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2023-10-27
Siemens energy vuole aiuti statali per tamponare il flop pale eoliche
Nuova frana in Borsa, ieri, per Siemens energy. Il prezzo delle azioni della compagnia è crollato di oltre il 30% in un giorno, dopo che il gruppo ha rivelato di essere in trattative con il governo tedesco, guidato da Olaf Scholz, per ottenere garanzie finanziarie, confermando quanto anticipato da Der Spiegel. La notizia è deflagrata in Borsa a Francoforte, dove il titolo è precipitato con un calo delle quotazioni che ha sfiorato il 40%, pari a una perdita di valore di oltre 3 miliardi. L’indice Dax ha toccato il minimo da nove mesi a questa parte.
Nel suo comunicato stampa, la compagnia afferma che Siemens Gamesa mostrerà nel 2024 minori ordini e minori ricevi, oltre che una peggiorata situazione di cassa. «Il comitato esecutivo sta valutando varie misure per rafforzare il bilancio di Siemens energy ed è in trattative preliminari con diverse parti interessate, tra cui partner bancari e il governo tedesco, per garantire l’accesso a un volume crescente di garanzie necessarie per facilitare la prevista forte crescita», dice l’azienda nella nota. Le garanzie sarebbero a supporto dei «progetti a lungo termine», ma è evidente che la richiesta al governo rappresenta un segnale di debolezza.
Un brutto colpo per la compagnia, che già a giugno, al primo annuncio delle difficoltà di Siemens Gamesa sui costi straordinari delle manutenzioni degli impianti eolici già installati, aveva subito un tracollo in Borsa vicino al 37%. Con i valori di ieri, dai massimi di fine maggio scorso il titolo ha perso oltre il 70% del suo valore.
I guai di Siemens Gamesa ora investono tutto il gruppo Siemens e sono diventati un problema serio. Il gruppo conta quasi 100.000 dipendenti ed è attivo anche nei sistemi di reti elettriche, nella componentistica elettrica e nelle turbine a gas. Questi settori sono profittevoli, per l’azienda, ma il disastro nel settore eolico è travolgente. È persino difficile stimare i costi legati alla sostituzione o riparazione delle turbine difettose, mentre in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, sarebbero in preparazione cause collettive contro il colosso tedesco per i problemi sull’eolico. Il sistema bancario tedesco chiede dunque maggiori garanzie sui finanziamenti, dopo la pessima performance della filiale attiva nell’eolico. L’intervento del governo tedesco, che fornirebbe garanzie aggiuntive, diventa necessario per evitare guai peggiori.
Nonostante la spinta gigantesca in atto in Germania e in tutta Europa per sviluppare le fonti rinnovabili di energia, nonostante i sussidi e i prezzi record dell’energia elettrica registrati nell’ultimo anno e mezzo, molte aziende del settore faticano a camminare con le loro gambe. Ormai non si contano più le rinunce a progetti e investimenti, dettati sia dall’aumento dei tassi di interesse, che richiede una profittabilità maggiore per i piani già approvati, sia dall’aumento dei costi delle materie prime.
La transizione energetica si rivela sempre più fragile e c’è chi comincia a parlare di bolla finanziaria. Soprattutto senza il supporto dei governi, dunque senza denaro pubblico, sembra proprio che la transizione non riesca a decollare.
Il governo tedesco si appresterebbe, ancora una volta, ad aiutare le aziende nazionali, in deroga alla normativa europea sugli aiuti di Stato, che per il momento è sospesa sino al 31 dicembre di quest’anno. Data la complessità delle operazioni, è tuttavia prevedibile che il supporto statale arriverà nel 2024, dunque con il divieto di aiuti di Stato di nuovo in vigore. Ecco perché la Germania, assieme alla Francia, sta facendo pressione sulla Commissione perché proroghi di un anno la sospensione del divieto. Gli Stati che hanno spazio fiscale saranno dunque avvantaggiati, rispetto a chi (come l’Italia) non ne ha. Una evidente disparità, l’ennesima, tra Stati membri. Come nella Fattoria degli animali di George Orwell, tutti gli Stati sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri.
Per Bruxelles e le sue ambizioni di decarbonizzare tutto nel giro di pochi anni arriva anche un altro brutto colpo. La grande compagnia petrolifera angloolandese Shell ha annunciato l’intenzione di tagliare almeno il 15% della forza lavoro nella sua divisione di soluzioni a basse emissioni di carbonio e di ridimensionare il business dell’idrogeno. L’amministratore delegato Wael Sawan, alla guida della compagnia da nove mesi, intende infatti aumentare i profitti e tagliare i business in perdita. Per cui la società si concentrerà sulla stabilizzazione della produzione di petrolio e sull’aumento della produzione di gas naturale. «Stiamo trasformando la nostra attività Low carbon solutions (Lcs) per rafforzarne la portata nelle nostre principali aree di business a basse emissioni di carbonio, come i trasporti e l’industria», ha affermato la società in una nota. È soprattutto nel settore dell’idrogeno per auto che si concentreranno i tagli. La società afferma di essere comunque impegnata nella transizione e di voler solo cambiare il percorso per arrivare alle emissioni zero. Sarà, ma intanto senza petrolio e gas non si fa molta strada.
Fabbriche ferme in Italia. Ma Stellantis compra il 20% della cinese Leapmotor
Sempre meno Italia e più Cina nel gruppo Stellantis. Ieri il gruppo nato dall’unione tra Psa e Fca ha fatto sapere che investirà circa 1,5 miliardi di euro per acquisire all’incirca il 20% di Leapmotor, di cui il gruppo guidato dall’ad Carlos Tavares diventerà un azionista importante. L’accordo, spiega una nota congiunta, prevede anche la costituzione di Leapmotor international, una joint venture in quote 51:49 guidata da Stellantis, con i diritti esclusivi per l’esportazione e la vendita, nonché la fabbricazione dei prodotti Leapmotor fuori dalla Cina. Questo accordo segna la prima partnership globale nel settore dei veicoli elettrici tra una casa automobilistica tra le più importanti al mondo e una casa cinese specializzata in «neighborhood electric vehicles», veicoli elettrici di prossimità urbana.In poche parole, Stellantis sta abbandonando la logica della produzione in Europa (in particolare in Italia) per portare la produzione a Pechino e dintorni. Non è un caso, insomma, se la partnership mira a incrementare ulteriormente le vendite di Leapmotor in Cina, il più grande mercato del mondo, sfruttando la consolidata presenza commerciale di Stellantis sul piano internazionale per accelerare in modo significativo le vendite del marchio Leapmotor in altre regioni, a partire dall’Europa. Il gruppo di Tavares, insomma, intende sfruttare l’ecosistema di veicoli elettrici di Leapmotor in Cina, altamente innovativo ed efficiente in termini di costi, per contribuire al raggiungimento degli obiettivi chiave di elettrificazione fissati nel piano Dare Forward 2030, rimanendo aperta a esplorare ulteriori sinergie reciprocamente vantaggiose. Ma, mentre Stellantis investe direttamente sul mercato cinese puntando sulla produzione locale, in Italia, nello stabilimento di Melfi, la produzione continua ad andare a singhiozzo. L’ultima volta si è fermata il 23 ottobre a causa della mancanza di componenti. In realtà il problema è che la conversione verso la produzione di veicoli elettrici comporta una riduzione importante dell’occupazione che non piace di certo alle unioni dei lavoratori. Per quanto riguarda Melfi, Stellantis ha fatto sapere che nell’impianto lucano verranno prodotti cinque nuovi modelli elettrici basati sulla piattaforma Stla medium. Tra questi dovrebbe esserci la nuova Lancia gamma, futura ammiraglia del brand premium di Stellantis, due auto di Ds automobiles, la nuova Opel manta e la erede di Jeep compass. Per quanto riguarda invece la Fiat 500X, la sua produzione cesserà definitivamente entro la fine del 2024. Stessa sorte toccherà anche alla Jeep renegade ma nel 2025. Il punto è che tutto questo non è sufficiente a giustificare gli attuali livelli occupazionali e il gruppo sta persino incoraggiando i dipendenti a lasciare l’azienda. Non solo quelli delle catene produttive, ma anche quelli che lavorano negli uffici. Al contrario, in Cina gli investimenti fioccano. La joint venture inizierà le consegne nella seconda metà del 2024. Le due realtà ritengono che l’offerta di prodotti elettrici di Leapmotor sia complementare rispetto all’attuale tecnologia e al portafoglio di marchi iconici di Stellantis e che porterà in dote ai clienti in tutto il mondo soluzioni di mobilità più accessibili. Il gruppo di Tavares e John Elkann avrà dunque due posti nel cda di Leapmotor e nominerà l’amministratore delegato della joint venture Leapmotor international. «Con il consolidamento delle start up di veicoli elettrici in Cina, diventa sempre più evidente che i segmenti mainstream in Cina saranno dominati da una cerchia di player di nuova generazione nel settore degli Ev efficienti e agili, come Leapmotor», ha dichiarato Tavares. «Riteniamo che sia il momento giusto per assumere un ruolo di primo piano nel sostenere i piani di espansione globale di Leapmotor, uno dei nuovi operatori Ev più interessanti sul mercato, con una mentalità imprenditoriale e tecnologica simile alla nostra. Grazie a questo investimento strategico, andiamo a rafforzare un nostro punto debole nel modello di business e a beneficiare della competitività di Leapmotor in Cina e all’estero», ha detto. «Voglio ringraziare il signor Zhu Jiangming e i team delle nostre grandi aziende, che con livelli eccezionali di leadership e collaborazione hanno reso possibile questa nuova opportunità di partnership preziosa per entrambi», ha concluso. «Oggi abbiamo posto una pietra miliare nella storia di Leapmotor e sono entusiasta di essere testimone di questo momento storico insieme con Carlos Tavares e al suo team», ha aggiunto Zhu Jiangming, fondatore e amministratore delegato di Leapmotor. «Facendo leva su una ineguagliabile gamma di capacità tecnologiche interne, Leapmotor porta sul mercato i migliori prodotti elettrici della categoria in modo economicamente competitivo. Crediamo fortemente nelle partnership win-win dove attori con straordinarie capacità uniscono le proprie competenze all’interno di un ambiente in rapida evoluzione. Insieme con Stellantis, continueremo nel solco dell’innovazione e della creatività, creando preziose sinergie tecnologiche e commerciali e portando le auto Ev Leapmotor sui mercati di tutto il mondo».La ricchezza della Cina in fatto di materie prime può essere una manna dal cielo per i grandi gruppi che si sono gioco forza votati alla produzione di veicoli elettrici. Il problema è che, in questo modo, gran parte della produzione europea rischia di finire in terra cinese, provocando un ennesimo colpo all’occupazione europea.
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Il gruppo chiede all’esecutivo tedesco garanzie finanziarie: colpa delle perdite legate alle rinnovabili. E Shell annuncia tagli alla divisione sulle basse emissioni. La transizione verde dell’Europa è un fallimento. L’intesa da 1,5 miliardi prevede anche una joint venture per l’esportazione dei veicoliIntanto a Melfi la produzione va a singhiozzo per la mancanza di componenti. Lo speciale contiene due articoli.Nuova frana in Borsa, ieri, per Siemens energy. Il prezzo delle azioni della compagnia è crollato di oltre il 30% in un giorno, dopo che il gruppo ha rivelato di essere in trattative con il governo tedesco, guidato da Olaf Scholz, per ottenere garanzie finanziarie, confermando quanto anticipato da Der Spiegel. La notizia è deflagrata in Borsa a Francoforte, dove il titolo è precipitato con un calo delle quotazioni che ha sfiorato il 40%, pari a una perdita di valore di oltre 3 miliardi. L’indice Dax ha toccato il minimo da nove mesi a questa parte. Nel suo comunicato stampa, la compagnia afferma che Siemens Gamesa mostrerà nel 2024 minori ordini e minori ricevi, oltre che una peggiorata situazione di cassa. «Il comitato esecutivo sta valutando varie misure per rafforzare il bilancio di Siemens energy ed è in trattative preliminari con diverse parti interessate, tra cui partner bancari e il governo tedesco, per garantire l’accesso a un volume crescente di garanzie necessarie per facilitare la prevista forte crescita», dice l’azienda nella nota. Le garanzie sarebbero a supporto dei «progetti a lungo termine», ma è evidente che la richiesta al governo rappresenta un segnale di debolezza. Un brutto colpo per la compagnia, che già a giugno, al primo annuncio delle difficoltà di Siemens Gamesa sui costi straordinari delle manutenzioni degli impianti eolici già installati, aveva subito un tracollo in Borsa vicino al 37%. Con i valori di ieri, dai massimi di fine maggio scorso il titolo ha perso oltre il 70% del suo valore.I guai di Siemens Gamesa ora investono tutto il gruppo Siemens e sono diventati un problema serio. Il gruppo conta quasi 100.000 dipendenti ed è attivo anche nei sistemi di reti elettriche, nella componentistica elettrica e nelle turbine a gas. Questi settori sono profittevoli, per l’azienda, ma il disastro nel settore eolico è travolgente. È persino difficile stimare i costi legati alla sostituzione o riparazione delle turbine difettose, mentre in alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, sarebbero in preparazione cause collettive contro il colosso tedesco per i problemi sull’eolico. Il sistema bancario tedesco chiede dunque maggiori garanzie sui finanziamenti, dopo la pessima performance della filiale attiva nell’eolico. L’intervento del governo tedesco, che fornirebbe garanzie aggiuntive, diventa necessario per evitare guai peggiori.Nonostante la spinta gigantesca in atto in Germania e in tutta Europa per sviluppare le fonti rinnovabili di energia, nonostante i sussidi e i prezzi record dell’energia elettrica registrati nell’ultimo anno e mezzo, molte aziende del settore faticano a camminare con le loro gambe. Ormai non si contano più le rinunce a progetti e investimenti, dettati sia dall’aumento dei tassi di interesse, che richiede una profittabilità maggiore per i piani già approvati, sia dall’aumento dei costi delle materie prime. La transizione energetica si rivela sempre più fragile e c’è chi comincia a parlare di bolla finanziaria. Soprattutto senza il supporto dei governi, dunque senza denaro pubblico, sembra proprio che la transizione non riesca a decollare.Il governo tedesco si appresterebbe, ancora una volta, ad aiutare le aziende nazionali, in deroga alla normativa europea sugli aiuti di Stato, che per il momento è sospesa sino al 31 dicembre di quest’anno. Data la complessità delle operazioni, è tuttavia prevedibile che il supporto statale arriverà nel 2024, dunque con il divieto di aiuti di Stato di nuovo in vigore. Ecco perché la Germania, assieme alla Francia, sta facendo pressione sulla Commissione perché proroghi di un anno la sospensione del divieto. Gli Stati che hanno spazio fiscale saranno dunque avvantaggiati, rispetto a chi (come l’Italia) non ne ha. Una evidente disparità, l’ennesima, tra Stati membri. Come nella Fattoria degli animali di George Orwell, tutti gli Stati sono uguali ma alcuni sono più uguali di altri.Per Bruxelles e le sue ambizioni di decarbonizzare tutto nel giro di pochi anni arriva anche un altro brutto colpo. La grande compagnia petrolifera angloolandese Shell ha annunciato l’intenzione di tagliare almeno il 15% della forza lavoro nella sua divisione di soluzioni a basse emissioni di carbonio e di ridimensionare il business dell’idrogeno. L’amministratore delegato Wael Sawan, alla guida della compagnia da nove mesi, intende infatti aumentare i profitti e tagliare i business in perdita. Per cui la società si concentrerà sulla stabilizzazione della produzione di petrolio e sull’aumento della produzione di gas naturale. «Stiamo trasformando la nostra attività Low carbon solutions (Lcs) per rafforzarne la portata nelle nostre principali aree di business a basse emissioni di carbonio, come i trasporti e l’industria», ha affermato la società in una nota. È soprattutto nel settore dell’idrogeno per auto che si concentreranno i tagli. La società afferma di essere comunque impegnata nella transizione e di voler solo cambiare il percorso per arrivare alle emissioni zero. Sarà, ma intanto senza petrolio e gas non si fa molta strada.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/siemens-energy-vuole-aiuti-statali-2666078360.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fabbriche-ferme-in-italia-ma-stellantis-compra-il-20-della-cinese-leapmotor" data-post-id="2666078360" data-published-at="1698353008" data-use-pagination="False"> Fabbriche ferme in Italia. Ma Stellantis compra il 20% della cinese Leapmotor Sempre meno Italia e più Cina nel gruppo Stellantis. Ieri il gruppo nato dall’unione tra Psa e Fca ha fatto sapere che investirà circa 1,5 miliardi di euro per acquisire all’incirca il 20% di Leapmotor, di cui il gruppo guidato dall’ad Carlos Tavares diventerà un azionista importante. L’accordo, spiega una nota congiunta, prevede anche la costituzione di Leapmotor international, una joint venture in quote 51:49 guidata da Stellantis, con i diritti esclusivi per l’esportazione e la vendita, nonché la fabbricazione dei prodotti Leapmotor fuori dalla Cina. Questo accordo segna la prima partnership globale nel settore dei veicoli elettrici tra una casa automobilistica tra le più importanti al mondo e una casa cinese specializzata in «neighborhood electric vehicles», veicoli elettrici di prossimità urbana.In poche parole, Stellantis sta abbandonando la logica della produzione in Europa (in particolare in Italia) per portare la produzione a Pechino e dintorni. Non è un caso, insomma, se la partnership mira a incrementare ulteriormente le vendite di Leapmotor in Cina, il più grande mercato del mondo, sfruttando la consolidata presenza commerciale di Stellantis sul piano internazionale per accelerare in modo significativo le vendite del marchio Leapmotor in altre regioni, a partire dall’Europa. Il gruppo di Tavares, insomma, intende sfruttare l’ecosistema di veicoli elettrici di Leapmotor in Cina, altamente innovativo ed efficiente in termini di costi, per contribuire al raggiungimento degli obiettivi chiave di elettrificazione fissati nel piano Dare Forward 2030, rimanendo aperta a esplorare ulteriori sinergie reciprocamente vantaggiose. Ma, mentre Stellantis investe direttamente sul mercato cinese puntando sulla produzione locale, in Italia, nello stabilimento di Melfi, la produzione continua ad andare a singhiozzo. L’ultima volta si è fermata il 23 ottobre a causa della mancanza di componenti. In realtà il problema è che la conversione verso la produzione di veicoli elettrici comporta una riduzione importante dell’occupazione che non piace di certo alle unioni dei lavoratori. Per quanto riguarda Melfi, Stellantis ha fatto sapere che nell’impianto lucano verranno prodotti cinque nuovi modelli elettrici basati sulla piattaforma Stla medium. Tra questi dovrebbe esserci la nuova Lancia gamma, futura ammiraglia del brand premium di Stellantis, due auto di Ds automobiles, la nuova Opel manta e la erede di Jeep compass. Per quanto riguarda invece la Fiat 500X, la sua produzione cesserà definitivamente entro la fine del 2024. Stessa sorte toccherà anche alla Jeep renegade ma nel 2025. Il punto è che tutto questo non è sufficiente a giustificare gli attuali livelli occupazionali e il gruppo sta persino incoraggiando i dipendenti a lasciare l’azienda. Non solo quelli delle catene produttive, ma anche quelli che lavorano negli uffici. Al contrario, in Cina gli investimenti fioccano. La joint venture inizierà le consegne nella seconda metà del 2024. Le due realtà ritengono che l’offerta di prodotti elettrici di Leapmotor sia complementare rispetto all’attuale tecnologia e al portafoglio di marchi iconici di Stellantis e che porterà in dote ai clienti in tutto il mondo soluzioni di mobilità più accessibili. Il gruppo di Tavares e John Elkann avrà dunque due posti nel cda di Leapmotor e nominerà l’amministratore delegato della joint venture Leapmotor international. «Con il consolidamento delle start up di veicoli elettrici in Cina, diventa sempre più evidente che i segmenti mainstream in Cina saranno dominati da una cerchia di player di nuova generazione nel settore degli Ev efficienti e agili, come Leapmotor», ha dichiarato Tavares. «Riteniamo che sia il momento giusto per assumere un ruolo di primo piano nel sostenere i piani di espansione globale di Leapmotor, uno dei nuovi operatori Ev più interessanti sul mercato, con una mentalità imprenditoriale e tecnologica simile alla nostra. Grazie a questo investimento strategico, andiamo a rafforzare un nostro punto debole nel modello di business e a beneficiare della competitività di Leapmotor in Cina e all’estero», ha detto. «Voglio ringraziare il signor Zhu Jiangming e i team delle nostre grandi aziende, che con livelli eccezionali di leadership e collaborazione hanno reso possibile questa nuova opportunità di partnership preziosa per entrambi», ha concluso. «Oggi abbiamo posto una pietra miliare nella storia di Leapmotor e sono entusiasta di essere testimone di questo momento storico insieme con Carlos Tavares e al suo team», ha aggiunto Zhu Jiangming, fondatore e amministratore delegato di Leapmotor. «Facendo leva su una ineguagliabile gamma di capacità tecnologiche interne, Leapmotor porta sul mercato i migliori prodotti elettrici della categoria in modo economicamente competitivo. Crediamo fortemente nelle partnership win-win dove attori con straordinarie capacità uniscono le proprie competenze all’interno di un ambiente in rapida evoluzione. Insieme con Stellantis, continueremo nel solco dell’innovazione e della creatività, creando preziose sinergie tecnologiche e commerciali e portando le auto Ev Leapmotor sui mercati di tutto il mondo».La ricchezza della Cina in fatto di materie prime può essere una manna dal cielo per i grandi gruppi che si sono gioco forza votati alla produzione di veicoli elettrici. Il problema è che, in questo modo, gran parte della produzione europea rischia di finire in terra cinese, provocando un ennesimo colpo all’occupazione europea.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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