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2023-07-22
La sinistra vuole incarcerare chi dubita dei dogmi sul clima
Angelo Bonelli (Ansa)
Fino all’altro giorno, Angelo Bonelli - capetto dell’Alleanza verdi e sinistra proiettato in Parlamento dopo anni d’assenza grazie a un accordo elettorale con il Partito democratico - era destinato a passare alla Storia (si fa per dire) come colui che ha regalo uno scranno e un lauto stipendio ad Aboubakar Sumahoro. Come sia nata e si sia evoluta quella vicenda lo sappiamo fin troppo bene: gli ecologisti e i presunti radicali di sinistra si sono precipitati a candidare la figurina del «difensore dei migranti», senza farsi troppe domande sulle attività di accoglienza gestite dai famigliari del loro campione.
Ben presto hanno scoperto di essersi messi in casa un personaggio decisamente imbarazzante, del quale non sono nemmeno riusciti a ottenere le dimissioni (Sumahoro è passato al gruppo misto, conservando il posto). È per certi versi comprensibile, dunque, che Bonelli, da qualche tempo, ce la metta tutta per cancellare la figuraccia rimediata proprio all’avvio della legislatura, ingegnandosi in ogni modo per dirottare l’attenzione su altro. Il problema è che, per rifarsi il look, sembra aver deciso di diventare quello che le spara più grosse di tutti, quasi sempre a discapito dei comuni e incolpevoli cittadini. Che al nostro le imposizioni piacessero lo avevamo capito già in tempi di Covid, vedendolo inveire contro i presunti no vax e sostenere ogni forma di obbligo e restrizione. Ora, però, si è decisamente superato, anche perché il contesto internazionale gli consente di dare il peggio di sé.
Poiché la gran parte dei media e una buona fetta di politici insistono a spargere angoscia con l’allarme caldo, lo stupefacente Angelo si è lanciato nell’impresa di una vita: ha annunciato che condurrà una battaglia per introdurre il reato di «negazionismo climatico». A giudicare dalla nota stampa che ha diffuso, sembra addirittura prendersi sul serio. «L’Italia è diventato un hotspot climatico, con una crescente serie di eventi meteorologici estremi che hanno causato danni ingenti in tutto il Paese», ha scritto. «Nel Veneto e in Trentino, violenti temporali con grandinate grandi come palle da tennis hanno distrutto case, auto e coltivazioni, provocando 110 feriti, mentre nel Sud e nel Centro, si sono raggiunte temperature record di 40 gradi. Tuttavia, per questo governo negazionista e climafreghista, il nemico su cui concentrarsi sono gli ecologisti e la transizione ecologica, continuando con la retorica degli “ultrà del fanatismo ecologista”».
Cristallino: secondo Bonelli siamo nel pieno di un’emergenza spaventosa, che a breve assumerà tratti apocalittici, ma il governo non se ne occupa abbastanza. Che fare, quindi, per costringere tutta la popolazione ad aprire gli occhi sugli sciagurati fenomeni di cui siamo vittime? Facile, bisogna impedire ai critici e agli scettici di aprire bocca. Per questo il leaderino dei verdi annuncia: «Presenterò una proposta di legge che introduce il reato di negazionismo climatico. Si dovrebbe cominciare ad ammettere che il negazionismo climatico non è differente rispetto ad altri tipi di negazionismo». Se non altro, il nostro eroe ha il pregio della trasparenza: ciò che alcuni suoi colleghi progressisti ruminano in segreto, egli lo esplicita.
Va detto che, in effetti, questa panzana del negazionismo circola da un bel po’: Bonelli ha semplicemente deciso di portarla alle estreme conseguenze, svelandone involontariamente il meccanismo manipolatorio. Come noto, il termine «negazionista» è particolarmente svilente perché richiama il negazionismo dell’Olocausto. Chiunque venga bollato di negazionismo, di conseguenza, è immediatamente inserito nella stessa categoria morale dei nazisti persecutori di ebrei, diviene un rappresentante in Terra del male assoluto. Già da anni quotidiani prestigiosi come il britannico Guardian hanno scelto di utilizzare questo tipo di stigma per colpire studiosi, intellettuali e commentatori che espongano perplessità sulla narrazione del disastro climatico quotidianamente ribadita dal discorso dominante.
Associazioni e partiti di sinistra (Pd compreso) fanno continui riferimenti al negazionismo e invocano censure e mordacchie soprattutto sui social network. La proposta di Bonelli è, in qualche modo, il naturale approdo di tutta questa corrente di pensiero e riesce addirittura a superare per intolleranza e violenza il condizionamento del dibattito pubblico imposto durante l’emergenza Covid.
Certo, trattandosi di una proposta proveniente del sempre simpatico Angelo, si sarebbe portati a pensare di trovarsi al cospetto di una clamorosa scempiaggine che non verrà presa sul serio da nessuno. Il fatto è che, appunto, Bonelli intende rendere più sistematico e chirurgico un marchingegno che già opera e a cui contribuiscono numerosi altri politici all’apparenza più ragionevoli. Per rendersene conto, basta osservare i talk show televisivi. I critici del cambiamento climatico - anche se non costituiscono affatto una categoria organica e, spesso, hanno posizioni molto diverse fra loro - sono quasi sempre presenti. Ma vengono trattati da macchiette, interrotti costantemente, presentati come ciarlatani e stramboidi. Difficilmente riescono a concludere un discorso, il più delle volte sono zittiti con la proverbiale formula (falsa, manco a dirlo) «tutta la scienza concorda sul cambiamento climatico!».
Questo per dire che l’emarginazione del pensiero critico è in atto da parecchio e il disprezzo per i presunti negazionisti è già molto stato ampiamente alimentato. Se ai tempi del Covid esisteva una «cattedrale sanitaria» capace di egemonizzare il pensiero, oggi esiste una «cattedrale ecologica» con i suoi predicatori, la sua gerarchia ecclesiastica e i suoi nemici mortali, gli eretici. Essa gode di un notevole supporto economico e logistico, anche perché protegge interessi economici molto rilevanti che abbiamo già avuto modo di illustrare.
Dunque, non è assurdo pensare che pure una idea delirante come quella del prode Angelone possa trovare consenso a sinistra. Di sicuro lo trova nelle istituzioni sovranazionali e presso il cosiddetto mainstream, che ha già dato il via alla battuta di caccia al dissenziente. I progressisti italici sono allo stesso tempo l’ultima ruota del carro del sistema i suoi più fedeli servi, sempre pronti a perseguitate e discriminare chi abbia idee diverse dalle loro. Dopo il ddl Zan, dunque, potremmo avere presto il ddl Bonelli. Cambia il colore (dall’arcobaleno al verde) ma l’intolleranza è quella di sempre.
Confindustria in scia alla Cgil: «“Cassa” e smart working per salvarci dal gran caldo»
Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Carlo Bonomi e e Maurizio Landini, presidente di Confindustria il primo e segretario della Cgil il secondo, sono allineati. Allineatissimi, anzi. Due giorni fa il leader del sindacato rosso ha chiesto la cassa integrazione per il caldo. Ieri il numero uno degli industriali si è messo in scia alzando la posta. «Serve un protocollo per cassa integrazione e smart working per i lavoratori, come con il Covid», ha detto dai microfoni di Start su Sky. «Pensare di dover mettere a rischio la propria vita perché si va al lavoro è qualche cosa che deve fa riflettere tutti, non è un tema solo delle associazioni datoriali, è un tema dei sindacati ed è un tema del governo», ha detto, augurandosi di raggiungere la quadra su un protocollo sul modello di quello per il Covid, per consentire «delle soluzioni straordinarie in questo periodo che possano coprire tutta la platea dei lavoratori».
Oltre alla cassa integrazione, «si sta parlando», ha concluso, «anche di smart working, quindi di allargare di nuovo la possibilità di ricorrere a questa tipologia di lavoro, in modo da consentire a dipendenti e collaboratori di non spostarsi e rimanere nelle proprie abitazioni». La prima risposta che vale sia per Cgil sia per Confindustria è che la Cig per il caldo esiste già. Per la precisione si chiama Cigo (cassa integrazione ordinaria) per eventi climatici straordinari. «Le temperature eccezionalmente elevate (superiori a 35 gradi), che impediscono lo svolgimento di fasi di lavoro in luoghi non proteggibili dal sole o che comportino l’utilizzo di materiali o lo svolgimento di lavorazioni che non sopportano il forte calore», scriveva l’Inps in un nota del 2017 tuttora valida, «possono costituire evento che può dare titolo alla cassa integrazione ordinaria». Tant’è che già a inizio settimana gli operai Stellantis di Pomigliano d’Arco sono stati messi in Cigo per alcune ore, in attesa che la temperatura nello stabilimento scendesse. Una scelta già presa negli scorsi anni da altre aziende che proprio non possono permettersi di smontare pezzi di produzione e affidare le attività allo smart working. Insomma, ordinaria amministrazione.
Eppure nelle ultime ore, giusto per alzare i toni sulla crisi climatica, si è sentita la necessità di paragonare il caldo al Covid. L’obiettivo è chiaro: abbandonare il termine «crisi» - di per sé già errato - per sostituirlo con la parola «emergenza». Così si potrà cominciare ad accostare anche al clima il concetto di pandemia. Infatti, non sfugge che l’idea di mettere in smart working le persone per il caldo è al limite del ridicolo. A casa dovranno accendere i climatizzatori, sempre che li abbiano, e consumare per conto loro energia. Senza contare che è assurdo voler normare situazioni eccezionali che durano qualche giorno, quando si può semplicemente interpretare le norme già esistenti.
Esattamente l’opposto di quanto, sempre ieri, ha chiesto il numero uno della Uil, Pierpaolo Bombardieri indirizzando un messaggio diretto al ministro del Lavoro, Marina Calderone. È il caso che si «promuovano urgentemente indicazioni alle imprese affinché intervengano di concerto con le rappresentanze sindacali a individuare modifiche dell’orario, dell’organizzazione del lavoro e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale specifici».
Chiarita l’insussistenza del problema, pur non negando l’esigenza di ambienti di lavoro idonei, è il caso di chiedersi il perché di tale enfasi. Perché invocare la «pandemia da caldo»? Beh, la risposta non è complessa. Basta andare a prendersi il testo del Pniec, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima inviato alla Commissione Ue, per vedere che, in adesione alle idee comunitarie per risparmiare energia e sostenere la transizione green, si immagina orario ridotto settimanale e uso diffuso dello smart working.
A Bruxelles sanno bene che la mobilità elettrica, per diventare la norma, dovrà trovare un punto di caduta in modo da ridurre di almeno quattro decimi il parco circolante. In parte avverrà semplicemente con il rialzo dei prezzi, in parte limitando la necessità di spostarsi. Molti lavoratori non avranno più la possibilità di permettersi un’auto, né di accedere all’energia sufficiente per andare dove vorranno. Spostamenti brevi e limitati nel tempo: ecco perché il termine Covid torna in auge. Perché durante la pandemia - e in breve tempo - si è riusciti a modificare la società in modo drastico. Al di là degli effetti psicologici che ancora devono essere compresi, si è riusciti a bloccare intere aree.
Evidentemente, il rischio è che in futuro avvenga lo stesso con la scusa del caldo. Lungi da noi negare l’esigenza di ridurre l’inquinamento, ma la strada che i socialisti europei sostengono a spada tratta ci porta dritti verso una maggiore povertà e alla spaccatura della società. Infatti, a farne le spese sarà la classe media che scomparirà del tutto. Sarebbe forse il caso che i rappresentanti delle associazioni datoriali e dei sindacati non si accodassero allo storytelling del mondo che sta per finire. Non conviene a nessuno dei due una società così polarizzata. Da un lato super ricchi e, dall’altro, lavoratori sussidiati o pagati per non lavorare. A meno che pure a Confindustria - come alla Cgil - non piaccia l’idea di di un mondo che non produce più ma che dipende dai sussidi di Stato. Allora, a quel punto facciamo partire la cassa integrazione già dai 20 gradi: tanto basta il percepito per farla scattare.
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Il verde Angelo Bonelli, in Parlamento grazie ai dem, annuncia la proposta di legge per il reato di negazionismo climatico. Esprime una corrente di pensiero sostenuta anche da certi quotidiani. Il contrario della scienza.E industriali e sindacati approfittano del caldo per spillare soldi al governo. In Italia le soluzioni esistono già. Eppure Carlo Bonomi e Maurizio Landini avanzano delle richieste che coincidono con le idee di Bruxelles sulla transizione green.Lo speciale contiene due articoli.Fino all’altro giorno, Angelo Bonelli - capetto dell’Alleanza verdi e sinistra proiettato in Parlamento dopo anni d’assenza grazie a un accordo elettorale con il Partito democratico - era destinato a passare alla Storia (si fa per dire) come colui che ha regalo uno scranno e un lauto stipendio ad Aboubakar Sumahoro. Come sia nata e si sia evoluta quella vicenda lo sappiamo fin troppo bene: gli ecologisti e i presunti radicali di sinistra si sono precipitati a candidare la figurina del «difensore dei migranti», senza farsi troppe domande sulle attività di accoglienza gestite dai famigliari del loro campione.Ben presto hanno scoperto di essersi messi in casa un personaggio decisamente imbarazzante, del quale non sono nemmeno riusciti a ottenere le dimissioni (Sumahoro è passato al gruppo misto, conservando il posto). È per certi versi comprensibile, dunque, che Bonelli, da qualche tempo, ce la metta tutta per cancellare la figuraccia rimediata proprio all’avvio della legislatura, ingegnandosi in ogni modo per dirottare l’attenzione su altro. Il problema è che, per rifarsi il look, sembra aver deciso di diventare quello che le spara più grosse di tutti, quasi sempre a discapito dei comuni e incolpevoli cittadini. Che al nostro le imposizioni piacessero lo avevamo capito già in tempi di Covid, vedendolo inveire contro i presunti no vax e sostenere ogni forma di obbligo e restrizione. Ora, però, si è decisamente superato, anche perché il contesto internazionale gli consente di dare il peggio di sé.Poiché la gran parte dei media e una buona fetta di politici insistono a spargere angoscia con l’allarme caldo, lo stupefacente Angelo si è lanciato nell’impresa di una vita: ha annunciato che condurrà una battaglia per introdurre il reato di «negazionismo climatico». A giudicare dalla nota stampa che ha diffuso, sembra addirittura prendersi sul serio. «L’Italia è diventato un hotspot climatico, con una crescente serie di eventi meteorologici estremi che hanno causato danni ingenti in tutto il Paese», ha scritto. «Nel Veneto e in Trentino, violenti temporali con grandinate grandi come palle da tennis hanno distrutto case, auto e coltivazioni, provocando 110 feriti, mentre nel Sud e nel Centro, si sono raggiunte temperature record di 40 gradi. Tuttavia, per questo governo negazionista e climafreghista, il nemico su cui concentrarsi sono gli ecologisti e la transizione ecologica, continuando con la retorica degli “ultrà del fanatismo ecologista”».Cristallino: secondo Bonelli siamo nel pieno di un’emergenza spaventosa, che a breve assumerà tratti apocalittici, ma il governo non se ne occupa abbastanza. Che fare, quindi, per costringere tutta la popolazione ad aprire gli occhi sugli sciagurati fenomeni di cui siamo vittime? Facile, bisogna impedire ai critici e agli scettici di aprire bocca. Per questo il leaderino dei verdi annuncia: «Presenterò una proposta di legge che introduce il reato di negazionismo climatico. Si dovrebbe cominciare ad ammettere che il negazionismo climatico non è differente rispetto ad altri tipi di negazionismo». Se non altro, il nostro eroe ha il pregio della trasparenza: ciò che alcuni suoi colleghi progressisti ruminano in segreto, egli lo esplicita.Va detto che, in effetti, questa panzana del negazionismo circola da un bel po’: Bonelli ha semplicemente deciso di portarla alle estreme conseguenze, svelandone involontariamente il meccanismo manipolatorio. Come noto, il termine «negazionista» è particolarmente svilente perché richiama il negazionismo dell’Olocausto. Chiunque venga bollato di negazionismo, di conseguenza, è immediatamente inserito nella stessa categoria morale dei nazisti persecutori di ebrei, diviene un rappresentante in Terra del male assoluto. Già da anni quotidiani prestigiosi come il britannico Guardian hanno scelto di utilizzare questo tipo di stigma per colpire studiosi, intellettuali e commentatori che espongano perplessità sulla narrazione del disastro climatico quotidianamente ribadita dal discorso dominante.Associazioni e partiti di sinistra (Pd compreso) fanno continui riferimenti al negazionismo e invocano censure e mordacchie soprattutto sui social network. La proposta di Bonelli è, in qualche modo, il naturale approdo di tutta questa corrente di pensiero e riesce addirittura a superare per intolleranza e violenza il condizionamento del dibattito pubblico imposto durante l’emergenza Covid.Certo, trattandosi di una proposta proveniente del sempre simpatico Angelo, si sarebbe portati a pensare di trovarsi al cospetto di una clamorosa scempiaggine che non verrà presa sul serio da nessuno. Il fatto è che, appunto, Bonelli intende rendere più sistematico e chirurgico un marchingegno che già opera e a cui contribuiscono numerosi altri politici all’apparenza più ragionevoli. Per rendersene conto, basta osservare i talk show televisivi. I critici del cambiamento climatico - anche se non costituiscono affatto una categoria organica e, spesso, hanno posizioni molto diverse fra loro - sono quasi sempre presenti. Ma vengono trattati da macchiette, interrotti costantemente, presentati come ciarlatani e stramboidi. Difficilmente riescono a concludere un discorso, il più delle volte sono zittiti con la proverbiale formula (falsa, manco a dirlo) «tutta la scienza concorda sul cambiamento climatico!».Questo per dire che l’emarginazione del pensiero critico è in atto da parecchio e il disprezzo per i presunti negazionisti è già molto stato ampiamente alimentato. Se ai tempi del Covid esisteva una «cattedrale sanitaria» capace di egemonizzare il pensiero, oggi esiste una «cattedrale ecologica» con i suoi predicatori, la sua gerarchia ecclesiastica e i suoi nemici mortali, gli eretici. Essa gode di un notevole supporto economico e logistico, anche perché protegge interessi economici molto rilevanti che abbiamo già avuto modo di illustrare.Dunque, non è assurdo pensare che pure una idea delirante come quella del prode Angelone possa trovare consenso a sinistra. Di sicuro lo trova nelle istituzioni sovranazionali e presso il cosiddetto mainstream, che ha già dato il via alla battuta di caccia al dissenziente. I progressisti italici sono allo stesso tempo l’ultima ruota del carro del sistema i suoi più fedeli servi, sempre pronti a perseguitate e discriminare chi abbia idee diverse dalle loro. Dopo il ddl Zan, dunque, potremmo avere presto il ddl Bonelli. 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Ieri il numero uno degli industriali si è messo in scia alzando la posta. «Serve un protocollo per cassa integrazione e smart working per i lavoratori, come con il Covid», ha detto dai microfoni di Start su Sky. «Pensare di dover mettere a rischio la propria vita perché si va al lavoro è qualche cosa che deve fa riflettere tutti, non è un tema solo delle associazioni datoriali, è un tema dei sindacati ed è un tema del governo», ha detto, augurandosi di raggiungere la quadra su un protocollo sul modello di quello per il Covid, per consentire «delle soluzioni straordinarie in questo periodo che possano coprire tutta la platea dei lavoratori». Oltre alla cassa integrazione, «si sta parlando», ha concluso, «anche di smart working, quindi di allargare di nuovo la possibilità di ricorrere a questa tipologia di lavoro, in modo da consentire a dipendenti e collaboratori di non spostarsi e rimanere nelle proprie abitazioni». La prima risposta che vale sia per Cgil sia per Confindustria è che la Cig per il caldo esiste già. Per la precisione si chiama Cigo (cassa integrazione ordinaria) per eventi climatici straordinari. «Le temperature eccezionalmente elevate (superiori a 35 gradi), che impediscono lo svolgimento di fasi di lavoro in luoghi non proteggibili dal sole o che comportino l’utilizzo di materiali o lo svolgimento di lavorazioni che non sopportano il forte calore», scriveva l’Inps in un nota del 2017 tuttora valida, «possono costituire evento che può dare titolo alla cassa integrazione ordinaria». Tant’è che già a inizio settimana gli operai Stellantis di Pomigliano d’Arco sono stati messi in Cigo per alcune ore, in attesa che la temperatura nello stabilimento scendesse. Una scelta già presa negli scorsi anni da altre aziende che proprio non possono permettersi di smontare pezzi di produzione e affidare le attività allo smart working. Insomma, ordinaria amministrazione. Eppure nelle ultime ore, giusto per alzare i toni sulla crisi climatica, si è sentita la necessità di paragonare il caldo al Covid. L’obiettivo è chiaro: abbandonare il termine «crisi» - di per sé già errato - per sostituirlo con la parola «emergenza». Così si potrà cominciare ad accostare anche al clima il concetto di pandemia. Infatti, non sfugge che l’idea di mettere in smart working le persone per il caldo è al limite del ridicolo. A casa dovranno accendere i climatizzatori, sempre che li abbiano, e consumare per conto loro energia. Senza contare che è assurdo voler normare situazioni eccezionali che durano qualche giorno, quando si può semplicemente interpretare le norme già esistenti. Esattamente l’opposto di quanto, sempre ieri, ha chiesto il numero uno della Uil, Pierpaolo Bombardieri indirizzando un messaggio diretto al ministro del Lavoro, Marina Calderone. È il caso che si «promuovano urgentemente indicazioni alle imprese affinché intervengano di concerto con le rappresentanze sindacali a individuare modifiche dell’orario, dell’organizzazione del lavoro e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale specifici». Chiarita l’insussistenza del problema, pur non negando l’esigenza di ambienti di lavoro idonei, è il caso di chiedersi il perché di tale enfasi. Perché invocare la «pandemia da caldo»? Beh, la risposta non è complessa. Basta andare a prendersi il testo del Pniec, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima inviato alla Commissione Ue, per vedere che, in adesione alle idee comunitarie per risparmiare energia e sostenere la transizione green, si immagina orario ridotto settimanale e uso diffuso dello smart working. A Bruxelles sanno bene che la mobilità elettrica, per diventare la norma, dovrà trovare un punto di caduta in modo da ridurre di almeno quattro decimi il parco circolante. In parte avverrà semplicemente con il rialzo dei prezzi, in parte limitando la necessità di spostarsi. Molti lavoratori non avranno più la possibilità di permettersi un’auto, né di accedere all’energia sufficiente per andare dove vorranno. Spostamenti brevi e limitati nel tempo: ecco perché il termine Covid torna in auge. Perché durante la pandemia - e in breve tempo - si è riusciti a modificare la società in modo drastico. Al di là degli effetti psicologici che ancora devono essere compresi, si è riusciti a bloccare intere aree. Evidentemente, il rischio è che in futuro avvenga lo stesso con la scusa del caldo. Lungi da noi negare l’esigenza di ridurre l’inquinamento, ma la strada che i socialisti europei sostengono a spada tratta ci porta dritti verso una maggiore povertà e alla spaccatura della società. Infatti, a farne le spese sarà la classe media che scomparirà del tutto. Sarebbe forse il caso che i rappresentanti delle associazioni datoriali e dei sindacati non si accodassero allo storytelling del mondo che sta per finire. Non conviene a nessuno dei due una società così polarizzata. Da un lato super ricchi e, dall’altro, lavoratori sussidiati o pagati per non lavorare. A meno che pure a Confindustria - come alla Cgil - non piaccia l’idea di di un mondo che non produce più ma che dipende dai sussidi di Stato. Allora, a quel punto facciamo partire la cassa integrazione già dai 20 gradi: tanto basta il percepito per farla scattare.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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