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2021-08-24
Si ritorna al lavoro. Far West nelle mense. E ogni ministero fa quello che vuole
(Stefano Montesi - Corbis/ Getty Images)
Dev'essere una prerogativa dei professori con lo zaino in spalla, lo stipendio garantito e l'aria condizionata in ufficio pigliarsela con i lavoratori che chiedono un posto fisso e un pasto caldo. Finite le ferie, ieri quasi tre milioni sono tornati al lavoro e il caos green pass è rimasto di traverso alle mense. Ci sono proteste ovunque: dalle carceri ai ministeri passando per i centri logistici e siccome la materia è affidata a una Faq del Governo vanno tutti in ordine sparso.
Il primo a farsi sentire è Carlo Cottarelli. L'ex mani di forbice informato che all'Ikea di Piacenza - è il centro logistico da cui dipendono i rifornimenti in tutta Italia - chi non ha il green pass è stato costretto mangiare sul marciapiede ha twittato: «La Cisl dice che non è dignitoso, ma il problema può essere risolto facilmente: basta vaccinarsi». E bravo Cottarelli che fa il paio con Tito Boeri - non rimpianto ex presidente dell'Inps - che sull'obbligo della carta verde a mensa aveva detto: «I sindacati stanno dalla parte dei no vax». Il problema è che sembrano tanti questi no vax, o piuttosto che l'informazione data ai cittadini dai virologi videostar è talmente confusa che più del virus poté il digiuno. I sindacati - come dimostra la faccenda della quarantena a carico del lavoratore - temono che la carta sia il semaforo verde per la compressione di altri diritti.
Se ne è avuta palmare rappresentazione ieri al primo giorno di ritorno dalle ferie. La confusione è tale per cui anche Stefano Bonaccini, presidente Pd della Regione Emilia Romagna, striglia il governo. Dalla tribuna del Meeting di Rimini scandisce: «Non c'è nessun Paese che in questo momento abbia messo l'obbligo vaccinale per la popolazione. Penso che servirebbe l'accordo delle parti sociali. Ad esempio, per il green pass obbligatorio anche sui luoghi di lavoro, cosa che mi troverebbe assolutamente d'accordo, ma non è competenza delle Regioni. Auspico un confronto tra il governo e le parti sociali: mi pare che questa sia l'urgenza più utile». L'uscita di Bonaccini si giustifica perché in Emilia Romagna - ma del resto in tutta Italia - si va in ordine sparso. Alla Ima di Bologna, quella che stacca generosissime cedole a Gianluca Vacchi abbronzatissimo influencer, il fratello Alberto Vacchi, amministratore delegato, ha comunicato ai lavoratori che si mangia solo con il green pass, mentre alle Coesi, altro colosso industriale, Isabela Seragnoli ha detto: «Non abbiamo alcuna intenzione di discriminare tra i lavoratori» e ha scritto una lettera in proposito chiedendo chiarimenti a Regione e sindacati. A Longiano (Cesena) la Suba Seeds è andata oltre seguendo le indicazioni di Roberto Visentin (Federmeccanica). Ha fatto entrare solo i lavoratori muniti di green pass.
A questo punto l'assessore regionale al Lavoro Vincenzo Colla ha tuonato con Orlando: «Serve un accordo o avremo il caos». Cgil-Cisl-Uil denunciano: «Così si rischia il Far West». Che sostanzialmente è quello che è successo nei ministeri, ieri di nuovo popolati, a Roma mentre nelle carceri piemontesi da Torino a Cuneo gli agenti penitenziari hanno dato vita a una vibrante protesta: hanno rifiutato i cestini pretendendo di mangiare con i loro colleghi. Alla Farnesina di fatto il green pass non viene chiesto. Dice un comunicato del ministero degli Esteri: «Allo stato le disposizioni in materia non si applicano alle attività delle mense che garantiscano la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro». Alla Salute non «è arrivata alcuna indicazione negli ultimi dieci giorni» per cui alla mensa di via Ribota si va un po' a caso. A casa della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese -severissima sui controlli altrui - i due bar interni si autoregolano, mentre alla Difesa consentono di portarsi la «schiscetta» e mangiare in ufficio, oppure di andare in mensa, ma con la carta verde. E però, fanno sapere i militari - scottati anche dalle durissime proteste sollevate nelle caserme - «il trattamento alimentare dovrà comunque essere garantito a tutto il personale cui compete».
Si apre la strada al buono pasto? È il caso ad esempio di tutti quei lavori che si svolgono all'aperto. Al terminal merci del porto di Genova Pra', dove da ieri è scattato l'obbligo di green pass per la mensa, i sindacati alzano le barricate. All'Enel invece confidano sul fatto che gran pare del personale è ancora in smart working. La preoccupazione dei sindacati è che la carta verde per la mensa si trasformi in un cavallo di Troia a fronte del fatto che tra sanità, scuola (dal primo settembre scatta l'obbligo di salvacondotto), i lavoratori già soggetti a obbligatorietà di green pass sono oltre 3,4 milioni.
In tutto questo manca un interlocutore: è l'Orlando pensoso e così sul green pass si è perso il ben dell'intelletto.
Sui test salivari per gli under 12 le Regioni spingono, Speranza pensa
Si apre uno spiraglio nell'applicazione dei test salivari per la diagnosi di Covid, almeno per i più piccoli. Anche la regione Lazio punta a introdurre nelle scuole elementari e medie i test salivari, meno invasivi dei tamponi rapidi e molecolari, per lo screening del Covid. A un anno dalla loro messa a punto e tre mesi dall'autorizzazione, giusto qualche giorno fa, l'Istituto superiore di sanità (Iss) si è messo a scrivere un Protocollo, con le Regioni, sugli screening del Covid da fare durante tutto l'anno scolastico su circa 110.000 studenti under 12 di massimo tre scuole per provincia. Il tutto avverrà su base volontaria come già accaduto nella sperimentazione di Veneto e Toscana, con un'adesione di circa il 60%. Con mesi di anticipo, a maggio, la regione Lombardia aveva già messo in pista il test messo a punto a novembre 2020 da un gruppo di ricercatrici dell'Università di Milano, tutte madri di bambini, desiderose di dare ai piccoli un test per il Covid meno invasivo, ma attendibile come il tampone nasofaringeo. Questo sistema, non raccoglie il campione infilando un tampone nel naso, ma facendo masticare per alcuni minuti una pallina di cotone che viene poi portato al laboratorio. Il responso è disponibile in qualche ora e ha un'affidabilità del 94-98%, praticamente come un molecolare nasofaringeo.
Con una tempistica assolutamente inadeguata a una pandemia, il documento per lo screening dei bambini di 6-12 anni è atteso in settimana: a ridosso dal suono della prima campanella d'inizio delle lezioni, il 13 settembre. Non è ben noto cosa succederà nelle varie regioni. Il Lazio, appunto, prevede una campagna mensile di almeno 17.000 test che sarà poi ripetuta nel corso dell'autunno e dell'inverno proprio al fine di capire quanto e in che misura circola il virus nei bambini. In tal senso, il commissario regionale straordinario, Jacopo Marzetti, propone che il Lazio «recepisca l'idea di utilizzare le strutture pubbliche di Farmacap (società partecipata del Comune di Roma che gestisce 45 farmacie, ndr), per l'effettuazione a tappeto di test salivari e antigenici degli studenti e docenti in vista del rientro a settembre». Il Veneto ha già avviato una gara per avere garantita una fornitura di un milione di tamponi salivari molecolari alla riapertura delle scuole. La Lombardia si è già mossa in questo senso.
Non si ferma però la battaglia di Franco Corbelli, fondatore e leader del Movimento diritti civili, che chiede il riconoscimento della validità del test salivare (visto che è equiparato dall'Iss agli altri test) per ottenere il green pass anche per gli «oltre 100.000 docenti e centinaia di migliaia di studenti universitari (tutti non vaccinati, per diversi, validi motivi)». Sono «persone perbene e responsabili», scrive Corbelli in una nota, che si vedono negati i test salivari mentre sono sotto il «ricattato del vaccino o la tortura del tampone molecolare ogni 48 ore, pena la sospensione dal servizio de dallo stipendio, ovvero la disperazione per migliaia di famiglie».
Alla campagna di è unita anche l'Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori, chiedendo «l'equiparazione del test salivare gratuito» per «tutto il personale scolastico e universitario nonché per gli studenti universitari obbligati al possesso del green pass», sostenendo che la normativa comunitaria stabilisce «che nessuno Stato membro può discriminare in base al possesso del green pass».
Intanto ieri è arrivata la proposta di Italo Farnetani, professore di pediatria della Libera Università Ludes di Malta, per spostare l'inizio delle lezioni al 3 ottobre e poter vaccinare così un 10% in più di over 12. «Posticipare l'inizio della scuola sarebbe un fallimento totale della politica e del ministero dell'Istruzione», ha commentato Matteo Bassetti, direttore delle Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova.
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Alla Farnesina la carta verde non viene chiesta. Nel refettorio della Salute si va a caso. I due bar del Viminale si autoregolano.Lombardia, Veneto, Toscana e Lazio sono pronte. Si vuole evitare il tampone ogni 48 ore.Lo speciale contiene due articoli.Dev'essere una prerogativa dei professori con lo zaino in spalla, lo stipendio garantito e l'aria condizionata in ufficio pigliarsela con i lavoratori che chiedono un posto fisso e un pasto caldo. Finite le ferie, ieri quasi tre milioni sono tornati al lavoro e il caos green pass è rimasto di traverso alle mense. Ci sono proteste ovunque: dalle carceri ai ministeri passando per i centri logistici e siccome la materia è affidata a una Faq del Governo vanno tutti in ordine sparso. Il primo a farsi sentire è Carlo Cottarelli. L'ex mani di forbice informato che all'Ikea di Piacenza - è il centro logistico da cui dipendono i rifornimenti in tutta Italia - chi non ha il green pass è stato costretto mangiare sul marciapiede ha twittato: «La Cisl dice che non è dignitoso, ma il problema può essere risolto facilmente: basta vaccinarsi». E bravo Cottarelli che fa il paio con Tito Boeri - non rimpianto ex presidente dell'Inps - che sull'obbligo della carta verde a mensa aveva detto: «I sindacati stanno dalla parte dei no vax». Il problema è che sembrano tanti questi no vax, o piuttosto che l'informazione data ai cittadini dai virologi videostar è talmente confusa che più del virus poté il digiuno. I sindacati - come dimostra la faccenda della quarantena a carico del lavoratore - temono che la carta sia il semaforo verde per la compressione di altri diritti. Se ne è avuta palmare rappresentazione ieri al primo giorno di ritorno dalle ferie. La confusione è tale per cui anche Stefano Bonaccini, presidente Pd della Regione Emilia Romagna, striglia il governo. Dalla tribuna del Meeting di Rimini scandisce: «Non c'è nessun Paese che in questo momento abbia messo l'obbligo vaccinale per la popolazione. Penso che servirebbe l'accordo delle parti sociali. Ad esempio, per il green pass obbligatorio anche sui luoghi di lavoro, cosa che mi troverebbe assolutamente d'accordo, ma non è competenza delle Regioni. Auspico un confronto tra il governo e le parti sociali: mi pare che questa sia l'urgenza più utile». L'uscita di Bonaccini si giustifica perché in Emilia Romagna - ma del resto in tutta Italia - si va in ordine sparso. Alla Ima di Bologna, quella che stacca generosissime cedole a Gianluca Vacchi abbronzatissimo influencer, il fratello Alberto Vacchi, amministratore delegato, ha comunicato ai lavoratori che si mangia solo con il green pass, mentre alle Coesi, altro colosso industriale, Isabela Seragnoli ha detto: «Non abbiamo alcuna intenzione di discriminare tra i lavoratori» e ha scritto una lettera in proposito chiedendo chiarimenti a Regione e sindacati. A Longiano (Cesena) la Suba Seeds è andata oltre seguendo le indicazioni di Roberto Visentin (Federmeccanica). Ha fatto entrare solo i lavoratori muniti di green pass. A questo punto l'assessore regionale al Lavoro Vincenzo Colla ha tuonato con Orlando: «Serve un accordo o avremo il caos». Cgil-Cisl-Uil denunciano: «Così si rischia il Far West». Che sostanzialmente è quello che è successo nei ministeri, ieri di nuovo popolati, a Roma mentre nelle carceri piemontesi da Torino a Cuneo gli agenti penitenziari hanno dato vita a una vibrante protesta: hanno rifiutato i cestini pretendendo di mangiare con i loro colleghi. Alla Farnesina di fatto il green pass non viene chiesto. Dice un comunicato del ministero degli Esteri: «Allo stato le disposizioni in materia non si applicano alle attività delle mense che garantiscano la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro». Alla Salute non «è arrivata alcuna indicazione negli ultimi dieci giorni» per cui alla mensa di via Ribota si va un po' a caso. A casa della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese -severissima sui controlli altrui - i due bar interni si autoregolano, mentre alla Difesa consentono di portarsi la «schiscetta» e mangiare in ufficio, oppure di andare in mensa, ma con la carta verde. E però, fanno sapere i militari - scottati anche dalle durissime proteste sollevate nelle caserme - «il trattamento alimentare dovrà comunque essere garantito a tutto il personale cui compete». Si apre la strada al buono pasto? È il caso ad esempio di tutti quei lavori che si svolgono all'aperto. Al terminal merci del porto di Genova Pra', dove da ieri è scattato l'obbligo di green pass per la mensa, i sindacati alzano le barricate. All'Enel invece confidano sul fatto che gran pare del personale è ancora in smart working. La preoccupazione dei sindacati è che la carta verde per la mensa si trasformi in un cavallo di Troia a fronte del fatto che tra sanità, scuola (dal primo settembre scatta l'obbligo di salvacondotto), i lavoratori già soggetti a obbligatorietà di green pass sono oltre 3,4 milioni. In tutto questo manca un interlocutore: è l'Orlando pensoso e così sul green pass si è perso il ben dell'intelletto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-ritorna-al-lavoro-far-west-nelle-mense-e-ogni-ministero-fa-quello-che-vuole-2654764000.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sui-test-salivari-per-gli-under-12-le-regioni-spingono-speranza-pensa" data-post-id="2654764000" data-published-at="1629743965" data-use-pagination="False"> Sui test salivari per gli under 12 le Regioni spingono, Speranza pensa Si apre uno spiraglio nell'applicazione dei test salivari per la diagnosi di Covid, almeno per i più piccoli. Anche la regione Lazio punta a introdurre nelle scuole elementari e medie i test salivari, meno invasivi dei tamponi rapidi e molecolari, per lo screening del Covid. A un anno dalla loro messa a punto e tre mesi dall'autorizzazione, giusto qualche giorno fa, l'Istituto superiore di sanità (Iss) si è messo a scrivere un Protocollo, con le Regioni, sugli screening del Covid da fare durante tutto l'anno scolastico su circa 110.000 studenti under 12 di massimo tre scuole per provincia. Il tutto avverrà su base volontaria come già accaduto nella sperimentazione di Veneto e Toscana, con un'adesione di circa il 60%. Con mesi di anticipo, a maggio, la regione Lombardia aveva già messo in pista il test messo a punto a novembre 2020 da un gruppo di ricercatrici dell'Università di Milano, tutte madri di bambini, desiderose di dare ai piccoli un test per il Covid meno invasivo, ma attendibile come il tampone nasofaringeo. Questo sistema, non raccoglie il campione infilando un tampone nel naso, ma facendo masticare per alcuni minuti una pallina di cotone che viene poi portato al laboratorio. Il responso è disponibile in qualche ora e ha un'affidabilità del 94-98%, praticamente come un molecolare nasofaringeo. Con una tempistica assolutamente inadeguata a una pandemia, il documento per lo screening dei bambini di 6-12 anni è atteso in settimana: a ridosso dal suono della prima campanella d'inizio delle lezioni, il 13 settembre. Non è ben noto cosa succederà nelle varie regioni. Il Lazio, appunto, prevede una campagna mensile di almeno 17.000 test che sarà poi ripetuta nel corso dell'autunno e dell'inverno proprio al fine di capire quanto e in che misura circola il virus nei bambini. In tal senso, il commissario regionale straordinario, Jacopo Marzetti, propone che il Lazio «recepisca l'idea di utilizzare le strutture pubbliche di Farmacap (società partecipata del Comune di Roma che gestisce 45 farmacie, ndr), per l'effettuazione a tappeto di test salivari e antigenici degli studenti e docenti in vista del rientro a settembre». Il Veneto ha già avviato una gara per avere garantita una fornitura di un milione di tamponi salivari molecolari alla riapertura delle scuole. La Lombardia si è già mossa in questo senso. Non si ferma però la battaglia di Franco Corbelli, fondatore e leader del Movimento diritti civili, che chiede il riconoscimento della validità del test salivare (visto che è equiparato dall'Iss agli altri test) per ottenere il green pass anche per gli «oltre 100.000 docenti e centinaia di migliaia di studenti universitari (tutti non vaccinati, per diversi, validi motivi)». Sono «persone perbene e responsabili», scrive Corbelli in una nota, che si vedono negati i test salivari mentre sono sotto il «ricattato del vaccino o la tortura del tampone molecolare ogni 48 ore, pena la sospensione dal servizio de dallo stipendio, ovvero la disperazione per migliaia di famiglie». Alla campagna di è unita anche l'Anief, Associazione nazionale insegnanti e formatori, chiedendo «l'equiparazione del test salivare gratuito» per «tutto il personale scolastico e universitario nonché per gli studenti universitari obbligati al possesso del green pass», sostenendo che la normativa comunitaria stabilisce «che nessuno Stato membro può discriminare in base al possesso del green pass». Intanto ieri è arrivata la proposta di Italo Farnetani, professore di pediatria della Libera Università Ludes di Malta, per spostare l'inizio delle lezioni al 3 ottobre e poter vaccinare così un 10% in più di over 12. «Posticipare l'inizio della scuola sarebbe un fallimento totale della politica e del ministero dell'Istruzione», ha commentato Matteo Bassetti, direttore delle Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova.
I residenti di via Montello stanno monitorando la zona perché temono che «i rom» si possano vendicare. Ma il giorno dopo la rapina finita in tragedia, sul piano investigativo gli inquirenti stanno cercando prima di tutto di individuare l’altro rapinatore che assieme alla vittima ha fatto irruzione nella villa dove abitano Jonathan e i suoi genitori e si cerca anche l’altro componente della banda che faceva da «palo» in auto e che poi ha accompagnato e lasciato il trentasettenne in ospedale, scappando.
I carabinieri della compagnia locale e i colleghi del nucleo investigativo di Varese stanno passando al setaccio ogni zona della città, ma stanno cercando anche altrove dal momento che, da quanto è stato ricostruito, la vittima risiedeva in un campo rom di Torino. Le indagini proseguono e la Procura di Busto Arsizio è al lavoro per cercare di ricostruire l’esatta dinamica della rapina e stabilire le responsabilità del giovane proprietario di casa. Il pm Nadia Calcaterra ha disposto l’autopsia sul corpo della vittima. Mentre i carabinieri stanno provando a ricostruire il percorso fatto dall’Audi, auto sulla quale si trovava la vittima con i due complici, grazie al supporto delle immagini delle telecamere di videosorveglianza. Al momento, la Procura ha aperto un fascicolo solo per «tentata rapina» perché per gli inquirenti, la versione dei fatti di Jonathan Maria Rivolta risulta «molto credibile» e il giovane avrebbe agito esclusivamente per «legittima difesa». Il padre del ragazzo e gli altri familiari lo ripetono in continuazione agli investigatori e ai giornalisti ribadendo che il trentatreenne ha agito «solo per difendersi».
In zona tutti conoscono questo giovane «brillante» con due lauree, una in Scienze della comunicazione e una in Economia, che mai pensava di poter vivere un incubo. Era al piano di sopra della sua villa, quando all’improvviso ha sentito dei rumori ed è sceso in cucina: lì ha sorpreso la vittima e l’altro complice a rubare, ma i due immediatamente - ha raccontato il proprietario - si sono fiondati su di lui aggredendolo e prendendolo a pugni. L’uomo ha avuto «paura di morire» e si è difeso prendendo un pugnale conservato nel kit di sopravvivenza da trekking che aveva lì nelle vicinanze e si è difeso. Il suo colpo ha ferito uno dei due ladri, che subito sono scappati. Poi, Massa è stato «scaricato» dai suoi complici in ospedale e lì i medici hanno provato a salvarlo, ma è deceduto. Intanto, Jonathan Maria Rivolta è rimasto pietrificato dalla paura nella sua casa, con l’angoscia che i rapinatori potessero tornare e uccidere i suoi genitori.
Mentre proseguono le indagini, i riflettori della politica sono nuovamente accesi sulla spinosa questione della legittima difesa. Il vicepremier Matteo Salvini , su Instagram, ha espresso «solidarietà a chi è stato aggredito in casa sua e si è difeso». Anche Romano La Russa, assessore regionale alla Sicurezza, ha voluto far sentire la sua vicinanza al «trentatreenne che si è semplicemente difeso dall’assalto dei rapinatori rom che si sono introdotti nella sua abitazione e lo hanno malmenato. Come Regione Lombardia siamo disponibili, come già accaduto in passato, a pagare le spese legali dello sfortunato Rivolta se, come appare evidente e mi auguro, verrà riconosciuta la legittima difesa». L’assessore regionale spera che quanto accaduto possa non avere conseguenze ulteriori: «La difesa in casa propria è un atto legittimo e chi delinque deve sapere a cosa va incontro e quali possono essere le gravi conseguenze dei propri gesti violenti. Mi auguro che l’aggredito di Lonate Pozzolo non debba subire, come è già accaduto in passato ad altri nella sua stessa posizione, lunghi procedimenti penali tramutandosi da vittima a carnefice». La Russa ha auspicato «che la famiglia del criminale deceduto non adduca scuse sostenendo tesi innocentiste che giustifichino odiose ritorsioni. L’assalto al pronto soccorso dell’ospedale di Magenta, come loro abitudine, è già un segnale del loro sentirsi al di sopra della legge e padroni del mondo». L’assessore regionale ha rivolto un pensiero all’uomo deceduto: «Dispiace per la giovane vittima, figlio di un ambiente e di un clima sbagliato dove non esiste la legge e che non ha messo in preventivo le tragiche conseguenze che avrebbe potuto avere il suo gesto illegale e violento. Confido, e spero, che la magistratura faccia il proprio dovere secondo coscienza».
C’è molta preoccupazione per eventuali «ritorsioni o vendette dei rom». «Abbiamo paura anche di stare nella nostra casa», è stato il commento di alcuni abitanti di via Montello. E il dibattito politico torna ad accendersi pure sulla pericolosità dei campi rom, trasformati in ritrovi di «violenza e illegalità».
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Cecilia Strada (Ansa)
Ora che si procede a varare nuove e più stringenti regole, i dem cambiano di nuovo posizione e giudicano i provvedimenti sbagliati perché «repressivi». Una posizione strumentale, pregiudiziale e puramente propagandistica che produce effetti grotteschi. Leggete quanto dichiarato ieri dalla eurodeputata del Pd Cecilia Strada: «Piantedosi lo chiama pacchetto sicurezza ma forse sarebbe meglio chiamarlo pacchetto repressione. Sarebbe più onesto e coerente con l'idea che tanto piace alla destra italiana di uno Stato di polizia. La verità è che il governo Meloni sogna un Paese illiberale», argomenta la Strada, «fatto di fermi preventivi, trattenimenti discrezionali di cittadine e cittadini che manifestano, scudo penale per gli agenti, divieto di scendere in piazza per chi è stato anche solo denunciato, ammende esorbitanti per chi urla slogan contro le autorità. Sulle migrazioni poi il governo prova a realizzare il suo vero sogno: certificare per legge che i diritti delle persone migranti sono sempre più comprimibili con l’interdizione per ragioni di sicurezza fino a sei mesi delle acque territoriali e dei porti italiani per le Ong che salvano persone in mare, con espulsioni sempre più facili e ricongiungimenti familiari sempre più difficili». Se non sorprendono le levate di scudi di parte di forze politiche come Avs, fa veramente impressione la posizione dei dem, il cui elettorato è assolutamente sensibile al tema della sicurezza. Misure come lo stanziamento di nuovi fondi per aumentare la sicurezza nelle stazioni, il fermo preventivo fino a 12 ore per manifestanti con volto coperto, casco o armi nelle strade, la tolleranza zero sul porto di coltelli, espulsioni più facili per gli immigrati che delinquono, maggiori tutele per le forze dell’ordine che si ritrovano sotto inchiesta per fatti compiuti nell’adempimento del loro dovere o per legittima difesa, sono provvedimenti di buon senso che, non crediamo di esagerare, saranno accolti positivamente dalla quasi totalità della popolazione italiana. Qualche perplessità suscita l’introduzione negli impianti sportivi di sistemi di identificazione biometrica remota a posteriori, con riconoscimento facciale attivabile dopo la commissione di un reato: si dovrà trovare un punto di equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza negli stadi e il sacrosanto diritto dei tifosi che non commettono alcun illecito di veder tutelata la propria privacy.
A proposito di sicurezza, l’operazione Strade sicure, quella che vede l’impiego di militari dell’Esercito nelle strade e nelle piazze, resterà operativa, e sarà anche potenziata: lo dice alla Verità il deputato della Lega Eugenio Zoffili, componente della commissione Difesa della Camera dei deputati: «Strade sicure non terminerà alla scadenza attualmente prevista, quella del 31 dicembre 2027», spiega Zoffili, «ma verrà prorogata. Non solo: come Lega abbiamo proposto un aumento dei militari impiegati di 3.000 unità, che porterà così a un totale di 10.000 militari impegnati». La seduta della Commissione Difesa di Montecitorio, in calendario ieri, è stata rinviata proprio per questo motivo: «La commissione Difesa», scrivono i componenti del Carroccio Anastasio Carrà e Fabrizio Cecchetti «è stata sconvocata per essere, semplicemente, rimandata alla prossima settimana. Una prassi comune che gli addetti ai lavori conoscono bene. La Lega non arretrerà di un millimetro sulla sua richiesta di aumentare il numero di militari impegnati in Strade sicure». L’operazione, varata nel 2008 dal governo guidato da Silvio Berlusconi, su proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, prevede l’impiego dei militari come strumento per rafforzare la presenza dello Stato sul territorio, portando i militari stessi a collaborare con le forze di polizia per garantire maggiore sicurezza nelle aree urbane aumentando la percezione e il controllo della sicurezza nelle città, specialmente in aree ad alta densità di criminalità. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, da parte sua, è convinto della necessità di uscire da una logica emergenziale e ha infatti annunciato «il rifinanziamento di Strade sicure nell'attuale configurazione» chiedendo «di implementare il numero dei carabinieri». Al di là delle valutazioni della politica, va detto con chiarezza che la presenza dei militari nelle strade, nelle piazze, nei quartieri, è diventata familiare agli italiani, e contribuisce certamente a aumentare la percezione di sicurezza degli italiani e a fungere da deterrente per i criminali.
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