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2024-07-03
Sentenza sgradita e crisi di nervi dem. La Corte Suprema adesso è un nemico
Alexandria Ocasio-Cortez (Getty Images)
I democratici continuano a ripetere che Donald Trump rappresenterebbe un pericolo per la democrazia. Sarebbe tuttavia forse il caso che iniziassero a guardare in casa loro. Sì, perché non è che l’Asinello sembri avere dei comportamenti proprio in linea con gli standard di una democrazia liberale. Per capirlo, basta dare un’occhiata alle reazioni che ha avuto rispetto alla recente sentenza della Corte Suprema, che ha riconosciuto a Trump l’immunità per alcune delle condotte contestategli da Jack Smith: il procuratore speciale che ha accusato l’ex presidente di aver cercato di ribaltare i risultati elettorali del 2020. Neanche a dirlo, i dem sono andati su tutte le furie, oltrepassando i limiti. Un conto è infatti legittimamente dissentire da una sentenza che non si condivide. Un altro conto è delegittimare l’organo che ha emesso quella stessa sentenza.
«Questa decisione odierna è la continuazione dell’attacco della Corte, negli ultimi anni, a una vasta gamma di principi giuridici consolidati nella nostra nazione: dall’eliminazione del diritto di voto e dei diritti civili alla revoca del diritto di scelta delle donne, fino all’odierna decisione che mina lo stato di diritto di questa nazione», ha tuonato Joe Biden, sostenendo inoltre che Trump dovrebbe essere processato prima delle elezioni. Il leader dei dem alla Camera, Hakeem Jeffries, ha inoltre accusato la Corte di essere in mano all’«estrema destra», mentre la deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, ha invocato l’impeachment per i giudici, aggiungendo che «la Corte Suprema è stata consumata da una crisi di corruzione fuori dal suo controllo». Di «democrazia a repentaglio», ha inoltre parlato il senatore dem, Richard Blumenthal.
Ora, a proposito di tutela dello stato di diritto, le parole che avete appena letto certificano una palese violazione del principio della separazione dei poteri: Biden è a capo dell’esecutivo, mentre Jeffries, Blumenthal e la Ocasio-Cortez sono esponenti del legislativo. Con le loro durissime parole, tutti costoro hanno delegittimato la Corte Suprema, che è il massimo organo del potere giudiziario negli Stati Uniti. Non è d’altronde la prima volta che questo accade. Quando a maggio 2022 Politico pubblicò la bozza di sentenza che avrebbe ribaltato Roe v Wade, sia Biden sia l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, intervennero a gamba tesa sulla questione, mettendo la Corte sotto pressione in vista della sentenza ufficiale. Addirittura, a marzo 2020, il senatore dem, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti abortisti davanti alla Corte Suprema, dichiarando che due togati nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, avrebbero «pagato un prezzo» se si fossero schierati contro l’interruzione di gravidanza.
Domanda: un simile modo di agire è rispettoso dello stato di diritto? È normale che un presidente americano in carica auspichi un processo penale accelerato per il suo rivale alle prossime elezioni? Sì perché, con le sue parole, Biden ha messo sotto pressione il tribunale distrettuale che dovrà adesso decidere se alcune delle condotte contestate a Trump siano o meno tutelate da immunità. Tra l’altro, Biden oggi si scandalizza tanto perché i supremi giudici avrebbero dato troppo potere alla carica presidenziale. Eppure, due mesi fa, fu proprio lui a invocare il privilegio dell’esecutivo per evitare di consegnare ai parlamentari repubblicani i nastri dell’interrogatorio che aveva sostenuto con il procuratore speciale, Robert Hur.
Certo, l’Asinello ripete che la Corte Suprema sia di parte perché ha attualmente sei giudici di nomina repubblicana e tre di designazione dem. Eppure anche qui bisogna fare un po’ di chiarezza. I supremi togati vengono nominati dal presidente degli Stati Uniti previa ratifica del Senato: questo vuol dire che ci sono state fasi in cui la maggioranza è stata di designazione dem e altre in cui è stata di nomina repubblicana. In secondo luogo, da quando c’è l’attuale composizione di sei a tre, si sono verificati casi in cui la Corte si è pronunciata a favore di Biden. Nel 2022, per esempio, diede ragione all’attuale presidente, che voleva abrogare una politica migratoria restrittiva, risalente all’amministrazione Trump (la «Remain in Mexico Policy»): ciò fu possibile anche in virtù del fatto che Kavanaugh si schierò con i colleghi di designazione dem. Come mai in quel caso la Corte Suprema non fu accusata di essere di estrema destra?
Infine, sempre giustamente attenti a ricordare la deprecabile irruzione al Campidoglio, i dem mostrano di avere la memoria corta su altre questioni. Bisognerebbe per esempio ricordare le chiese vandalizzate nel 2022 dagli attivisti antiaborto. Andrebbe inoltre rammentato che una folla di manifestanti progressisti invase un edificio del Senato nel 2018: manifestanti aizzati dall’allora senatrice Kamala Harris, nella sua strenua opposizione alla ratifica parlamentare della nomina di Kavanaugh. Si contarono oltre 300 arresti. Che cosa c’entri tutto questo con la democrazia liberale, resta un mistero.
Se i capisaldi del liberalismo sono ostacoli da rimuovere
Parlando, nel 2017, del «fenomeno Le Pen» (padre), il grande filosofo francese Pierre Manent ha scritto: «Il tratto distintivo che l’ordine liberale e democratico aveva come fondamento era la uguale legittimità della maggioranza e dell’opposizione.
Il nuovo ordine che si sta imponendo sempre di più su tutti noi riposa sul contrasto fra opinioni legittime e illegittime. Mi sembra già chiaro che con questa trasformazione abbiamo iniziato il passaggio a un ordine che si affida al confronto fra ortodossia ed eresia politica. Se questo è vero, siamo in procinto di abbandonare la democrazia cosi come l’abbiamo conosciuta finora».
Sono parole di straordinaria attualità, non solo perché lo spauracchio è passato di padre in figlia, ma perché la contrapposizione tra dogma ed eresia è diventata la cifra delle ultime tornate chiave della politica mondiale. Non a caso Manent notava il fenomeno nell’anno successivo alle «rivoluzioni» della Brexit e di Donald Trump (2016). I custodi dell’ordine liberale tendono a rappresentarsi assediati da barbari che premono alle porte della cittadella, contando sulla quinta colonna all’interno delle mura, con le sue etichette anonimizzanti e inquietanti: i populisti, i nazionalismi, i sovranisti, gli anti sistema, gli illiberali, i tifosi delle «democrature» e, di lì a poco, i nemici della scienza, i putiniani.
Questo continuo polarizzarsi della scena è la grande trasformazione colta da Manent: la cornice liberale che nasce per garantire l’ordinato confronto delle fazioni all’interno di società prive di assoluti, il sistema di regole che promette e permette che lo stato di diritto e il mercato portino all’equilibrio, diventa lo steccato che separa l’ortodossia dalla bestemmia, l’inevitabile dall’inaudito. Ogni liturgia ha i suoi sacerdoti. Ed è uno spettacolo d’arte varia vedere come, quasi nelle stesse ore, questo clero sembri piazzare dinamite sotto le colonne del tempio. L’esercizio del voto, momento supremo della formazione democratica dei rapporti di forza, in Francia è dichiaratamente trattato come un problema non dai fan del totalitarismo ma dal vertice dell’Eliseo, che bolla un’offerta politica scelta al primo turno da un francese su tre come fuori dall’alveo della République, con contorno di manifestazioni di piazza contro l’esito del voto: non perché sospettato di brogli ma perché sgradito. Con precisa contemporaneità, i Democratici americani, da Joe Biden in giù, vanno all’assalto della Corte suprema e del suo pronunciamento a tutela dell’immunità parziale nei confronti di Donald Trump. Come documenta l’articolo qui sopra, si sono riascoltati i toni vagamente eversivi riservati ai giudici supremi in occasione di Dobbs, la sentenza che ha tolto l’aborto dal novero dei diritti costituzionalmente garantiti.
L’estremizzazione ulteriore della deriva inquadrata da Manent ci porta dentro un rovello che investe di colpo e insieme Francia, Unione europea e Stati Uniti. Gli autoproclamati custodi del sistema liberale (Macron, i vertici dell’Ue, Biden) paiono mettere in dubbio i fondamentali stessi del «sistema» per difenderlo dai suoi presunti assalitori (la Le Pen, i «nemici dell’Europa», come ripete la Von der Leyen, e ovviamente Donald Trump).
Quando i risultati non sono graditi, l’esercizio del voto diventa un problema da arginare (c’è forte simmetria tra il Nuovo fronte popolare con i suoi accordi di desistenza e l’arrocco dello schema politico per l’Ursula bis: sono operazioni formalmente fondate quanto sostanzialmente di delegittimazione arbitraria di una posizione politica ritenuta non ammissibile.
Ma chi decide dove e come porre questa linea di faglia? Una possibile risposta, sempre nella cornice liberale, è: gli organi di garanzia. Bene, Alexandria Ocasio-Cortez, la star di ultrasinistra Usa, ha chiesto l’impeachment della Corte suprema dopo la sentenza sull’immunità. Diventa un po’ difficile, di qua o di là dall’Atlantico presentarsi come protettori delle democrazie mentre se ne negano apparentemente gli stessi fondamenti. Forse ci aveva visto giusto un altro grande studioso del diritto e della politica, l’ex giudice costituzionale tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, che aveva illustrato così il paradosso filosofico che porta il suo nome: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire».
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La decisione su Donald Trump fa impazzire l’Asinello: da Joe Biden in giù, è gara a delegittimare i giudici. Ma non era un vizio di destra?In uno scenario sempre più polarizzato, i «buoni» considerano gli organismi di garanzia e persino il voto dei fastidiosi accidenti.Lo speciale contiene due articoli.I democratici continuano a ripetere che Donald Trump rappresenterebbe un pericolo per la democrazia. Sarebbe tuttavia forse il caso che iniziassero a guardare in casa loro. Sì, perché non è che l’Asinello sembri avere dei comportamenti proprio in linea con gli standard di una democrazia liberale. Per capirlo, basta dare un’occhiata alle reazioni che ha avuto rispetto alla recente sentenza della Corte Suprema, che ha riconosciuto a Trump l’immunità per alcune delle condotte contestategli da Jack Smith: il procuratore speciale che ha accusato l’ex presidente di aver cercato di ribaltare i risultati elettorali del 2020. Neanche a dirlo, i dem sono andati su tutte le furie, oltrepassando i limiti. Un conto è infatti legittimamente dissentire da una sentenza che non si condivide. Un altro conto è delegittimare l’organo che ha emesso quella stessa sentenza.«Questa decisione odierna è la continuazione dell’attacco della Corte, negli ultimi anni, a una vasta gamma di principi giuridici consolidati nella nostra nazione: dall’eliminazione del diritto di voto e dei diritti civili alla revoca del diritto di scelta delle donne, fino all’odierna decisione che mina lo stato di diritto di questa nazione», ha tuonato Joe Biden, sostenendo inoltre che Trump dovrebbe essere processato prima delle elezioni. Il leader dei dem alla Camera, Hakeem Jeffries, ha inoltre accusato la Corte di essere in mano all’«estrema destra», mentre la deputata, Alexandria Ocasio-Cortez, ha invocato l’impeachment per i giudici, aggiungendo che «la Corte Suprema è stata consumata da una crisi di corruzione fuori dal suo controllo». Di «democrazia a repentaglio», ha inoltre parlato il senatore dem, Richard Blumenthal.Ora, a proposito di tutela dello stato di diritto, le parole che avete appena letto certificano una palese violazione del principio della separazione dei poteri: Biden è a capo dell’esecutivo, mentre Jeffries, Blumenthal e la Ocasio-Cortez sono esponenti del legislativo. Con le loro durissime parole, tutti costoro hanno delegittimato la Corte Suprema, che è il massimo organo del potere giudiziario negli Stati Uniti. Non è d’altronde la prima volta che questo accade. Quando a maggio 2022 Politico pubblicò la bozza di sentenza che avrebbe ribaltato Roe v Wade, sia Biden sia l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, intervennero a gamba tesa sulla questione, mettendo la Corte sotto pressione in vista della sentenza ufficiale. Addirittura, a marzo 2020, il senatore dem, Chuck Schumer, arringò una folla di manifestanti abortisti davanti alla Corte Suprema, dichiarando che due togati nominati da Trump, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, avrebbero «pagato un prezzo» se si fossero schierati contro l’interruzione di gravidanza.Domanda: un simile modo di agire è rispettoso dello stato di diritto? È normale che un presidente americano in carica auspichi un processo penale accelerato per il suo rivale alle prossime elezioni? Sì perché, con le sue parole, Biden ha messo sotto pressione il tribunale distrettuale che dovrà adesso decidere se alcune delle condotte contestate a Trump siano o meno tutelate da immunità. Tra l’altro, Biden oggi si scandalizza tanto perché i supremi giudici avrebbero dato troppo potere alla carica presidenziale. Eppure, due mesi fa, fu proprio lui a invocare il privilegio dell’esecutivo per evitare di consegnare ai parlamentari repubblicani i nastri dell’interrogatorio che aveva sostenuto con il procuratore speciale, Robert Hur.Certo, l’Asinello ripete che la Corte Suprema sia di parte perché ha attualmente sei giudici di nomina repubblicana e tre di designazione dem. Eppure anche qui bisogna fare un po’ di chiarezza. I supremi togati vengono nominati dal presidente degli Stati Uniti previa ratifica del Senato: questo vuol dire che ci sono state fasi in cui la maggioranza è stata di designazione dem e altre in cui è stata di nomina repubblicana. In secondo luogo, da quando c’è l’attuale composizione di sei a tre, si sono verificati casi in cui la Corte si è pronunciata a favore di Biden. Nel 2022, per esempio, diede ragione all’attuale presidente, che voleva abrogare una politica migratoria restrittiva, risalente all’amministrazione Trump (la «Remain in Mexico Policy»): ciò fu possibile anche in virtù del fatto che Kavanaugh si schierò con i colleghi di designazione dem. Come mai in quel caso la Corte Suprema non fu accusata di essere di estrema destra?Infine, sempre giustamente attenti a ricordare la deprecabile irruzione al Campidoglio, i dem mostrano di avere la memoria corta su altre questioni. Bisognerebbe per esempio ricordare le chiese vandalizzate nel 2022 dagli attivisti antiaborto. Andrebbe inoltre rammentato che una folla di manifestanti progressisti invase un edificio del Senato nel 2018: manifestanti aizzati dall’allora senatrice Kamala Harris, nella sua strenua opposizione alla ratifica parlamentare della nomina di Kavanaugh. Si contarono oltre 300 arresti. Che cosa c’entri tutto questo con la democrazia liberale, resta un mistero.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sentenza-sgradita-crisi-nervi-dem-2668672684.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-i-capisaldi-del-liberalismo-sono-ostacoli-da-rimuovere" data-post-id="2668672684" data-published-at="1719969945" data-use-pagination="False"> Se i capisaldi del liberalismo sono ostacoli da rimuovere Parlando, nel 2017, del «fenomeno Le Pen» (padre), il grande filosofo francese Pierre Manent ha scritto: «Il tratto distintivo che l’ordine liberale e democratico aveva come fondamento era la uguale legittimità della maggioranza e dell’opposizione.Il nuovo ordine che si sta imponendo sempre di più su tutti noi riposa sul contrasto fra opinioni legittime e illegittime. Mi sembra già chiaro che con questa trasformazione abbiamo iniziato il passaggio a un ordine che si affida al confronto fra ortodossia ed eresia politica. Se questo è vero, siamo in procinto di abbandonare la democrazia cosi come l’abbiamo conosciuta finora». Sono parole di straordinaria attualità, non solo perché lo spauracchio è passato di padre in figlia, ma perché la contrapposizione tra dogma ed eresia è diventata la cifra delle ultime tornate chiave della politica mondiale. Non a caso Manent notava il fenomeno nell’anno successivo alle «rivoluzioni» della Brexit e di Donald Trump (2016). I custodi dell’ordine liberale tendono a rappresentarsi assediati da barbari che premono alle porte della cittadella, contando sulla quinta colonna all’interno delle mura, con le sue etichette anonimizzanti e inquietanti: i populisti, i nazionalismi, i sovranisti, gli anti sistema, gli illiberali, i tifosi delle «democrature» e, di lì a poco, i nemici della scienza, i putiniani. Questo continuo polarizzarsi della scena è la grande trasformazione colta da Manent: la cornice liberale che nasce per garantire l’ordinato confronto delle fazioni all’interno di società prive di assoluti, il sistema di regole che promette e permette che lo stato di diritto e il mercato portino all’equilibrio, diventa lo steccato che separa l’ortodossia dalla bestemmia, l’inevitabile dall’inaudito. Ogni liturgia ha i suoi sacerdoti. Ed è uno spettacolo d’arte varia vedere come, quasi nelle stesse ore, questo clero sembri piazzare dinamite sotto le colonne del tempio. L’esercizio del voto, momento supremo della formazione democratica dei rapporti di forza, in Francia è dichiaratamente trattato come un problema non dai fan del totalitarismo ma dal vertice dell’Eliseo, che bolla un’offerta politica scelta al primo turno da un francese su tre come fuori dall’alveo della République, con contorno di manifestazioni di piazza contro l’esito del voto: non perché sospettato di brogli ma perché sgradito. Con precisa contemporaneità, i Democratici americani, da Joe Biden in giù, vanno all’assalto della Corte suprema e del suo pronunciamento a tutela dell’immunità parziale nei confronti di Donald Trump. Come documenta l’articolo qui sopra, si sono riascoltati i toni vagamente eversivi riservati ai giudici supremi in occasione di Dobbs, la sentenza che ha tolto l’aborto dal novero dei diritti costituzionalmente garantiti. L’estremizzazione ulteriore della deriva inquadrata da Manent ci porta dentro un rovello che investe di colpo e insieme Francia, Unione europea e Stati Uniti. Gli autoproclamati custodi del sistema liberale (Macron, i vertici dell’Ue, Biden) paiono mettere in dubbio i fondamentali stessi del «sistema» per difenderlo dai suoi presunti assalitori (la Le Pen, i «nemici dell’Europa», come ripete la Von der Leyen, e ovviamente Donald Trump). Quando i risultati non sono graditi, l’esercizio del voto diventa un problema da arginare (c’è forte simmetria tra il Nuovo fronte popolare con i suoi accordi di desistenza e l’arrocco dello schema politico per l’Ursula bis: sono operazioni formalmente fondate quanto sostanzialmente di delegittimazione arbitraria di una posizione politica ritenuta non ammissibile. Ma chi decide dove e come porre questa linea di faglia? Una possibile risposta, sempre nella cornice liberale, è: gli organi di garanzia. Bene, Alexandria Ocasio-Cortez, la star di ultrasinistra Usa, ha chiesto l’impeachment della Corte suprema dopo la sentenza sull’immunità. Diventa un po’ difficile, di qua o di là dall’Atlantico presentarsi come protettori delle democrazie mentre se ne negano apparentemente gli stessi fondamenti. Forse ci aveva visto giusto un altro grande studioso del diritto e della politica, l’ex giudice costituzionale tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde, che aveva illustrato così il paradosso filosofico che porta il suo nome: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire».
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Esempio. L’interista grida al compagno opposto di tifo: «Sporco milanista!», accusandolo di essere negativo in quanto milanista e l’essere milanista è talmente negativo da necessitare di un rafforzativo negativo, che può essere «brutto», «disgraziato», «infame», «vigliacco» e così via, fino a «sporco». La sporcizia emblematizza la negatività tanto quanto la bruttezza estetica, le tribolazioni esistenziali, l’attitudine a fare la spia, la viltà e quindi, agli occhi dell’interista, essere milanista è una colpa tanto grave da poter essere rafforzata da un ulteriore stigma accusatorio. Anche la spiegazione della combinazione «sporco» più «caratteristica odiata» non univoca, ma doppia, regge. Il doppio insulto, scollegato rispetto al precedente, «Sei sporco e milanista», comunque si basa sull’attribuzione di un giudizio morale negativo all’essere sporco e, anche se solo simbolica, di un valore negativo ovvero un disvalore al portatore di sporcizia. Insomma, è più che assodato: se volete offendere qualcuno dategli dello sporco, simbolico o reale. Essere tacciati di pulizia, invece, vuol dire essere puri: «Your clothes are clean and your mind is productive» cantava Paul Weller con gli Style Council in quella che è - faremo una confessione pulita - una delle canzoni d’amore preferite di chi scrive, Speak like a child. Ancora, «Hai il cuore pulito come appena nevicato» cantava Eugenio Finardi nella canzone Patrizia. I proverbi traboccano di trionfi della pulizia: «Chi è pulito è bello», non sempre è vero, è pieno il mondo di racchioni puliti, tuttavia si può pensare che anche se non sono belli da guardare sono, almeno, puliti. Un altro: «La pulizia costa poco e molto vale»: verissimo. Un altro ancora: «Non importa che l’abito sia fino, purché sia pulito». Qui concordiamo: un brutto vestito pulito è certamente migliore di uno bello ma sporco.
Ci sono però dei casi in cui il polo positivo rappresentato dal pulito porta con sé qualcosa di negativo. Accade quando l’esercizio della pulizia non è virtuoso come sarebbe se fosse equilibrato, ma è un’attività ansiosa e ossessiva determinata dalla nevrosi di cui si è lievemente o del tutto ammalati. Dopo che la tv inglese ha dedicato loro un programma tv che in lingua originale si intitolava Obsessive Compulsive Cleaners e che in Italia è stato tradotto come Malati di pulito, li conosciamo popolarmente con questa denominazione. Da un punto di vista psichiatrico, il termine tecnico non è però «malati di pulito», che fa il verso ad altre frasi costruite sulla specificazione dell’oggetto della mania come, per esempio, «morti di fama» per intendere, un po’ simpaticamente, quelli che per arrivare al successo venderebbero anche la madre. I rupofobici soffrono molto, da un certo punto di vista, e no, non sono persone bizzarre che come una ha la passione degli scacchi, be‘ quelli ce l’hanno dei mocio lavapavimenti. No. Quelli sono semplici appassionati pulitori. I veri e propri rupofobici sono sofferenti portatori di una sorta di condanna, di una coazione a ripetere una prassi «igienizzante» che non basta mai e che il giorno dopo ricomincerà di nuovo. Sono i Sisifo del disinfettante: ogni giorno maneggiano la pezzetta imbibita di detergente per pulire con tutte le loro forze per poi... ricominciare uguale il giorno dopo. E quello dopo ancora e così via, sempre uguale, per l’eternità. A meno che un trattamento psicoterapeutico non interrompa il ciclo. Ciò che li guida, infatti, a pulire come instancabili ossessionati non è l’effettiva ed oggettiva condizione igienica di, per esempio, la casa. Il rupofobico non pulisce i pavimenti una volta a settimana, è capace di pulirli una volta ogni ora. O del proprio corpo. Il rupofobico non si lava le mani dopo essere andato in bagno, se le lava anche più volte di continuo, continuamente, per tranquillizzarsi, non perché le abbia davvero sporche. La parola rupofobia deriva dall’unione della parola greca rùpos che vuol dire sporcizia, sudiciume e fobia da phobos che significa paura. Attualmente la rupofobia è considerata da alcuni un disturbo d’ansia, da altri un disturbo ossessivo compulsivo. Va detto che alcuni considerano tutti i disturbi ossessivo compulsivi forme d’ansia e altri no, li considerano questioni psicopatologiche diverse. I gradi di afflizione di questa fobia possono essere diversi e andare da una leggera ansia all’idea di toccare qualcosa di sporco al disagio che porta a pensare continuamente allo sporco e a come evitarlo. Nel caso della «semplice» ansia, non si pensa continuamente allo sporco e l’ansia sopraggiunge solo se ci si trova in una situazione non percepita come igienica. Oppure, nella vita quotidiana che naturalmente contempla anche un rapporto continuo con la pulizia propria, della propria casa e, in generale, dei luoghi frequentati fuori casa, si opta sempre per azioni di controllo dell’eventuale sporco: si va dal lavarsi ben bene e con compiacimento le mani quando necessario all’evitare con compiacimento che tranquillizza ed evita l’ansia di bere il caffè nelle tazzine del bar chiedendolo in bicchiere usa e getta, dallo sgridare la persona che prende la frutta e la verdura al supermercato senza guanti come se stesse facendo chissà che di chissà quanto grave all’evitare di toccare cani o gatti considerandoli fonti di sporcizia, dall’iniziare a pulire appena arrivati a casa dal lavoro con una dedizione e un vigore eccessivi al non sopportare l’idea di accumulare i piatti durante una cena con ospiti e dunque all’andare a lavarli, abbandonando la tavola, dopo ogni portata, dal costringere tutti gli abitanti della casa, per primi sé stessi, a lasciare le scarpe fuori per «igiene» all’evitare di andare al ristorante perché nessuno lì impone ai clienti di togliersele e quel pavimento è una miniera a cielo aperto di sozzume. Si parla, insomma, sempre di eccessiva attenzione a non «sporcarsi», a non sporcare, a non trovarsi in mezzo allo sporco, a non far vivere a lungo lo sporco se crearlo è inevitabile, ma comunque non siamo ancora nel campo dell’ossessione, quanto piuttosto in quello del controllo, non simpatico nemmeno questo, ma comunque un filo meno disagevole, per sé e per gli altri, del disturbo ossessivo compulsivo. L’idea di controllare lo sporco che ci può essere addosso e intorno a noi, respingendolo con vigore e compiacimento ci identifica e tranquillizza il rupofobico ansioso.
Nel caso del disturbo ossessivo compulsivo, invece, la paura irrazionale dello sporco diventa un’ossessione. Il rupofobico ossessivo è un ossessivo-compulsivo la cui ossessione è la sporcizia e la cui compulsione è pulire e pulire e pulire per allontanare l’ossessione. Il disturbo ossessivo-compulsivo è un disturbo psicopatologico cronico e invalidante che si configura come una incontrollata manifestazione nella mente di chi ne soffre di ossessioni e conseguenti compulsioni percepite da chi soffre di Doc, questo l’acronimo, come unica possibilità risolutiva (ovviamente così non è, anzi è più o meno il contrario). Le ossessioni sono pensieri e impulsi involontari, che procurano disagio a chi le vive nella sua mente. Le compulsioni, complementari alle ossessioni, non sono pensieri ma azioni percepite come idonee a evitare che si presenti o almeno a diminuire o eliminare l’angoscia derivante dalle ossessioni. In tutti i casi, comunque, sia che si manifesti con ansia, sia che si palesi come un disturbo ossessivo compulsivo, la rupofobia è una paura irrazionale e patologica dello sporco. Il rupofobico può avere attacchi di ansia e attacchi di panico anche solo pensando allo sporco e si calma pulendo. Il rupofobico può evitare i luoghi molto frequentati, dal bar alla spiaggia passando per i mezzi pubblici, perché disgustato dall’idea di stanziare in luoghi non puliti come vorrebbe lui. Può creare rituali di pulizia e di difesa dallo sporco, non solo in casa, lavando continuamente sé stesso e gli ambienti domestici, ma può esportarli anche fuori di casa. Si pensi a chi, dopo il Covid, andava in giro con guanti e masherine, anche doppi, anche guidando in auto da solo. Un equilibrato rifiuto dello sporco è corretto, un’esagerazione cela un problema.
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Thea Louise Stjernesund e Sara Hector omaggiano Federica Brignone dopo la prova dello slalom gigante femminile (Getty Images)
Si sono concluse ieri, con la maestosa cerimonia dell'Arena di Verona, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un successo per l'Italia sotto tutti i punti di vista: non solo sportivo, con il quarto posto nel medagliere e ogni record precedente spazzato via, ma anche logistico, organizzativo, economico e se vogliamo anche politico. Ma è stata soprattutto l'Olimpiade degli atleti, delle imprese, delle gioie e, talvolta, dei dolori. Dei gesti di fairplay e delle storie dietro ogni medaglia. Momenti indimenticabili che rimangono nella storia.
Tra i fotogrammi più belli lasciati in eredità da Milano-Cortina 2026, impossibile non cominciare da Federica Brignone. La Tigre di La Salle si è presentata a questi Giochi con mille incognite, dubbi e preoccupazioni legate alle sue condizioni fisiche, dopo il grave infortunio subito il 3 aprile 2025 - a meno di un anno dall'appuntamento a cinque cerchi - durante una gara di gigante ai campionati italiani Assoluti all'Alpe Lusia nelle Dolomiti. Quel giorno la diagnosi fu tremenda: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone della gamba sinistra con rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro. Le lacrime, l'operazione, la riabilitazione, un secondo intervento e il tempo che scorreva inesorabilmente come un countdown verso l'inizio dell'Olimpiade casalinga, quella che ogni atleta sogna di vivere da protagonista, a maggior ragione se coltiva legittime ambizioni di medaglia per pedigree e talento. Quel talento unito alla tenacia e alla fiducia in se stessa, ma anche alla pazienza e a un'incredibile forza mentale, che hanno permesso a Federica Brignone non solo di presentarsi ai blocchi di partenza di Milano-Cortina, ma anche di farlo da assoluta regina delle nevi, con i due magnifici ori conquistati nello slalom gigante e nel supergigante di quella domenica 15 febbraio che entra di diritto nella storia dello sport azzurro.
Un po' come era successo nel 2021, quando il 1° agosto, anche quel giorno era domenica, ai Giochi di Tokyo arrivarono nel giro di 16 minuti le due incredibili medaglie d'oro vinte da Gianmarco Tamberi nel salto in alto e da Marcell Jacobs nei 100 metri. Otto giorni fa, invece, a Milano-Cortina è andata esattamente così: alle 14.28 Federica Brignone conquista il secondo oro della sua Olimpiade. Alle 14:59 la coppia dello snowboard cross formata da Michela Moioli e Lorenzo Sommariva vince l'argento. Alle 15:15 una leggendaria Lisa Vittozzi sale sul gradino più alto del podio nell'inseguimento del biathlon. 47 minuti di pura adrenalina e goduria sportiva per i nostri colori.
A proposito del biathlon, dalla disciplina che riunisce lo sci di fondo con il tiro a segno con la carabina, è arrivato uno dei momenti più belli e apprezzati, caratterizzato da un enorme gesto di fairplay. Durante una prova che vedeva impegnata proprio Lisa Vittozzi, l'avversaria francese Julia Simon ha perso un bastoncino e dargliene uno di scorta è stato proprio il coach azzurro a bordo pista. E che dire dell'arrivo fianco a fianco, tra gli applausi, ad Anterselva di due colossi biathlon come l'italiana Dorothea Wierer e la tedesca Franziska Preuss, giunte all'ultima danza sulla neve. Sempre nell'inseguimento del biathlon, ma al maschile, toccante ed emozionate è stato il momento in cui il francese Emilien Jacquelin, dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto e aver conquistato la medaglia di bronzo, ha dedicato il successo a Marco Pantani indicando l'orecchino che gli era stato regalato dalla mamma del Pirata e la bandana che porta in segno di omaggio al ciclista scomparso nel 2004. Nella mass start, invece, scena pazzesca quella che ci hanno regalato l'italiano Nicola Romanin, il francese Fabien Claude e l'americano Campbell Wright. Questi ultimi due, fuori dalla zona medaglia e nelle ultime posizioni, si fermano a pochi metri dal traguardo per aspettare l'azzurro. I tre si allineano, confabulano un paio di secondi e danno vita a uno sprint con una volata sul rettilineo finale per evitare l'ultima posizione.
Fabien Claude del Team Francia, Nicola Romanin del Team Italia e Campbell Wright del Team Stati Uniti in cammino verso il traguardo ad Anterselva (Getty Images)
Tra le emozioni intense vissute a Milano-Cortina c'è senz'altro quella vissuta da Federico Tomasoni che dopo l'argento conquistata a Livigno nello ski cross ha mostrato il sole disegnato sul suo casco e dedicato la medaglia a Matilde Lorenzi, la sua fidanzata scomparsa il 28 ottobre 2024 dopo una terribile caduta sugli sci.
Storie di sport che si intrecciano a momenti di vita che ognuno di noi può sentire più o meno vicino e farci vivere l'evento oltre la pura competizione sportiva. Come per esempio il primo oro nella storia dei Giochi invernali per il Brasile conquistato da Lucas Braathen e l'emozione dello sciatore appena finita la gara nella telefonata in vivavoce con una leggenda mondiale di questo sport come Alberto Tomba che si congratula e lui che si commuove. Nello sport, il momento che separa un'atleta da un trionfo a una sconfitta può essere invisibile, incalcolabile, ed è quel preciso istante in cui si realizza di non avercela fatta. È quanto è accaduto ad Atle Lei MCGrath. Lo sciatore norvegese, nella prima manche dello slalom maschile, si trovava a condurre in testa davanti a tutti. Aveva la medaglia d'oro praticamente in pugno. Poi sul più bello si è trovato a fare i conti con un errore che gli è costato quattro anni di duro lavoro e sacrifici: l'inforcata, l'uscita fuori pista e il sogno che svanisce mentre tutto il mondo ti osserva e una reazione tanto impulsiva quanto significativa: l'urlo, il lancio al cielo dei bastoncini, i parastinchi slacciati e la camminata solitaria veso il bosco per trovare un rifugio lontano dalle telecamere e fare i conti con se stesso. «Volevo prendermi un po' di tempo per me» - ha raccontato dopo la gara - «Non conosco nessun altro sport in cui ci sia una distanza così breve tra la cosa più bella che puoi realizzare e la cosa peggiore che puoi vivere». Lo stesso ha vissuto il fenomeno mondiale del pattinaggio artistico, Ilia Malinin. L'americano di origini uzbeke, si era presentato come favorito assoluto ma nella finale olimpica non ha performato come avrebbe potuto e voluto e ha chiuso con un deludente e inaspettato ottavo posto. Un flop che lo straordinario pubblico del Forum di Assago ha saputo mitigare con una calorosa standing ovation durante l'esibizione al Galà del 21 febbraio e a cui il fenomeno del salto quadruplo ha risposto con le lacrime. Emozionante anche la vittoria di Elana Meyers-Taylor che alla quinta partecipazione ai Giochi e all'età di 41 anni ha vinto la medaglia d'oro nel mono-bob e ha festeggiato abbracciando i suoi due bimbi, nati entrambi sordi prematuri e uno con la sindrome di Down, ai quali ha comunicato attraverso il linguaggio dei segni la frase: «La mamma ha vinto».
Tra i momenti più divertenti e suggestivi nell'album dei ricordi di Milano-Cortina 2026 va inserito senza alcun dubbio Nazgul. Il bellissimo cane lupo che ha invaso la pista di Tesero durante la gara di qualificazioni dello sprint femminile a squadre e ha tagliato il traguardo davanti agli sguardi increduli e divertiti degli spettatori e delle atlete.
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