Non più tardi del 10 agosto, in prima pagina, La Stampa affidava a Giorgia Linardi, attivista e portavoce di Sea Watch Italia, un accorato commento che lamentava lo scarso interesse delle nazioni europee verso i migranti «abbandonati in mare». Qualche giorno prima alla stessa firma veniva affidato un altro pregevole articolo ferocemente critico dell'accordo con la Tunisia, accusata di essere una dittatura spietata. Nulla di inedito, per carità: sono anni che i quotidiani progressisti invocano a gran voce più apertura delle frontiere e più soccorsi in mare. A risultare più sorprendenti e vagamente stranianti sono invece i titoli che queste testate stanno snocciolando negli ultimi giorni. Ieri, ad esempio, La Stampa martellava sui «centomila sbarchi», sull’hotspot di Lampedusa stipato e sui sindaci in difficoltà per il corposo afflusso di stranieri. Grazie al cielo, da queste parti ciascuno è libero di fare i titoli che vuole. Ci limitiamo a notare la leggera distonia fra i toni ansiogeni di queste ore e le affermazioni apodittiche scodellate per oltre un lustro e fino a pochi istanti fa.
Prendiamo Repubblica. Una rapida ricerca online fa emergere tonnellate di articoli celebrativi delle meraviglie dell’accoglienza. A marzo, tanto per citarne uno, Linda Laura Sabbatini spiegava che l’immigrazione è una ricchezza, anzi addirittura una necessità. Epperò è stata proprio Repubblica a lanciare la campagna estiva del Partito democratico contro l’eccesso di irregolari, prontamente portata in scena da numerosi sindaci sul territorio nazionale. Tra questi Sergio Giordani, primo cittadino di Padova in quota sinistra, che da settimane si oppone strenuamente alla realizzazione di un hub per migranti nella sua città e si indigna per gli ingressi in aumento. Per rendere ancora più clamorosa la sua protesta ha deciso di allestire posti letto per stranieri in una palestra, quasi a mostrare che Padova sia diventata una nuova Lampedusa. Tutto bellissimo, salvo un particolare. Quando al governo c’era Matteo Salvini, Giordani fu tra i primi sindaci a contestare duramente i blocchi alle navi Ong e i decreti sicurezza. Non trascuriamo certo il Corriere della Sera, su cui ieri Gian Antonio Stella si è divertito a notare la discrepanza fra i ruvidi toni pre elettorali della destra e il suo attaggiamento odierno. Gioco simpatico e in fondo giusto, ma ci si chiede: Stella avrebbe preferito il blocco navale?
E allora sorge un piccolo dubbio: esattamente, che diamine vogliono i cari progressisti? Tuonano contro il governo, ma quali soluzioni propongono? Sia chiaro: qui certo non siamo entusiasti per il numero di stranieri sbarcarti sulle nostre coste, anzi. Chi scrive continua a ritenere che le chiusure dei porti d’epoca salviniana avessero un bel po’ di senso, e che il blocco navale sarebbe da attuare prima di subito. Prendiamo atto che il governo abbia scelto una strada differente, molto meno frontale e più trattativista. Non ne siamo felicissimi, ma ne comprendiamo alcune ragioni: abbiamo visto a che trattamento (prima assalti e poi processi) sia stato sottoposto il solito Salvini quando decise di ricorrere alla maniere forti. E ricordiamo benissimo la pressione mediatica e politica a cui fu sottoposto. La stessa Meloni, in campagna elettorale, fu descritta come una fascistella intenzionata a sterminare i poveri profughi. Magari non è condivisibile, ma è comprensibile che il governo abbia optato per uno sguardo di lungo periodo, cercando la collaborazione europea ed esibendo un piglio trattativista. Per altro, in questo quadro, l’esecutivo ha persino ottenuto un certo successo, portando l’Ue sulle proprie posizioni, cosa che non era mai avvenuta prima. Certo: i successi diplomatici non si traducono immediatamente in fatti, e vaglielo a spiegare a chi si trova l’invasione sotto casa.
Detto questo, resta il tema politico. I progressisti che si lagnano quale alternativa propongono? Nella maggior parte dei casi non sembrano saperlo nemmeno loro. La Stampa, per dire, pubblica un articolo indignato per l’aumento degli sbarchi, e proprio a fianco dà la parola a un esponente di Emergency il quale spiega che non si possono fermare le partenze. In aggiunta, riporta le frasi di monsignor Gian Carlo Perego della Fondazione Migrantes della Cei che chiede «un’operazione di soccorso nel Mediterraneo che interpelli tutta l’Europa, una nuova Mare Nostrum». Si tratta della stessa identica richiesta avanzata da Elly Schlein e dal Pd.
Dunque riepiloghiamo. I progressisti non volevano i decreti sicurezza e il blocco navale. Contestano l’accordo con la Tunisia. Chiedono di recuperare più gente in mare con una operazione europea. Però, allo stesso tempo, sostengono che nei Comuni ci siano troppi migranti. Delle due l’una: o vuoi meno partenze o vuoi più accoglienza. Se chiedi entrambe le cose contemporaneamente non sei stupido bensì in malafede.
In effetti non è difficile notare il doppiofondo di falsità nelle uscite di sindaci e politicanti assortiti. I quali hanno buon gioco ad attaccare il governo ostile, salvo poi sorvolare sul fatto di essere i veri responsabili degli arrivi in sovrannumero. Analogo discorso si può fare nei riguardi di alcuni quotidiani: dopo aver celebrato le virtù dell’accoglienza, ora dovrebbero gioire per i centomila arrivi. Invece, guarda un po’, affettano irritiazione.
Di nuovo: liberi loro di scrivere ciò che ritengono opportuno, però un minimo di decenza sarebbe gradito. Chi da anni chiede di fermare le partenze e di bloccare il mortifero sistema dell’immigrazione di massa oggi ha tutto il diritto di essere scettico o di lamentarsi. Ma chi fino a ieri ha lodato le bellezze del multiculturalismo non può permettersi di fare ironia sul blocco navale non applicato. L’unico blocco di cui i profeti dell’accoglienza dovrebbero occuparsi è quello della lingua: non hanno titolo per parlare, dunque tacciano.







