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2024-07-03
Sentenza sgradita e crisi di nervi dem. La Corte Suprema adesso è un nemico
Alexandria Ocasio-Cortez (Getty Images)
I democratici continuano a ripetere che Donald Trump rappresenterebbe un pericolo per la democrazia. Sarebbe tuttavia forse il caso che iniziassero a guardare in casa loro. Sì, perché non è che l’Asinello sembri avere dei comportamenti proprio in linea con gli standard di una democrazia liberale. Per capirlo, basta dare un’occhiata alle reazioni che ha avuto rispetto alla recente sentenza della Corte Suprema, che ha riconosciuto a Trump l’immunità per alcune delle condotte contestategli da Jack Smith: il procuratore speciale che ha accusato l’ex presidente di aver cercato di ribaltare i risultati elettorali del 2020. Neanche a dirlo, i dem sono andati su tutte le furie, oltrepassando i limiti. Un conto è infatti legittimamente dissentire da una sentenza che non si condivide. Un altro conto è delegittimare l’organo che ha emesso quella stessa sentenza.
«Questa decisione odierna è la continuazione dell’attacco della Corte, negli ultimi anni, a una vasta gamma di principi giuridici consolidati nella nostra nazione: dall’eliminazione del diritto di voto e dei diritti civili alla revoca del diritto di scelta delle donne, fino all’odierna decisione che mina lo stato di diritto di questa nazione», ha tuonato Joe Biden, sostenendo inoltre che Trump dovrebbe essere processato prima delle elezioni. Il leader dei dem alla Camera, Hakeem Jeffries, ha inoltre accusato la Corte di essere in mano all’«estrema destra», mentre la deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, ha invocato l’impeachment per i giudici, aggiungendo che «la Corte Suprema è stata consumata da una crisi di corruzione fuori dal suo controllo». Di «democrazia a repentaglio», ha inoltre parlato il senatore dem, Richard Blumenthal.
Ora, a proposito di tutela dello stato di diritto, le parole che avete appena letto certificano una palese violazione del principio della separazione dei poteri: Biden è a capo dell’esecutivo, mentre Jeffries, Blumenthal e la Ocasio-Cortez sono esponenti del legislativo. Con le loro durissime parole, tutti costoro hanno delegittimato la Corte Suprema, che è il massimo organo del potere giudiziario negli Stati Uniti. Non è d’altronde la prima volta che questo accade. Quando a maggio 2022 Politico pubblicò la bozza di sentenza che avrebbe ribaltato Roe v Wade, sia Biden sia l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, intervennero a gamba tesa sulla questione, mettendo la Corte sotto pressione in vista della sentenza ufficiale. Addirittura, a marzo 2020, il senatore dem, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti abortisti davanti alla Corte Suprema, dichiarando che due togati nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, avrebbero «pagato un prezzo» se si fossero schierati contro l’interruzione di gravidanza.
Domanda: un simile modo di agire è rispettoso dello stato di diritto? È normale che un presidente americano in carica auspichi un processo penale accelerato per il suo rivale alle prossime elezioni? Sì perché, con le sue parole, Biden ha messo sotto pressione il tribunale distrettuale che dovrà adesso decidere se alcune delle condotte contestate a Trump siano o meno tutelate da immunità. Tra l’altro, Biden oggi si scandalizza tanto perché i supremi giudici avrebbero dato troppo potere alla carica presidenziale. Eppure, due mesi fa, fu proprio lui a invocare il privilegio dell’esecutivo per evitare di consegnare ai parlamentari repubblicani i nastri dell’interrogatorio che aveva sostenuto con il procuratore speciale, Robert Hur.
Certo, l’Asinello ripete che la Corte Suprema sia di parte perché ha attualmente sei giudici di nomina repubblicana e tre di designazione dem. Eppure anche qui bisogna fare un po’ di chiarezza. I supremi togati vengono nominati dal presidente degli Stati Uniti previa ratifica del Senato: questo vuol dire che ci sono state fasi in cui la maggioranza è stata di designazione dem e altre in cui è stata di nomina repubblicana. In secondo luogo, da quando c’è l’attuale composizione di sei a tre, si sono verificati casi in cui la Corte si è pronunciata a favore di Biden. Nel 2022, per esempio, diede ragione all’attuale presidente, che voleva abrogare una politica migratoria restrittiva, risalente all’amministrazione Trump (la «Remain in Mexico Policy»): ciò fu possibile anche in virtù del fatto che Kavanaugh si schierò con i colleghi di designazione dem. Come mai in quel caso la Corte Suprema non fu accusata di essere di estrema destra?
Infine, sempre giustamente attenti a ricordare la deprecabile irruzione al Campidoglio, i dem mostrano di avere la memoria corta su altre questioni. Bisognerebbe per esempio ricordare le chiese vandalizzate nel 2022 dagli attivisti antiaborto. Andrebbe inoltre rammentato che una folla di manifestanti progressisti invase un edificio del Senato nel 2018: manifestanti aizzati dall’allora senatrice Kamala Harris, nella sua strenua opposizione alla ratifica parlamentare della nomina di Kavanaugh. Si contarono oltre 300 arresti. Che cosa c’entri tutto questo con la democrazia liberale, resta un mistero.
Se i capisaldi del liberalismo sono ostacoli da rimuovere
Parlando, nel 2017, del «fenomeno Le Pen» (padre), il grande filosofo francese Pierre Manent ha scritto: «Il tratto distintivo che l’ordine liberale e democratico aveva come fondamento era la uguale legittimità della maggioranza e dell’opposizione.
Il nuovo ordine che si sta imponendo sempre di più su tutti noi riposa sul contrasto fra opinioni legittime e illegittime. Mi sembra già chiaro che con questa trasformazione abbiamo iniziato il passaggio a un ordine che si affida al confronto fra ortodossia ed eresia politica. Se questo è vero, siamo in procinto di abbandonare la democrazia cosi come l’abbiamo conosciuta finora».
Sono parole di straordinaria attualità, non solo perché lo spauracchio è passato di padre in figlia, ma perché la contrapposizione tra dogma ed eresia è diventata la cifra delle ultime tornate chiave della politica mondiale. Non a caso Manent notava il fenomeno nell’anno successivo alle «rivoluzioni» della Brexit e di Donald Trump (2016). I custodi dell’ordine liberale tendono a rappresentarsi assediati da barbari che premono alle porte della cittadella, contando sulla quinta colonna all’interno delle mura, con le sue etichette anonimizzanti e inquietanti: i populisti, i nazionalismi, i sovranisti, gli anti sistema, gli illiberali, i tifosi delle «democrature» e, di lì a poco, i nemici della scienza, i putiniani.
Questo continuo polarizzarsi della scena è la grande trasformazione colta da Manent: la cornice liberale che nasce per garantire l’ordinato confronto delle fazioni all’interno di società prive di assoluti, il sistema di regole che promette e permette che lo stato di diritto e il mercato portino all’equilibrio, diventa lo steccato che separa l’ortodossia dalla bestemmia, l’inevitabile dall’inaudito. Ogni liturgia ha i suoi sacerdoti. Ed è uno spettacolo d’arte varia vedere come, quasi nelle stesse ore, questo clero sembri piazzare dinamite sotto le colonne del tempio. L’esercizio del voto, momento supremo della formazione democratica dei rapporti di forza, in Francia è dichiaratamente trattato come un problema non dai fan del totalitarismo ma dal vertice dell’Eliseo, che bolla un’offerta politica scelta al primo turno da un francese su tre come fuori dall’alveo della République, con contorno di manifestazioni di piazza contro l’esito del voto: non perché sospettato di brogli ma perché sgradito. Con precisa contemporaneità, i Democratici americani, da Joe Biden in giù, vanno all’assalto della Corte suprema e del suo pronunciamento a tutela dell’immunità parziale nei confronti di Donald Trump. Come documenta l’articolo qui sopra, si sono riascoltati i toni vagamente eversivi riservati ai giudici supremi in occasione di Dobbs, la sentenza che ha tolto l’aborto dal novero dei diritti costituzionalmente garantiti.
L’estremizzazione ulteriore della deriva inquadrata da Manent ci porta dentro un rovello che investe di colpo e insieme Francia, Unione europea e Stati Uniti. Gli autoproclamati custodi del sistema liberale (Macron, i vertici dell’Ue, Biden) paiono mettere in dubbio i fondamentali stessi del «sistema» per difenderlo dai suoi presunti assalitori (la Le Pen, i «nemici dell’Europa», come ripete la Von der Leyen, e ovviamente Donald Trump).
Quando i risultati non sono graditi, l’esercizio del voto diventa un problema da arginare (c’è forte simmetria tra il Nuovo fronte popolare con i suoi accordi di desistenza e l’arrocco dello schema politico per l’Ursula bis: sono operazioni formalmente fondate quanto sostanzialmente di delegittimazione arbitraria di una posizione politica ritenuta non ammissibile.
Ma chi decide dove e come porre questa linea di faglia? Una possibile risposta, sempre nella cornice liberale, è: gli organi di garanzia. Bene, Alexandria Ocasio-Cortez, la star di ultrasinistra Usa, ha chiesto l’impeachment della Corte suprema dopo la sentenza sull’immunità. Diventa un po’ difficile, di qua o di là dall’Atlantico presentarsi come protettori delle democrazie mentre se ne negano apparentemente gli stessi fondamenti. Forse ci aveva visto giusto un altro grande studioso del diritto e della politica, l’ex giudice costituzionale tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, che aveva illustrato così il paradosso filosofico che porta il suo nome: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire».
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La decisione su Donald Trump fa impazzire l’Asinello: da Joe Biden in giù, è gara a delegittimare i giudici. Ma non era un vizio di destra?In uno scenario sempre più polarizzato, i «buoni» considerano gli organismi di garanzia e persino il voto dei fastidiosi accidenti.Lo speciale contiene due articoli.I democratici continuano a ripetere che Donald Trump rappresenterebbe un pericolo per la democrazia. Sarebbe tuttavia forse il caso che iniziassero a guardare in casa loro. Sì, perché non è che l’Asinello sembri avere dei comportamenti proprio in linea con gli standard di una democrazia liberale. Per capirlo, basta dare un’occhiata alle reazioni che ha avuto rispetto alla recente sentenza della Corte Suprema, che ha riconosciuto a Trump l’immunità per alcune delle condotte contestategli da Jack Smith: il procuratore speciale che ha accusato l’ex presidente di aver cercato di ribaltare i risultati elettorali del 2020. Neanche a dirlo, i dem sono andati su tutte le furie, oltrepassando i limiti. Un conto è infatti legittimamente dissentire da una sentenza che non si condivide. Un altro conto è delegittimare l’organo che ha emesso quella stessa sentenza.«Questa decisione odierna è la continuazione dell’attacco della Corte, negli ultimi anni, a una vasta gamma di principi giuridici consolidati nella nostra nazione: dall’eliminazione del diritto di voto e dei diritti civili alla revoca del diritto di scelta delle donne, fino all’odierna decisione che mina lo stato di diritto di questa nazione», ha tuonato Joe Biden, sostenendo inoltre che Trump dovrebbe essere processato prima delle elezioni. Il leader dei dem alla Camera, Hakeem Jeffries, ha inoltre accusato la Corte di essere in mano all’«estrema destra», mentre la deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, ha invocato l’impeachment per i giudici, aggiungendo che «la Corte Suprema è stata consumata da una crisi di corruzione fuori dal suo controllo». Di «democrazia a repentaglio», ha inoltre parlato il senatore dem, Richard Blumenthal.Ora, a proposito di tutela dello stato di diritto, le parole che avete appena letto certificano una palese violazione del principio della separazione dei poteri: Biden è a capo dell’esecutivo, mentre Jeffries, Blumenthal e la Ocasio-Cortez sono esponenti del legislativo. Con le loro durissime parole, tutti costoro hanno delegittimato la Corte Suprema, che è il massimo organo del potere giudiziario negli Stati Uniti. Non è d’altronde la prima volta che questo accade. Quando a maggio 2022 Politico pubblicò la bozza di sentenza che avrebbe ribaltato Roe v Wade, sia Biden sia l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, intervennero a gamba tesa sulla questione, mettendo la Corte sotto pressione in vista della sentenza ufficiale. Addirittura, a marzo 2020, il senatore dem, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti abortisti davanti alla Corte Suprema, dichiarando che due togati nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, avrebbero «pagato un prezzo» se si fossero schierati contro l’interruzione di gravidanza.Domanda: un simile modo di agire è rispettoso dello stato di diritto? È normale che un presidente americano in carica auspichi un processo penale accelerato per il suo rivale alle prossime elezioni? Sì perché, con le sue parole, Biden ha messo sotto pressione il tribunale distrettuale che dovrà adesso decidere se alcune delle condotte contestate a Trump siano o meno tutelate da immunità. Tra l’altro, Biden oggi si scandalizza tanto perché i supremi giudici avrebbero dato troppo potere alla carica presidenziale. Eppure, due mesi fa, fu proprio lui a invocare il privilegio dell’esecutivo per evitare di consegnare ai parlamentari repubblicani i nastri dell’interrogatorio che aveva sostenuto con il procuratore speciale, Robert Hur.Certo, l’Asinello ripete che la Corte Suprema sia di parte perché ha attualmente sei giudici di nomina repubblicana e tre di designazione dem. Eppure anche qui bisogna fare un po’ di chiarezza. I supremi togati vengono nominati dal presidente degli Stati Uniti previa ratifica del Senato: questo vuol dire che ci sono state fasi in cui la maggioranza è stata di designazione dem e altre in cui è stata di nomina repubblicana. In secondo luogo, da quando c’è l’attuale composizione di sei a tre, si sono verificati casi in cui la Corte si è pronunciata a favore di Biden. Nel 2022, per esempio, diede ragione all’attuale presidente, che voleva abrogare una politica migratoria restrittiva, risalente all’amministrazione Trump (la «Remain in Mexico Policy»): ciò fu possibile anche in virtù del fatto che Kavanaugh si schierò con i colleghi di designazione dem. Come mai in quel caso la Corte Suprema non fu accusata di essere di estrema destra?Infine, sempre giustamente attenti a ricordare la deprecabile irruzione al Campidoglio, i dem mostrano di avere la memoria corta su altre questioni. Bisognerebbe per esempio ricordare le chiese vandalizzate nel 2022 dagli attivisti antiaborto. Andrebbe inoltre rammentato che una folla di manifestanti progressisti invase un edificio del Senato nel 2018: manifestanti aizzati dall’allora senatrice Kamala Harris, nella sua strenua opposizione alla ratifica parlamentare della nomina di Kavanaugh. Si contarono oltre 300 arresti. Che cosa c’entri tutto questo con la democrazia liberale, resta un mistero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenza-sgradita-crisi-nervi-dem-2668672684.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-i-capisaldi-del-liberalismo-sono-ostacoli-da-rimuovere" data-post-id="2668672684" data-published-at="1719969945" data-use-pagination="False"> Se i capisaldi del liberalismo sono ostacoli da rimuovere Parlando, nel 2017, del «fenomeno Le Pen» (padre), il grande filosofo francese Pierre Manent ha scritto: «Il tratto distintivo che l’ordine liberale e democratico aveva come fondamento era la uguale legittimità della maggioranza e dell’opposizione.Il nuovo ordine che si sta imponendo sempre di più su tutti noi riposa sul contrasto fra opinioni legittime e illegittime. Mi sembra già chiaro che con questa trasformazione abbiamo iniziato il passaggio a un ordine che si affida al confronto fra ortodossia ed eresia politica. Se questo è vero, siamo in procinto di abbandonare la democrazia cosi come l’abbiamo conosciuta finora». Sono parole di straordinaria attualità, non solo perché lo spauracchio è passato di padre in figlia, ma perché la contrapposizione tra dogma ed eresia è diventata la cifra delle ultime tornate chiave della politica mondiale. Non a caso Manent notava il fenomeno nell’anno successivo alle «rivoluzioni» della Brexit e di Donald Trump (2016). I custodi dell’ordine liberale tendono a rappresentarsi assediati da barbari che premono alle porte della cittadella, contando sulla quinta colonna all’interno delle mura, con le sue etichette anonimizzanti e inquietanti: i populisti, i nazionalismi, i sovranisti, gli anti sistema, gli illiberali, i tifosi delle «democrature» e, di lì a poco, i nemici della scienza, i putiniani. Questo continuo polarizzarsi della scena è la grande trasformazione colta da Manent: la cornice liberale che nasce per garantire l’ordinato confronto delle fazioni all’interno di società prive di assoluti, il sistema di regole che promette e permette che lo stato di diritto e il mercato portino all’equilibrio, diventa lo steccato che separa l’ortodossia dalla bestemmia, l’inevitabile dall’inaudito. Ogni liturgia ha i suoi sacerdoti. Ed è uno spettacolo d’arte varia vedere come, quasi nelle stesse ore, questo clero sembri piazzare dinamite sotto le colonne del tempio. L’esercizio del voto, momento supremo della formazione democratica dei rapporti di forza, in Francia è dichiaratamente trattato come un problema non dai fan del totalitarismo ma dal vertice dell’Eliseo, che bolla un’offerta politica scelta al primo turno da un francese su tre come fuori dall’alveo della République, con contorno di manifestazioni di piazza contro l’esito del voto: non perché sospettato di brogli ma perché sgradito. Con precisa contemporaneità, i Democratici americani, da Joe Biden in giù, vanno all’assalto della Corte suprema e del suo pronunciamento a tutela dell’immunità parziale nei confronti di Donald Trump. Come documenta l’articolo qui sopra, si sono riascoltati i toni vagamente eversivi riservati ai giudici supremi in occasione di Dobbs, la sentenza che ha tolto l’aborto dal novero dei diritti costituzionalmente garantiti. L’estremizzazione ulteriore della deriva inquadrata da Manent ci porta dentro un rovello che investe di colpo e insieme Francia, Unione europea e Stati Uniti. Gli autoproclamati custodi del sistema liberale (Macron, i vertici dell’Ue, Biden) paiono mettere in dubbio i fondamentali stessi del «sistema» per difenderlo dai suoi presunti assalitori (la Le Pen, i «nemici dell’Europa», come ripete la Von der Leyen, e ovviamente Donald Trump). Quando i risultati non sono graditi, l’esercizio del voto diventa un problema da arginare (c’è forte simmetria tra il Nuovo fronte popolare con i suoi accordi di desistenza e l’arrocco dello schema politico per l’Ursula bis: sono operazioni formalmente fondate quanto sostanzialmente di delegittimazione arbitraria di una posizione politica ritenuta non ammissibile. Ma chi decide dove e come porre questa linea di faglia? Una possibile risposta, sempre nella cornice liberale, è: gli organi di garanzia. Bene, Alexandria Ocasio-Cortez, la star di ultrasinistra Usa, ha chiesto l’impeachment della Corte suprema dopo la sentenza sull’immunità. Diventa un po’ difficile, di qua o di là dall’Atlantico presentarsi come protettori delle democrazie mentre se ne negano apparentemente gli stessi fondamenti. Forse ci aveva visto giusto un altro grande studioso del diritto e della politica, l’ex giudice costituzionale tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, che aveva illustrato così il paradosso filosofico che porta il suo nome: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire».
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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