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2023-07-22
La sinistra vuole incarcerare chi dubita dei dogmi sul clima
Angelo Bonelli (Ansa)
Fino all’altro giorno, Angelo Bonelli - capetto dell’Alleanza verdi e sinistra proiettato in Parlamento dopo anni d’assenza grazie a un accordo elettorale con il Partito democratico - era destinato a passare alla Storia (si fa per dire) come colui che ha regalo uno scranno e un lauto stipendio ad Aboubakar Sumahoro. Come sia nata e si sia evoluta quella vicenda lo sappiamo fin troppo bene: gli ecologisti e i presunti radicali di sinistra si sono precipitati a candidare la figurina del «difensore dei migranti», senza farsi troppe domande sulle attività di accoglienza gestite dai famigliari del loro campione.
Ben presto hanno scoperto di essersi messi in casa un personaggio decisamente imbarazzante, del quale non sono nemmeno riusciti a ottenere le dimissioni (Sumahoro è passato al gruppo misto, conservando il posto). È per certi versi comprensibile, dunque, che Bonelli, da qualche tempo, ce la metta tutta per cancellare la figuraccia rimediata proprio all’avvio della legislatura, ingegnandosi in ogni modo per dirottare l’attenzione su altro. Il problema è che, per rifarsi il look, sembra aver deciso di diventare quello che le spara più grosse di tutti, quasi sempre a discapito dei comuni e incolpevoli cittadini. Che al nostro le imposizioni piacessero lo avevamo capito già in tempi di Covid, vedendolo inveire contro i presunti no vax e sostenere ogni forma di obbligo e restrizione. Ora, però, si è decisamente superato, anche perché il contesto internazionale gli consente di dare il peggio di sé.
Poiché la gran parte dei media e una buona fetta di politici insistono a spargere angoscia con l’allarme caldo, lo stupefacente Angelo si è lanciato nell’impresa di una vita: ha annunciato che condurrà una battaglia per introdurre il reato di «negazionismo climatico». A giudicare dalla nota stampa che ha diffuso, sembra addirittura prendersi sul serio. «L’Italia è diventato un hotspot climatico, con una crescente serie di eventi meteorologici estremi che hanno causato danni ingenti in tutto il Paese», ha scritto. «Nel Veneto e in Trentino, violenti temporali con grandinate grandi come palle da tennis hanno distrutto case, auto e coltivazioni, provocando 110 feriti, mentre nel Sud e nel Centro, si sono raggiunte temperature record di 40 gradi. Tuttavia, per questo governo negazionista e climafreghista, il nemico su cui concentrarsi sono gli ecologisti e la transizione ecologica, continuando con la retorica degli “ultrà del fanatismo ecologista”».
Cristallino: secondo Bonelli siamo nel pieno di un’emergenza spaventosa, che a breve assumerà tratti apocalittici, ma il governo non se ne occupa abbastanza. Che fare, quindi, per costringere tutta la popolazione ad aprire gli occhi sugli sciagurati fenomeni di cui siamo vittime? Facile, bisogna impedire ai critici e agli scettici di aprire bocca. Per questo il leaderino dei verdi annuncia: «Presenterò una proposta di legge che introduce il reato di negazionismo climatico. Si dovrebbe cominciare ad ammettere che il negazionismo climatico non è differente rispetto ad altri tipi di negazionismo». Se non altro, il nostro eroe ha il pregio della trasparenza: ciò che alcuni suoi colleghi progressisti ruminano in segreto, egli lo esplicita.
Va detto che, in effetti, questa panzana del negazionismo circola da un bel po’: Bonelli ha semplicemente deciso di portarla alle estreme conseguenze, svelandone involontariamente il meccanismo manipolatorio. Come noto, il termine «negazionista» è particolarmente svilente perché richiama il negazionismo dell’Olocausto. Chiunque venga bollato di negazionismo, di conseguenza, è immediatamente inserito nella stessa categoria morale dei nazisti persecutori di ebrei, diviene un rappresentante in Terra del male assoluto. Già da anni quotidiani prestigiosi come il britannico Guardian hanno scelto di utilizzare questo tipo di stigma per colpire studiosi, intellettuali e commentatori che espongano perplessità sulla narrazione del disastro climatico quotidianamente ribadita dal discorso dominante.
Associazioni e partiti di sinistra (Pd compreso) fanno continui riferimenti al negazionismo e invocano censure e mordacchie soprattutto sui social network. La proposta di Bonelli è, in qualche modo, il naturale approdo di tutta questa corrente di pensiero e riesce addirittura a superare per intolleranza e violenza il condizionamento del dibattito pubblico imposto durante l’emergenza Covid.
Certo, trattandosi di una proposta proveniente del sempre simpatico Angelo, si sarebbe portati a pensare di trovarsi al cospetto di una clamorosa scempiaggine che non verrà presa sul serio da nessuno. Il fatto è che, appunto, Bonelli intende rendere più sistematico e chirurgico un marchingegno che già opera e a cui contribuiscono numerosi altri politici all’apparenza più ragionevoli. Per rendersene conto, basta osservare i talk show televisivi. I critici del cambiamento climatico - anche se non costituiscono affatto una categoria organica e, spesso, hanno posizioni molto diverse fra loro - sono quasi sempre presenti. Ma vengono trattati da macchiette, interrotti costantemente, presentati come ciarlatani e stramboidi. Difficilmente riescono a concludere un discorso, il più delle volte sono zittiti con la proverbiale formula (falsa, manco a dirlo) «tutta la scienza concorda sul cambiamento climatico!».
Questo per dire che l’emarginazione del pensiero critico è in atto da parecchio e il disprezzo per i presunti negazionisti è già molto stato ampiamente alimentato. Se ai tempi del Covid esisteva una «cattedrale sanitaria» capace di egemonizzare il pensiero, oggi esiste una «cattedrale ecologica» con i suoi predicatori, la sua gerarchia ecclesiastica e i suoi nemici mortali, gli eretici. Essa gode di un notevole supporto economico e logistico, anche perché protegge interessi economici molto rilevanti che abbiamo già avuto modo di illustrare.
Dunque, non è assurdo pensare che pure una idea delirante come quella del prode Angelone possa trovare consenso a sinistra. Di sicuro lo trova nelle istituzioni sovranazionali e presso il cosiddetto mainstream, che ha già dato il via alla battuta di caccia al dissenziente. I progressisti italici sono allo stesso tempo l’ultima ruota del carro del sistema i suoi più fedeli servi, sempre pronti a perseguitate e discriminare chi abbia idee diverse dalle loro. Dopo il ddl Zan, dunque, potremmo avere presto il ddl Bonelli. Cambia il colore (dall’arcobaleno al verde) ma l’intolleranza è quella di sempre.
Confindustria in scia alla Cgil: «“Cassa” e smart working per salvarci dal gran caldo»
Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Carlo Bonomi e e Maurizio Landini, presidente di Confindustria il primo e segretario della Cgil il secondo, sono allineati. Allineatissimi, anzi. Due giorni fa il leader del sindacato rosso ha chiesto la cassa integrazione per il caldo. Ieri il numero uno degli industriali si è messo in scia alzando la posta. «Serve un protocollo per cassa integrazione e smart working per i lavoratori, come con il Covid», ha detto dai microfoni di Start su Sky. «Pensare di dover mettere a rischio la propria vita perché si va al lavoro è qualche cosa che deve fa riflettere tutti, non è un tema solo delle associazioni datoriali, è un tema dei sindacati ed è un tema del governo», ha detto, augurandosi di raggiungere la quadra su un protocollo sul modello di quello per il Covid, per consentire «delle soluzioni straordinarie in questo periodo che possano coprire tutta la platea dei lavoratori».
Oltre alla cassa integrazione, «si sta parlando», ha concluso, «anche di smart working, quindi di allargare di nuovo la possibilità di ricorrere a questa tipologia di lavoro, in modo da consentire a dipendenti e collaboratori di non spostarsi e rimanere nelle proprie abitazioni». La prima risposta che vale sia per Cgil sia per Confindustria è che la Cig per il caldo esiste già. Per la precisione si chiama Cigo (cassa integrazione ordinaria) per eventi climatici straordinari. «Le temperature eccezionalmente elevate (superiori a 35 gradi), che impediscono lo svolgimento di fasi di lavoro in luoghi non proteggibili dal sole o che comportino l’utilizzo di materiali o lo svolgimento di lavorazioni che non sopportano il forte calore», scriveva l’Inps in un nota del 2017 tuttora valida, «possono costituire evento che può dare titolo alla cassa integrazione ordinaria». Tant’è che già a inizio settimana gli operai Stellantis di Pomigliano d’Arco sono stati messi in Cigo per alcune ore, in attesa che la temperatura nello stabilimento scendesse. Una scelta già presa negli scorsi anni da altre aziende che proprio non possono permettersi di smontare pezzi di produzione e affidare le attività allo smart working. Insomma, ordinaria amministrazione.
Eppure nelle ultime ore, giusto per alzare i toni sulla crisi climatica, si è sentita la necessità di paragonare il caldo al Covid. L’obiettivo è chiaro: abbandonare il termine «crisi» - di per sé già errato - per sostituirlo con la parola «emergenza». Così si potrà cominciare ad accostare anche al clima il concetto di pandemia. Infatti, non sfugge che l’idea di mettere in smart working le persone per il caldo è al limite del ridicolo. A casa dovranno accendere i climatizzatori, sempre che li abbiano, e consumare per conto loro energia. Senza contare che è assurdo voler normare situazioni eccezionali che durano qualche giorno, quando si può semplicemente interpretare le norme già esistenti.
Esattamente l’opposto di quanto, sempre ieri, ha chiesto il numero uno della Uil, Pierpaolo Bombardieri indirizzando un messaggio diretto al ministro del Lavoro, Marina Calderone. È il caso che si «promuovano urgentemente indicazioni alle imprese affinché intervengano di concerto con le rappresentanze sindacali a individuare modifiche dell’orario, dell’organizzazione del lavoro e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale specifici».
Chiarita l’insussistenza del problema, pur non negando l’esigenza di ambienti di lavoro idonei, è il caso di chiedersi il perché di tale enfasi. Perché invocare la «pandemia da caldo»? Beh, la risposta non è complessa. Basta andare a prendersi il testo del Pniec, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima inviato alla Commissione Ue, per vedere che, in adesione alle idee comunitarie per risparmiare energia e sostenere la transizione green, si immagina orario ridotto settimanale e uso diffuso dello smart working.
A Bruxelles sanno bene che la mobilità elettrica, per diventare la norma, dovrà trovare un punto di caduta in modo da ridurre di almeno quattro decimi il parco circolante. In parte avverrà semplicemente con il rialzo dei prezzi, in parte limitando la necessità di spostarsi. Molti lavoratori non avranno più la possibilità di permettersi un’auto, né di accedere all’energia sufficiente per andare dove vorranno. Spostamenti brevi e limitati nel tempo: ecco perché il termine Covid torna in auge. Perché durante la pandemia - e in breve tempo - si è riusciti a modificare la società in modo drastico. Al di là degli effetti psicologici che ancora devono essere compresi, si è riusciti a bloccare intere aree.
Evidentemente, il rischio è che in futuro avvenga lo stesso con la scusa del caldo. Lungi da noi negare l’esigenza di ridurre l’inquinamento, ma la strada che i socialisti europei sostengono a spada tratta ci porta dritti verso una maggiore povertà e alla spaccatura della società. Infatti, a farne le spese sarà la classe media che scomparirà del tutto. Sarebbe forse il caso che i rappresentanti delle associazioni datoriali e dei sindacati non si accodassero allo storytelling del mondo che sta per finire. Non conviene a nessuno dei due una società così polarizzata. Da un lato super ricchi e, dall’altro, lavoratori sussidiati o pagati per non lavorare. A meno che pure a Confindustria - come alla Cgil - non piaccia l’idea di di un mondo che non produce più ma che dipende dai sussidi di Stato. Allora, a quel punto facciamo partire la cassa integrazione già dai 20 gradi: tanto basta il percepito per farla scattare.
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Il verde Angelo Bonelli, in Parlamento grazie ai dem, annuncia la proposta di legge per il reato di negazionismo climatico. Esprime una corrente di pensiero sostenuta anche da certi quotidiani. Il contrario della scienza.E industriali e sindacati approfittano del caldo per spillare soldi al governo. In Italia le soluzioni esistono già. Eppure Carlo Bonomi e Maurizio Landini avanzano delle richieste che coincidono con le idee di Bruxelles sulla transizione green.Lo speciale contiene due articoli.Fino all’altro giorno, Angelo Bonelli - capetto dell’Alleanza verdi e sinistra proiettato in Parlamento dopo anni d’assenza grazie a un accordo elettorale con il Partito democratico - era destinato a passare alla Storia (si fa per dire) come colui che ha regalo uno scranno e un lauto stipendio ad Aboubakar Sumahoro. Come sia nata e si sia evoluta quella vicenda lo sappiamo fin troppo bene: gli ecologisti e i presunti radicali di sinistra si sono precipitati a candidare la figurina del «difensore dei migranti», senza farsi troppe domande sulle attività di accoglienza gestite dai famigliari del loro campione.Ben presto hanno scoperto di essersi messi in casa un personaggio decisamente imbarazzante, del quale non sono nemmeno riusciti a ottenere le dimissioni (Sumahoro è passato al gruppo misto, conservando il posto). È per certi versi comprensibile, dunque, che Bonelli, da qualche tempo, ce la metta tutta per cancellare la figuraccia rimediata proprio all’avvio della legislatura, ingegnandosi in ogni modo per dirottare l’attenzione su altro. Il problema è che, per rifarsi il look, sembra aver deciso di diventare quello che le spara più grosse di tutti, quasi sempre a discapito dei comuni e incolpevoli cittadini. Che al nostro le imposizioni piacessero lo avevamo capito già in tempi di Covid, vedendolo inveire contro i presunti no vax e sostenere ogni forma di obbligo e restrizione. Ora, però, si è decisamente superato, anche perché il contesto internazionale gli consente di dare il peggio di sé.Poiché la gran parte dei media e una buona fetta di politici insistono a spargere angoscia con l’allarme caldo, lo stupefacente Angelo si è lanciato nell’impresa di una vita: ha annunciato che condurrà una battaglia per introdurre il reato di «negazionismo climatico». A giudicare dalla nota stampa che ha diffuso, sembra addirittura prendersi sul serio. «L’Italia è diventato un hotspot climatico, con una crescente serie di eventi meteorologici estremi che hanno causato danni ingenti in tutto il Paese», ha scritto. «Nel Veneto e in Trentino, violenti temporali con grandinate grandi come palle da tennis hanno distrutto case, auto e coltivazioni, provocando 110 feriti, mentre nel Sud e nel Centro, si sono raggiunte temperature record di 40 gradi. Tuttavia, per questo governo negazionista e climafreghista, il nemico su cui concentrarsi sono gli ecologisti e la transizione ecologica, continuando con la retorica degli “ultrà del fanatismo ecologista”».Cristallino: secondo Bonelli siamo nel pieno di un’emergenza spaventosa, che a breve assumerà tratti apocalittici, ma il governo non se ne occupa abbastanza. Che fare, quindi, per costringere tutta la popolazione ad aprire gli occhi sugli sciagurati fenomeni di cui siamo vittime? Facile, bisogna impedire ai critici e agli scettici di aprire bocca. Per questo il leaderino dei verdi annuncia: «Presenterò una proposta di legge che introduce il reato di negazionismo climatico. Si dovrebbe cominciare ad ammettere che il negazionismo climatico non è differente rispetto ad altri tipi di negazionismo». Se non altro, il nostro eroe ha il pregio della trasparenza: ciò che alcuni suoi colleghi progressisti ruminano in segreto, egli lo esplicita.Va detto che, in effetti, questa panzana del negazionismo circola da un bel po’: Bonelli ha semplicemente deciso di portarla alle estreme conseguenze, svelandone involontariamente il meccanismo manipolatorio. Come noto, il termine «negazionista» è particolarmente svilente perché richiama il negazionismo dell’Olocausto. Chiunque venga bollato di negazionismo, di conseguenza, è immediatamente inserito nella stessa categoria morale dei nazisti persecutori di ebrei, diviene un rappresentante in Terra del male assoluto. Già da anni quotidiani prestigiosi come il britannico Guardian hanno scelto di utilizzare questo tipo di stigma per colpire studiosi, intellettuali e commentatori che espongano perplessità sulla narrazione del disastro climatico quotidianamente ribadita dal discorso dominante.Associazioni e partiti di sinistra (Pd compreso) fanno continui riferimenti al negazionismo e invocano censure e mordacchie soprattutto sui social network. La proposta di Bonelli è, in qualche modo, il naturale approdo di tutta questa corrente di pensiero e riesce addirittura a superare per intolleranza e violenza il condizionamento del dibattito pubblico imposto durante l’emergenza Covid.Certo, trattandosi di una proposta proveniente del sempre simpatico Angelo, si sarebbe portati a pensare di trovarsi al cospetto di una clamorosa scempiaggine che non verrà presa sul serio da nessuno. Il fatto è che, appunto, Bonelli intende rendere più sistematico e chirurgico un marchingegno che già opera e a cui contribuiscono numerosi altri politici all’apparenza più ragionevoli. Per rendersene conto, basta osservare i talk show televisivi. I critici del cambiamento climatico - anche se non costituiscono affatto una categoria organica e, spesso, hanno posizioni molto diverse fra loro - sono quasi sempre presenti. Ma vengono trattati da macchiette, interrotti costantemente, presentati come ciarlatani e stramboidi. Difficilmente riescono a concludere un discorso, il più delle volte sono zittiti con la proverbiale formula (falsa, manco a dirlo) «tutta la scienza concorda sul cambiamento climatico!».Questo per dire che l’emarginazione del pensiero critico è in atto da parecchio e il disprezzo per i presunti negazionisti è già molto stato ampiamente alimentato. Se ai tempi del Covid esisteva una «cattedrale sanitaria» capace di egemonizzare il pensiero, oggi esiste una «cattedrale ecologica» con i suoi predicatori, la sua gerarchia ecclesiastica e i suoi nemici mortali, gli eretici. Essa gode di un notevole supporto economico e logistico, anche perché protegge interessi economici molto rilevanti che abbiamo già avuto modo di illustrare.Dunque, non è assurdo pensare che pure una idea delirante come quella del prode Angelone possa trovare consenso a sinistra. Di sicuro lo trova nelle istituzioni sovranazionali e presso il cosiddetto mainstream, che ha già dato il via alla battuta di caccia al dissenziente. I progressisti italici sono allo stesso tempo l’ultima ruota del carro del sistema i suoi più fedeli servi, sempre pronti a perseguitate e discriminare chi abbia idee diverse dalle loro. Dopo il ddl Zan, dunque, potremmo avere presto il ddl Bonelli. 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Ieri il numero uno degli industriali si è messo in scia alzando la posta. «Serve un protocollo per cassa integrazione e smart working per i lavoratori, come con il Covid», ha detto dai microfoni di Start su Sky. «Pensare di dover mettere a rischio la propria vita perché si va al lavoro è qualche cosa che deve fa riflettere tutti, non è un tema solo delle associazioni datoriali, è un tema dei sindacati ed è un tema del governo», ha detto, augurandosi di raggiungere la quadra su un protocollo sul modello di quello per il Covid, per consentire «delle soluzioni straordinarie in questo periodo che possano coprire tutta la platea dei lavoratori». Oltre alla cassa integrazione, «si sta parlando», ha concluso, «anche di smart working, quindi di allargare di nuovo la possibilità di ricorrere a questa tipologia di lavoro, in modo da consentire a dipendenti e collaboratori di non spostarsi e rimanere nelle proprie abitazioni». La prima risposta che vale sia per Cgil sia per Confindustria è che la Cig per il caldo esiste già. Per la precisione si chiama Cigo (cassa integrazione ordinaria) per eventi climatici straordinari. «Le temperature eccezionalmente elevate (superiori a 35 gradi), che impediscono lo svolgimento di fasi di lavoro in luoghi non proteggibili dal sole o che comportino l’utilizzo di materiali o lo svolgimento di lavorazioni che non sopportano il forte calore», scriveva l’Inps in un nota del 2017 tuttora valida, «possono costituire evento che può dare titolo alla cassa integrazione ordinaria». Tant’è che già a inizio settimana gli operai Stellantis di Pomigliano d’Arco sono stati messi in Cigo per alcune ore, in attesa che la temperatura nello stabilimento scendesse. Una scelta già presa negli scorsi anni da altre aziende che proprio non possono permettersi di smontare pezzi di produzione e affidare le attività allo smart working. Insomma, ordinaria amministrazione. Eppure nelle ultime ore, giusto per alzare i toni sulla crisi climatica, si è sentita la necessità di paragonare il caldo al Covid. L’obiettivo è chiaro: abbandonare il termine «crisi» - di per sé già errato - per sostituirlo con la parola «emergenza». Così si potrà cominciare ad accostare anche al clima il concetto di pandemia. Infatti, non sfugge che l’idea di mettere in smart working le persone per il caldo è al limite del ridicolo. A casa dovranno accendere i climatizzatori, sempre che li abbiano, e consumare per conto loro energia. Senza contare che è assurdo voler normare situazioni eccezionali che durano qualche giorno, quando si può semplicemente interpretare le norme già esistenti. Esattamente l’opposto di quanto, sempre ieri, ha chiesto il numero uno della Uil, Pierpaolo Bombardieri indirizzando un messaggio diretto al ministro del Lavoro, Marina Calderone. È il caso che si «promuovano urgentemente indicazioni alle imprese affinché intervengano di concerto con le rappresentanze sindacali a individuare modifiche dell’orario, dell’organizzazione del lavoro e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale specifici». Chiarita l’insussistenza del problema, pur non negando l’esigenza di ambienti di lavoro idonei, è il caso di chiedersi il perché di tale enfasi. Perché invocare la «pandemia da caldo»? Beh, la risposta non è complessa. Basta andare a prendersi il testo del Pniec, Piano nazionale integrato per l’energia e il clima inviato alla Commissione Ue, per vedere che, in adesione alle idee comunitarie per risparmiare energia e sostenere la transizione green, si immagina orario ridotto settimanale e uso diffuso dello smart working. A Bruxelles sanno bene che la mobilità elettrica, per diventare la norma, dovrà trovare un punto di caduta in modo da ridurre di almeno quattro decimi il parco circolante. In parte avverrà semplicemente con il rialzo dei prezzi, in parte limitando la necessità di spostarsi. Molti lavoratori non avranno più la possibilità di permettersi un’auto, né di accedere all’energia sufficiente per andare dove vorranno. Spostamenti brevi e limitati nel tempo: ecco perché il termine Covid torna in auge. Perché durante la pandemia - e in breve tempo - si è riusciti a modificare la società in modo drastico. Al di là degli effetti psicologici che ancora devono essere compresi, si è riusciti a bloccare intere aree. Evidentemente, il rischio è che in futuro avvenga lo stesso con la scusa del caldo. Lungi da noi negare l’esigenza di ridurre l’inquinamento, ma la strada che i socialisti europei sostengono a spada tratta ci porta dritti verso una maggiore povertà e alla spaccatura della società. Infatti, a farne le spese sarà la classe media che scomparirà del tutto. Sarebbe forse il caso che i rappresentanti delle associazioni datoriali e dei sindacati non si accodassero allo storytelling del mondo che sta per finire. Non conviene a nessuno dei due una società così polarizzata. Da un lato super ricchi e, dall’altro, lavoratori sussidiati o pagati per non lavorare. A meno che pure a Confindustria - come alla Cgil - non piaccia l’idea di di un mondo che non produce più ma che dipende dai sussidi di Stato. Allora, a quel punto facciamo partire la cassa integrazione già dai 20 gradi: tanto basta il percepito per farla scattare.
Getty Images
Fattura da 108.000 euro per tre brevi ricoveri in ospedale. Lo Stato che non ha fatto i controlli sul locale della strage presenta il conto per i doverosi soccorsi alle vittime. Ira dell’Italia: «Scordatevelo». La Meloni: «Richiesta ignobile, mi auguro che la notizia si riveli infondata».
«Sono un ateo teologico esistenziale. Credo nell’intelligenza dell’Universo con l’eccezione di qualche cantone svizzero», diceva Woody Allen in una delle sue folgoranti battute. Oggi sappiamo con certezza che uno di quei cantoni non baciati dall’intelligenza divina è quello Vallese nel cui territorio e sotto la sua giurisdizione è avvenuta la tragedia di Crans Montana. E non mi riferisco soltanto al rogo del Costellation, che già in sé è un importante indizio.
No, siccome al peggio non c’è mai limite, ieri il presidente del cantone, tale Mathias Reynard, ha comunicato al nostro ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Cornado, che la Svizzera non pagherà le spese sanitarie sostenute per le prime cure ai ragazzi italiani rimasti feriti e ustionati in quella drammatica notte, in particolare che «la mutua svizzera chiederà all’Italia il rimborso di 100.000 franchi (108.000 euro circa) per il breve ricovero di tre ragazzi italiani». A nulla è valso ricordare allo svizzero vallese che, questione etica e morale a parte, il nostro Paese si è fatto carico per settimane della cura di due cittadini svizzeri all’ospedale Niguarda di Milano e che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero nelle prime ore della tragedia, tutto rigorosamente a spese dell’Italia.
Verrebbe da dire: svizzeri assassini e pure strozzini, ma non si può dire perché qualche assassino e qualche strozzino potrebbe offendersi. Soldi (spesso grondanti di sangue dei dittatori di mezzo mondo), mucche e cioccolato nei secoli hanno prodotto - oltre al governatore Mathias Reynard - un eroe nazionale, Guglielmo Tell, probabilmente mai esistito, il cui unico merito era di avere una buona mira; l’ingegno svizzero non è mai andato oltre il cucù.
In un memorabile monologo Roberto Benigni, gli svizzeri, li racconta così: «Il dialogo con lo svizzero è piuttosto semplice. Non è che c’hanno tanti argomenti: Buon giorno che fai? Andavo in banca, e te? Sono stato a prendere il latte, ora vado a prendere una cioccolata. Ma sì andiamo a prendere una cioccolata in banca…». Con gente così si può parlare di umanità, di onore, di senso di responsabilità? Difficile, siamo lontani anni luce anche per quello che riguarda il senso della vergogna e il cinismo. Non dubitiamo che l’Italia si rifiuterà di pagare un solo franco a gentaglia del genere e le prime dichiarazioni pubbliche vanno in tal senso. Non per mancanza di fiducia, ma su questo vigileremo con particolare tigna, al primo segnale di cedimento la guerra al governo (e alla Svizzera) siamo pronti a dichiara noi.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Non solo: vuole anche dire che soltanto 1,4 milioni di contribuenti dichiarano di avere un reddito superiore a 75.000 euro. A qualcuno forse queste cifre non faranno impressione, ma per quanto mi riguarda, essendo affascinato dai numeri, quando ho letto le percentuali mi è andato di traverso il caffè del mattino. Come è possibile che più di 11 milioni di italiani vivano del generoso sistema di welfare italiano senza pagare niente? Capisco che ci sono tante famiglie che campano con redditi esigui, ma 11 milioni di persone sono superiori alla popolazione dell’intera Lombardia, ovvero della regione con il maggior numero di abitanti. E allo stesso tempo, come si giustifica il fatto che soltanto un’esigua minoranza abbia un reddito lordo annuale di 75.000 euro? A qualcuno questa cifra sembrerà uno stipendio da nababbo, ma se la si divide per 13 e si sottraggono le tasse e i contributi si arriva a una somma di poco superiore a 3.000 euro mensili. Una retribuzione del genere è certamente superiore a quello di moltissimi lavoratori, ma se si vive in una grande città non si può certo pensare che un tale salario consenta di fare una vita agiata. Aggiungo di più: secondo le statistiche del Mef, solo lo 0,2 per cento dei contribuenti, ovvero 85.000 persone, dichiara un reddito complessivo lordo maggiore di 300.000 euro, somma che garantisce una retribuzione netta all’incirca di 11.000 euro.
Dopo aver appreso tutto ciò, mi sono chiesto come si giustifichi il tenore di vita che spesso vedo ostentato in alberghi di lusso e locali alla moda. Va bene il turismo straniero, comprendo che esista una quota di super ricchi che se la spassano, ma gli altri chi sono? E soprattutto, come fanno a permettersi una vita sopra le righe? È evidente che qualcuno fa il furbo. Anzi, a svicolare quando si tratta di presentare la dichiarazione dei redditi credo siano tanti. Molti anni fa, dedicando una copertina di Panorama all’argomento, mi sono chiesto chi siano questi italiani a reddito zero: milioni di persone che sembrano vivere d’aria. D’accordo, ci sono i poveri, ma neanche l’Istat arriva a sostenere che un quarto della popolazione è sul lastrico. Al massimo si parla di 5 milioni di soggetti, che hanno un reddito insufficiente ad assicurare una vita decorosa (anche su questi naturalmente ci sarebbe da dire e anche da indagare, ma per ora prendiamo per buono il dato del nostro Istituto di statistica). E gli altri 6 milioni chi sono?
Ve lo dico io: tolti i pensionati al minimo, levati i disoccupati, c’è un pezzo di Paese che vive a sbafo, sulle spalle dei contribuenti onesti. Del resto, ci vuole poco a capirlo: basta mettere in fila alcuni altri numeri forniti dal Mef. Se solo 85.000 persone dichiarano più di 300.000 euro lordi l’anno, come mai ci sono 123.000 soggetti che dichiarano di avere una casa all’estero, per un valore complessivo di 34 miliardi di euro? E come mai 368.000 italiani hanno attività finanziarie estere per 191 miliardi? E come si concilia tutto ciò con il fatto che, sempre secondo le statistiche (questa volta di Boston consulting group) in Italia ci sono 457.000 milionari, di cui 115.000 sarebbero concentrati nella sola Milano? So che un conto è il patrimonio e un altro il reddito, ma mi riesce difficile credere che chi ha attività finanziarie all’estero e conti milionari poi abbia un introito annuale ridotto al lumicino.
Perché faccio questo discorso, che apparentemente potrebbe essere fatto in ogni stagione dell’anno? La ragione è semplice: in questi giorni invochiamo uno sforamento del Patto di stabilità per dare ossigeno, cioè quattrini, a famiglie e imprese. La crisi petrolifera rischia di azzoppare i consumi, dunque servono aiuti. Ma i soldi non possono finire agli evasori. Ogni anno si distribuiscono molti sussidi, ma non sempre arrivano nelle tasche giuste. Troppo spesso invece che i contribuenti onesti finiscono per sostenere chi fa il furbo. E questo, oltre a essere inutile per risollevare aziende e famiglie, è intollerabile. E la prima a ritenerla tale dovrebbe essere l’Agenzia delle entrate, che dovrebbe lasciare in pace gli onesti e perseguire chi sgarra.
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I loggionisti del Piermarini (foto Carlo Melato)
Dopo una vita in coda e in silenzio (più o meno), sfidando ogni tipo di temperatura e di condizione atmosferica, gli ultimi romantici dell’opera hanno infatti deciso di prendere carta, penna e tablet per inviare una bella Pec ai piani elevati della Fabbrica dei sogni. La grande paura degli irriducibili melomani è che, passettino dopo passettino, chi guida il Piermarini stia gentilmente accompagnando verso l’uscita una gloriosa tradizione, aprendo le porte al regno incontrastato della vendita online.
«Cara Scala, amato Teatro», scrivono gli ultrà del melodramma che, a forza di aspettare il loro turno nel porticato di via Filodrammatici per accaparrarsi uno dei 140 ticket per tutte le tasche, sono diventati una specie di famiglia allargata, «siamo un gruppo di loggionisti, affezionati alla coda fisica per la conquista di un posto ai piani alti, economico e soprattutto disponibile il giorno stesso. È una tradizione che riteniamo bellissima e che fa onore al teatro; del resto, lasciatecelo dire, anche la Scala dovrebbe essere fiera di avere degli affezionati disposti, in certe occasioni, a qualsiasi sacrificio pur di entrare nella sala del Piermarini». «Però, da qualche tempo», e qui il coro di oltre 200 voci (e firme in calce) inizia a farsi sentire come un vero e proprio personaggio collettivo, «ci sembra - ma speriamo di sbagliarci - che la famigerata coda sia mal sopportata, forse all’insegna del progresso che vorrebbe che tutto si facesse online». D’altra parte i più esperti hanno iniziato ad alzare le antenne quando i tagliandi «popolari» per il balletto e i concerti sono scesi da 140 a 80 (e molti ricordano che prima del passaggio forzato al Teatro Arcimboldi erano addirittura 200), gli orari per l’appello sono cambiati (dalle 13 alle 17, con un’ora soltanto per sbrigare tutte le pratiche prima della vendita Urbi et Orbi delle 18) e le istruzioni per l’uso del manualone scaligero hanno iniziato a mutare.
«Essere legati a una tradizione», prosegue l’appello, «non significa essere vecchi e contrari all’innovazione; l’etimologia dice che significa tramandare, quindi passare alle nuove generazioni. E di fatto, insieme ai vecchi appassionati, ci sono molti giovani che si mettono in coda, spesso quelli che hanno assistito a una “primina” e sono desiderosi di tornare, confortati dal costo davvero esiguo degli ingressi last minute di Loggione». E su questo è difficile eccepire. Come ha dimostrato la recente e acclamata Tetralogia wagneriana, la percentuale di capelli bianchi è inversamente proporzionale al numero di scalini che bisogna salire (ai giovani non manca la passione, ma i dané, direbbe Monsieur de La Palisse). «Con tutto il nostro cuore ci auguriamo che non venga tolta la coda fisica, una tradizione che rappresenta il respiro profondo del Teatro, il segno della passione che vive e si tramanda!».
«A quel grido il ciel risponde», direbbe Giuseppe Verdi, e la Scala, interpellata dalla Verità, prova con grande prontezza a tranquillizzare il popolo del Loggione, anima insostituibile del Teatro. «Non esiste alcun progetto di riduzione», spiegano dal Piermarini, «ma il problema esiste e per questo ci sono stati degli incontri con l’associazione L’Accordo, che gestisce la coda. Abbiamo registrato un calo, soprattutto nel balletto. Ora bisogna trovare un equilibrio per migliorare la distribuzione ed evitare che i biglietti restino invenduti».
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Un tesoretto da 7,4 miliardi. L’obiettivo? Finanziare l’acquisto di Banco Bpm e contribuire alla nascita del famoso terzo polo bancario nazionale. Creatura mitologica evocata nei convegni e mai avvistata in natura. Sarebbe, sempre secondo il Financial Times, anche un tassello del progetto del governo italiano per ridisegnare il sistema creditizio. Cinque persone vicine al dossier - numero sempre rassicurante, perché dispari e quindi apparentemente credibile - avrebbero raccontato a FT che Luigi Lovaglio, amministratore delegato del Monte, appena tornato in sella immagina di vendere la quota del Leone a investitori italiani di lungo periodo.
Chi sarebbero i compratori? Il casting è blasonato. Il primo nome che circola è UniCredit, già salito all’8,7% di Generali e sempre pronto a stare dove succede qualcosa. L’altro nome è Intesa Sanpaolo, che però ha sempre smentito. L’amministratore delegato Carlo Messina ha ammesso di aver pensato a Generali una decina d’anni fa. Poi ha rinunciato preferendo costruire una grande assicurazione in casa.
Puntuale. però, è arrivata la smentita da Siena. Nessuna ipotesi allo studio, nessuna vendita della quota Generali, nessun dossier sul tavolo. Mps ha fatto sapere di essere «interamente focalizzata» sulla fusione con Mediobanca, il vero progetto industriale del momento. Per la serie: non disturbate il conducente, stiamo ancora parcheggiando la macchina a Piazzetta Cuccia.
Il piano di Lovaglio, almeno sulla carta, prevede di completare l’operazione entro fine 2026. Ogni altra ipotesi, dicono da Siena, è prematura. Ma alla precisazione non credono in molti. Nel lessico della finanza prima una voce è «prematura», poi diventa «una valutazione», infine «strategicamente coerente». Tuttavia queste non sono giornate da giochi d’artificio a Piazza Affari. Generali è salita dello 0,6%, il Banco dello 0,4% e Mps ha perso l’1,2%. Certo la storia ha una sua razionalità. Mps è tornata centrale, dopo anni passati tra ristrutturazioni, aumenti di capitale e salvataggi pubblici che avrebbero fiaccato anche una quercia secolare. Lovaglio ha rimesso in ordine i conti, l’assemblea gli ha rinnovato, a sorpresa, la fiducia, e adesso Siena torna a pensarsi grande. Non più banca da museo del dissesto, ma perno di un nuovo consolidamento nazionale. Certo, c’è il dettaglio non secondario della quota Generali. Un asset prezioso, politicamente sensibile e strategicamente ingombrante. Tenerlo significa contare in Italia. Venderlo significa fare cassa e comprare futuro Sul fondo resta il regista silenzioso: Delfin, la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio. È anche grazie al suo voto, insieme a Banco Bpm, che Lovaglio è rimasto saldo al timone del Monte. E Delfin, come noto, ha interessi trasversali: Mediobanca, UniCredit, Generali. In pratica, se si muove una sedia nel salotto finanziario italiano, da qualche parte c’è sempre un comando che porta in Lussemburgo.
Ed è proprio lì che si gioca il prossimo capitolo. Lunedì gli otto eredi Del Vecchio si ritroveranno per decidere se aprire la strada a Leonardo Maria Del Vecchio, tramite il veicolo Lmdv Fin, per acquistare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola. Valore dell’operazione: circa 10 miliardi di euro. Una cifra che trasforma ogni litigio familiare in tema da consiglio di amministrazione.
Se l’operazione andasse in porto, Leonardo Maria salirebbe al 37,5% di Delfin, diventandone il dominus di fatto. A sostenerlo ci sarebbe un pool bancario di tutto rispetto: UniCredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas.
Serve anche cambiare le regole interne, togliendo il tetto che limita al 10% degli utili i dividendi distribuibili. Tema apparentemente tecnico, ma in realtà centrale: nelle holding di famiglia i sentimenti contano, ma il cash flow aiuta. Quanto alla vendita delle partecipazioni finanziarie di Delfin, al momento non risulta sul tavolo. Ma anche qui vale la regola aurea della finanza: ciò che non è sul tavolo oggi può essere nel comunicato di domani.
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