsi più di facciata che sostanziale, proprio in virtù del fatto che essi non sono contrari di per sé a uno Stato cuscinetto druso. Il punto è che restano guardinghi, per capire se il processo in corso deraglierà o meno. È da rilevare che, ieri pomeriggio, pur mostrandosi critico, Israele non ha chiuso del tutto la porta a una normalizzazione con Damasco. «Tutto dipende da come si comporterà questo regime. Non c’è dubbio che la situazione abbia preso una piega negativa negli ultimi giorni, dopo un breve periodo di calma. Ma non ci stiamo illudendo», ha dichiarato un funzionario di Gerusalemme. Lo stesso Netanyahu deve navigare tra i marosi della sua coalizione di governo, visto che il suo ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha chiesto ieri di «eliminare» al-Sharaa. Trump, il premier israeliano e Riad devono quindi camminare su una linea sottile. È in queste ore che potrebbe giocarsi il futuro dei patti di Abramo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siria-israele-colpisce-nuovo-governo-2673324389.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-alliran-accordo-entro-agosto-o-nuove-sanzioni" data-post-id="2673324389" data-published-at="1752736958" data-use-pagination="False"> Gli Usa all’Iran: accordo entro agosto o nuove sanzioni L’amministrazione Trump ha lanciato un ultimatum all’Iran. Secondo quanto riferito da Axios, il segretario di Stato americano Marco Rubio - in accordo con gli omologhi di Regno Unito, Francia e Germania - ha stabilito che Teheran avrà tempo fino alla fine di agosto per concludere un accordo sul nucleare. In caso contrario, i tre Paesi europei ripristineranno le sanzioni che erano state sospese a seguito della precedente intesa, firmata nel 2015. Il governo tedesco ha confermato di considerare la riattivazione delle sanzioni una «opzione».Il regime khomeinista, almeno per ora, non sembra avere le idee troppo chiare sul da farsi. Ieri, il parlamento iraniano ha infatti stabilito che i colloqui con gli Stati Uniti non dovrebbero essere ripristinati a meno che non siano prima soddisfatte delle non meglio precisate «precondizioni». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Aragchi, ha dichiarato, durante una conversazione con l’omologo cinese Wang Yi, che l’Iran «è pronto a tenere negoziati e consultazioni con tutte le parti il prima possibile, sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla questione nucleare iraniana». «Non stiamo sviluppando armi nucleari, ma allo stesso tempo non rinunciamo al legittimo diritto all’uso pacifico dell’energia atomica», ha proseguito.Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere di non avere fretta. «Vorrebbero parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto il loro sito», ha dichiarato, riferendosi agli iraniani e ai loro siti nucleari. Inoltre, sempre secondo Axios, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, avrebbe esortato Teheran a tenere dei colloqui diretti, per accelerare i tempi ed evitare incomprensioni reciproche. Tutto questo, mentre ieri il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, si è recato a Washington, dove incontrerà il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e altri funzionari dell’amministrazione Trump. «Durante la sua visita, il ministro della Difesa discuterà con la sua controparte una serie di questioni politiche e di sicurezza, tra cui in primo piano l’Iran e altre minacce regionali, questioni di appalti e ulteriore cooperazione strategica», ha dichiarato ieri l’ufficio di Katz. Ricordiamo che, per il presidente americano, la risoluzione della questione del nucleare iraniano rappresenta una precondizione per poter arrivare a un rilancio degli Accordi di Abramo: sia Israele che l’Arabia Saudita temono infatti le ambizioni atomiche di Teheran. Senza contare che questi dossier si intersecano con quello della ricostruzione di Gaza.Nel frattempo, ieri, Ali Khamenei è tornato ad attaccare lo Stato ebraico, accusandolo di aver cercato di rovesciare il regime khomeinista durante la guerra dei dodici giorni. «Il calcolo e il piano degli aggressori erano volti a indebolire il sistema prendendo di mira determinate figure e centri sensibili in Iran», ha tuonato l’ayatollah, secondo cui Israele mirava a fomentare «disordini e portare la gente in piazza per rovesciare il sistema». Il punto vero è che la guerra dei dodici giorni alcuni segni li ha effettivamente lasciati. Nonostante non sia crollato, il regime iraniano risulta particolarmente spaccato al suo interno, soprattutto su quella che è la linea da tenere nei confronti degli Usa.
Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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Ansa
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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