True
2024-07-04
Sì a Ita-Lufthansa, parte pure un’alleanza militare di terra
Giancarlo Giorgetti con il presidente di Ita, Antonino Turicchi, e l'ad di Lufthansa, Carsten Spohr (Ansa)
Con la stretta di mano tra Roberto Cingolani, ad di Leonardo, e Armin Papperger, numero uno della tedesca Rheinmetall, l’Italia finalmente chiude il triangolo della Difesa. E fornisce all’industria militare una chiarezza che attendeva da tempo. Cielo, terra e mare prendono forma. Spazio, aviazione, Marina ed esercito trovano alleanze di lungo termine. Da anni il business dello Spazio è stato condiviso con i francesi - a nostro avviso fin troppo appaltato a Parigi - e ciò nel bene e nel male ha permesso sotto il cappello Esa di creare alleanze e strategie. L’ala fissa come si chiamano in gergo i progetti aeronautici ha mantenuto un rapporto preferenziale con Londra e questo nell’ambito del caccia di sesta generazione consente al nostro Paese di allungarsi fino al Giappone. Di dialogare potenzialmente con l’Arabia Saudita e con gli Usa. Per quanto riguarda il mare Fincantieri ha appena varato un importante aumento di capitale che le permetterà di sviluppare tecnologia sottomarina, o meglio underwater, e al tempo stesso di mantenere un piede nelle relazioni atlantiche.
Di fronte a questo perimetro mancava il militare terrestre. Non solo perché il nostro esercito da troppo tempo aspetta mezzi di nuova generazione, ma anche perché la politica non aveva preso alcuna decisione. Più volte abbiamo scritto che l’alleanza più opportuna per carri armati e blindati sarebbe stata quella con Berlino. Sia per la contiguità tra la loro e la nostra tecnologia (non bastano scafi di ferro, ci vuole tanta elettronica) sia per equilibrare i rapporti in vista di una pericolosa (se sbilanciata) quanto inevitabile Difesa comune Ue. Così ieri è arrivata la notizia del progetto del carro comune tramite un comunicato congiunto tra le due aziende. L’obiettivo dell’accordo è lo sviluppo industriale e la successiva commercializzazione del nuovo Main battle tank (Mbt) e della nuova piattaforma Lynx per il sistema di combattimento della fanteria corazzata (Aics), nell’ambito dei programmi di sistemi di terra dell’esercito italiano. Il comunicato aggiunge che «nell’ambito dei due programmi, i sistemi di missione, le suite elettroniche e l’integrazione delle armi saranno sviluppati e prodotti da Leonardo secondo i requisiti dell’esercito italiano. Le tecnologie costituiranno anche la base per lo sviluppo del futuro Mbt europeo e delle nuove versioni destinate all’esportazione internazionale».
L’accordo quindi non solo mira a rendere più moderno il nostro esercito con il nuovo tank di Rheinmetall kf-51 panther (invece del Leopard 2A8 previsto nel precedente accordo con Krauss Maffei Wegmann/Knds Germania naufragato nelle scorse settimane) ma apre la strada alla piattaforma terrestre che mancava all’Europa. I carri americani sono troppo grandi per il nostro continente e non funzionano. Il caso Ucraina lo dimostra perfettamente. Insomma, con tutte queste premesse, la speranza è che quando ci sarà l’integrazione l’Italia non sia in seconda fila. Tra l’altro le componenti militari e quelle finanziarie stanno ricevendo un forte input di accelerazione. Martedì pomeriggio, anche se la notizia non ha avuto grande eco, il fondo europeo per gli investimenti (Eif) e il fondo per l’innovazione della Nato (Nif) hanno firmato un memorandum per cooperare nel sostenere la crescita a lungo termine dei settori della Difesa, della sicurezza e della resilienza in Europa.
L’Eif fa parte del gruppo Banca europea per gli investimenti (Bei), mentre il Nif è un fondo autonomo di capitale di rischio sostenuto da 24 Paesi della Nato. Il memorandum d’intesa mira a incoraggiare un maggior numero di fondi di capitale privato a diventare investitori attivi nei settori tecnologici associati alla Difesa e alla sicurezza, consentendo alle imprese dell’Ue di raccogliere finanziamenti azionari da una gamma più ampia di fonti. L’idea di base è duplice. Da un lato far arrivare ulteriori capitali per rafforzare l’indotto dei colossi e agevolare la messa a terra dei grandi programmi. Dall’altra parte si tratta del primo passo concreto dentro il perimetro Nato per spostare i budget nazionali più vicini al tanto decantato 2% del Pil. Vale la pena notare che nel board del fondo di innovazione siede lo stesso Roberto Cingolani che, dopo essere stato ministro del governo Draghi, ha ricevuto l’incarico di ad di Leonardo dall’esecutivo Meloni. Una poltrona che ha numerosi compartimenti stagni ma che nel complesso garantisce all’Italia un posto al sole a livello tecnologico.
Il periodo che stiamo vivendo è estremamente pericoloso. Il consolidamento delle sovranità nazionali corrisponde alla fusione di interi blocchi industriali. Che per certi versi devono unire le forze per fronteggiare ingenti investimenti americani, cinesi e indiani. Il compito di un governo è fare in modo che al termine del percorso resti attaccata al nostro Paese la quota più ricca di tecnologia e un ritorno sugli investimenti adeguato per il Pil e per l’occupazione. Questo percorso è chiaramente partito ieri. Serviva definire l’ultimo pezzo di alleanza strategica.
Sì definitivo alle nozze Ita-Lufthansa
Alla fine è arrivata la luce verde Ue al matrimonio tra Lufthansa e Ita airways. A dirlo è stato, all’interno di una conferenza stampa, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti insieme con il presidente di Ita Antonino Turicchi e l’ad di Lufthansa Carsten Spohr. «Oggi chiudiamo una storica annosa vicenda», ha detto Giorgetti. «È stato un percorso travagliato e difficile» ma «è un grande successo italiano, tedesco ed europeo», ha aggiunto. «La gestione dell’azienda starà agli azionisti, con un controllo di gestione per il rispetto degli obiettivi ma questo non significa che lo Stato si intrometterà». È passato più di un anno dall’accordo preliminare tra il ministero e Lufthansa per la cessione di una quota di minoranza di Ita al gruppo tedesco. L’accordo iniziale era infatti stato annunciato a maggio 2023 e il via libera è arrivato ieri, a ridosso della scadenza fissata per il 4 luglio. «La logica ha prevalso sui diversi ostacoli», ha ricordato Turicchi, «Questa operazione la qualifico come un’operazione guidata dalla logica. L’Europa, per poter competere nel mercato mondiale ha bisogno di rafforzarsi e con questa operazione si rafforza. La logica è poi quella che ha guidato la scelta del partner industriale che ha nel suo Dna il fatto di potersi sviluppare. E la terza logica è che questa operazione è a favore del mercato e non va a ridurlo».
Il gruppo tedesco rileverà dal Mef una quota del 41% di Ita airways attraverso un aumento di capitale di 325 milioni di euro, per poi crescere entro il 2033 in una seconda fase al 100% della newco per un investimento totale di 829 milioni. Certo, a oggi Lufthansa controllerà Ita pur avendo meno della metà delle azioni totali dell’ex vettore nazionale. Non a caso, Lufthansa sceglierà l’ad di Ita (che sarà Joerg Eberhart) e due dei cinque membri del cda. «Ci troviamo di fronte a una ambiziosa sfida industriale, in un settore, come quello del trasporto aereo, particolarmente difficile ma che ha saputo sempre risorgere dalle proprie ceneri come nel caso del post pandemia, registrando numeri record per i nostri aeroporti non ipotizzabili, e di fatto non ipotizzati, nemmeno dai più accreditati esperti del settore», hanno dichiarato in una nota congiunta Paolo Capone, segretario generale Ugl, e Francesco Rocco Alfonsi, segretario nazionale Ugl trasporto aereo. «L’accordo tra Ita airways e Lufthansa è estremamente positivo, perché coniuga la tutela industriale e occupazionale della compagnia italiana con la difesa dell’interesse nazionale», ha sottolineato il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
Non risulta insomma difficile trovare le analogie tra il caso di Ita e quello di Mps, altro colosso alla ricerca di un compratore dove il Mef è azionista di maggioranza. «Non vogliamo vendere Mps per portare a casa soldi, perché non siamo in condizioni disperate: vogliamo fare una operazione industriale a condizioni buone per lo Stato e per l’economia di questo Paese. Si realizzerà quando ci saranno queste condizioni», ha detto ieri il ministro Giorgetti in merito alla possibile cessione della partecipazione del Tesoro nella banca senese. «L’Europa non fa obiezioni al mantenimento di una quota fino al 20% del capitale del Monte dei Paschi in mani pubbliche». L’indicazione arriva dal presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, interpellato da Radiocor sulle parole del ministro Giorgetti sulla volontà di indirizzare un’operazione industriale per la banca di Rocca Salimbeni e non fare cassa. Il governatore ha quindi commentato come «scelta intelligente» quella di non «regalare» la banca a Unicredit con il «supplemento» degli 8,5 miliardi fatta quando al Tesoro il titolare era Daniele Franco.
Continua a leggereRiduci
L’accordo strategico Leonardo-Rheinmetall crea un asse italotedesco anche in vista della Difesa comune della Ue.Alla fine è arrivata la luce verde Ue al matrimonio tra Lufthansa e Ita airways. Giancarlo Giorgetti: «Un percorso travagliato». Poi su Mps: «Non siamo disperati: vogliamo fare una buona operazione industriale».Lo speciale contiene due articoli.Con la stretta di mano tra Roberto Cingolani, ad di Leonardo, e Armin Papperger, numero uno della tedesca Rheinmetall, l’Italia finalmente chiude il triangolo della Difesa. E fornisce all’industria militare una chiarezza che attendeva da tempo. Cielo, terra e mare prendono forma. Spazio, aviazione, Marina ed esercito trovano alleanze di lungo termine. Da anni il business dello Spazio è stato condiviso con i francesi - a nostro avviso fin troppo appaltato a Parigi - e ciò nel bene e nel male ha permesso sotto il cappello Esa di creare alleanze e strategie. L’ala fissa come si chiamano in gergo i progetti aeronautici ha mantenuto un rapporto preferenziale con Londra e questo nell’ambito del caccia di sesta generazione consente al nostro Paese di allungarsi fino al Giappone. Di dialogare potenzialmente con l’Arabia Saudita e con gli Usa. Per quanto riguarda il mare Fincantieri ha appena varato un importante aumento di capitale che le permetterà di sviluppare tecnologia sottomarina, o meglio underwater, e al tempo stesso di mantenere un piede nelle relazioni atlantiche.Di fronte a questo perimetro mancava il militare terrestre. Non solo perché il nostro esercito da troppo tempo aspetta mezzi di nuova generazione, ma anche perché la politica non aveva preso alcuna decisione. Più volte abbiamo scritto che l’alleanza più opportuna per carri armati e blindati sarebbe stata quella con Berlino. Sia per la contiguità tra la loro e la nostra tecnologia (non bastano scafi di ferro, ci vuole tanta elettronica) sia per equilibrare i rapporti in vista di una pericolosa (se sbilanciata) quanto inevitabile Difesa comune Ue. Così ieri è arrivata la notizia del progetto del carro comune tramite un comunicato congiunto tra le due aziende. L’obiettivo dell’accordo è lo sviluppo industriale e la successiva commercializzazione del nuovo Main battle tank (Mbt) e della nuova piattaforma Lynx per il sistema di combattimento della fanteria corazzata (Aics), nell’ambito dei programmi di sistemi di terra dell’esercito italiano. Il comunicato aggiunge che «nell’ambito dei due programmi, i sistemi di missione, le suite elettroniche e l’integrazione delle armi saranno sviluppati e prodotti da Leonardo secondo i requisiti dell’esercito italiano. Le tecnologie costituiranno anche la base per lo sviluppo del futuro Mbt europeo e delle nuove versioni destinate all’esportazione internazionale». L’accordo quindi non solo mira a rendere più moderno il nostro esercito con il nuovo tank di Rheinmetall kf-51 panther (invece del Leopard 2A8 previsto nel precedente accordo con Krauss Maffei Wegmann/Knds Germania naufragato nelle scorse settimane) ma apre la strada alla piattaforma terrestre che mancava all’Europa. I carri americani sono troppo grandi per il nostro continente e non funzionano. Il caso Ucraina lo dimostra perfettamente. Insomma, con tutte queste premesse, la speranza è che quando ci sarà l’integrazione l’Italia non sia in seconda fila. Tra l’altro le componenti militari e quelle finanziarie stanno ricevendo un forte input di accelerazione. Martedì pomeriggio, anche se la notizia non ha avuto grande eco, il fondo europeo per gli investimenti (Eif) e il fondo per l’innovazione della Nato (Nif) hanno firmato un memorandum per cooperare nel sostenere la crescita a lungo termine dei settori della Difesa, della sicurezza e della resilienza in Europa.L’Eif fa parte del gruppo Banca europea per gli investimenti (Bei), mentre il Nif è un fondo autonomo di capitale di rischio sostenuto da 24 Paesi della Nato. Il memorandum d’intesa mira a incoraggiare un maggior numero di fondi di capitale privato a diventare investitori attivi nei settori tecnologici associati alla Difesa e alla sicurezza, consentendo alle imprese dell’Ue di raccogliere finanziamenti azionari da una gamma più ampia di fonti. L’idea di base è duplice. Da un lato far arrivare ulteriori capitali per rafforzare l’indotto dei colossi e agevolare la messa a terra dei grandi programmi. Dall’altra parte si tratta del primo passo concreto dentro il perimetro Nato per spostare i budget nazionali più vicini al tanto decantato 2% del Pil. Vale la pena notare che nel board del fondo di innovazione siede lo stesso Roberto Cingolani che, dopo essere stato ministro del governo Draghi, ha ricevuto l’incarico di ad di Leonardo dall’esecutivo Meloni. Una poltrona che ha numerosi compartimenti stagni ma che nel complesso garantisce all’Italia un posto al sole a livello tecnologico. Il periodo che stiamo vivendo è estremamente pericoloso. Il consolidamento delle sovranità nazionali corrisponde alla fusione di interi blocchi industriali. Che per certi versi devono unire le forze per fronteggiare ingenti investimenti americani, cinesi e indiani. Il compito di un governo è fare in modo che al termine del percorso resti attaccata al nostro Paese la quota più ricca di tecnologia e un ritorno sugli investimenti adeguato per il Pil e per l’occupazione. Questo percorso è chiaramente partito ieri. Serviva definire l’ultimo pezzo di alleanza strategica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-ita-lufthansa-2668683691.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-definitivo-alle-nozze-ita-lufthansa" data-post-id="2668683691" data-published-at="1720074049" data-use-pagination="False"> Sì definitivo alle nozze Ita-Lufthansa Alla fine è arrivata la luce verde Ue al matrimonio tra Lufthansa e Ita airways. A dirlo è stato, all’interno di una conferenza stampa, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti insieme con il presidente di Ita Antonino Turicchi e l’ad di Lufthansa Carsten Spohr. «Oggi chiudiamo una storica annosa vicenda», ha detto Giorgetti. «È stato un percorso travagliato e difficile» ma «è un grande successo italiano, tedesco ed europeo», ha aggiunto. «La gestione dell’azienda starà agli azionisti, con un controllo di gestione per il rispetto degli obiettivi ma questo non significa che lo Stato si intrometterà». È passato più di un anno dall’accordo preliminare tra il ministero e Lufthansa per la cessione di una quota di minoranza di Ita al gruppo tedesco. L’accordo iniziale era infatti stato annunciato a maggio 2023 e il via libera è arrivato ieri, a ridosso della scadenza fissata per il 4 luglio. «La logica ha prevalso sui diversi ostacoli», ha ricordato Turicchi, «Questa operazione la qualifico come un’operazione guidata dalla logica. L’Europa, per poter competere nel mercato mondiale ha bisogno di rafforzarsi e con questa operazione si rafforza. La logica è poi quella che ha guidato la scelta del partner industriale che ha nel suo Dna il fatto di potersi sviluppare. E la terza logica è che questa operazione è a favore del mercato e non va a ridurlo». Il gruppo tedesco rileverà dal Mef una quota del 41% di Ita airways attraverso un aumento di capitale di 325 milioni di euro, per poi crescere entro il 2033 in una seconda fase al 100% della newco per un investimento totale di 829 milioni. Certo, a oggi Lufthansa controllerà Ita pur avendo meno della metà delle azioni totali dell’ex vettore nazionale. Non a caso, Lufthansa sceglierà l’ad di Ita (che sarà Joerg Eberhart) e due dei cinque membri del cda. «Ci troviamo di fronte a una ambiziosa sfida industriale, in un settore, come quello del trasporto aereo, particolarmente difficile ma che ha saputo sempre risorgere dalle proprie ceneri come nel caso del post pandemia, registrando numeri record per i nostri aeroporti non ipotizzabili, e di fatto non ipotizzati, nemmeno dai più accreditati esperti del settore», hanno dichiarato in una nota congiunta Paolo Capone, segretario generale Ugl, e Francesco Rocco Alfonsi, segretario nazionale Ugl trasporto aereo. «L’accordo tra Ita airways e Lufthansa è estremamente positivo, perché coniuga la tutela industriale e occupazionale della compagnia italiana con la difesa dell’interesse nazionale», ha sottolineato il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Non risulta insomma difficile trovare le analogie tra il caso di Ita e quello di Mps, altro colosso alla ricerca di un compratore dove il Mef è azionista di maggioranza. «Non vogliamo vendere Mps per portare a casa soldi, perché non siamo in condizioni disperate: vogliamo fare una operazione industriale a condizioni buone per lo Stato e per l’economia di questo Paese. Si realizzerà quando ci saranno queste condizioni», ha detto ieri il ministro Giorgetti in merito alla possibile cessione della partecipazione del Tesoro nella banca senese. «L’Europa non fa obiezioni al mantenimento di una quota fino al 20% del capitale del Monte dei Paschi in mani pubbliche». L’indicazione arriva dal presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, interpellato da Radiocor sulle parole del ministro Giorgetti sulla volontà di indirizzare un’operazione industriale per la banca di Rocca Salimbeni e non fare cassa. Il governatore ha quindi commentato come «scelta intelligente» quella di non «regalare» la banca a Unicredit con il «supplemento» degli 8,5 miliardi fatta quando al Tesoro il titolare era Daniele Franco.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
Continua a leggereRiduci
Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
Continua a leggereRiduci
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
Continua a leggereRiduci